mercoledì 3 luglio 2019

Annabelle 3


Oggi è uscito in sala Annabelle 3, il nuovo episodio della bambola maledetta che, come tutti sanno, si inserisce nell'universo cinematogarfico creato a partire da L'evocazione - The Conjuring. Lo dirige Gary Dauberman, lo sceneggiatore della serie. Lo interpretano, tra gli altri, gli ineffabili Patrick Wilson e Vera Farmiga assieme alla bravissima Mckenna Grace che con il passare degli anni ha perso la K maiuscola, ma continua a guadagnare in bravura.

Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies può cliccare qui.

Qui sopra un'immagine di Mckenna Grace nel film.

giovedì 27 giugno 2019

Ma



Oggi esce nelle sale italiane Ma, un nuovo horror psicologico diretto da Tate Taylor e interpretata dalla, come si dice, Premio Oscar Octavia Spencer.

Chi vuole sapere cosa ne penso può cliccare qui e andare sul sito di MYmovies dove si trova la recensione che ho scritto.

Qui sopra Diana Silvers in una scena del film.

giovedì 20 giugno 2019

La bambola assassina

Ieri è uscito in sala anche in Italia La bambola assassina, diretto da Lars Klevberg (Polaroid). Si tratta del remake del famoso film omonimo del 1988 che, diretto da Tom Holland, ebbe notevole successo e generò diversi seguiti.

Chi è interessato a leggere la mia recensione su MYmovies, può cliccare qui.

Qui sopra un'immagine dal film, con Aubrey Plaza in evidenza.

venerdì 14 giugno 2019

Rolling Thunder Revue: Martin Scorsese racconta Bob Dylan


Il 12 giugno ha esordito sulla piattaforma Netflix il nuovo documentario di Martin Scorsese dedicato a Bob Dylan, dopo l’eccellente No Direction Home di qualche anno fa. Questa volta l’oggetto del documentario è la famosa Rolling Thunder Revue, quello scatenato, scalcinato, turbolento tour ensemble che Dylan lanciò nel 1975 andando a bordo di corriere (guidava anche lui!) In giro per piccoli teatri nel cuore degli Stati Uniti, annunciando con volantini l’arrivo alle popolazioni interessate, quasi a sorpresa. Il tour ebbe due parti: la prima nel 1975 e la seconda, un po’ diversa come intendimenti ed effettuazione, nel 1976 (testimoniata, quest’ultima, nello speciale televisivo Hard Rain, che necessiterebbe di una bella edizione in blu ray con magari, tra gli extra, l’altro speciale televisivo che fu girato e non trasmesso).

Il documentario si intitola Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese e già il titolo ci fa intuire che non è un documentario normale. L’inizio poi è rivelatore: compaiono le immagini di un film di George Méliès, il grande illusionista della storia del cinema, quello che ha dato al cinema la magia dei primi effetti speciali che, in quanto tali, ingannavano la realtà. Infatti, il film mescola testimonianze vere a testimonianze artefatte e volutamente false per costruire un quadro immaginario dove la verità è costituito dalle canzoni, come in un certo senso ha sempre sostenuto Bob Dylan. Dylan che mostra qui in pieno il suo senso dell’umorismo un po’ maligno, ma divertente. Lo vediamo all’inizio sbottare con ironia dicendo che non si ricorda niente della Rolling Thunder Revue perché: “è successo così tanto tempo fa che non ero neanche nato”.

L’intreccio tra bugie e verità è affascinante e condotto con maestria. Così un certo Stefan van Dorp (personaggio inventato) spiega d’aver voluto girare un film sulla Revue per svelarne causticamente la realtà, Bob Dylan rivela di aver contattato Sam Shepard perché aiutasse van Dorp con la sceneggiatura (e anche Dylan qui sta al gioco della falsità), mentre poi vediamo Shepard (in una dichiarazione invece “vera”) che ricorda d’essere stato ingaggiato per scrivere la sceneggiatura. Ma naturalmente Shepard si riferisce al fatto che è stato ingaggiato per scrivere la sceneggiatura (o meglio collaborare alla scrittura) di Renaldo & Clara, il film, vero ma ormai nascosto da decenni (e per il quale anche sarebbe necessaria una bella uscita in blu ray), girato da Dylan nel corso della Rolling Thunder Revue.

