mercoledì 23 dicembre 2009

Buon Natale e Pari Opportunità


Per augurare a tutti un Buon Natale inserisco qui sopra una vignetta scritta da me e disegnata dall'imperituro Stefano Intini, per un'applicazione senza limiti delle pari opportunità.

sabato 19 dicembre 2009

Flani (2): La notte della lunga paura


Come promesso, ecco un altro flano della mia “collezione”. La scansione è leggermente obliqua, ma la circostanza le dona un che di espressionistico che non fa male (e soprattutto non avevo voglia di rifarla).

La notte della lunga paura è il film sui coniglioni assassini, indimenticabile per molti versi. Quello che ne penso lo trovate sul Dizionario dei film horror.

Il flano è simpatico e conferisce un senso di minaccia che il film, be’ insomma...

Il manifesto era ancora meglio, sulla stessa linea: anche quello fa parte della mia collezione il cui formarsi risale al periodo in cui saccheggiavo a basso costo i negozi specializzati che vendevano materiale pubblicitario agli esercenti. Adesso quei negozi non ci sono praticamente più e anche gli esercenti sono molto meno. Ma non pensiamo al passato.

Da notare nel flano l’uso, allora molto consueto, del termine - poco corretto linguisticamente - ‘thrilling’ in luogo di ‘thriller’. E dopo questa sottile riflessione, vi rimando al prossimo flano. Nel frattempo, se volete, cercate di vedere La notte della lunga paura, un film di questi tempi piuttosto elusivo.

giovedì 17 dicembre 2009

Rosco & Sonny e il techno-ispettore


Nel numero 51-52 de Il Giornalino attualmente in edicola c'è un'avventura di Rosco e Sonny, la serie creata da Claudio Nizzi e Giancarlo Alessandrini per la quale scrivo i testi dal 1990. Il titolo della storia è Il techno-ispettore ed è ambientata in una grande convention di fumetti. I disegni, magistrali come sempre, sono di Rodolfo Torti. Buona lettura.

lunedì 14 dicembre 2009

Horror Frames: Blood: The Last Vampire


Nuovo appuntamento con la rubrica Horror Frames che scrivo per il sito MYmovies. Stavolta l'oggetto principale è il film Blood: The Last Vampire. Se volete leggere cosa penso del film non avete che da andare qui.

Due parole sull'interprete principale, che adesso si fa chiamare Gianna Jun (anzi, solo Gianna nei titoli di testa del film), ma che una volta era nota come Jeon Ji-hyun. La scelta di un nome internazionale non è insolita per gli attori asiatici: quelli di Hong Kong ne hanno fatto quasi una regola. Più insolite sono le scelte di carriera di questa ottima attrice coreana che sembra privilegiare la varietà dei ruoli a discapito talvolta di una lineare progressione verso un consolidamento del successo.

Quando l'ho vista per la prima volta, mi aveva molto impressionato. Anzi, di più. La sua presenza e la sua interpretazione in My Sassy Girl (2001) mi erano sembrate straordinarie. Il film - una devastante commedia sentimentale - è assolutamente da vedere e lei lo caratterizzava in modo unico. Il successo è stato enorme e naturalmente gli americani ne hanno fatto un remake che, altrettanto naturalmente, ne è stato la pallida ombra: My Sassy Girl (2008) con Elisha Cuthbert.

Successivamente, ho recuperato Il mare (il titolo è in italiano anche nella versione internazionale, per un motivo che è spiegato nel film) del 2000, un curiosissimo melodramma fantascientifico su una coppia perdutamente innamorata senza mai conoscersi perché vive nello stesso luogo in momenti diversi. Naturalmente anche questo è stato rifatto negli Stati Uniti: in questo caso il titolo italiano del remake (La casa sul lago del tempo) è didascalico a dir poco.

Poi, Gianna Jun ha interpretato il serissimo ruolo da protagonista nel funereo e interessante horror The Uninvited. A seguire una commedia brillante - Windstruck - record d'incassi in Corea. Poi un film drammatico, Daisy, e una bizzarra commedia, Superman ieotdeon sanai, prima dell'esordio internazionale di Blood: The Last Vampire, in un ruolo laconico e iconico.

Quindi, pochi film e tutti diversi tra loro, con ruoli agli antipodi: dalla ragazza sbarazzina e impertinente alla vampira ammazzademoni. Vedremo in futuro. Per intanto, recuperate il passato, se non lo conoscete già.

venerdì 11 dicembre 2009

Shirley Eaton a fumetti



Per quanto oggi possa sembrare difficile crederlo, c’è stato un tempo in cui in Gran Bretagna si pubblicavano fumetti e anche parecchi e di ogni genere. Tra questi, mi è capitato di vederne uno che mi ha incuriosito. Si tratta di una strenna annuale di un settimanale. Il settimanale si chiamava T.V. Fun e la strenna annuale si chiamava, guarda un po’, T.V. Fun Annual. Quello che ho visto io è del 1957, il primo.

Come si intuisce dal titolo, la rivista (nonché l’annuale) era strettamente legata alla televisione, nel senso che pubblicava fumetti, racconti illustrati e curiosità varie riguardanti i programmi televisivi e i loro personaggi.

Tra i tanti - spesso interessanti e ben disegnati, avventurosi e comici - ne segnalo uno in particolare perché ha per protagonista Shirley Eaton: un personaggio a fumetti, cioè, ricalcato su Shirley Eaton e chiamato come lei.

Ma chi è Shirley Eaton? Molti la ricorderanno - se non per nome - almeno per uno dei ruoli che ha interpretato, quello che l’ha resa famosa: Shirley Eaton era la ragazza dipinta letalmente d’oro nel film Agente 007 Missione Goldfinger (1964) della serie dedicata a James Bond, 007. In quel film, è indimenticabile, sia per il ruolo particolare sia per la presenza. C’è però molto altro nella sua carriera.

Nata il 12 gennaio 1937, Shirley Eaton ha debuttato in televisione nel 1951 e ha frequentato il piccolo schermo con regolarità per tutto il decennio. Contemporaneamente, ha preso parte a diversi film per la Rank, prevalentemente commedie, tra cui alcuni della serie del Dottore che aveva per protagonista Dirk Bogarde prima che diventasse “impegnato”: Dottore a spasso (1957) è uno tra questi. Un’altra commedia di successo in cui ha una discreta parte è La verità... quasi nuda (1957) di Mario Zampi. Dopo l’exploit di Goldfinger, la sua carriera ha conosciuto un momento di picco, con il passaggio a parti più drammatiche come in Dieci piccoli indiani (1965) di George Pollock da Agatha Christie.

Passato il picco, è subito arrivata l’exploitation con il ruolo da protagonista in The Million Eyes of Sumuru (1967) di Lindsay Shonteff, in cui Shirley Eaton è la malvagia Sumuru - creata da Sax Rohmer, inventore di Fu Manchu - intenta a realizzare un intricato piano per eliminare gli uomini e instaurare un dominio femminista. Il film è terribile, ma il cast è estremamente bizzarro e interessante: oltre alla Eaton, ci sono Klaus Kinski, Frankie Avalon, George Nader, Wilfrid Hyde-White e Maria Rohm, moglie del produttore Harry Allan Towers (che difatti produce il film).

Gli ultimi due film di Shirley Eaton sono di Jesus Franco: una partecipazione a The Blood of Fu Manchu (1968) e il ruolo di protagonista nel nuovo film di Sumuru, Le labbra proibite di Sumurù (1969).

Dopo quello che sicuramente non può essere considerato un crescendo finale, Shirley Eaton abbandona senza rimpianti il cinema e si dedica alla famiglia. Qualche anno fa ha scritto un’autobiografia non a caso intitolata Golden Girl.

Il fumetto, di cui qui sopra vi presento le prime vignette, è simpatico: una sorta di comica finale con la biondissima Shirley Eaton a fare la svampita furbacchiona. L’altra illustrazione è la copertina dell’annuale, con l’attrice in evidenza assieme a due comici dell’epoca (Terry Scott e Bill Maynard). I tre hanno collaborato nella serie Tv Great Scott, It’s Maynard nel 1955 e nel 1956. Terry Scott (1927-1994) è stata una presenza ricorrente nella lunghissima e fortunatissima serie comica Carry On. Bill Maynard (1928) ha una vasta video-filmografia, comprendente anche lui varie partecipazioni a Carry On.

giovedì 10 dicembre 2009

Jennifer's Body


Chi vuole leggere la mia recensione di Jennifer's Body, non ha che da andare qui, sul sito di MYmovies. Buona lettura.

martedì 8 dicembre 2009

Paul Naschy (6 settembre 1934 - 30 novembre 2009)


Qualche giorno fa, Paul Naschy - all’anagrafe, come si dice in questi casi, Jacinto Molina - se n’è andato. Campione di sollevamento pesi, poi attore, sceneggiatore e regista specializzato in horror, ha combattuto per portare avanti la propria visione cinematografica contro ogni probabilità riuscendo nel ritagliarsi uno spazio importante nella storia del genere.

