lunedì 16 settembre 2019

Eat Local - A cena coi vampiri




Giovedì esce in sala una nuova horror comedy, Eat Local - A cena coi vampiri diretta da Jason Flemyng, figlio di Gordon Flemyng che, tra tanta teelvisione, diresse i due film del dr. Who interpretati da Peter Cushing.

Chi è interessato può leggere qui la recensione che ho scritto per MYmovies.

domenica 8 settembre 2019

It - Capitolo 2




Giovedì è uscito al cinema It - Capitolo 2 di Andy Muschietti, che conclude la riduzione cinematografica di uno dei capolavori di Stephen King.

Chi è interessato a sapere che cosa ne penso può leggere la recensione che ho scritto per MYmovies cliccando qui.

mercoledì 4 settembre 2019

Il signor Diavolo (il libro)




Sapevo che il film Il signor Diavolo di Pupi Avati era tratto da un suo romanzo, ma non l’avevo letto. Anche se, in effetti, non essendo Avati in prima battuta un romanziere, la cosa era piuttosto singolare e destava curiosità. Dopo aver visto il film questa curiosità è molto aumentata e così ho letto anche il libro.

Normalmente avviene il contrario. Si legge il libro - che di solito esce prima - e poi si vede il film. Per la maggior parte delle persone, la successione delle frasi continua con la classica: “ma il libro era meglio”. Non per me, ovvio: non sono così banale. O almeno cerco di non esserlo ed evito di fare confronti qualitativi tra due media così diversi.

In questo caso, però, la cosa ancora più interessante - anche se certo non del tutto inedita - è che la riduzione (brutto termine, ma il fatto che venga normalmente usato rende l’idea) cinematografica sia a opera dello stesso autore del libro. Quindi, l’Avati cineasta si occupa di adattare e modificare quanto scritto dall’Avati romanziere per massimizzare l’esito nella forma del film.

La differenza che salta più all’occhio riguarda la figura del protagonista, Furio Momentè, l’oscuro funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia misteriosamente incaricato di una delicata missione dopo essere stato per anni relegato a compiti di scarso rilievo. Nel film, è un personaggio ricco di sottintesi, ma con poco retroterra caratteriale esplicito. La sua figura assomiglia - per l’apparente innocenza ed estraneità ai luoghi in cui va in missione - al protagonista di The Wicker Man, il Citizen Kane dell’horror. Oppure, per restare ad Avati, ricorda lo spiazzatissimo Lino Capolicchio de La casa dalle finestre che ridono. Nel libro, invece, è un personaggio con un passato sordido e ben poco commendevole che vive la sua avventura quasi con lo spirito di chi cerca l’espiazione. La differenza è notevole, ma si coglie molto bene come, cinematograficamente, la scelta di Avati sia stata vincente. Sfrondando il background di Furio, Avati si è concentrato, in una mirabile sintesi narrativa, sul cuore del racconto senza perdersi in diversioni e cambiando la psicologia del personaggio di quel tanto che bastava senza minimamente ridurne l’impatto sulla storia.

Altre differenze stanno in episodi che si trovano sia nel libro sia nel film, ma che risaltano in modo assai diverso. Per fare solo un esempio, il cruciale episodio dell’ostia calpestata nel libro è un passaggio veloce, pur restando importante, mentre nel film, per come Avati l’ha messa in scena, risalta con un’efficacia sinistra di grandissimo impatto.

Notevole è anche il lavoro sul personaggio del sagrestano, nel film, dove viene fatto risaltare ben più che nel libro.

Anche il finale, pur restando simile negli intenti e nella soluzione, nel film è arricchito di pathos e di sfumature arrivando a vette di inquietudine che nel libro restano più sotto traccia, in linea con la differente psicologia del protagonista.

Detto questo, che è interessante soprattutto a livello per così dire scolastico in quanto consente di esaminare i meccanismi della trasformazione, da parte dello steso autore, di un’idea da scritta a visuale, quello che più conta è valutare come sia il libro in sé. Ebbene, nonostante l’abbia letto dopo aver visto il film e sapessi quindi la storia e nonostante la storia resti in gran parte la stessa, devo dire che il libro mi ha convinto per la qualità della scrittura e della narrazione, fluide e avvincenti. Il mondo oscuro e segnato dal destino che emerge dalle parole di Avati è vivido e inquietante, anche dietro l’apparente freddezza burocratica dei tanti verbali di interrogatorio che punteggiano il racconto. Ne consiglio quindi la lettura sia a chi ha visto il film sia, ancora di più, a chi ancora non l’ha visto. Ovvio che il passaggio successivo, per quest’ultimo, sia comunque quello di vedere il film.

sabato 10 agosto 2019

Ricordando Pinù (1939-2019)




Ieri è mancato Pinù Intini, un grande del fumetto, dell'illustrazione e di molto altro. Una personalità poliedrica, una vera dinamo umana di iniziative che sembrava non poter mai esaurire la sua energia e la sua inventiva.