Il gioco che inscenano Scorsese e Dylan è sottile e anche divertente, ben lontano da No Direction Home, che era un vero documentario. Questo invece rasenta, senza mai arrivarci del tutto, il mockumentary.

Anche l’intervento di Sharon Stone e la citazione dei Kiss sono fasulli in modo divertente. Dylan sembra voler suggerire d’essersi dipinto la faccia di bianco (come faceva nella Revue) quasi per fare come i Kiss, ma appena finisce la dichiarazione di Dylan, si parte con un estratto da Les enfants du paradis (1945) di Marcel Carné, che all’epoca Dylan rivelò essere uno dei suoi film preferiti dicendo d’essersi ispirato a quello per la pittura bianca in faccia. Il gioco prevede quindi la falsità e nel contempo la chiave per coglierla.

Ma non è solo un gioco futile. È invece forse in linea con lo spirito picaresco, teatrale e affascinante della Revue, che non è stato un tour normale. È stato un tour del tutto al di fuori della normalità. E anche il film che lo ricorda è al di fuori della normalità. E come sempre accade nei suoi interventi ogni tanto Dylan ti prende di sorpresa dicendo, tra ricordi semiseri, delle verità profonda che spiazzano, come quando parla di Kerouac e Ginsberg.

Il tocco più geniale, in questo gioco, avviene quando compare sulla scena il deputato Jack Tanner, che non è solo un personaggio inventato da altri, ma è anche e soprattutto un personaggio inventato da altri. Precisamente da Robert Altman per la sua miniserie televisiva Tanner ’88 (1988). Qui Tanner compare interpretato dallo stesso attore, Michael Murphy, che lo interpretava per Altman. La cosa rende il gioco evidente anche a chi fosse stato prima distratto, dato che Murphy è attore ben noto (anche per diversi film di Woody Allen). Sembra quasi che Scorsese e Dylan abbiano inserito questa “testimonianza” alla fine proprio appunto per rendere noto a tutti che quello che hanno visto non era un normale documentario.

Alcuni momenti musicali sono molto intensi e inusuali, come quando Dylan canta da solo The Ballad of Ira Hayes scritta da Peter La Farge nella riserva indiana di Tuscarora, ricordando, a un pubblico che sa bene di cosa si tratta, la storia dell’eroe di guerra indiano finito male anche a causa dell’ingratitudine dello Stato per cui aveva combattuto e che già, quello Stato, aveva depredato di tutto gli indiani.

Le esibizioni della Rolling Thunder Revue sono fiammeggianti e di qualità eccezionale. Scorse si sofferma soprattutto su The Lonesome Death of Hattie Carroll (forse qui nella sua versione migliore delle tante che abbiamo sentito nel corso degli anni) e Isis (una canzone appena scritta in quel momento e che Dylan “sentiva” molto). E Hurricane che Scorsese presenta praticamente per intero compiendo il colpo di genio di interromperla poco prima della fine per mostrarci il vero Hurricane, il pugile Rubin Carter, che racconta le sue impressioni sulla canzone e su Bob Dylan. Canzone che poi riprende per il finale, preso da un altro concerto.

Il film finisce, praticamente (c’è una sorta id bis nei titoli di coda con Romance in Durango), come già lo speciale Hard Rain, con Knockin' On Heaven’s Door, che in quel tour era magia pura, mescolata alle parole serene di auspicio e saggezza del grande Allen Ginsberg che, come molti altri, partecipò a quella grande e strana kermesse che fu la Revue.

giovedì 6 giugno 2019

Polaroid




Oggi esce al cinema Polaroid, un nuovo horror diretto dal norvegese Lars Klevberg. all'origine c'è un cortometraggio dallo stesso titolo diretto dallo stesso regista. Chi vuole sapere cosa ne penso può leggere qui la recensione che ho scritto per MYmovies.

giovedì 30 maggio 2019

The Bad Batch





The Bad Batch è un film strano, ma ci sono dei casi in cui la stranezza non ha connotati positivi. Questa non è una vera e propria recensione, ma solo alcune riflessioni sul film. Ci sono i cosiddetti spoiler, per cui chi non vuole sapere niente della trama, di come si sviluppa o va a finire, è meglio che non legga. Il film è stato in concorso al Festival di Venezia nel 2016. Del resto, è il secondo lungometraggio dell’acclamata regista di A Girl Walks Home Alone at Night, Ana Lily Amirpour.