Ricordo che quando, molti anni fa, andavo a vedere i suoi film quando uscivano al cinema qui in Italia, mi sembravano invariabilmente delle povere imitazioni dei film di genere angloamericani. La mia impressione era in genere condivisa dalla critica generalista che, anzi, era ancora più feroce nelle stroncature, quando si prendeva la briga di andare a vedere i film. Per una volta, la critica specializzata non era più favorevole.

Eppure, con l’andar del tempo, ho visto i suoi film sotto un’altra luce. Non che mi siano sembrati dei capolavori, ma non era possibile non scorgere la ferma determinazione di fare il massimo possibile che sottendeva a essi. Le necessità commerciali exploitative spesso giocavano contro la qualità, ma li spingevano fortemente verso i lidi del so bad it’s good. Nell’insieme, però, erano film che necessitavano una complessiva rivalutazione, cioè di un riesame.

Limitandomi ai film che Naschy - che come regista non a caso si firmava col suo vero nome - ha diretto, gli ho dedicato una puntata della mia serie sull’exploitation pubblicata su Segnocinema: Paul Naschy: il licantropo che volle farsi re (Segnocinema 141/2006). Dove il regno di cui aveva voluto diventare re era quello dell’horror spagnolo, un regno sostanzialmente da inventare e di cui lui aveva favorito in modo decisivo la creazione.

Guardando i film in cui Naschy/Molina era stato anche regista è facile cogliere l’assoluta non banalità delle tematiche e del modo di rappresentarle. Sono forse questi i film con i quali è meglio ricordarlo. Film spesso molto riusciti ed estremamente vari: l’horror filosofico di El caminante, quello storico di Inquisicion, il cupo thriller in costume El huerto del francés, l’entrata horror-fantasy nel ciclo del licantropo La bestia y la espada magica, la commedia sociale di Madrid al desnudo, l’incrocio tra generi di El carnaval de las bestias e molti altri ancora. Un corpus autoriale non trascurabile e che rivela una forte e interessante personalità.

Ma Naschy è stato anche e forse soprattutto un’icona, quella di un horror iberico un po’ cheap e però spavaldo. Ha interpretato una congrua serie di mostri, forse più di qualunque altro attore, ma resterà sempre - un po’ come Lon Chaney jr, la sua ispirazione - il licantropo interpretato in una lunga serie di film, a partire da Le notti di Satana.

Ultimamente, aveva conosciuto un certo ritorno di interesse e aveva partecipato come attore, tra gli altri, a diversi horror spagnoli, tra cui si possono ricordare almeno il simpatico Mucha sangre, lo slasher School Killer e l’interessante Rojo sangre. Aveva quindi potuto vedere la rinascita di quell’horror spagnolo che sembrava defunto per sempre e che, invece, era tornato a vivere, sebbene del tutto diverso da quello dei “suoi” anni ‘70.

Una lettura consigliata è l’autobiografia di Naschy. L’edizione inglese è intitolata Memoirs of a Wolfman. Si legge volentieri, è ricca di aneddoti interessanti e getta una luce di comprensione sull’uomo Jacinto Molina. Leggerla, oltre che vedere i suoi film, è il modo migliore per ricordarlo.

Nella foto qui sopra, Naschy nella parte del suo personaggio simbolo, il licantropo Waldemar Daninsky, nel film La bestia y la espada magica.

Il cinema di Bob Dylan in Cineforum



Nel numero 488, attualmente in libreria, della storica e gloriosa Cineforum - rivista diretta da Adriano Piccardi ed edita dalla Federazione Italiana Cineforum - è recensito il mio libro Il cinema di Bob Dylan. La recensione è di Adriano Piccardi, che ringrazio per l’attenzione.

Normalmente, non commento le recensioni che mi riguardano, per ovvi motivi: non è il caso di interferire con il libero esercizio della funzione critica. Non posso però in questo caso evitare di dire che questa recensione mi ha fatto molto piacere non solo perché è positiva, ma anche e soprattutto perché l’autore ha colto con precisione lo spirito e gli scopi del libro.

Qui sopra una scansione della recensione, sperando di non infrangere alcun copyright.

venerdì 4 dicembre 2009

Horror Frames: Sheitan


Nuovo appuntamento, il terzo, con la rubrica Horror Frames che scrivo per il sito MYmovies. Questa volta, nell'ambito di un breve excursus sul nuovo horror francese, si parla di Sheitan, interessante esordio nel lungometraggio per Kim Chapiron, interpretato da uno straripante Vincent Cassel. Se volete leggere la rubrica, andate qui. E buona lettura.
La foto qui sopra appartiene alla fase bucolica del film. Che dura molto, ma molto poco.

giovedì 26 novembre 2009

Flani (1): L’ultima casa a sinistra


Cosa sono i flani? Forse è utile dirlo, la parola non è d’uso così comune e ha vari significati. A me qui interessa quello in ambito filmico. In quest'ambito, in sostanza, i flani sono le pubblicità cinematografiche che compaiono sui giornali. Niente di esotico, quindi. Il fascino c’è comunque, però, soprattutto quando si va a pescare il flano di qualche vecchio film, con le reboanti frasi di accompagnamento e le più prosaiche specificazioni su orari, parcheggi e così via. È più o meno lo stesso fascino, anche nostalgico per quelli che hanno una certa età, che si prova nel vedere i vecchi trailer, la cui funzione pubblicitaria era in effetti analoga.

La stampa dei quotidiani - soprattutto di una volta - ingrossava i tratti e rendeva talvolta confuse le linee, ma in origine i flani erano perfetti. Mi è capitato di vedere le patinate che venivano fornite dalle case distributrici e mi è dispiaciuto dover fungere solo da tramite tra loro e il quotidiano che le usava per la stampa e poi buttava il tutto. Mi è successo quando, organizzando delle rassegne di film horror parecchi anni fa, avevo deciso di pubblicizzare su un quotidiano locale i (rarissimi) film di prima visione che programmavo.

I flani, comunque. Mi sono sempre piaciuti e sin dal principio, quando ho cominciato a interessarmi di cinema, li ho collezionati, ritagliandoli dalle pagine dei quotidiani. Tranquilli, ho smesso quasi subito: non ho la casa piena di ritagli. Però quelli che avevo collezionato, li ho ancora, sistemati assieme alle corrispondenti recensioni dei quotidiani (giusto per ricordarmi quanto male parlavano i recensori dell’epoca dei film di genere). E allora ho pensato di metterne qualcuno qui, tanto per fare un piccolo viaggetto nel passato cinematografico.

Il primo che metto è di un film che ormai è in qualche modo un classico, L’ultima casa a sinistra. La frase di lancio, riportata anche nel flano, è rimasta storica: era la stessa usata negli USA, opportunamente tradotta, ed è stata imitata e parodiata innumerevoli volte da allora. Quello che penso del film lo potete trovare nel mio Dizionario dei film horror.
Altri flani d’epoca a seguire, magari cercando tra i più inconsueti, non necessariamente horror.

mercoledì 25 novembre 2009

The Twilight Saga: New Moon


Chi vuol sapere cosa penso del fenomeno cinematografico del momento, può leggerlo qui, sul sito di MYmovies. Buona lettura.
Qui sopra Kristen Stewart, la protagonista della saga di Twilight.

mercoledì 18 novembre 2009

Horror Frames: Fido


Secondo appuntamento con la rubrica Horror Frames che scrivo per il sito di MYmovies. Se volete leggerla, la trovate qui. Stavolta l'argomento è la commedia zombesca e in particolare il godibile Fido, film canadese del 2006 diretto da Andrew Currie. Buona lettura.

Topolino e il crocevia del caos


È il titolo della mia storia presente sul numero 2817 di Topolino adesso in edicola. Chi vuole leggerla sa quindi dove trovarla. I disegni sono di Luciano Gatto. È una storia un po’ particolare che vede Topolino in compagnia di Eta Beta alle prese con una serie di circostanze bizzarre, tipo un cavernicolo che devasta un grande magazzino e un tirannosauro che impazza sulle strade della città. Ma ci sono anche, tra gli altri, gli antichi romani e i conquistadores spagnoli. Compito di Topolino ed Eta Beta è scoprire cosa sta succedendo e trovare le contromisure prima che sia troppo tardi.

sabato 14 novembre 2009

Bob Dylan, Forever Young e Hanging in the Balance


Se qualcuno mi chiedesse di isolare un singolo momento dell’attività live di Bob Dylan come quintessenziale e rappresentativo, non avrei dubbi nell’indicare una delle versioni di Forever Young eseguita nel 1981. C’è una certa dose di provocazione in questa scelta, ma non troppa.

