giovedì 22 settembre 2016

Curtis Hanson (1945-2016)

Ci sono registi da cui ti aspetti sempre il colpo d’ala che porti a compimento la loro carriera dandole una sommità che realizzi appieno il potenziale. Il colpo d’ala sembra non arrivare mai e poi arriva invece la morte del regista a porre compimento alla sua carriera e anche a tutto il resto. Allora guardi indietro e vedi che in effetti, invece, la carriera è stata una bella carriera e i film realizzati erano già un corpus notevole. Curtis Hanson era, per me, uno di questi registi. Forse non ha diretto capolavori, ma ha fatto parecchi film interessanti.

A partire dai primi, Sensualità morbosa (1972) ed Evil Town (1977), ha fatto capire di non disdegnare di sporcarsi le mani con i generi “bassi”. Poi ha trovato modo di salire di categoria e di farsi notare con un gioiellino come l’hitchockiano La finestra della camera da letto (1987) che all’epoca mi colpì per la nitidezza degli intenti e la bravura registica che palesava. Dopo la conferma con Cattive compagnie (1990), La mano sulla culla (1992), uno psycho-thriller pressoché perfetto con una Rebecca DeMornay grandissima. Quando le ambizioni autoriali crescono, emergono opere talvolta affascinanti, ma spesso imperfette. L.A. Confidential (1997), pur geniale rivisitazione del noir, sembra mancare del mordente del romanzo di Ellroy, in parte smussato negli angoli e “nostalgizzato”, probabilmente per una precisa scelta di campo. Wonder Boys (2000) resta un film con molti pregi, ma anche con qualcosa di irrisolto nel sottofondo non direi buonista, ma forse sin troppo ottimista. Lo stesso, ma con un grado di irresolutezza maggiore, può dirsi di Le regole del gioco, un film che affronta una tematica classica del cinema hollywoodiano senza forse riuscire ad attualizzarla. E poi ci sono altri film, anche di grande successo, come 8 Mile. Una carriera che forse poteva essere più cospicua, ma non è per nulla irrilevante.



 


E soprattutto, per quel che mi riguarda, è interessante il rapporto che ha legato Hanson a Bob Dylan, che per lui ha scritto due delle sue rare canzoni per il cinema. Una è la meravigliosa Things Have Changed (per Wonder Boys) e l’altra è la toccante Huck’s Tune (per Le regole del gioco). In entrambi i casi, Dylan è riuscito a cogliere l’essenza dei film, approfondendola e portandola a vette di concisa perfezione. In particolare Things Have Changed, come, se ci si pensa, Knockin' on Heaven's Door, ha la peculiarità di essere perfettamente aderente allo scopo e funzionale al film e di essere al tempo stesso così autonoma da guadagnare col tempo significati ulteriori e così profondi da renderla sempre attuale.

martedì 20 settembre 2016

Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 4 René Cardona



Il quarto capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac edizioni) ci porta in Messico, una nazione dalla notevole e variegata produzione cinematografica, articolata su diversi generi, ma nota internazionalmente soprattutto per le sue cose più strane e bizzarre. Se colonne portanti del cinema messicano sono i melodrammi, le commedie e i film musicali, non c’è dubbio che gli horror e i film sui lottatori mascherati sono le pellicole che più hanno colpito il pubblico occidentale. Ebbene René Cardona si è cinemntato in ognuno di questi generi (melodrammi compresi) e in altri ancora, sempre con un’efficienza e uno stile rimarchevoli. Inoltre, era pure un ottimo attore e sotto questa veste ha girato una notevole quantità di film. Insomma, c’è molto da scoprire su di lui, per chi abbia voglia di farlo.

Nel libro cerco di seguire la sua carriera dagli inizi con alcune simpatiche commedie dopo essere espatriato da Cuba sino al consolidarsi della sua carriera, dando conto del suo incontro con alcuni tra gli attori simbolo del cinema messicano, come Antonio Aguilar e Pedro Infante e dei suoi bizzarrissimi film per ragazzi, come il suo Santa Claus (che va visto per credere davvero che sia stato fatto) o Joselito in America.