Il ricordo va subito, per me, a quel soleggiato pomeriggio di settembre 1970 quando con mio fratello Gianni sono andato alla redazione del Messaggero dei Ragazzi, che distava solo poche centinaia di metri da casa nostra, ma rappresentava un mondo magico nel quale aspiravamo a entrare, quello dei fumetti. Ci andammo con un fumetto realizzato apposta per l'occasione, ma, me ne resi conto anni dopo, tragicamente inadatto allo scopo, per argomento e qualità realizzativa (era un horror!). Eravamo però convinti che il Messaggero non avrebbe potuto rinunciare alla nostra collaborazione. Venimmo indirizzati a Pinù, che del Messaggero era redattore e colonna portante, occupandosi non solo dell'impaginazione – con una verve e una fantasia notevoli, ma sempre accompagnati da un rigore che faceva in modo di tenere sempre in preminenza la leggibilità della pagina (aspetto che molti impaginatori di oggi non sanno cogliere) – ma anche di tante altre cose, dai fumetti alle traduzioni. Pinù fu molto gentile e cordiale. Naturalmente non poteva accettare materiale come il nostro per il Messaggero né poteva proporci di lavorare per il giornale: non eravamo assolutamente pronti per farlo e lui lo sapeva bene. Seppe però cogliere qualche potenzialità e ci propose di collaborare per l'inserto per ragazzi de Il Santo dei Miracoli, che lui curava in prima persona. Fu l'inizio della mia carriera fumettistica e anche di quella di mio fratello. Già nel giugno 1971 pubblicammo il primo fumetto. Avevo solo 16 anni e per me fu un momento molto importante. Quello fu anche il momento dell'inizio della nostra conoscenza che col tempo si trasformò in amicizia.

Oltre a essere un ottimo artista in prima persona, Pinù aveva anche un grande talento per scoprire e valorizzare il talento degli altri. Tra le sue scoperte, la più importante – e mi sembra giusto ricordarlo qui – fu quella di Aldo Capitanio, un grandissimo disegnatore al quale Pinù diede spazio e fiducia proprio sulle pagine de Il Santo dei Miracoli e che da lì spiccò il volo per una carriera di grande distinzione culminata in quello che secondo me è uno dei migliori Texoni mai realizzati e terminata purtroppo prematuramente per un destino avverso.

Ma Pinù non si occupava solo di fumetti e di illustrazione (nel cui ambito ha realizzato disegni con il suo inconfondibile stile per molti libri): era curioso e interessato a tutto, anche a quello che non ti saresti aspettato da lui. Per esempio, quando esplose il fenomeno delle Tv private, lui divenne subito collaboratore – e colonna, inutile dirlo – della seconda Tv privata di Padova quanto a cronologia: la Radio Televisione Veneta. E, nel 1977, mi chiese di collaborare con lui, cosa che feci con grande piacere realizzando dei programmi sul cinema e sul fumetto. Ma, come detto, la vera colonna era lui, un tuttofare che con l'occasione si inventò figura televisiva a tutto tondo. Realizzammo anche un fumetto in Tv, come andava denominato allora, partendo da un fumetto realizzato da me e Gianni: Pinù non solo collaborò alla realizzazione, ma doppiò anche uno dei personaggi. In gioventù aveva anche recitato a teatro e non se l'era dimenticato. Purtroppo, quel fumetto in Tv, realizzato in super8, è andato perduto, ma io mi ricordo ancora benissimo la voce di Pinù che ne recitava le battute.

Pinù divenne anche redattore – e insostituibile colonna, come sempre – di Padova Sport, un settimanale dedicato al calcio Padova per il quale, oltre a curare l'impaginazione e la “forma” - disegnò vignette di grande umorismo e tempestività. Anche in quell'occasione mi chiese di collaborare e, sempre con mio fratello Gianni, creammo una serie di strisce ambientate nel mondo del calcio. L'entusiasmo che Pinù metteva in ogni sua iniziativa era contagioso e anche in quel caso si trasformò in un pieno successo.