Quello era un periodo particolare per Bob Dylan, in uscita dalla fase “religiosa” e un po’ risentito per l’accoglimento controverso dei suoi concerti del biennio 79/80, nei quali aveva cantato esclusivamente i pezzi provenienti dai cosiddetti album della conversione, causando il risentimento da parte degli spettatori che speravano nell’esecuzione di almeno alcuni dei classici degli anni precedenti. Già nell’ultima parte del 1980 il format dei concerti era cambiato con l’introduzione di canzoni non “religiose”, ma è nel 1981 che questa struttura si perfeziona dando più spazio alle canzoni “secolari”. Il clima però è quasi rabbioso, con un Dylan che dà l’impressione - chissà poi se vera - di essere quasi risentito per la concessione che si è sentito di dover fare. Oppure comunque carico di una energia quasi antimaterica che dilania e reinventa le sue vecchie canzoni, annientandole per rinvigorirle. Shot of Love, l’album in studio del 1981, è quasi del tutto scevro da questa carica, ma rappresenta un punto di passaggio importante tra l’abbandono delle tematiche religiose “evidenti” e il ritorno a un laicismo dubbioso, ma certamente spirituale, evidenziato in Infidels di due anni dopo.

Proprio per questo i concerti del 1981 sono del tutto particolari e unici anche all’interno del variegatissimo canone dylaniano. E Forever Young ne è il momento più alto e significativo. Scritta - pare - per il figlio Jakob (più tardi leader dei Wallflowers), Forever Young è una di quelle canzoni di Dylan che acquistano rilievo soprattutto per l’interpretazione. Il testo infatti è suggestivo, ma semplice, a tratti anche banali nel suo dispensare i consigli che un padre avveduto potrebbe dare al suo figlioletto. E che sia una canzone che dipende dall’interpretazione per la sua ottimizzazione dev’essere stato sin da subito chiaro anche a Dylan perché bell’album Planet Waves (1974) che per primo la contiene ne ha inserito, cosa più unica che rara, addirittura due versioni del tutto diverse tra loro. In una, giocosa e veloce, l’ottimismo sprigiona da ogni nota. Nell’altra, lenta e struggente, si intuisce perfettamente il tono di un augurio da parte di chi sa che ci sarà più di qualche possibilità che l’esortazione a essere per sempre giovane (non fisicamente, ovviamente) avrà bisogno di molta fortuna e buona volontà per realizzarsi.

La versione live del 1981 è straziata, dilaniata, pessimistica, guidata da due assoli di armonica lancinanti che possono essere (al pari di quelli di Mama You Been On My Mind cantata al Phoenix Festival nel 1995) un valido banco di prova per testare il grado di sopportazione di chiunque alla musica di Bob Dylan: se riuscite a coglierne la grandezza e non siete allontanati dal loro suono volutamente stridente, ci siete. Si capisce che stavolta è la disperazione a dettare le parole e che chi le canta sa che non c’è alcuna possibilità che l’augurio si concretizzi: è quasi un grido nel deserto. Da ottimistica, la canzone diventa pessimistica, disillusa. Acquista uno spessore insolito e musicalmente è assai diversa da qualsiasi versione precedente e successiva. Forever Young è una canzone molto eseguita nei concerti di Dylan degli ultimi decenni, ma, pur risultando sempre più che gradevole, non ha mai avuto né avrà mai più (sino ad ora almeno) le caratteristiche salienti e toccanti che ha avuto nel 1981.

Tutte le Forever Young del 1981 sono memorabili, ma se dovessi sceglierne una, suggerirei quella contenuta nel bootleg in vinile Hanging in the Balance (dal concerto di Bad Segeberg del 14 luglio 1981), la prima che ho sentito, ai tempi in cui i bootleg erano in libera vendita nei negozi di dischi. L’unico rammarico è che purtroppo mancano registrazioni di quel periodo - stranamente uno dei meno considerati anche dagli appassionati di Dylan - di alta qualità sonora, per cui l’augurio che mi faccio è che prima o poi la Columbia decida di far uscire un volume delle Bootleg Series dedicato proprio a quei concerti.

lunedì 9 novembre 2009

Il muro a fumetti


Oggi tutti i giornali e telegiornali sono giustamente pieni di celebrazioni per il ventennale della caduta del muro di Berlino. La circostanza mi ha fatto venire in mente un’altra cosa e cioè che il mio primo fumetto “professionale” (ma il secondo a essere pubblicato) raccontava la vicenda - vera, se non ricordo male - di una coppia che metteva in atto un piano per superare il muro e fuggire in Occidente.

Come contributo per la celebrazione di oggi, inserisco quindi qui sopra la vignetta d’apertura di quell'ancora acerbo fumetto (intitolato, come si può facilmente notare, Uscire dal muro), disegnato da mio fratello Gianni e pubblicato sul Santo dei Miracoli del luglio 1971. A curare la sezione fumettistica di quel mensile religioso - tuttora vivo e vegeto - era il grande Pinù Intini che ha seguito con pazienza e capacità maieutica i nostri primi passi nel mondo del fumetto. Oltre che ottimo autore per contro proprio, infatti, Pinù Intini ha anche le capacità e il fiuto del talent scout: in questo senso la sua più importante scoperta è stato l’indimenticato Aldo Capitanio. Molti anni dopo è stato per me un grande piacere scrivere i testi di alcuni fumetti fantasy disegnati da Pinù per il Messaggero dei Ragazzi, ma di questo parleremo un’altra volta.

giovedì 5 novembre 2009

Rosco e Sonny sul Giornalino


Nel numero di questa settimana de Il Giornalino (n° 45) è pubblicata un’avventura di Rosco e Sonny, intitolata Caccia alla valigetta, scritta da me e disegnata da Rodolfo Torti.

Rosco e Sonny sono due agenti di polizia inventati nel 1981 da Claudio Nizzi per i disegni di Giancarlo Alessandrini, cui è quasi subito subentrato Rodolfo Torti. Io sono subentrato ai testi nel novembre 1990: la prima storia che ho scritto si intitolava Il patto ed è uscita sul Giornalino n° 15 del 1991.

Non mi dilungo su Claudio Nizzi perché sarebbe inutile: è uno degli sceneggiatori più importanti del fumetto italiano. Lo è da molto tempo e continua a esserlo. Ha creato una notevole serie di personaggi e anche quando si è adoperato su personaggi altrui - come ad esempio Tex - lo ha fatto lasciandovi una forte impronta personale. Nel mio piccolo, ho raccolto con grande piacere la sua eredità per Rosco e Sonny, anche perché sono due personaggi con cui mi sono trovato subito in grande sintonia: azione, ironia, thriller, umorismo sono elementi che contraddistinguono la serie e che mi sono naturali. I disegni di Torti, inoltre, sono quanto di più appropriato possa esserci per il dinamismo, la modernità e la specificità dello stile che esprimono.

Penso che ne riparleremo. Per il momento, chi vuole leggere Rosco e Sonny sa dove trovarli.

mercoledì 4 novembre 2009

Horror Frames


Parte oggi una nuova rubrica sull'horror che si intitola Horror Frames: la scrivo io, è quattordicinale e compare online sul sito MYmovies.com. La prima puntata è dedicata a Eden Lake di James Watkins e potete leggerla qui. Buona lettura.
La foto qui sopra è, non casualmente, dal film in questione e ritrae la protagonista Kelly Reilly in uno dei pochi momenti rilassati.

martedì 3 novembre 2009

Quando Ciccio va su Topolino


Sul numero di Topolino di questa settimana (il 2815) c’è una mia storia - Quando Ciccio va al cinema - appartenente a una serie caratterizzata dall’aver Quando Ciccio nel titolo e dalla presenza, per l’appunto, di Ciccio come protagonista assoluto.

Anche questa serie - come I mercoledì di Pippo - è nata in modo del tutto casuale, anzi ancor più casuale, senza nessuna intenzione di farne una serie. Tutto è cominciato quando - dopo aver fatto una storia sui sogni di Ciccio - ho pensato di scriverne un'altra dove Ciccio avesse il campo libero del primattore e agisse però nella “realtà”, non in sogno.

Il problema principale era quello di svolgere una vicenda interessante con un protagonista che, per la sua caratterizzazione psicologica, predilige l’inazione ed è sostanzialmente inerte, attivo soltanto nel mangiare e nel dormire. Trovata la soluzione - una soluzione che non snaturava le caratteristiche del personaggio - mi sono reso conto che la struttura narrativa che avevo impostato reggeva bene l’iterazione e così ho fatto altre storie con la stessa impostazione, ma assai diverse nei contenuti narrativi.

Poche storie per la verità e intervallate da lunghe pause, perché crearle non doveva essere una costrizione (altrimenti, per la loro natura, sarebbero diventate presto esclusivamente di maniera e di mestiere), ma dovevano venire naturalmente, assecondando la
“rilassata bizzarria” del loro andamento, in linea con il personaggio.

