giovedì 24 maggio 2018

Bob Dylan 77

Come sempre non posso sottrarmi al post celebrativo e augurale per il compleanno del grande Bob. Anche quest’anno è passato aggiungendo qualche tassello ulteriore a quello che è ormai un grande puzzle di complessità insondabile, sempre in costruzione e sempre cangiante come la casa della vedova Winchester, ma per fortuna ricco di cose buone invece che di fantasmi.

Quest’anno ci ha portato altri concerti e soprattutto, in quest’ambito, l’atteso ritorno in Italia. Sono stato a Mantova a vederlo, come ho già relazionato qui, e anche stavolta si può dire che i concerti sono stati di qualità, pur se molto diversi da quelli che si potevano vedere venti o trenta o magari più anni fa. Ma chi è che non cambia? E soprattutto perché il cambiamento dovrebbe essere visto come qualcosa di negativo? Uno dei punti di forza di Bob Dylan, invece, è stato sempre il cambiamento, la capacità di rinnovarsi costantemente. Di essere sempre diverso e nello stesso tempo sempre uguale, sempre coerente a se stesso.

Un tassello importante che ci ha portato quest’anno è stato la pubblicazione e la riscoperta del periodo cosiddetto cristiano attraverso il nuovo cofanetto della serie The Bootleg Series, intitolato Trouble No More. Notevole per varietà e infinite sfaccettature, quel periodo oggi può essere visto con occhi diversi (e sentito con orecchie diverse) da quelli del tempo in cui quei dischi uscirono. Ricordo benissimo il mio sconcerto e le mie perplessità, allora. Mi ci volle un po’ per rendermi conto di quello che stava facendo e per accettarlo perché era un cambiamento radicale. La prima volta che ho ascoltato Slow Train Coming l'ho fatto in una cabina audio in un negozio di dischi a Londra nell'estate del 1979, quando il disco era appena uscito. Rimasi copito, musicalmente, in particolare da Precious Angel, ma rimasi anche un po' perplesso per i testi, per quel che potevo capire allora.  Per fortuna, a mio avviso, i dischi del periodo cristiano andarono in crescendo, non so se come qualità, ma sicuramente come appeal per me. So che Slow Train Coming è un disco ben più perfetto di Saved, ma a me è sempre piaciuto di più (o meglio ho sempre ascoltato più volentieri) quest’ultimo, con la grandissima What Can I Do For You?. E Shot of Love mi è piaciuto ancora di più, con canzoni imprescindibili come In the Summertime ed Every Grain of Sand. Trouble No More ci porta in mezzo al mare mosso e magno di un tumulto creativo di notevole intensità e ci fa sentire (e vedere, c’è anche un dvd) molto anche del significativo periodo concertistico di quegli anni. Avrei desiderato un cd solo di versioni di Forever Young live del 1981 (ho parlato qui della grandezza di quelle versioni: tra l'altro in quel post del 2009 concludevo proprio augurandomi che decidessero di far uscire un Bootleg Series dedicato a quei concerti. Non credo che alla Columbia mi leggano, ma per fortuna è più o meno successo): mi sono dovuto accontentare di solo una versione, ma c’è molto altro di cui godere.

Per il futuro speriamo in altri concerti e soprattutto, anche se bisogna dargli atto di aver comunque fatto più che abbastanza da meritarsi un riposo creativo, un nuovo album di inediti. Manca dal 2012, speriamo che il 2018 sia l’anno buono.

giovedì 10 maggio 2018

La Banda nel Messaggero dei Ragazzi n. 1024

Nel numero 1024 (maggio 2018) del Messaggero dei Ragazzi - il numero attualmente in distribuzione - compare una nuova storia della Banda, la serie a fumetti che scrivo da alcuni anni. I disegni questa volta sono della bravissima Giorgia Catelan che anche questa volta ha saputo trovare la chiave giusta per raccontare una storia particolare.



Particolare soprattutto per l'argomento che tratta. Il titolo della storia, Il velo, ci fa intuire l'argomento, legato molto all'attualità del mondo in  cui viviamo adesso. Non è facile trattare argomenti come questo e ci ho messo parecchio a capire come potevo fare a esprimere il concetto nel modo migliore, senza essere didattico o didascalico o peggio ancora banale. Non so se ci sono riuscito, ma ci ho provato senza scansare le difficoltà, puntando in modo semplice e diretto alla questione. E cercando soprattutto di mantenere una brillantezza del racconto che non metta in secondo piano l'intrattenimento che deve comunque essere garantito da una storia che voglia interessare i lettori. Il messaggio migliore, come si sa, è quello che non si vede, ma non sempre è possibile celarlo. Quando non è possibile, bisogna fare in modo che il messaggio sia inserito in una vicenda brillante. 