Ma, certo, i film per i quali Cardona è maggiormente ricordato sono quelli con le lottatrici mascherate e quelli con Santo, el enmascarado de plata, l’eroe un po’ panzuto, ma sommamente atletico, che ha dominato per decenni il cinema fantastico messicano in decine di film scatenati nei quali interpretava sostanzialmente se stesso, un wrestler che non si toglieva mai la maschera, ma proprio mai. Cardona li ha sempre diretti con pacata parsimonia di enfasi, dando rigore e anche eleganza, se si vuole, a un contesto del tutto sopra le righe. I titoli sono molti - tra i migliori Operacion 67 con i suoi discreti tocchi di erotismo e Santo e il tesoro di Dracula, accompagnato dalla sua versione erotica - e sono tutti degni di riscoperta e di analisi perché sono un viaggio nell’insolito e nell’incredibile.







Ancora più interessanti sono i film sulle lottatrici mascherate: il ciclo è più breve, ma contiene delle vere gemme e comprende anche, a latere, lo psychotronico per eccellenza, Korang la terrificante bestia umana, vero e proprio capolavoro dell’assurdo e dello sleaze. Quando l’ho visto la prima volta, in un piccolo cinema della mia città qualcosa come oltre 40 anni fa, non ci volevo credere: raccontato con la massima serietà, ma assolutamente insensato, è un film scoppiettante e nello stesso tempo così pieno di luoghi comuni da esserne in sostanza privo.

Non è che tutti i film di Cardona siano dei capolavori, è più probabile che nessuno lo sia, ma se si vuole vedere qualcosa di diverso, non si può trasacurare la sua opera, tutt’altro che tirata via. Se non altro, penso che questo capitolo del libro possa essere un’utile guida alla sua riscoperta, con la consapevolezza che non sono film che possono piacere a tutti (se mai ce ne sono).

Qui sopra un impagabile Santo in giacca e cravatta da Operacion 67.

lunedì 19 settembre 2016

Topostorie - Il ciclone


A volte ritornano, si dice. Nel caso delle mie storie disneyane direi che è più corretto dire che molto spesso ritornano. La questione è complessa, ma la ignoreremo. Come ha scritto Bob Dylan (in Mississippi): “You can always come back, but you can’t come back all the way”.

Anyway, nella pubblicazione Topostorie, il n. 28 è dedicato a Paperoga, è intitolato, appropriatamente, Il ciclone e contiene quattro mie storie di varie epoche. Topostorie è interessante perché, come i vecchi Classici di Walt Disney, non si limita a raccogliere storie vecchie e meno vecchie, ma le unisce con una storia cornice che le lega insieme. Ancora più interessante è il fatto che l’autore della sceneggiatura della storia cornice, nonché curatore della collana, è Massimo Marconi, principe degli editor disneyani e redattore che ricordo con molta stima e affetto con riferimento ai lunghi anni in cui ho avuto modo di collaborare con lui.

La storia cornice, in questo caso, è particolarmente riuscita e aggiunge spesso qualcosa anche alle storie, non solo collegandole adeguatamente, ma anche sviluppandone alcuni aspetti. Non è facile e bisogna dare atto a Massimo Marconi d’aver fatto un ottimo lavoro.

Come ho già scritto altre volte su questo blog, non mi occupo di segnalare tutte le ristampe delle mie storie disneyane perché tutto sommato sono ancora più rivolto al presente e al futuro che al passato, ma quando succede che siano raggruppate in modo consistente faccio delle eccezioni: come scriveva, più o meno, Lee Falk, ci sono delle volte in cui l'Ombra che Cammina percorre le strade della città come i comuni mortali e questa è una di quelle volte.

Paperino e la corsa degli audaci l’ho scritta nel 1992 ed è stata pubblicata nel 1993. L’ha disegnata il compianto Giuseppe Dalla Santa e la ricordo in particolare perché è stata la prima delle mie storie disneyane disegnate da lui, dopo che aveva disegnato una mia storia nel 1976 per tutt’altra pubblicazione. Voleva essere una storia corale e in effetti lo è. Rileggendola, non mi sembra male: quello era un periodo di ricerca, per me, di evoluzione dopo un periodo piuttosto difficile. Le due storie successive che ho scritto sono state Zio Paperone e il sogno interrotto (disegnata da Alessandor Gottardo) e Zio Paperone e l’uomo dei paperi (Giorgio Cavazzano), due storie che rendono l’idea del tipo di cambiamento che cercavo.