Questi, comunque, sono gli episodi realizzati:
Quando Ciccio va a fare la spesa (Topolino 2018)
Quando Ciccio cerca l’idraulico (Topolino 2244): il mio personale omaggio a un regista che ho molto apprezzato per tanti motivi (un omaggio del quale, giustamente, non si è accorto nessuno)
Quando Ciccio prepara la tavola (Topolino 2300): episodio atipico che riprende invece in parte la struttura di I sogni di Ciccio
Quando Ciccio perde i soldi (Topolino 2780)
Quando Ciccio prende il treno (Topolino 2775)
Quando Ciccio va al cinema (Topolino 2815).

domenica 1 novembre 2009

Il Dizionario dei film horror sul Giornale di Brescia


Ieri è stata pubblicata sul Giornale di Brescia una recensione del Dizionario dei film horror, scritta da Alberto Pesce, che ringrazio per l'attenzione. Chi vuole può leggerla anche qui, sull'edizione online del quotidiano.

mercoledì 28 ottobre 2009

Diary of the Dead su MyMovies


Chi è interessato - e chi può non esserlo? - a leggere la mia recensione di Diary of the Dead di George A. Romero, può trovarla qui, sul sito di MyMovies.it. Buona lettura. Altre interessanti novità seguiranno sotto questo profilo.
L'illustrazione qui sopra è tratta dalla copertina del dvd inglese della Optimum Releasing.

mercoledì 21 ottobre 2009

Christmas in the Heart


È uscito da qualche giorno l’album natalizio di Bob Dylan, Christmas in the Heart. L’annuncio qualche tempo fa dell’uscita aveva causato sconcerto, scatenato prevedibili discussioni e, perché no, anche qualche polemica sul valore artistico e sull’opportunità di una scelta del genere da parte di Dylan, ancor oggi visto da molti - ma non da lui, la sua posizione è molto più sottile - come un esponente della controcultura o giù di lì.

Le critiche più frequenti, basate anche su frammenti delle canzoni percolati come al solito su internet, vertevano sulla presunta vieta tradizionalità della scelta delle canzoni e degli arrangiamenti, quasi che Dylan, se proprio voleva fare un disco sul Natale, dovesse per forza essere antinatalizio. Critiche aprioristiche e a mio personalissimo avviso miopi, generalmente avanzate da chi conosce solo superficialmente l’opera di Dylan o, pur conoscendola, sembra non comprenderla appieno ed è rimasto ancorato a parametri quelli sì vieti e tradizionalisti.

Chi conosce il percorso sulla memoria, alla ricerca del tempo perduto o mai esistito, che ha caratterizzato il Dylan degli ultimi venti anni, probabilmente non si è stupito molto e ha compreso la coerenza della scelta. Il che non vuol dire che sia stata una scelta prevedibile, ma che l’imprevedibilità è fisiologica in Dylan e si può solo eventualmente giudicarne a posteriori la coerenza artistica.

Inoltre, non dimentichiamo che è un album che Dylan ha realizzato per beneficenza, per i poveri, con una scelta che le superstar che fanno gli alfieri della lotta contro la fame con i soldi degli altri si guardano bene dal fare (va bene, ci sono le eccezioni, ma lasciatemi un minimo di vis polemica). Su questo argomento, Dylan ha più volte avuto qualcosa di diverso da dire, come dimostra anche il suo breve discorso in occasione del Live Aid (ne ho parlato anch’io, ne Il cinema di Bob Dylan).

Detto questo, il disco com’è? Bello, a parer mio. Sembra uscito da una macchina del tempo settata sugli anni ‘50, una macchina del tempo non perfettamente funzionante, che ha lasciata intatta la musica e ha riportato in modo deformato la voce. Infatti, musica e arrangiamenti sono prevalentemente old style, mentre la voce rasposa e sempre più rauca di Dylan si inserisce in tanto zucchero con un mirabile effetto di contrasto, dando all’insieme una qualità unica. Chi contesta la mancata avventurosità degli arrangiamenti dovrebbe meditare sul fatto che è proprio quella a magnificare il contrasto tra la musica e la voce di Dylan che canta in modo oggettivamente antitetico a quello di Dean Martin o Bing Crosby, per restare in tema natalizio.

Sentire Dylan che, come un orco che vuole compiere una buona azione redimente, canta Adeste fideles in latino è decisamente curioso e non sgradevole, ma tutto il disco - con la parziale eccezione di Little Drummer Boy che personalmente ho trovato indigeribile e glicemica - è di piacevole ascolto con punte di eccellenza. La mia preferita è la scatenata polka Must Be Santa che Dylan aveva fatto sentire, nella versione dei Brave Combo, in una puntata della sua trasmissione radiofonica, Theme Time Radio Hour, a testimoniare un gusto musicale eclettico e assai personale.

Un’ultima cosa: qualunque posizione uno abbia su questa questione, se c’è un disco che non bisogna duplicare o prendere per vie traverse, è questo. È per beneficenza: to live outside the law you must be honest. Chi vuole può trovare anche l’edizione limitata con cinque cartoline natalizie (io ho scelto quella).

Ultimissima cosa: l’illustrazione qui sopra è tratta dal booklet del disco. Personalmente mi piace di più della slitta in copertina, chissà perché.

lunedì 19 ottobre 2009

Solamente nero


Nel marzo del 1978 (o forse era febbraio, è passato un po’ di tempo), sono stato per un giorno intero sul set di Solamente nero, a Murano. Allora il film era ancora intitolato, provvisoriamente, Dietro l’angolo il terrore, con ironico riferimento alla classica domanda che in quel periodo Maurizio Costanzo faceva agli ospiti nel suo pionieristico talk-show Bontà loro.

Avevo saputo delle riprese in corso on location dal gentilissimo Erwin Wetzl, che mi aveva fatto avere l’accesso al set e che in quel film ricopriva - come nel precedente film di Antonio Bido, Il gatto dagli occhi di giada, parzialmente girato a Padova - il ruolo di aiuto regista. Conoscevo Wetzl perché era una delle colonne del Cineclub Padova, che supportava i film a passo ridotto (il super8, in particolare) e organizzava annualmente il Gattamelata d’Oro, un concorso dedicato proprio a quel genere di pellicole. Un paio d’anni dopo avrei partecipato al concorso ottenendo il prestigioso Sigillo di Bronzo per un film che si chiamava Il canonico del bufalo parla davvero con la Madonna e la vede spesso, realizzato assieme a mio fratello Massimo. Be’, non so se il Sigillo era davvero prestigioso, ma di certo pesa parecchio (non era il primo premio e neanche il secondo o il terzo: credo che fosse un premio per la stranezza del film, più o meno. O magari l'hanno dato a tutti i partecipanti: alla premiazione non c'ero, ero militare). Io, comunque, con i film super8 non sono andato da nessuna parte, mentre - e qui torniamo a bomba ponendo termine a questa digressione proprio quando pensavate che me ne fossi andato per la tangente - Antonio Bido si è formato proprio con i film a passo ridotto, ottenendo subito premi importanti e ponendo le basi per la sua successiva carriera professionale.

Torniamo al 1978. Sono andato sul set per conto del Mattino di Padova, un quotidiano che ancora non esisteva, ma sarebbe esistito di lì a poco (ed esiste ancora, pensate un po’, vivo e vegeto dopo tutti questi anni). Saputo del film, infatti, avevo proposto il servizio al redattore degli spettacoli e mi ero fiondato sull’occasione.

Ho intervistato praticamente tutti: da Bido a Wetzl, da Capolicchio a Stefania Casini, a Emilio Delle Piane, Mario Vulpiani, Carlo Leva e così via. Craig Hill, invece, purtroppo non l’ho intervistato perché credo che quel giorno non ci fosse. Di gran parte delle interviste conservo ancora l’audiocassetta che un giorno prima o poi sbobinerò (come si dice) per farne un servizio sui vecchi tempi. Non che non le abbia usate, però, le interviste. Al giornale infatti presentai una serie di pezzi e loro, non casualmente, scelsero di pubblicare l’intervista a Stefania Casini che comparve proprio sul primo numero del quotidiano, qualche giorno dopo.

Con me c’era l’incontestabile Danilo De Faveri, autore di un bel numero di foto, alcune delle quali sono state pubblicate sul Mattino di Padova, mentre una - inedita - la trovate qui sopra. Ce ne sono molte altre, da riservare a future occasioni. Nella foto qui sopra sono riconoscibili Antonio Bido (con berretto di lana e sciarpone felliniano), Stefania Casini, Lino Capolicchio e, sulla porta dell'osteria, Erwin Wetzl.

Di quel film - che ho sempre ritenuto decisamente superiore al pur pregevole Il gatto dagli occhi di giada - mi aveva particolarmente colpito sin da quando ero sul set la scelta dell’ambientazione, volutamente non nella già allora sin troppo usata Venezia, ma nella più quietamente inquietante e insolita Murano. Sul set si respirava un’aria positiva, molto collaborativa, una bella atmosfera. Non so se sia per questo che ne è venuto fuori un bel film, ma di sicuro credo che abbia aiutato.

martedì 13 ottobre 2009

Men At Work e la prescrizione (o viceversa)





Quanto sopra è un piccolo commento sulla situazione del nostro sistema giudiziario in seguito anche alla quantità di ottime riforme “commesse” negli ultimi anni. Sulla prescrizione come la subiamo oggi ci sarebbe molto da dire e niente di buono.