Qualcuno ricorderà quello che un giorno disse il grande Samuel Goldwyn (grande anche per come riuscì a insinuarsi nel nome della MGM!): "Se vuoi mandare un  messaggio, spedisci un telegramma, non fare un film". Si potrebbe parafrasare la frase sostituendo un fumetto al film, no? Però anche se Goldwyn non aveva torto non si può neppure dire che avesse ragione, se non nel senso che ha detto una frase arguta e simpatica. Di film eccezionali con un messaggio ce ne sono parecchi. Di fumetti, anche. Non necessariamente questo, naturalmente, ma provarci non è mai male.

lunedì 7 maggio 2018

L'arbitro infallibile e la Gazzetta dello Sport

La passione per il calcio non mi ha mai abbandonato in tutti questi decenni e mi ha spinto a scrivere parecchie storie di ambiente calcistico: per il Messaggero dei Ragazzi, per Il Giornalino e soprattutto per Topolino. Una di queste storie si intitolava Paperino e l'arbitro infallibile: è stata pubblicata sul numero 2428 di Topolino nel giugno 2002 (che a voi magari sembra lontano, ma a me sembra ancora molto vicino) ed è stata disegnata da Valerio Held, valente disegnatore disneyano di lungo corso.

Oggi questa storia è stata rievocata da un bell'articolo firmato Licari-Gasparotto sul sito, nientemeno, della gloriosa Gazzetta dello Sport, quotidiano che ha colorato di rosa le mie letture per anni e anni. C'è stato un periodo (pre-spezzatino) in cui La Gazzetta del lunedì (che come qualcuno si ricorderà racchiudeva le partite di tutte le serie calcistiche che allora invariabilmente giocavano tutte di domenica) era un vero e proprio rito, per me. Tutt'ora la leggo con regolarità e con piacere.

Chi vuole leggere l'articolo, non ha che da cliccare qui e precipitarsi sul sito della Gazzetta. Chi vuole invece leggere la storia deve ricercare quel vecchio Topolino o le varie altre pubblicazioni in cui è stata ristampata, anche di recente (per i dettagli consultate l'inducks, naturalmente).

Come si capisce leggendo l'articolo della Gazzetta, la storia teorizzava sull'avvento di un arbitro robotico finalmente infallibile che incarnava quella che all'epoca veniva invocata come "la moviola in campo", cercando di ipotizzare cosa avrebbe potuto succedere nel difficile equilibrio che, tra tifo e ragione, regge il mondo del calcio. L'argomento mi interessava e per questo ho scritto quella storia. Il calcio mi interessa ancora, forse più che mai, e lo conosco bene. Credo che questo possa trasparire non solo da questa storia, ma da tutte quelle che ho scritto di ambiente calcistico, cercando di esplorare aspetti poco trattati in ambito fumettistico (qualcuno si ricorda Paperino procuratore sopraffino? Non credo. Io però me la ricordo).

Per intanto, ringrazio Stefano Intini che mi ha segnalato l'articolo (che mi era sfuggito) e anche Andrea Smedile che me lo ha anche lui successivamente segnalato su Facebook.

mercoledì 2 maggio 2018

Suspiria 2018

Tra un po' dovrebbe uscire il remake di Suspiria, il classico film horror che rappresenta forse la migliore riuscita di Dario Argento. Il remake è diretto da Luca Guadagnino, un regista con un curriculum di notevole interesse, ma del tutto scevro da puntate nel genere orrorifico. Un bene o un male? Chissà. Chi è interessato a leggere alcune mie considerazioni preliminari sul remake - senza aver io visto ancora niente, peraltro - può cliccare qui ed essere trasportato sul sito di MYmovies.

lunedì 9 aprile 2018

Bob Dylan a Mantova, 8 aprile 2018

Ieri sera a Mantova, al Palabam, per il mio ventesimo concerto dylaniano. Sala affollatissima (non di marinai, penso) e puntualità al minuto, come sempre, da parte di Bob Dylan. Questa è una cosa che ho sempre apprezzato perché significa professionalità (che anche in un artista sommo come lui non guasta) e rispetto per il pubblico. Apprezzo meno che parte del pubblico non manifesti lo stesso rispetto e arrivi a concerto già iniziato costringendo gli altri ad alzarsi per consentire ai ritardatari di prendere posto.