Nei primi anni '90 ebbi anche la possibilità e il piacere di collaborare direttamente con lui per una serie di fumetti per l'amato Messaggero dei Ragazzi: io li scrissi e lui li disegnò, con grande abilità e dedizione, come sempre. Un paio di questi fumetti erano fantasy, con uno stile di disegno tra il comico e l'avventuroso che era la sua cifra stilistica ideale, ma uno era avventuroso-realistico a tutto tondo e lui lo realizzò ottimamente, pur confidandomi che gli era costato molta fatica proprio perché lontano dalla sua naturale inclinazione. La verità era che Pinù, da eclettico puro, era perfettamente in grado di disegnare il comico e il realistico con una qualità pressoché identica: cosa questa possibile a pochi.

Oltre a essere insostituibile colonna del Messaggero dei Ragazzi, Pinù ha realizzato fumetti di grande qualità nel corso di una carriera che si è sviluppata per molti decenni: Ottavio da Castellana, Ciuffo e Mike, Riccio Flint, la serie delle fiabe rivisitate fantascientificamente, Redazione zero, i titoli sono molti e a essi vanno aggiunte le collaborazioni a Prezzemolo, Più e molte altre testate. In tutti i suoi fumetti, Pinù ha saputo offrire qualità, fantasia e leggibilità. Ha avuto anche la soddisfazione di vedere suo figlio Stefano – con il quale anche ho avuto la fortuna e il piacere di collaborare spesso (ma mai abbastanza) – diventare un grande disegnatore, una figura di primo piano nel fumetto tramandando in questo modo la qualità di famiglia.

È difficile riassumere in poche parole la multiforme attività di Pinù e mi rendo conto di essermi soffermato soprattutto sui miei ricordi personali di lui, ma una cosa è certa: quello che ha fatto non può essere dimenticato né sottovalutato, per varietà, originalità e spessore artistico.

Ciao, Pinù.

(Qui sopra due vignette da un episodio di Ottavio da Castellana, 1974)

lunedì 22 luglio 2019

Il signor Diavolo




Tra un mese uscirà Il signor Diavolo, il nuovo horror di Pupi Avati. Chi è interessato può leggere la recensione che ho scritto per MYmovies, cliccando qui

Quando, molti anni fa, mi proposi a Fernaldo Di Giammatteo per scrivere un Castoro Cinema, collana da lui creata e diretta magistralmente, uno dei due registi che proposi era Pupi Avati e, per convincerlo, scrissi una lunga e articolata recensione de La casa dalle finestre che ridono. L'esito fu positivo nel senso che la recensione credo gli piacque, ma non mi affidò Avati, bensì - tra un'altra cerchia di nomi che gli proposi in seguito - Hal Ashby. Sono molto contento d'aver scritto il Castoro su Ashby, ma avrei potuto forse essere il primo a compiere uno studio completo su Avati e mi rammarico di non averlo fatto, dato che è un regista poliedrico e molto bravo.

L'altro regista che proposi in prima battuta, per la croncaca, era Terence Fisher, accompagnato, anche in quel caso, da una dissertazione su Dracula. Credo che, diversamente da Avati, il Castoro su Fisher non l'abbia poi scritto nessuno.

mercoledì 3 luglio 2019

Annabelle 3


Oggi è uscito in sala Annabelle 3, il nuovo episodio della bambola maledetta che, come tutti sanno, si inserisce nell'universo cinematogarfico creato a partire da L'evocazione - The Conjuring. Lo dirige Gary Dauberman, lo sceneggiatore della serie. Lo interpretano, tra gli altri, gli ineffabili Patrick Wilson e Vera Farmiga assieme alla bravissima Mckenna Grace che con il passare degli anni ha perso la K maiuscola, ma continua a guadagnare in bravura.

Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies può cliccare qui.

Qui sopra un'immagine di Mckenna Grace nel film.

giovedì 27 giugno 2019

Ma



Oggi esce nelle sale italiane Ma, un nuovo horror psicologico diretto da Tate Taylor e interpretata dalla, come si dice, Premio Oscar Octavia Spencer.

Chi vuole sapere cosa ne penso può cliccare qui e andare sul sito di MYmovies dove si trova la recensione che ho scritto.