La striscia appartiene alla serie Men At Work, creata da me e da Stefano Intini (ai disegni), per La Gaggetta Ufficiale, supplemento satirico di L’Unione Sarda. È stata pubblicata nel 2007, mi pare. Alla Gaggetta siamo stati invitati a collaborare dall’immarcescibile Silvio Camboni, che colgo l’occasione per ringraziare ancora.

A proposito di Silvio Camboni. Una decina d’anni fa io e alcuni disegnatori veneti di cui taccio il nome pensavamo di essere diventati - dopo anni di esercizio - dei provetti giocatori di calcio balilla. Lo pensavamo, cioè, sin quando non ci siamo imbattuti in Silvio che ci ha stracciato senza alcuna difficoltà. Pensate, non solo è un asso a calcio balilla, ma disegna bene (non so quale delle due qualità sia più importante, decidete voi).

A onor del vero, comunque, il mio massimo come giocatore di calcio balilla l’ho raggiunto quando ero militare grazie alla ferrea applicazione del catenaccio (si può, anche nel calcio balilla).

Nota di servizio per i meno avvezzi: per vedere meglio l'immagine, cliccateci sopra.

mercoledì 7 ottobre 2009

Il fuorigioco mi sta antipatico


Per la serie “non è che devo sempre parlare di cose mie”, mi viene da segnalare questo libro che meriterebbe un premio anche solo per aver avuto l’idea di farlo. Il fuorigioco mi sta antipatico (Stampa Alternativa, 384 pagine, € 16,50) raccoglie infatti praticamente tutto quello che Luciano Bianciardi ha scritto per il Guerin Sportivo e che altrimenti là sarebbe rimasto, effimero e disperso sulle pagine di un settimanale di quasi quarant’anni fa (che esce ancora, ma è molto diverso da allora e in ogni caso lì Bianciardi non c’è più).

Il grosso del volume è rappresentato dalla rubrica della posta che Bianciardi teneva su quel settimanale sportivo e la sua lettura è un vero spasso. Bianciardi, per chi non lo sa, è stato uno dei più significativi scrittori del suo tempo e il suo romanzo più famoso (La vita agra) è anche diventato un film di successo con Ugo Tognazzi per la regia di Carlo Lizzani.

Stampa Alternativa, che edita anche questo volume, sta procedendo speditamente a una serrata riscoperta delle sue opere meno note e, ancora più interessante, alla raccolta degli articoli sparsi sulle riviste. Tra cui appunto il Guerin Sportivo di quegli anni - si parla del 1970 e 1971 - una rivista dedicata allo sport diretta da Gianni Brera che, non sorprendentemente visto il direttore, era diversa da ogni altra rivista del genere, passata, presente e futura. Di questi tempi sembra impossibile pensare di trovare su un giornale sportivo - o anche di altro genere - una rubrica della posta come quella che teneva Bianciardi (o anche come quella che teneva Gianni Brera stesso, prima e dopo Bianciardi). Citazioni fuminanti, sprazzi di cultura mai pedante, umorismo brillante, improvvise profondità, momenti ironici e momenti personali, giudizi trancianti a tutto campo e battute a raffica: il tutto senza mai perdere di vista l’oggetto del discorso - lo sport generalmente, il calcio in particolare - e senza alcuna supponenza nei suoi confronti.

A parte questo, c’è anche - per chi in quegli anni c’era - il piacere di entrare in una sorta di capsula del tempo che rimanda a un’epoca così lontana da sembrare leggendaria (ma è esistita davvero ed era proprio così). Si ritrovano così personaggi indimenticabili sui quali Bianciardi si esprime con arguzia: Manlio Scopigno, il filosofo, allenatore capace di vincere uno scudetto a Cagliari (impresa cui è paragonabile negli anni seguenti solo quella di Bagnoli col Verona), Helenio Herrera (che Bianciardi non aveva in grande simpatia), Gigi Riva (il calciatore più simile a Superman che il calcio italiano abbia mai avuto), Nino Benvenuti (anche lui poco apprezzato da Bianciardi che lo definiva un ballerino e gli preferiva il più sanguigno Sandro Mazzinghi), Heriberto Herrera e tanti altri, oggetto di descrizioni vivide e di pareri schietti da parte di Bianciardi che allo stesso tempo trovava modo di parlare di Mao, di Moravia, di Cassola e di tante altre figure della politica e della cultura del tempo. Cristallizzati nel tempo, ma vividissimi nelle descrizioni che li riportano alla memoria di chi li ha visti e li materializzano in quella di chi li ha solo sentiti nominare. Consigliatissimo, anche a chi non leggerebbe mai un giornale sportivo.

giovedì 1 ottobre 2009

Corte del Fontego a Libri in cantina


Sabato 3 e domenica 4 ottobre, l’editore Corte del Fontego è a Libri in cantina, mostra della piccola e media editoria che si tiene a Susegana (TV) nel medievale castello di San Salvatore. La mostra, nata nel 2003, si preannuncia molto interessante e ricca di avvenimenti. Per dettagli e orari, visitate il sito dell'iniziativa. Corte del Fontego sarà presente con i suoi libri tra i quali, inutile dirlo, c’è anche il Dizionario dei film horror. Vale la pena di andarci.

lunedì 28 settembre 2009

Il quiz di Rave


Come già preannunciato, anche stavolta parliamo di fumetti con un post dal taglio vintage dedicato a un’opera che ben pochi conoscono.

Nel 1998 ho scritto una miniserie su un super eroe chiamato Rave (se non sbaglio, l’idea per il nome è venuta ad Alessandro Gottardo). La miniserie era composta da sei avventure autoconclusive, ma legate da una continuity. È stata pubblicata in tre albi dalla Tornado Press. I disegnatori erano Alberto Lavoradori, Giuliano Piccininno, Alessandro Gottardo, Gianmaria Liani, Davide Corsi e Fabio Chiesa. Gli episodi erano intervallati da panel disegnati da Paolo Martinello. In appendice un fumetto umoristico scritto da Giuliano Piccininno e disegnato da Stefano Intini. Non so quanti dei succitati autori abbiano Rave nel loro curriculum, ma forse un giorno lo scopriremo.

Di Rave come fumetto magari, forse (e sottolineo forse), riparleremo in futuro: la sua caratteristica principale è che, per molti motivi, è stato il primo super eroe costretto con regolarità a fare le pulizie.

Qui mi interessa ricordare un’altra cosa. Tutti i sei titoli delle avventure di Rave erano delle citazioni. All’epoca venne lanciato su Rave un concorso con un premio per chi indovinava tutte le citazioni. Manco a dirlo, non rispose nessuno. Che sia dipeso dal fatto che il premio principale consisteva, testualmente, in “una vigorosa stretta di mano di Alessandro Gottardo”? Ci piace di più pensare che il quiz fosse troppo difficile. I titoli delle avventure erano comunque questi:

A volte ritornano
What Remains Is Bestial
Non credere a nessuno perché nessuno è mai come credi
I tried my best to love you, but I cannot play this game
Farewell, My Lovely
Tutte feriscono... l’ultima uccide

Come si può vedere, alcune citazioni sono estremamente facili da individuare. Altre un po’ meno. Un paio non mi ricordo bene neanch’io dove le ho prese. Potrebbero persino esserci delle imperfezioni, chissà.

A suo tempo, rispondere non era solo cortesia (poiché, come si sa, domandare è lecito), ma era anche un po' difficile. Oggi, ai tempi di internet, dovrebbe essere un gioco da ragazzi. Chi vuole può ancora tentare di rispondere, consapevole del fatto che non avrà in premio nemmeno la stretta di mano di Gottardo. Per tutti gli altri, prossimamente su questi schermi rivelerò probabilmente le risposte. Non trattenete il fiato nel frattempo.

La copertina che vedete sopra (opera del valoroso Alberto Lavoradori) era una delle due copertine del numero 1.

venerdì 25 settembre 2009

Topan il barbaro su Disney Big


Non penso di segnalare ogni uscita di miei fumetti, ma in qualche caso la segnalazione sembra d’obbligo. Questo è uno di quei casi, per parafrasare una tipica didascalia di Lee Falk. Disney Big n. 18 - attualmente in edicola - presenta infatti cinque mie storie, esattamente quelle che compongono il ciclo di Topan il barbaro. I più avveduti tra voi possono intuire che si tratta di una variante di Topolino in chiave barbara e, aggiungo io, leggermente demenziale, nell’accezione che si usa per definire un certo tipo di comicità.

Dovrebbero esserci tutte se non mi sbaglio e sono anche in ordine cronologico (di pubblicazione). Con questa uscita, gli innumerevoli fans di questa indimenticata serie potranno averla completa e in ordinata successione in un solo volume (ogni enfasi in questa frase è del tutto casuale, mi è venuta spontanea).

Il disegnatore del primo episodio della serie - com’era già avvenuto per I mercoledì di Pippo - è Lino Gorlero, cui sono succeduti poi Giorgio Di Vita, Giampiero Ubezio, Giampaolo Soldati e Gigi Piras: un caro saluto a tutti da parte mia.