Paperino & Paperoga e il deposito come nuovo l’ho scritta invece nel 1994 ed è stata pubblicata nel 1996. Sono stato contento che a disegnarla sia stato Enrico Faccini, un autore completo e tra i migliori. In questo caso, il periodo era invece ottimo, per me, e la storia voleva essere lo sviluppo catastrofico di una monocoltura concettuale. Ne sono soddisfatto, rappresenta bene un momento di bulimia creativa in cui anche le cose minori, come questa, hanno un loro rilievo.

Paperoga e la giornata troppo perfetta l’ho scritta nel 1999 ed è stata pubblicata nel 2000. In un periodo di ripensamento, l’idea era quella di giocare con il personaggio e con la percezione che lui ha di se stesso, oltre alla percezione che di lui hanno gli altri. Con tutto ciò che ne consegue, anche relativamente alla volontà di trovare qualcosa di relativamente nuovo. I disegni sono di Claudio Panarese.

Paperoga abracadabra l’ho scritta nel 2001 ed è stata pubblicata nello stesso anno. Anche in questo caso il tentativo era di giocare sulla relazione tra i paperi e sul loro desiderio, forse buonista ma sincero, di supportare Paperoga per non ferirne i sentimenti: un approccio, quindi, un po’ diverso dal solito. Alcune idee, rileggendole anche adesso, mi piacciono ancora molto. I disegni sono di Lara Molinari.

Interessante è anche il fatto che, forse casualmente, le storie sono comunque ordinate in senso cronologico. Forse vuol dire qualcosa, ma non so bene cosa.

Qui sopra una pagina della storia disegnata da Faccini.

Lo so che si tratta del numero di agosto e che nel frattempo ne è uscito un altro, ma non è che la tempestività sia sempre una delle mie priorità.

mercoledì 31 agosto 2016

La Banda sul Messaggero dei Ragazzi n. 1004!

Nel nuovo numero del Messaggero dei Ragazzi, il n. 1004 (settembre 2016) attualmente in distribuzione, c'è una nuova avventura della Banda, il gruppo di ragazzini che da qualche tempo imperversa sulle pagine della rivista. La nuova storia - come sempre, per fortuna, scritta da me - si intitola Il bambino scomparso e, in modo molto diretto, proprio di questo tratta: un bambino è scappato di casa e tutti lo cercano preoccupati, anche i ragazzi della Banda, che, lasciati da parte dagli adulti che non credono in una loro possibilità d'essere utili, vogliono risolvere il caso anche per dimostrare agli adulti che si sbagliano.

Come ho già scritto in questo blog, il creatore grafico della serie è il grande Luca Salvagno, che ha impostato graficamente i personaggi e ha disegnato, per il momento, i primi tre episodi. Il quarto episodio è stato disegnato da Francesco Frosi e stavolta è invece di turno la giovanissima Giorgia Catelan che si disimpegna con disinvoltura e bravura. Giorgia - è il caso di segnalarlo - è anche un'ottima colorista e, sotto questa veste, aveva già collaborato con me per i due fumetti disegnati, ottimamente, da Davide Perconti e pubblicati proprio sul Messaggero dei Ragazzi l'anno scorso (Un goal in più e Billy il bugiardo). Qui sopra alcune vignette da cui si può capire la qualità del lavoro di Giorgia.

domenica 21 agosto 2016

il cinema dell'eccesso su FilmTV


Sul numero 33 di FilmTV, quello attualmente in edicola, compare una breve recensione - a cura della redazione, che ringrazio per l'attenzione - del mio Il cinema dell'eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac Edizioni). Inutile dire che mi fa molto piacere questa segnalazione, anche perché FilmTV si segnala da anni come una rivista insostituibile per gli appassionati di cinema, non solo in TV.

giovedì 18 agosto 2016

The Witch


Il cinema horror, come ho già detto altre volte (e non lo dico solo io), non solo è un genere di ampia latitudine che comprende cose diversissime, ma è anche un genere che mostra sempre un'ammirevole capacità di generare prodotti interessanti, anche quando sembra attraversare periodi di stanca. Oggi esce in sala The Witch di Robert Eggers, un horror psicologico e d'atmosfera che riprende tematiche già viste (streghe, caccia alle streghe, oscurantismo bigotto nel XVII secolo), ma lo fa con notevole serietà di intenti (bastasse però essere seri saremmo capaci quasi tutti) e soprattutto con grande capacità, narrativa e visuale. Senza voler qui fare un Bignami della mia recensione, vi invito ad andare su MYmovies a leggerla: basta fare un clic qui. Per conto mio, posso aggiungere che di certo aspetto con interesse le prossime prove di Eggers.