La storia è semplice e anche piuttosto schematica. In sostanza, in un futuro più o meno prossimo dalle tinte distopiche, una vasta zona desertica è recintata e i criminali vi vengono rinchiusi perché vivano liberamente come vogliono, purché non rompano le scatole alla società. La zona è dichiarata fuori dalla giurisdizione statale. L’idea non è nuova a chi mastichi un po’ di fantascienza, anche cinematografica, ma non è che si possano sempre pretendere idee nuove. Basta che funzionino. Arlen (Suki Waterhouse) è una giovane ragazza che qualcosa di male deve averlo fatto, almeno secondo i parametri sociali imperanti, perché viene mandata nella zona dei senza legge. Spaesata, Arlen vi si addentra, ma viene aggredita da due tizi che la portano in un accampamento dove, senza tanti giri di parole, le tagliano un braccio e una gamba e se la pappano. Perché quello è il modus vivendi di quella comunità. Arlen, vede che ci sono altri nelle sue stesse condizioni, amputati e incatenati in attesa di essere mangiati un po’ alla volta. Ma Arlen è una tipa tosta e sia pure con l’handicap fisico che adesso si ritrova riesce a liberarsi, a fracassare il cranio alla sua carceriera e ad allontanarsi in qualche modo su uno skateboard. Però tanta strada non ne farebbe se non trovasse un vagabondo (Jim Carrey) che la trasporta sino a un’altra comunità dove le cose vanno decisamente meglio. Tempo dopo, Arlen è rimessa in sesto: ha un arto artificiale e viene nutrita e riverita. Questa nuova comunità è retta da un tizio mellifluo che si fa chiamare The Dream (Keanu Reeves) e dispensa droga e pillole filosofico-religiose ai suoi, chiamiamoli così, sudditi. Il tenore di vita è molto più alto che nell’altra comunità, tutti mangiano, i cessi funzionano (come spiega nei dettagli proprio lui ad Arlen) e c’è anche musica, oltre che buonumore. Ma Arlen è sempre imbronciata. Si prende una pistola e, vagando fuori dai confini del villaggio, si imbatte in una donna della comunità cannibale accompagnata dalla figlioletta. Detto fatto, la vendicativa Arlen spara in testa alla donna, rende orfana la bambina e se la porta al villaggio. Il tozzone babbo della bambina si fa chiamare Miami Man (Jason Momoa): lo vediamo uccidere a sangue freddo, per preparare la cena, una povera donna implorante, ma ha anche buone qualità nel disegno e, scopriamo, un grande spirito paterno. Perciò si muove per recuperare la figlia e imprigiona Arlen, che, strafatta dagli allucinogeni, era uscita di nuovo dal villaggio. Intanto, The Dream si è preso a cuore la bambina e l’ha portata nella sua lussuosa casa tra molte donne incinta: le dà anche un piatto di spaghetti, che alla bambina piacciono molto. Per tagliare corto, in sostanza, Arlen prende le parti del tozzone, gli recupera la bambina e poi, anche se lui è riluttante, decide di vivere con lui, con il cannibale cioè. La bambina chiede al babbo gli spaghetti e lui invece gli fa arrosto il coniglietto che la bambina teneva stretto a sé con tanto amore. Ci dev’essere qualcosa di simbolico.