Qui sopra Diana Silvers in una scena del film.

giovedì 20 giugno 2019

La bambola assassina

Ieri è uscito in sala anche in Italia La bambola assassina, diretto da Lars Klevberg (Polaroid). Si tratta del remake del famoso film omonimo del 1988 che, diretto da Tom Holland, ebbe notevole successo e generò diversi seguiti.

Chi è interessato a leggere la mia recensione su MYmovies, può cliccare qui.

Qui sopra un'immagine dal film, con Aubrey Plaza in evidenza.

venerdì 14 giugno 2019

Rolling Thunder Revue: Martin Scorsese racconta Bob Dylan


Il 12 giugno ha esordito sulla piattaforma Netflix il nuovo documentario di Martin Scorsese dedicato a Bob Dylan, dopo l’eccellente No Direction Home di qualche anno fa. Questa volta l’oggetto del documentario è la famosa Rolling Thunder Revue, quello scatenato, scalcinato, turbolento tour ensemble che Dylan lanciò nel 1975 andando a bordo di corriere (guidava anche lui!) In giro per piccoli teatri nel cuore degli Stati Uniti, annunciando con volantini l’arrivo alle popolazioni interessate, quasi a sorpresa. Il tour ebbe due parti: la prima nel 1975 e la seconda, un po’ diversa come intendimenti ed effettuazione, nel 1976 (testimoniata, quest’ultima, nello speciale televisivo Hard Rain, che necessiterebbe di una bella edizione in blu ray con magari, tra gli extra, l’altro speciale televisivo che fu girato e non trasmesso).

Il documentario si intitola Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese e già il titolo ci fa intuire che non è un documentario normale. L’inizio poi è rivelatore: compaiono le immagini di un film di George Méliès, il grande illusionista della storia del cinema, quello che ha dato al cinema la magia dei primi effetti speciali che, in quanto tali, ingannavano la realtà. Infatti, il film mescola testimonianze vere a testimonianze artefatte e volutamente false per costruire un quadro immaginario dove la verità è costituito dalle canzoni, come in un certo senso ha sempre sostenuto Bob Dylan. Dylan che mostra qui in pieno il suo senso dell’umorismo un po’ maligno, ma divertente. Lo vediamo all’inizio sbottare con ironia dicendo che non si ricorda niente della Rolling Thunder Revue perché: “è successo così tanto tempo fa che non ero neanche nato”.

L’intreccio tra bugie e verità è affascinante e condotto con maestria. Così un certo Stefan van Dorp (personaggio inventato) spiega d’aver voluto girare un film sulla Revue per svelarne causticamente la realtà, Bob Dylan rivela di aver contattato Sam Shepard perché aiutasse van Dorp con la sceneggiatura (e anche Dylan qui sta al gioco della falsità), mentre poi vediamo Shepard (in una dichiarazione invece “vera”) che ricorda d’essere stato ingaggiato per scrivere la sceneggiatura. Ma naturalmente Shepard si riferisce al fatto che è stato ingaggiato per scrivere la sceneggiatura (o meglio collaborare alla scrittura) di Renaldo & Clara, il film, vero ma ormai nascosto da decenni (e per il quale anche sarebbe necessaria una bella uscita in blu ray), girato da Dylan nel corso della Rolling Thunder Revue.

Il gioco che inscenano Scorsese e Dylan è sottile e anche divertente, ben lontano da No Direction Home, che era un vero documentario. Questo invece rasenta, senza mai arrivarci del tutto, il mockumentary.

Anche l’intervento di Sharon Stone e la citazione dei Kiss sono fasulli in modo divertente. Dylan sembra voler suggerire d’essersi dipinto la faccia di bianco (come faceva nella Revue) quasi per fare come i Kiss, ma appena finisce la dichiarazione di Dylan, si parte con un estratto da Les enfants du paradis (1945) di Marcel Carné, che all’epoca Dylan rivelò essere uno dei suoi film preferiti dicendo d’essersi ispirato a quello per la pittura bianca in faccia. Il gioco prevede quindi la falsità e nel contempo la chiave per coglierla.

Ma non è solo un gioco futile. È invece forse in linea con lo spirito picaresco, teatrale e affascinante della Revue, che non è stato un tour normale. È stato un tour del tutto al di fuori della normalità. E anche il film che lo ricorda è al di fuori della normalità. E come sempre accade nei suoi interventi ogni tanto Dylan ti prende di sorpresa dicendo, tra ricordi semiseri, delle verità profonda che spiazzano, come quando parla di Kerouac e Ginsberg.