Avevo letto alcune recensioni che lamentavano lo stato della voce di Bob Dylan, ma devo dire che, invece, la voce è in ottima forma, soprattutto rispetto a qualche anno fa. Il cantato è sempre preciso e le parole molto spesso distinguibili (il che è tutto dire, come ogni dilaniano ben sa). La band è compatta e ormai perfettamente rodata. La formazione è la stessa da tempo e questo si riflette nella performance: l’immarcescibile Tony Garnier al basso, George Recile alla batteria, Sto Kimball alla chitarra ritmica. Charlie Sexton alla chitarra solista e poi il multistrumentista Donnie Herron. Dylan invece suona il piano. Il che ci porta alla prima considerazione. Dopo la chitarra (ormai assente in pianta stabile dal 2003), sembra essersene andata anche l’armonica che sino a un paio d’anni fa era una coloritura immancabile dei concerti dylaniani. La cosa, devo dire, mi dispiace. Ricordo che la prima cosa che facevo anni fa quando usciva un nuovo disco di Dylan era di guardare nel retro copertina del vinile la composizione della banda e controllare se Dylan suonava l’armonica. Se lo faceva - quasi sempre lo faceva, ma non sempre - ero rassicurato. Per qualche motivo, il suono dell’armonica di Dylan ha sempre avuto un fascino particolare. E non solo per me. Comunque, così stanno le cose e bisogna prenderne atto.

Il concerto è stato molto buono. Se n’è andato l’intervallo a metà concerto e l’esibizione è tornata compatta con solo la breve pausa prima dei bis. La scaletta è stato un bilanciato insieme di canzoni vecchie e nuove, con un contorno delle ormai famigerate cover sinatriane che, peraltro, non sono niente male e sono state particolarmente apprezzate dal pubblico, con applausi a scena aperta (durante l’esecuzione, cioè).

L’esordio, come ormai sempre avviene da anni, è stato con Thing Have Changed, una canzone formidabile che aveva trovato qualche anno fa la sua forma perfetta e trascinante. Dato che però Dylan non riesce a stare fermo, quella perfezione è stata abbandonata alla ricerca di un nuovo arrangiamento che mantiene la potenza della canzone, ma, a mio avviso, in qualche modo risulta meno perfetto, più instabile, anche a causa di qualche strana incertezza della band nella parte iniziale del brano. Resta comunque una canzone ottima, con un testo perfettamente adatto ai nostri tempi.

Don’t Think Twice, It’s Alright è stata cantata in modo molto sentito, con una profonda adesione alle parole di quella che resta un canzone capolavoro, una canzone di indipendenza, per così dire. l’arrangiamento, uno dei tantissimi cui questa canzone è stata sottoposta, è molto azzeccato: lento, coinvolgente, con la voce di Dylan in grande evidenza.

Highway 61 Revisited è un vecchio cavallo di battaglia che mantiene sempre la sua forza trascinante e anche questa volta non tradisce.

Simple Twist of Fate, una delle migliori canzoni da un album capolavoro (Blood on the Tracks), è stata presentata in una versione ottima, rallentata e sentita. Anche in questo caso, Dylan l’ha cantata con grande adesione al testo.

Duquesne Whistle, la canzone d’apertura del suo ultimo album di originali in studio (Tempest), mi era sembrata un po’ incerta in altre versioni dal vivo, ma questa volta, pur un po’ imprecisa nell’avvio, si è poi manifestata in una versione trascinante e coinvolgente.

Melancholy Mood, la prima delle cover cosiddette “sinatriane”, ha visto Dylan abbandonare il piano e, da consumato crooner, esibirsi a centro palco con il microfono in mano. L’effetto è stato notevole e la performance vocale molto attenta.

Honest With Me è un’altra di quelle canzoni dal ritmo trascinante che fanno sempre il loro effetto dal vivo pur non essendo, in questo caso, una canzone di particolare valore.

Tryin’ To Get to Heaven è una delle migliori canzoni di un altro album capolavoro (Time Out of Mind). L’arrangiamento attuale è molto diverso da quello, perfetto, dell’album ed è un po’ difficile da riconoscere. L’esito è inferiore alla versione da studio perché non sembra esserci perfetta sincronia tra il cantato e l’accompagnamento: sembra mancare precisione e condivisione. La canzone resta però potente per quello che dice - la metafora principale è suggestiva (cercare di arrivare in Paradiso prima che chiudano la porta) - e per come Dylan lo dice.