Anche questa breve serie è nata per caso. Il primo episodio - non a caso intitolato semplicemente Topan il barbaro - doveva essere unico, poi la cosa è proseguita per un po’. Che volete che vi dica... a me piacciono, soprattutto i primi quattro. Pensate che sia parziale nel giudizio? Pensate giusto, ma se uno non valuta bene quello che ha fatto, vuol dire che avrebbe dovuto pensarci prima e farlo meglio. E con questa perla di saggezza popolare, anticipo che anche la prossima volta si parlerà di fumetti, ma di tutt’altro genere.

Dimenticavo, la copertina che vedete qui sopra è opera dell’ottimo Corrado Mastantuono: un nome, una garanzia, per usare una definizione che si usava un tempo.

venerdì 18 settembre 2009

Il cinema di Bob Dylan: cosa c'è dentro


Tornando al libro Il cinema di Bob Dylan, a parte quello che ho scritto nei post iniziali di questo blog, voglio dare un quadro più preciso del suo contenuto e della sua articolazioni in capitolo perché i potenziali interessati sappiano a cosa vanno incontro. Il libro si articola in 13 capitoli più alcune appendici e per essere schematico e chiaro, le cose vanno più o meno così:
cap. 1: The Madhouse on Castle Street, il Santo Graal della cinematografia dylaniana, il documento mancante ma sul quale si può dire molto, anche sulle ragioni della sua mancanza. Diretto da Philip Saville (autore, tra l’altro, dell’interessante Metroland) e interpretato da un giovane Dylan non ancora famoso assieme al suo alter ego - in quel “film” - David Warner, anche lui all’epoca sconosciuto.
cap. 2: Don’t Look Back, il rockumentary per eccellenza, diretto da D.A. Pennebaker e modello per i film del genere a venire. Dylan colto nel suo passaggio da icona della protesta a poeta del rock.
cap. 3: Eat the Document, girato da Pennebaker e diretto da Dylan, è un originalissimo esempio di film sperimentale in cui Dylan, all’apice della sua fama, si mostra senza rivelarsi in un gioco enigmatico e affascinante.
cap. 4: I film concerto ai loro albori: dalle testimonianze del folk festival di Newport con il momento cruciale e dirompente in cui Dylan went electric (Festival e The Other Side of the Mirror, entrambi di Murray Lerner) al Concerto per il Bangladesh, prototipo per i benefit concerts successivi.
cap. 5: Pat Garrett & Billy the Kid, l’esordio vero e proprio del Dylan attore (oltre che autore di colonne sonore), un film maledetto del più classico dei registi maledetti, Sam Peckinpah. Un viaggio attraverso le varie versioni del film e le difficoltà della sua lavorazione.
cap. 6: Renaldo & Clara, il film di Bob Dylan, da lui diretto, interpretato, scritto, montato, musicato e così via. Un film solipsistico eppure corale. Complesso, articolato, suggestivo, fortemente detestato da parte della critica. Un film da analizzare e anche da godere per le sue illuminazioni improvvise e per la musica, quella della Rolling Thunder Revue, uno dei momenti più riusciti del Dylan live.
cap. 7: L’ultimo valzer, uno dei film concerto più celebrati. Diretto da Martin Scorsese, con una folgorante apparizione di Dylan che si impadronisce della scena senza sforzo pur in un contesto spesso brillante che oltre alla Band vede la presenza di leggende del rock come Neil Young e, soprattutto, uno scatenato Van Morrison.
cap. 8: Hearts of Fire, curioso e bistrattato tentativo di recitazione di Dylan in un film segnato da un destino avverso, con Rupert Everett e una certa Fiona a fare da improbabili partner di un Dylan più che all’altezza del ruolo.
cap. 9: L’attività di Dylan come autore e/o interprete di canzoni per colonne sonore cinematografiche, oltre che attore in piccoli cameo. Vincitore di un Oscar con Thing Have Changed (dal film Wonder Boys di Curtis Hanson), Dylan ha saputo anche in questa veste prettamente musicale lasciare un’impronta decisiva ai film cui ha partecipato.
cap. 10: Masked and Anonymous, apocalittico e ironico sguardo sul disfacimento del mondo occidentale, è il ritorno al cinema di Dylan, come sceneggiatore e interprete in una sorta di parodia di se stesso. Un film curioso, interessante, ancora una volta controverso.
cap. 11: No Direction Home, la consacrazione, un documentario di Martin Scorsese con il coinvolgimento diretto di Dylan, che racconta con saggezza e ironia la prima parte della sua carriera.
cap. 12: Factory Girl, la storia abbondantemente romanzata (per non dire altro) di Edie Sedgwick, la musa di Andy Warhol destinata a una fine amara. Dylan è solo evocato, in uno spregiudicato gioco al massacro su cui c’è molto da dire.
cap. 13: Io non sono qui, il film di Todd Haynes. Anche qui Dylan non c’è, ma è comunque presente, in alcune delle sue molteplici incarnazioni e aspetti, che danno un’idea della sua multiforme attività e contribuiscono alla magia di un film per necessità imperfetto, ma affascinante.
P.S. 1: Il cinema e le canzoni di Bob Dylan. Ovvero come i registi più disparati hanno usato le canzoni del repertorio di Dylan nei più svariati film.
P.S. 2: Il cinema nelle canzoni (e non solo) di Bob Dylan. Ovvero come Dylan ha usato il cinema nelle sue canzoni. L’esempio principe è quello del rapporto tra Brownsville Girl e Romantico avventuriero con Gregory Peck, ma è solo la punta di un iceberg.
Appendice: Bob Dylan e il piccolo schermo, una corposa analisi delle partecipazioni televisive di Dylan, dai piccoli interventi agli special che sono stati (Hard Rain e Unplugged) e ai loro contraltari invisibili (Clearwater e Supper Club). Un viaggio a volte sorprendente tra vette imprevedibili (il Letterman show del 1984) e tonfi quasi imbarazzanti (Live Aid), che mostrano alcune delle molte facce di un artista sempre in divenire.

Completano il libro alcuni utili indici (nomi, film, canzoni), oltre a filmografia, bibliografie e reperibilità nell’home video.

Direi che può bastare.

venerdì 11 settembre 2009

George A. Romero e il Dizionario dei film horror


Dopo Joe Dante, George A. Romero. Sempre direttamente dalla Mostra del Cinema di Venezia e sempre grazie all’intervento decisivo dell’Editore Corte del Fontego.

Agli appassionati di horror c’è bisogno di dire chi è Romero? Preferisco limitarmi a dire che è il mio regista di horror preferito. Un autore originale, inventivo, con uno stile riconoscibilissimo e del tutto personale, capace di restare fedele a se stesso e alla sua integrità artistica in un ambiente nel quale non è per niente facile. Ricordato soprattutto per i suoi film sugli zombie - “mostri” sostanzialmente inventati da lui, nella forma in cui li conosciamo oggi - è stato anche autore di pellicole del tutto diverse, spesso caratterizzate da una significativa unicità nell’approccio: nessuno ha mai fatto un film di “vampiri” come Martin e nessuno ha fatto un film di “streghe” come Jack’s Wife. Per non parlare dei film che appartengono a un genere a sé, come Knightriders.

Restando agli zombi, La notte dei morti viventi ha rappresentato uno scrimine sostanziale nel cinema horror e Romero può essere visto come il padre dell’horror moderno (senza che questo debba attribuirgli le colpe dei figli degeneri, mi raccomando). Quando l’ho visto nel 1971 in un cinemino della mia città ero molto giovane, ma quel film mi ha subito colpito per la sua diversità da qualunque cosa avessi visto sino a quel momento e per il disagio che provocava la sua visione, attraverso l'esposizione a tematiche insolite in un film di genere.

Quindi, vedere il buon vecchio George con in mano una copia del mio Dizionario è una bella soddisfazione, a livello simbolico.

Romero ha presentato a Venezia il suo nuovo film, Survival of the Dead, una nuova entrata in un ciclo - quello dei morti viventi - che negli ultimi anni ha avuto una notevole accelerata. Dopo la prima classica trilogia composta da La notte dei morti viventi, Zombi e Il giorno degli zombi, Romero ha realizzato una sorta di seconda trilogia - se non altro per la vicinanza nella produzione - comprendente La terra dei morti viventi, Diary of the Dead e quest'ultimo Survival of the Dead.

Anche questa foto è stata scattata dall’impavido Alberto Gerotto.

giovedì 10 settembre 2009

Joe Dante e il Dizionario dei film horror





Direttamente dalla Mostra del Cinema di Venezia, grazie all’editore Corte del Fontego, vi presento con grande piacere un paio di foto di Joe Dante: nella prima, Joe Dante sta autografando il Dizionario dei film horror
alla voce Gremlins.

Nell'altra foto, Joe Dante è assieme all’Editore Corte del Fontego in persona (Marina Zanazzo) con il Dizionario dei film horror in bella evidenza.

Joe Dante è al Lido di Venezia per presentare fuori concorso il suo nuovo thriller-horror
The Hole, oltre che per far parte della Giuria. Del film avremo sicuramente modo di parlare, esplora una delle classiche paure: il buco che conduce all’ignoto, l’ingresso per l’oscurità, una tentazione irrazionalmente irresistibile. Ed è in 3-D!