L’ambientazione desertica è interessante e alcuni momenti del film sono bizzarri nel senso giusto, come quando l’eremita interpretato da un irriconoscibile Jim Carrey, per svelare a
Miami Man se ha visto sua figlia, lo costringe a fargli un ritratto. Il più delle volte, però, il film è vittima della sua pretenziosità che lo porta ad allegorie e simbolismi spesso senza sostanza e anche a popolare la vicenda di personaggi senza costrutto. Il principale tra questi è quello interpretato dal povero Giovanni Ribisi, costretto a fare la macchietta dello squinternato. Un personaggio, tra l’altro, totalmente inutile anche ai fini narrativi. La diversità dei due villaggi o accampamenti è anch’essa potenzialmente interessante, pur se anch'essa molto schematica, ma la filosofia del film risulta poco convincente. Non direi tanto ambigua, quanto davvero poco convincente. In definitiva, il succo del film dovrebbe portarci a credere che sia meglio una comunità di cannibali - forse perché più schietti e diretti - rispetto a una comunità retta da una sorta di santone che, nella realizzazione pratica del detto marxiano che la religione è l’oppio dei popoli, rende la sua comunità serena e felice con le droghe, ma anche con un grado di civiltà e di bonarietà maggiore, direi. Mi spiace, ma questa non la compro. La ribelle Arlen, dapprima spara a bruciapelo, novella Charles Bronson, alla mamma della bambina per vendicarsi delle mutilazioni, poi invece cambia idea - ma non c’è un percorso motivazionale a rendere credibile tale cambiamento - e decide di diventare la compagna del tozzone - un torvo Jason Momoa (nientemeno che Aquaman) - che si nutre di poveracci e poveracce e se magna pure er coniglietto della sua figlioletta (figlioletta che il “cattivo” interpretato da Keanu Reeves aveva invitato gentilmente a prendersi cura dell’animaletto).

In sostanza, la storia è sin troppo schematica e i personaggi tutti sopra le righe e monodimensionali. Il fatto che il tozzone cannibale sia un immigrato clandestino che è finito nella zona senza legge apparentemente - dice lui - solo per quel motivo dovrebbe rendercelo umanamente simpatico, anche perché nutre sinceri sentimenti paterni. Il fatto che uccida persone a sangue freddo e se le mangi (e le dia da mangiare anche alla sua famigliola) evidentemente è da considerarsi un difetto scusabile. Keanu Reeves è visto come il volto umano e ammaliante del potere, mentre Miami Man ne è il volto brutale: naturalmente secondo il film bisogna parteggiare per il cannibale. Forse il concetto che il film vuol far passare è che la vera natura dell’umanità è quella predatoria e assassina e quindi bisogna accettarla senza schermature ideologico-religiose. Non so. Vedete voi. Keanu Reeves recita dando l’impressione di chiedersi come abbia fatto a finire lì. Suki Waterhouse si impegna, ma se ha capacità espressive qui le limita a una sola espressione, in sostanza.

Peccato, perché le qualità della regista si vedono, qua e là. Ma tra queste non c’è la concisione: il film dura 119 interminabili minuti. il primo quarto d'ora è ottimo: essenziale, vivace, terso e pugnace. Ho letto che a qualcuno il film è piaciuto. A qualcuno è anche piaciuto molto. A me no, però magari mi sbaglio. Non chiedetemi però di rivederlo per cambiare eventualmente idea.

venerdì 24 maggio 2019

Bob Dylan 78




Oggi è il giorno del settantottesimo compleanno di Bob Dylan ed è bello pensare che è ancora pienamente in attività e tutt’altro che relegato alla santificazione della nostalgia, caso forse più unico che raro e che è giusto celebrare.

Quest’anno apparentemente - speriamo ancora in notizie nuove - il suo tour non passa per l’Italia ed è un peccato. Però ci sono state delle interessanti uscite discografiche. In particolare More Blood More Tracks - The Bootleg Series vol. 14, dedicato a tutto ciò che è Blood on the Tracks. Molto interessante anche perché, oltre alle molte cose belle che contiene, permette di seguire l’estro creativo in azione, tra esitazioni, tentennamenti e diverse versioni egualmente pregevoli. Tra pochi giorni, inoltre, uscirà un nuovo gigantesco cofanetto dedicato alla Rolling Thunder Revue e anche quello si preannuncia imperdibile. Per non parlare del nuovo film documentario di Martin Scorsese, anch’esso dedicato alla Rolling Thunder Revue, che uscirà tra qualche giorno su Netflix.

Certo, sarebbe bello che uscisse anche un nuovo album di materiale originale (che manca ormai dal 2012), ma non si può avere tutto.