Once Upon a Time, seconda cover “sinatriana”, è un altro pezzo d’atmosfera, reso in modo molto buono.

Pay in Blood è un’altra canzone da Tempest: tagliente e sulfurea, è stata resa con un’esecuzione selvaggia e “cattiva”, come deve essere.

Tangled Up in Blue, altro classico da Blood on the Tracks, è stata presentata in una versione intensa e suggestiva, con un arrangiamento molto lontano da quello originale, ma capace di mantenere intatta la forza della canzone.

Early Roman Kings, un bluesaccio da Tempest è, come Honest With Me, una canzone decisamente minore che però ha una forza ritmica che la rende di particolare efficacia dal vivo. Anche questa volta non ha tradito, sotto questo profilo.

Desolation Row, super classico, è una canzone che non tradisce mai. Trascinante e coinvolgente, è stata eseguita con bravura e sentimento da Bob Dylan cui si può perdonare se nell’occasione ha ripetuto due volte la stessa strofa. Uno dei punti massimi del concerto.

Love Sick, da Time Out of Mind, è una di quelle rare canzoni che Dylan non ha mai sentito l’esigenza di modificare. L’arrangiamento, potente e suggestivo, è praticamente rimasto sempre lo stesso della versione originale in studio: l’atmosfera di distacco e di consapevolezza che il testo crea viene accompagnato benissimo dalla musica con un effetto di notevole compiutezza.

Autumn Leaves è stata la terza e ultima cover “sinatriana”, anche stavolta molto ben accolta dal pubblico e molto ben eseguita.

Thunder on the Mountain, la famosa canzone in cui Dylan cita Alicia Keys, è un’altra di quelle canzoni che dal vivo risultano certamente migliorate, anche per il loro ritmo trascinante. Di rilievo l’assolo batteristico di George Recile che ha richiamato alla memoria certi assoli che erano frequenti negli anni ’70. Notevole l’esecuzione, nel complesso.

Soon After Midnight, canzone romantica per eccellenza e azzeccato accompagnamento dylaniano delle sue cover sinatriane, ha svolto alla perfezione il suo compito di contrappasso tranquillo e suggestivo dopo lo scatenamento della canzone precedente.

Long and Wasted Tears, capolavoro da Tempest, è una canzone che, nella sua concisione e precisione, rasenta la perfezione nella rappresentazione delle inevitabile asperità relazionali di coppia: Dylan l’ha cantata come sempre con grande partecipazione emotiva, in un arrangiamento che riprende l’originale, ammorbidendolo.

È stata poi la volta dei bis, il primo dei quali è stato una versione trascinante di Blowin’ in the Wind e il secondo un’interpretazione ottima di un’altra canzone che non tradisce mai, Ballad of a Thin Man.

Alla fine, pubblico in piedi e applausi sentiti. Anche questa volta, niente male.


Per la precisione, la foto qui sopra l'ho scattata un'ora prima del concerto: la sala si è poi riempita.

martedì 3 aprile 2018

Ghost Stories, una rivisitazione della tradizione



Tra qualche giorno - il 19 aprile, per l'esattezza - esce in sala anche in Italia il film Ghost Stories, un horror antologico diretto da Jeremy Dyson e Andy Nyman. Si tratta di un film che riprende e rivisita la tradizione britannica delle storie di fantasmi e, anche, dei film antologici. In questi termini, per l'appunto, ne ho scritto in un approfondimento per MYmovies che, se vi interessa, potete leggere cliccando qui.

lunedì 2 aprile 2018

Il Mattino di Padova e Stefania Casini ovvero Quarant’anni fa: io c’era.

Qualche giorno fa il Mattino di Padova, quotidiano locale, ha festeggiato i suoi quarant’anni di vita. La cosa mi ha interessato anche a livello personale perché in effetti in quel primo numero di quel quotidiano quarant’anni fa ero presente anch’io (e lo sarei stato parecchie volte in seguite per un certo periodo di tempo). Ed ero presente con un’intervista a Stefania Casini che avevo incontrato sul set del film che stava girando nel veneziano per la regia di Antonio Bido, regista padovano di notevole bravura. Il film era un thriller che avrebbe assunto il titolo di Solamente nero, ma che allora si intitolava ancora provvisoriamente Dietro l’angolo il terrore. Era il film con cui Bido intendeva bissare il successo ottenuto con un altro thriller, Il gatto dagli occhi di giada, parzialmente girato proprio a Padova.