Dante ha una filmografia varia e molto interessante, al cui interno si trovano alcuni gioielli horror di assoluto rilievo. Tra tutti, mi piace ricordare
L’ululato con cui molti anni fa, quasi a sorpresa, ha rivitalizzato (precedendo di poco Un lupo mannaro americano a Londra) un sottogenere - quello dei film sui licantropi - all’epoca piuttosto dimenticato e sfiatato. Assieme agli horror, Dante ha diretto film di vario genere, tutti caratterizzati da una brillantezza di regia, da un’ironia intelligente e da uno smisurato amore per il cinema che insieme compongono la sua distintiva cifra stilistica. Prima di darsi al cinema in prima persona nella Factory cormaniana, Dante è stato anche critico cinematografico e le sue recensioni - recentemente ripubblicate nella rivista specializzata Video Watchdog - sono impagabili.

Le foto sono state scattate dall’intrepido e inarrestabile Alberto Gerotto.

Sull’argomento, more to follow.

domenica 6 settembre 2009

Teruo Ishii su Segnocinema


È uscito il numero 159 (settembre-ottobre 2009) di Segnocinema che, come di consueto, comprende l’imperdibile speciale Tutti i film dell’anno, con la rassegna di tutto quanto è uscito nella stagione cinematografica appena terminata, un compendio completo, brillante e un appuntamento di cui la consuetudine non può diminuire l’importanza.

Ma, come di consueto, c’è anche il nuovo articolo della serie
Kings of Exploitation che ormai da tempo scrivo per Segnocinema, una serie dedicata a registi che hanno dedicato la parte predominante della loro attività a quel genere trasversale ormai noto anche in Italia con il nome di exploitation (dall’inglese to exploit, sfruttare), il cinema più spiccatamente commerciale, che spesso però cela capolavori piccoli e grandi e autori di forte personalità.

La puntata di questa volta è dedicata a Teruo Ishii, illustre maestro giapponese la cui apparizione al Far East Film Festival di qualche anno fa è stata assolutamente folgorante. Morto nel 2005 a 81 anni, Ishii ha fatto fortunatamente in tempo a vedere la sua rivalutazione critica e penso (spero) che la cosa - anche se un certo ironico disincanto era una delle sue caratteristiche - gli abbia fatto piacere. Come altri autori di
exploitation, Ishii ha anche avuto la brillantezza e l’inventiva per tornare al lavoro in tarda età sfornando ancora film molto interessanti, superando i confini del tempo cui sembrava destinata la sua opera e dimostrando di poter essere ancora al passo con l’epoca in cui viveva.

Super eroi alieni, noir urbani, torture e sevizie, samurai stoici, mostri deformi, belle e disinvolte spadaccine, bikers ribelli, antieroi esistenziali, sette pseudoreligiose da mandare all’inferno, bestie cieche e nani assassini: Teruo Ishii - scrivo su Segnocinema nella presentazione dell’articolo - non si è fatto (e non ci ha fatto) mancare niente, riuscendo a unificare generi tanto diversi con la sua personalità di autore indiscutibile. Un tratto unificante è il pessimismo di fondo nel mostrare come la sopraffazione e l’ingiustizia siano così profondamente radicati nella natura umana da lasciare poco spazio al riscatto. I suoi (anti)eroi devono difendersi dalla società oppure ne sono disgustati. È in genere la società criminale a essere raffigurata come governata da ingiustizia e regole spietate, ma poiché non v’è altra società nell’orizzonte, è chiaro che si tratta di una metafora della società in generale, governata dai potenti contro i deboli. C’è spesso compiacimento - un componente tipico dell’
exploitation - nella raffigurazione di tale ferocia, ma l’atmosfera amara e cupa che accompagna le vicende conforta il punto di vista per nulla accondiscendente di Ishii, un autore che ha lasciato una mole imponente di film, molti dei quali ancora da riscoprire.

Per la cronaca elenco gli autori cui ho dedicato i capitoli precedenti della serie:
Jesus Franco (
Segnocinema 104/2000)
Jean Rollin (
Segnocinema 111/2001)
Pete Walker (
Segnocinema 117/2002)
Jack Hill (
Segnocinema 123 e 124/2003)
Doris Wishman (
Segnocinema 129/2004)
Eddie Romero (
Segnocinema 135/2005)
Paul Naschy (
Segnocinema 141/2006)
René Cardona e Juan Lopez Moctezuma (
Segnocinema 147/2007)
Michael e Roberta Findlay (
Segnocinema 153/2008)

giovedì 3 settembre 2009

Il Dizionario dei film horror a Hollywood Party


Con grande piacere vi segnalo che ieri sera si è parlato del Dizionario dei film horror nella storica e sempre brillante trasmissione di cinema di Radio Tre, Hollywood Party, in trasferta a Venezia per la Mostra del cinema. Steve Della Casa e Alberto Crespi mi hanno intervistato: questo è il link alla pagina dove potete trovare (e scaricare) il podcast della trasmissione. La mia intervista la trovate alla fine, ma vi consiglio di ascoltare tutto il programma, come al solito molto interessante: per gli appassionati di horror basti dire che erano ospiti Jaume Balaguerò e Paco Plaza, al Lido per per presentare il loro nuovo film, Rec 2.

A margine, è curioso notare come siano alla Mostra proprio i seguiti (o comunque episodi successivi) di due film -
Rec, appunto, e Diary of the Dead di Romero - che due anni fa avevano contemporaneamente affrontato in chiave zombesca o giù di lì la tematica dell’informazione (e della sua manipolazione), adottando lo stesso approccio stilistico di “finto” cinéma vérité. Tenuto conto anche del di poco successivo Cloverfield, un vero minifilone con ascendenti illustri (Cannibal Holocaust).

L'illustrazione di stavolta, per andare controcorrente, è il retrocopertina del Dizionario, che di solito non si vede mai e invece non è niente male.

martedì 1 settembre 2009

Dizionario dei film horror


2404 schede in 832 pagine: questi i numeri del Dizionario dei film horror che ho scritto. Pubblicato nel 2007 e ristampato nel 2008 dall’editore Corte del Fontego, specializzato in libri - che vi consiglio di leggere - caratterizzati da un’estrema cura editoriale. L’accoglienza del Dizionario è stata molto buona e questo mi ha sicuramente rallegrato e confortato, visto l’impegno non indifferente profuso per la sua creazione da me e dall’editore.

Mi sono sempre interessato di film horror sin da quando sono stato a sorpresa esposto a
Fluido mortale che mi procurò una notevole tremarella, mai più provata da allora (avevo otto anni). Dell’epoca mi ricordo anche il fantascientifico Il pianeta dove l’inferno è verde, visto al medesimo cinema parrocchiale: vespe giganti con una improvvisa sequenza a colori che irrompeva nel bianco e nero accompagnando (mi pare) un’eruzione vulcanica. Appena ho potuto, ho cominciato a scrivere di cinema horror in un periodo in cui non molti lo ritenevano degno di una trattazione critica. Dapprima ho scritto sulle fanzine e poi sulle riviste professionali. Tra le fanzine, The Time Machine del Club Fantascienza Padova, con cui ho anche collaborato per la prima edizione di una rassegna di film horror in un cinema padovano (con grande successo di pubblico), Il Re in Giallo, per cui ho scritto - nel 1976, mi pare (non è che voglia per forza essere vago, ma ho controllato sulla fanzine e non c’è la data!) - un articolo su Gordon Hessler (che allora sembrava una nuova possibile star registica dell’horror), la prozine Kronos di Piero Giorgi pubblicata sontuosamente in stampa (allora imperava il ciclostile) per cui ho scritto un lungo articolo sugli animali nel cinema fantastico, il cui secondo capitolo è stato pubblicato su WOW, la rivista di Luigi Bona. Tra le riviste professionali come dimenticare Robot, caposaldo della fantascienza della seconda metà degli anni ‘70? Per Robot ho scritto un lungo articolo in due parti sulla carriera di Terence Fisher e uno su Brian De Palma. Poi Aliens e altre ancora. Magari di tutto questo riparleremo, gli aneddoti non mancano. Quello che mi preme di più sottolineare adesso è come il mio Dizionario dei film horror venga da lontano, da un interesse radicato e specifico, per nulla improvvisato. Sul Dizionario avremo sicuramente modo di soffermarci ancora. Per il momento, mi fa piacere segnalare un paio di belle interviste che mi sono state gentilmente richieste specificamente per il Dizionario e che sono ancora sul web.

Una è questa che mi ha fatto Paolo Spagnuolo, la prima se non mi sbaglio, su splattercontainer.com.
Un’altra è questa, a cura del sito filmhorror.com

Chi è interessato lì può trovare diverse utili notizie e informazioni nonché, com'è inevitabile, opinioni.

domenica 30 agosto 2009

Ancora su Il cinema di Bob Dylan


Mi sembra opportuno per una migliore comprensione del mio libro (Il cinema di Bob Dylan) riportare quanto è scritto sul retro copertina, che dà una sintesi efficace ed efficiente del contenuto.