Il tocco più geniale, in questo gioco, avviene quando compare sulla scena il deputato Jack Tanner, che non è solo un personaggio inventato da altri, ma è anche e soprattutto un personaggio inventato da altri. Precisamente da Robert Altman per la sua miniserie televisiva Tanner ’88 (1988). Qui Tanner compare interpretato dallo stesso attore, Michael Murphy, che lo interpretava per Altman. La cosa rende il gioco evidente anche a chi fosse stato prima distratto, dato che Murphy è attore ben noto (anche per diversi film di Woody Allen). Sembra quasi che Scorsese e Dylan abbiano inserito questa “testimonianza” alla fine proprio appunto per rendere noto a tutti che quello che hanno visto non era un normale documentario.

Alcuni momenti musicali sono molto intensi e inusuali, come quando Dylan canta da solo The Ballad of Ira Hayes scritta da Peter La Farge nella riserva indiana di Tuscarora, ricordando, a un pubblico che sa bene di cosa si tratta, la storia dell’eroe di guerra indiano finito male anche a causa dell’ingratitudine dello Stato per cui aveva combattuto e che già, quello Stato, aveva depredato di tutto gli indiani.

Le esibizioni della Rolling Thunder Revue sono fiammeggianti e di qualità eccezionale. Scorse si sofferma soprattutto su The Lonesome Death of Hattie Carroll (forse qui nella sua versione migliore delle tante che abbiamo sentito nel corso degli anni) e Isis (una canzone appena scritta in quel momento e che Dylan “sentiva” molto). E Hurricane che Scorsese presenta praticamente per intero compiendo il colpo di genio di interromperla poco prima della fine per mostrarci il vero Hurricane, il pugile Rubin Carter, che racconta le sue impressioni sulla canzone e su Bob Dylan. Canzone che poi riprende per il finale, preso da un altro concerto.

Il film finisce, praticamente (c’è una sorta id bis nei titoli di coda con Romance in Durango), come già lo speciale Hard Rain, con Knockin' On Heaven’s Door, che in quel tour era magia pura, mescolata alle parole serene di auspicio e saggezza del grande Allen Ginsberg che, come molti altri, partecipò a quella grande e strana kermesse che fu la Revue.

giovedì 6 giugno 2019

Polaroid




Oggi esce al cinema Polaroid, un nuovo horror diretto dal norvegese Lars Klevberg. all'origine c'è un cortometraggio dallo stesso titolo diretto dallo stesso regista. Chi vuole sapere cosa ne penso può leggere qui la recensione che ho scritto per MYmovies.

giovedì 30 maggio 2019

The Bad Batch





The Bad Batch è un film strano, ma ci sono dei casi in cui la stranezza non ha connotati positivi. Questa non è una vera e propria recensione, ma solo alcune riflessioni sul film. Ci sono i cosiddetti spoiler, per cui chi non vuole sapere niente della trama, di come si sviluppa o va a finire, è meglio che non legga. Il film è stato in concorso al Festival di Venezia nel 2016. Del resto, è il secondo lungometraggio dell’acclamata regista di A Girl Walks Home Alone at Night, Ana Lily Amirpour.