Trascorsi un’intera giornata sul set del film, facendo parecchie interviste: praticamente intervistavo  (molto volentieri) chiunque riuscivo ad avvicinare. Ne ho già parlato qualche anno fa, di quell’esperienza, proprio su questo blog. Naturalmente quando si trattò di pubblicare qualcosa della mole di materiale che avevo preparato, la redazione del quotidiano virò sull’intervista a Stefania Casini, per quel tocco di glamour che garantiva. Ricordo ancora la notevole cordialità dell’attrice durante l’intervista. Appassionato di horror com’ero (e come sono) ero molto interessato alle sue esperienze in quel campo, ma mi incuriosiva anche la versatilità da lei dimostrata nel corso della carriera sino a quel momento (e sarebbe stato lo stesso anche nel prosieguo): lei rispose a tutto con simpatia e autoironia.

Qui sopra riproduco l’articolo che uscì quel giorno. Non è una scansione, ma una fotografia: credo però che si riesca a leggere comunque abbastanza bene.

Negli anni successivi scrissi parecchie recensioni per quel quotidiano e occasionalmente qualche intervista, per esempio a Giorgio Albertazzi e anche - ma non venne pubblicata perché il giorno prima della data prevista per la pubblicazione ne uscì un’altra per il quotidiano padovano concorrente - a Renato Rascel (se la ritrovo, magari la pubblico qui, dopo quarant’anni). Poi le nostre strade, come si dice, si separarono. Quando però è tempo di anniversari, i ricordi riaffiorano, per così dire.

domenica 11 marzo 2018

Il vortice dei ricordi: cosa c’è dietro


Che cosa c’è dietro Il vortice dei ricordi (il mio romanzo di fantascienza per ragazzi recentemente pubblicato da Alcheringa Edizioni)? Ma ovviamente ciò che c’è dietro è il retrocopertina! E vale la pena di parlarne. Lo vedete pubblicato qui in evidenza e in tutta la sua magnificenza. Lo ha disegnato il grande Stefano Intini, artista poliedrico noto soprattutto per le sue frequentazioni disneyane (che sono state anche le mie, talvolta), ma non solo: Stefano ha fatto molto altro e molto bene.

Di recente, nell’introduzione al catalogo di una mostra cui ha partecipato, così ho parlato di lui (e, dato che sono un ambientalista, provvedo a riciclare la mia prolusione): “Con la quieta potenza di chi possiede un talento notevole e lo libera sicuro dell’esito cui perverrà, Stefano Intini ha seguito un percorso progressivo che lo ha portato a diventare uno dei disegnatori disneyani più efficaci e personali, seguendo senza apparente sforzo - come un vero natural, un predestinato - il cammino che da iniziale allievo di un maestro come Giorgio Cavazzano lo ha fatto diventare egli stesso un maestro, con uno stile personalissimo, oggetto, come si diceva di quel settimanale enigmistico, di numerose imitazioni. La poliedricità di uno stile così autentico e originale lo ha portato inevitabilmente a progetti extra Disney di assoluto valore, tra i quali non si può non ricordare almeno il Petit Pierre scritto per lui da un altro grande disneyano (e non solo) come Corrado Mastantuono. Ma tra strisce, vignette e lavori pubblicitari, c’è molto altro a testimoniare una irrequietezza e una curiosità tipiche del creativo”.

Come si può desumere dal mio non molto vecchio post sui disegnatori delle mie storie, Stefano è piazzatissimo nella mia top ten e questo vuol dire che abbiamo collaborato parecchio e, per quanto mi riguarda, molto volentieri: a parte Disney, abbiamo lavorato insieme per l’Unione Sarda (grazie al sempiterno Silvio Camboni), per Prezzemolo, e per altro ancora. E direi che non è ancora finita, per fortuna.

La sua capacità nel campo della caricatura è proverbiale e si evidenzia anche in questo caso: in una sola vignetta è riuscito a compendiare gran parte del mio lavoro con citazioni che magari ai più possono sfuggire, ma non a me. In un disegno è racchiuso un piccolo mondo, in sostanza. Avere un disegno di Stefano Intini nel retro copertina del mio romanzo è stato un privilegio. Così come, non va dimenticata l’ottima copertina di Nicola Pasquetto, che riproduco qui sotto e di cui abbiamo già parlato.