Ecco quanto è scritto:
“Tutti conoscono Bob Dylan per le sue canzoni, che ci accompagnano da decenni a segnalare una longevità creativa unica. Molti libri hanno analizzato la sua opera poetica e musicale. Più trascurato è il suo rapporto col cinema, controverso ma ricco di spunti. Questo libro si propone di colmare una lacuna critica esaminando nel suo insieme l’opera cinematografica di Dylan, più significativa di quanto si pensi. Dal kolossal dello spirito
Renaldo & Clara all’apocalittico Masked and Anonymous, alle prove d’attore in Pat Garrett & Billy the Kid e Hearts of Fire, ai film concerto tra cui L’ultimo valzer diretto da Scorsese, i documentari, le opere perdute (The Madhouse on Castle Street) e i film in cui c’è senza esserci (Factory Girl e Io non sono qui), passando anche per i cameo (Ore contate): un compendio completo delle avventure dylaniane sul grande schermo in tutte le forme in cui il suo contributo si è manifestato, come regista, attore, sceneggiatore, musicista e altro ancora. Non manca la trattazione del tumultuoso rapporto tra Dylan e la televisione, videoclip compresi, e viene anche esaminata l’influenza che il cinema ha avuto sulle canzoni di Dylan e, al contrario, l’uso che il cinema ha fatto del repertorio dylaniano. Emerge un ritratto composito e affascinante di un aspetto poco trattato dell’opera del grande cantautore, che lo conferma una volta di più come un talento poliedrico e una figura assolutamente centrale della nostra cultura.”

Nice stuff.

Nel prossimo post si parla del Dizionario dei film horror, quanto mai in tema vista l'abbondanza di film horror presenti al Festival del Cinema di Venezia nei prossimi giorni.

lunedì 24 agosto 2009

Il cinema di Bob Dylan

Non c’è modo migliore di cominciare il mio blog che parlando del mio ultimo libro, con la precisazione che ultimo non è da intendersi nel senso che non ne farò più - questo non mi sento di assicurarlo - ma in quello di più recente.


Il libro è Il cinema di Bob Dylan, 320 pagine + 12 pagine a colori di illustrazioni. È uscito di recente, pubblicato da Le Mani. Questa è la pagina relativa sul sito dell’editore. Chi sia interessato all’acquisto può trovarlo più o meno ovunque sul web, anche qui, per esempio. Gli intrepidi che ancora si avventurano nel mondo reale possono trovarlo nelle migliori librerie, per usare un’espressione antica.


Chi non mi conosce personalmente - credetemi, un bel mucchio di persone - può trovare singolare che abbia fatto seguire al mio Dizionario dei film horror (del quale avremo modo di riparlare) un libro di argomento tanto diverso, ma chi mi conosce sa che la cosa è perfettamente naturale. Come mi sono sempre interessati i film horror, così Bob Dylan è sempre stato uno dei miei autori di riferimento, forse l’autore di riferimento in assoluto, nonostante lo abbia mancato nei suoi anni di maggior fulgore come artista di tendenza. Negli anni ‘60, in Italia Dylan era passato quasi inosservato: giusto qualche versione in italiano di alcune sue canzoni e qualche lp di importazione. Mi ricordo d’aver visto Tito Schipa jr cantare in una trasmissione Tv la sua versione in italiano di Mr. Tambourine Man, trasformato correttamente ma con assai meno fascino in Signor Tamburino. Prima ancora ricordo d’aver comperato all’Upim il mini 45 giri (sì, sono esistiti anche quelli!) di Mr. Tambourine Man nella versione dei Byrds, della quale ricordo mi piaceva l’attacco di chitarra e poco altro. Poi nel 1973, ero in attesa di partire per una vacanza in moto con gli amici, ma avevo alcuni minuti di tempo. Ero a casa da solo e ho acceso la radio, un sontuoso mobile Philips in radica di noce, perfetto reperto (tuttora esistente, lo dico per chi fosse preoccupato) degli anni ‘50. Era il fortunato periodo in cui trasmettevano le canzoni senza che ci fossero fastidiosi deejay a parlare tra i brani e/o in mezzo ai brani (da farli a brani loro, sarebbe). Il programma era targato Rai, naturalmente. Era un programma tappabuchi a basso costo che avevo sentito altre volte senza molto interesse, strutturato semplicemente nella trasmissione di alcune canzoni senza che venisse detto nulla se non alla fine quando uno speaker con la voce metallica elencava titoli e interpreti. La canzone che trasmettevano in quel momento era l’ultima. Non appena l’ho sentita mi sono reso conto che era qualcosa di completamente diverso da quello cui ero abituato. Non capivo praticamente nulla delle parole e quindi non era il testo ad attirarmi. Erano la voce, il modo di cantare, la musica suggestiva, l’arrangiamento spartano ma per nulla povero, l’armonica suonata in maniera originalissima. Nonostante cominciassi a essere quasi in ritardo aspettai sino a che la voce metallica - e anche disinteressata - dello speaker mi disse che si trattava di Mr. Tambourine Man cantata da Bob Dylan. Proprio la canzone che non mi era sembrata niente di che nelle versioni succitate. Da quel momento, sono andato alla scoperta di Dylan e del suo repertorio passato, recuperando tutto, compresa l’edizione italiana dell’album John Wesley Harding con il bizzarrissimo strillo in copertina su Drifter’s Escape trionfatore a Bandiera Gialla, il programma radiofonico di Boncompagni che allora era il top della musica “giovane”. Poi ho seguito Dylan nel corso degli anni attraverso continui cambiamenti, trovando sempre il suo lavoro un’ottima fonte di ispirazione. Caso più unico che raro, Dylan ha saputo trovare nel cambiare delle epoche e dell’età gli spunti creativi per una produzione artistica sempre in linea con i tempi e allo stesso modo quasi senza tempo. Ho trovato molto significativo quanto ha detto Richard Marquand - il regista di Hearts of Fire - in una dichiarazione riportata anche in Il cinema di Bob Dylan. Marquand ha detto in sostanza che poteva ricordarsi benissimo quando aveva visto e sentito la prima volta Bob Dylan da quanta era stata l’impressione che gli aveva suscitato e che da quel momento in poi gli era sembrato che Dylan lo avesse accompagnato per tutte le cose creative che aveva fatto nella sua professione. Marquand aveva poi coronato il suo sogno arrivando appunto a dirigere Dylan in un suo film, Hearts of Fire. Ma è morto subito dopo e il film è stato un fallimento, per cui non so se il suo sia un esempio da imitare.


Su Bob Dylan sono state scritti molti libri taluni dei quali decisamente acuti e brillanti. Tra quelli che vi si sono dedicati ci sono illustri studiosi che di solito si dedicano a John Milton o Keats, come l’insigne accademico Christopher Ricks (autore dell’ottimo tomone dylaniano Visions of Sin), del quale mi è sempre piaciuta l’affermazione - cito a memoria, con possibili imperfezioni - che non siamo noi che consideriamo Dylan un grande poeta a doverci giustificare per questo, ma dovrebbero essere quelli che non lo considerano tale a farlo. Detto in soldoni, chi non approfondisce l’opera di Bob Dylan non sa cosa si perde.


I libri però riguardano principalmente l’opera di Dylan come autore di canzoni e poesie, la parte preponderante della sua attività, quella in cui è un maestro riconosciuto. Dylan però ha fatto molto altro: dipinge, scrive prosa, ha fatto (mirabilmente) il deejay. E ha fatto cinema. Mi sono sempre interessato di cinema e mi sono sempre interessato di Bob Dylan: scrivere un libro sul cinema di Bob Dylan mi è sembrato naturale e doveroso. Anche perché mancava una trattazione organica dell’opera cinematografica dylaniana e pure all’estero i volumi specifici si contano sulle dita di una mano (o di una zampa anteriore, se preferite) di tirannosauro e c’è anche la possibilità che ne avanzi una (per chi non fosse ferrato in dinosauri, le dita di una zampa anteriore di tirannosauro sono due). Invece, l’apporto di Dylan al cinema è stato consistente: come regista, attore, musicista, sceneggiatore e altro ancora ha partecipato a parecchi film, lasciando su di loro la sua originale impronta. E anche in televisione le sue apparizioni sono spesso state indimenticabili (in senso buono o cattivo). Di tutto questo e di altro ancora parla il libro, dandone un quadro critico completo per il dylaniano e per chi non lo sia, ma abbia interesse a scoprire il mondo che c’è dietro al rapporto con il cinema di una delle figure culturali più complesse di questo e del secolo precedente e. In quest’ottica, si parla anche dei film in cui Dylan c’è senza esserci (Io sono qui) e quelli in cui non avrebbe mai voluto esserci, ma è richiamato fantasmaticamente (Factory Girl). Insomma, un viaggio attraverso più epoche cinetelevisive segnate da un personaggio sempre stimolante. Ne riparleremo.