Quello passato è stato anche l’anno in cui una certa attenzione dei media (che come sempre si focalizzano sulle cose più importanti) è stata data alla reazione seccata di Bob Dylan nei confronti di tutti quelli che lo bombardano di flash fotografandolo con il telefonino durante i concerti. C’è chi ha sposato la causa di Bob Dylan e chi invece ha ritenuto esagerata la sua reazione e immotivato il divieto che impone (rectius, cerca di imporre) alle fotografie durante gli spettacoli. Io sono andato tante volte a vedere Dylan (e anche tanti altri, per la verità) e non mi è mai venuto in mente di scattare una foto durante i concerti perché stavo ascoltandoli. Una cosa che mi sono sempre chiesto ascoltando le registrazioni dei concerti nel corso degli anni è come mai ci sono molte persone che pagano il biglietto e poi passano il concerto a parlare ad alta voce tra loro oppure (e questo non lo rilevo dalle registrazioni, ovviamente, ma dalla presenza fisica ai concerti) a tenere alto il telefonino per filmare o fotografare. Capisco che per qualcuno sul palco la cosa sia seccante soprattutto se quel qualcuno ritiene di presentare uno spettacolo che richiederebbe attenzione. Se vi capita di vedere qualche filmato dei concerti di Bob Dylan negli anni ’60 (o anche di ascoltare le registrazioni dal vivo), potrete agevolmente vedere come all’epoca il suo pubblico semplicemente restava ad ascoltarlo in modo quasi religioso e poi, alla fine di ogni brano, applaudiva. In quegli anni, tra l’altro, non era raro che Bob Dylan parlasse al pubblico, per tornare su un altro argomento di lagnanza che ho visto avanzare più volte contro di lui. C’è sempre un motivo per cui le cose cambiano. Per quanto mi riguarda, quando vado a un concerto di Bob Dylan, mi siedo e ascolto.

E buon compleanno a lui.

giovedì 23 maggio 2019

L'angelo del male - Brightburn




Oggi esce nelle sale italiane L'angelo del male - Brightburn, un horror atipico che mescola orrore e superomismo in modo piuttosto originale (non è il primo film a farlo, ma non ce ne sono stati poi tanti). Regista è David Yarovesky, produttore il James Gunn di Guardiani della galassia.

Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies deve solo fare clic qui.

giovedì 16 maggio 2019

Unfriended: Dark Web




Oggi è uscito nelle sale italiane Unfriended: Dark Web, il seguito di Unfriended.

Sia questo che quello hanno come caratteristica quella di svolgersi interamente sullo schermo di un computer con l'utilizzo di familiari applicazioni cosiddette social.

Chi è interessato può leggere la recensione che ho scritto per MYmovies cliccando qui.

Qui sopra un'immagine dal film, con Rebecca Rittenhouse in evidenza.

Suspiria di Luca Guadagnino



Il remake, o meglio la reinvenzione, del capolavoro di Dario Argento, Suspiria, a opera di Luca Guadagnino è ora disponibile in streaming su Amazon Prime Video. Per l'occasione ho scritto qualche considerazione sul film per MYmovies. Chi è interessato a leggere tali considerazioni può fare clic qui e andare su MUmovies. Buona lettura.

sabato 11 maggio 2019

La Banda sul Messaggero dei Ragazzi n. 1036



Nel nuovo numero del Messaggero dei Ragazzi (il n. 1036 datato maggio 2019) compare una nuova avventura della Banda, il variegato gruppo di ragazzini per il quale scrivo le sceneggiature.

Il titolo di questa nuova storia è Tutti in gita e proprio di questo si tratta, di una gita in una città d'arte per ammirare chiese e monumenti che si trasforma in dramma per l'improvvisa scomparsa di una bambina. I ragazzi della Banda così si mobilitano per ricercare la bambina smarrita, mentre i genitori si preoccupano e sale la concitazione.

Tra umorismo e azione, la storia è stata questa volta disegnata dalla brava Giorgia Catelan che ha fatto davvero un ottimo lavoro, come si può intuire anche dalle poche vignette ripprodotte qui sopra.

lunedì 29 aprile 2019

Chambers



Da venerdì scorso è disponibile su Netflix la prima stagione di una nuova serie horror, Chambers. Sono dieci episodi e tra gli attori c'è la gloriosa Uma Thurman.

Chi è interessato può cliccare qui ed essere catapultato sul sito di MYmovies, alla recensione che ho scritto per loro.