Tra copertina e retrocopertina c’è il romanzo, un sacco di parole che mi auguro possa essere interessante e possa perciò trovare qualcuno, appunto, interessato alla sua lettura. Trattandosi di un libro che sottolinea l’importanza dei ricordi, mi permetto di ricordare che Il vortice dei ricordi è disponibile nei vari negozi on line e anche in libreria, per lo più su ordinazione, come ho già spiegato qui. Don’t dare to miss it.

mercoledì 7 marzo 2018

The Lodgers

Tra qualche giorno esce in sala un nuovo horror, The Lodgers - Non infrangere le regole, un film irlandese diretto da Brian O'Malley. Film d'atmosfera, rinverdisce la tradizione tutta britannica (anche se qui, come detto, siamo in Irlanda) delle ghost stories lugubri e morbose.

Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies deve solo cliccare qui e verrà catapultato su quel glorioso sito proprio alla pagina giusta.


Nelle foto qui sopra compare in evidenza la protagonista Charlotte Vega, attrice anglospagnola di notevole bellezza e bravura.

giovedì 15 febbraio 2018

Nexus di Michele Pastrello


Quante cose si possono dire in cinque minuti senza nemmeno usare le parole? Nexus, il nuovo cortometraggio di Michele Pastrello ci dimostra che in quel breve volgere di tempo si può dire molto, anche usando solo le immagini, assieme a un attento e ispirato uso della musica. E si può dire molto andando parecchio in profondità nello scandagliare l'animo umano con una precisione e una nitidezza che impressionano, con una sincerità che è quasi difficile da sostenere.

Nexus racconta di un legame profondo che vince confini apparentemente insuperabili e nello stesso tempo testimonia la forza e la potenza del ricordo, che può tenere vivo ciò che forse non lo è più. Il candore della rappresentazione è disarmante e l'interpretazione del protagonista sublime nella sua naturalezza. Ma soprattutto è la perfezione della regia e del montaggio a sorprendere per la maturità autoriale che dimostra. Non c'è niente di superfluo e niente di meno di quello che ci dovrebbe essere per veicolare nel modo migliore il messaggio narrativo o meglio la filosofia che esso sottende. Non c'è neanche quel compiacimento per la bellezza delle immagini che talvolta subentrava, legittimamente ma non sempre a pieno servizio della narrazione, in precedenti lavori di Pastrello. La perfetta adesione allo spirito del racconto porta l'autore a una concisione e a un'economia narrativa difficilmente migliorabili.

Il film si può vedere su YouTube a questo link. Vi consiglio di non perdere l'occasione.

venerdì 2 febbraio 2018

La Banda nel Messaggero dei Ragazzi n. 1021


Nel numero 1021 (febbraio 2018) del Messaggero dei Ragazzi, attualmente in distribuzione, c'è una nuova storia della Banda, la serie che sto con piacere scrivendo da qualche anno. Il titolo di questo episodio è Primavera: siamo un po' in anticipo rispetto alla primavera meteorologica, ma ciò costituisce di certo un buon auspicio per il bel tempo che presto verrà e, comunque, la primavera di cui la storia parla è metaforica, quella del cuore, che può venire in qualsiasi momento, anche nel momento più buio dell'inverno, quando meno ce lo si aspetta.

I ragazzi della Banda si troveranno quindi alle prese con qualcosa di nuovo, qualcosa di insolito da affrontare e, nel farlo, si confronteranno anche con un nuovo personaggio che non entrerà a far parte fissa del cast, ma tornerà più di qualche volta. Come sempre, il gioco è corale e ciascuno dei personaggi interagisce con gli altri alla ricerca di una soluzione che mantenga salda l'amicizia.

Ai disegni torna la brava Giorgia Catelan che anche questa volta si dimostra perfettamente all'altezza (e anche più) della situazione. Devo dire che è un vero piacere collaborare con il gruppo di disegnatori di grande bravura che si alterna in questa serie: oltre a Giorgia, ci sono Luca Salvagno (creatore grafico della serie), Francesco Frosi e Isacco Saccoman. 

Qui sopra alcune vignette che rendono l'idea e mi auguro possano incuriosire e spingere a leggere la storia.

lunedì 29 gennaio 2018

Slumber - il demone del sonno

Questo giovedì esce in sala Slumber - Il demone del sonno un nuovo horror che ha al centro la relazione tra noi umani e i nostri sogni, nonché con, forse, qualcuno o qualcosa che ne approfitta. Alla regia l'esordiente Jonathan Hopkins, mentre la protagonista è Maggie Q, qui sopra in una scena dal film.

Chi è intertessato a sapere che cosa ne penso, può andare qui e leggere la recensione che ho scritto per MYmovies.