La storia è semplice e anche piuttosto schematica. In sostanza, in un futuro più o meno prossimo dalle tinte distopiche, una vasta zona desertica è recintata e i criminali vi vengono rinchiusi perché vivano liberamente come vogliono, purché non rompano le scatole alla società. La zona è dichiarata fuori dalla giurisdizione statale. L’idea non è nuova a chi mastichi un po’ di fantascienza, anche cinematografica, ma non è che si possano sempre pretendere idee nuove. Basta che funzionino. Arlen (Suki Waterhouse) è una giovane ragazza che qualcosa di male deve averlo fatto, almeno secondo i parametri sociali imperanti, perché viene mandata nella zona dei senza legge. Spaesata, Arlen vi si addentra, ma viene aggredita da due tizi che la portano in un accampamento dove, senza tanti giri di parole, le tagliano un braccio e una gamba e se la pappano. Perché quello è il modus vivendi di quella comunità. Arlen, vede che ci sono altri nelle sue stesse condizioni, amputati e incatenati in attesa di essere mangiati un po’ alla volta. Ma Arlen è una tipa tosta e sia pure con l’handicap fisico che adesso si ritrova riesce a liberarsi, a fracassare il cranio alla sua carceriera e ad allontanarsi in qualche modo su uno skateboard. Però tanta strada non ne farebbe se non trovasse un vagabondo (Jim Carrey) che la trasporta sino a un’altra comunità dove le cose vanno decisamente meglio. Tempo dopo, Arlen è rimessa in sesto: ha un arto artificiale e viene nutrita e riverita. Questa nuova comunità è retta da un tizio mellifluo che si fa chiamare The Dream (Keanu Reeves) e dispensa droga e pillole filosofico-religiose ai suoi, chiamiamoli così, sudditi. Il tenore di vita è molto più alto che nell’altra comunità, tutti mangiano, i cessi funzionano (come spiega nei dettagli proprio lui ad Arlen) e c’è anche musica, oltre che buonumore. Ma Arlen è sempre imbronciata. Si prende una pistola e, vagando fuori dai confini del villaggio, si imbatte in una donna della comunità cannibale accompagnata dalla figlioletta. Detto fatto, la vendicativa Arlen spara in testa alla donna, rende orfana la bambina e se la porta al villaggio. Il tozzone babbo della bambina si fa chiamare Miami Man (Jason Momoa): lo vediamo uccidere a sangue freddo, per preparare la cena, una povera donna implorante, ma ha anche buone qualità nel disegno e, scopriamo, un grande spirito paterno. Perciò si muove per recuperare la figlia e imprigiona Arlen, che, strafatta dagli allucinogeni, era uscita di nuovo dal villaggio. Intanto, The Dream si è preso a cuore la bambina e l’ha portata nella sua lussuosa casa tra molte donne incinta: le dà anche un piatto di spaghetti, che alla bambina piacciono molto. Per tagliare corto, in sostanza, Arlen prende le parti del tozzone, gli recupera la bambina e poi, anche se lui è riluttante, decide di vivere con lui, con il cannibale cioè. La bambina chiede al babbo gli spaghetti e lui invece gli fa arrosto il coniglietto che la bambina teneva stretto a sé con tanto amore. Ci dev’essere qualcosa di simbolico.

L’ambientazione desertica è interessante e alcuni momenti del film sono bizzarri nel senso giusto, come quando l’eremita interpretato da un irriconoscibile Jim Carrey, per svelare a
Miami Man se ha visto sua figlia, lo costringe a fargli un ritratto. Il più delle volte, però, il film è vittima della sua pretenziosità che lo porta ad allegorie e simbolismi spesso senza sostanza e anche a popolare la vicenda di personaggi senza costrutto. Il principale tra questi è quello interpretato dal povero Giovanni Ribisi, costretto a fare la macchietta dello squinternato. Un personaggio, tra l’altro, totalmente inutile anche ai fini narrativi. La diversità dei due villaggi o accampamenti è anch’essa potenzialmente interessante, pur se anch'essa molto schematica, ma la filosofia del film risulta poco convincente. Non direi tanto ambigua, quanto davvero poco convincente. In definitiva, il succo del film dovrebbe portarci a credere che sia meglio una comunità di cannibali - forse perché più schietti e diretti - rispetto a una comunità retta da una sorta di santone che, nella realizzazione pratica del detto marxiano che la religione è l’oppio dei popoli, rende la sua comunità serena e felice con le droghe, ma anche con un grado di civiltà e di bonarietà maggiore, direi. Mi spiace, ma questa non la compro. La ribelle Arlen, dapprima spara a bruciapelo, novella Charles Bronson, alla mamma della bambina per vendicarsi delle mutilazioni, poi invece cambia idea - ma non c’è un percorso motivazionale a rendere credibile tale cambiamento - e decide di diventare la compagna del tozzone - un torvo Jason Momoa (nientemeno che Aquaman) - che si nutre di poveracci e poveracce e se magna pure er coniglietto della sua figlioletta (figlioletta che il “cattivo” interpretato da Keanu Reeves aveva invitato gentilmente a prendersi cura dell’animaletto).

In sostanza, la storia è sin troppo schematica e i personaggi tutti sopra le righe e monodimensionali. Il fatto che il tozzone cannibale sia un immigrato clandestino che è finito nella zona senza legge apparentemente - dice lui - solo per quel motivo dovrebbe rendercelo umanamente simpatico, anche perché nutre sinceri sentimenti paterni. Il fatto che uccida persone a sangue freddo e se le mangi (e le dia da mangiare anche alla sua famigliola) evidentemente è da considerarsi un difetto scusabile. Keanu Reeves è visto come il volto umano e ammaliante del potere, mentre Miami Man ne è il volto brutale: naturalmente secondo il film bisogna parteggiare per il cannibale. Forse il concetto che il film vuol far passare è che la vera natura dell’umanità è quella predatoria e assassina e quindi bisogna accettarla senza schermature ideologico-religiose. Non so. Vedete voi. Keanu Reeves recita dando l’impressione di chiedersi come abbia fatto a finire lì. Suki Waterhouse si impegna, ma se ha capacità espressive qui le limita a una sola espressione, in sostanza.

Peccato, perché le qualità della regista si vedono, qua e là. Ma tra queste non c’è la concisione: il film dura 119 interminabili minuti. il primo quarto d'ora è ottimo: essenziale, vivace, terso e pugnace. Ho letto che a qualcuno il film è piaciuto. A qualcuno è anche piaciuto molto. A me no, però magari mi sbaglio. Non chiedetemi però di rivederlo per cambiare eventualmente idea.

venerdì 24 maggio 2019

Bob Dylan 78




Oggi è il giorno del settantottesimo compleanno di Bob Dylan ed è bello pensare che è ancora pienamente in attività e tutt’altro che relegato alla santificazione della nostalgia, caso forse più unico che raro e che è giusto celebrare.

Quest’anno apparentemente - speriamo ancora in notizie nuove - il suo tour non passa per l’Italia ed è un peccato. Però ci sono state delle interessanti uscite discografiche. In particolare More Blood More Tracks - The Bootleg Series vol. 14, dedicato a tutto ciò che è Blood on the Tracks. Molto interessante anche perché, oltre alle molte cose belle che contiene, permette di seguire l’estro creativo in azione, tra esitazioni, tentennamenti e diverse versioni egualmente pregevoli. Tra pochi giorni, inoltre, uscirà un nuovo gigantesco cofanetto dedicato alla Rolling Thunder Revue e anche quello si preannuncia imperdibile. Per non parlare del nuovo film documentario di Martin Scorsese, anch’esso dedicato alla Rolling Thunder Revue, che uscirà tra qualche giorno su Netflix.

Certo, sarebbe bello che uscisse anche un nuovo album di materiale originale (che manca ormai dal 2012), ma non si può avere tutto.

Quello passato è stato anche l’anno in cui una certa attenzione dei media (che come sempre si focalizzano sulle cose più importanti) è stata data alla reazione seccata di Bob Dylan nei confronti di tutti quelli che lo bombardano di flash fotografandolo con il telefonino durante i concerti. C’è chi ha sposato la causa di Bob Dylan e chi invece ha ritenuto esagerata la sua reazione e immotivato il divieto che impone (rectius, cerca di imporre) alle fotografie durante gli spettacoli. Io sono andato tante volte a vedere Dylan (e anche tanti altri, per la verità) e non mi è mai venuto in mente di scattare una foto durante i concerti perché stavo ascoltandoli. Una cosa che mi sono sempre chiesto ascoltando le registrazioni dei concerti nel corso degli anni è come mai ci sono molte persone che pagano il biglietto e poi passano il concerto a parlare ad alta voce tra loro oppure (e questo non lo rilevo dalle registrazioni, ovviamente, ma dalla presenza fisica ai concerti) a tenere alto il telefonino per filmare o fotografare. Capisco che per qualcuno sul palco la cosa sia seccante soprattutto se quel qualcuno ritiene di presentare uno spettacolo che richiederebbe attenzione. Se vi capita di vedere qualche filmato dei concerti di Bob Dylan negli anni ’60 (o anche di ascoltare le registrazioni dal vivo), potrete agevolmente vedere come all’epoca il suo pubblico semplicemente restava ad ascoltarlo in modo quasi religioso e poi, alla fine di ogni brano, applaudiva. In quegli anni, tra l’altro, non era raro che Bob Dylan parlasse al pubblico, per tornare su un altro argomento di lagnanza che ho visto avanzare più volte contro di lui. C’è sempre un motivo per cui le cose cambiano. Per quanto mi riguarda, quando vado a un concerto di Bob Dylan, mi siedo e ascolto.

E buon compleanno a lui.