Qui sopra un'immagine di Anya Taylor-Joy, indiscussa protagonista della vicenda, oltre all'immagine iconica principale del film.

martedì 2 agosto 2016

Paradise Beach - Dentro l'incubo

Gli squalo-movies sono sempre con noi: sui nostri schermi, ne è infatti in arrivo un altro. Si intitola Paradise Beach - Dentro l’incubo e mette di fronte una donna intraprendente e un gigantesco squalo bianco intransigente (e famelico). Il regista è Jaume Collet-Serra che in ambito horror ci ha già dato La maschera di cera (interessante, ma non senza difetti) e soprattutto il notevole Orphan.

Se vi interessa leggere la recensione che ho scritto per MYmovies non avete che da cliccare qui.

Qui sopra un immagine dal film, con la protagonista Blake Lively in evidenza.

sabato 30 luglio 2016

Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 3 i Findlay

Proseguo nella presentazione del contenuto del mio ultimo libro, Il cinema dell’eccesso vol. 2 - Stati Uniti e Resto del mondo (Crac edizioni) arrivando al terzo capitolo, dedicato a una strana coppia dell’exploitation, formata dai coniugi Findlay, Michael e Roberta. Difficile trovare qualcosa di più strano. Negli anni in cui hanno formato un sodalizio, lui fungeva da regista e spesso da attore protagonista, mentre lei, ben più giovane, era la sua musa, interpretava spesso parti di contorno e talvolta co-firmava la regia. Siamo all’interno dell’exploitation più selvaggia, nell’ambito dei cosiddetti roughies, quel genere di film succeduti ai nudies puri e semplici, nel quale anche Doris Wishman, di cui ho parlato nel capitolo 2, si era cimentata. Come la Wishman, ma forse anche di più, Michael Findlay era un regista del tutto anomalo, particolare. Sicuramente non un regista per il quale era fondamentale girare in modo elegante, ma altrettanto sicuramente un regista capace di sorprendere per la bizzarria delle sue opere (in uno dei suoi primi film c’è persino Yoko Ono come attrice!). Talvolta grezzo, tirato via, ma spesso ricco di un fascino morboso, il suo cinema passa da nefandezze paradossali (come i suoi film “vendicativi” e misogini appartenenti alla cosiddetta Trilogia della carne) a curiosissime riflessioni erotico-bucolico-filosofiche come Mnasidika. La sua carriera, dalle prospettive diventate sempre più asfittiche col passare del tempo, ha seguito la consueta parabola dei registi di exploitation di quegli anni, caduta nel porno compresa, ma è stata segnata alla fine da un destino decisamente avverso: prima la strana vicenda del film Snuff (“read all about it”, come dicevano gli strilloni una volta, nel libro) e poi l’improvvisa morte in un incidente d’elicottero dai contorni incredibili.




Roberta, dalla quale Michael era già separato all’epoca della morte, ha proseguito la sua carriera da sola dimostrando un maggiore pragmatismo e probabilmente una minore originalità d’autrice. Insediatasi comodamente nella scena porno, come regista, ne ha fatto parte per parecchio tempo senza particolari problemi o ripensamenti, riposizionandosi poi nel cinema “normale” con diversi piccoli horror di qualità altalenante, ma senza che anche nei momenti buoni l’altalena si elevasse più di tanto. Poi, a un certo punto, si è fermata senza rimpianti: la scena in cui operava semplicemente non esisteva più e lei, resasene conto, si è fatta da parte. In sostanza, un’altra vicenda umana e autoriale da approfondire possibilmente attraverso la lettura del libro.


Qui sopra un'immagine da L'oracolo di Roberta Findlay.

La Banda sul Messaggero dei Ragazzi n. 1003!

Mi è sempre piaciuto il calcio, devo ammetterlo. Giocarlo e guardarlo giocare. Non mi piace definirmi tifoso (perché sembra riferirsi a uno affetto da una malattia), ma appassionato di certo sì. La cosa non poteva che ripercuotersi anche sulla mia attività di sceneggiatore e in effetti le mie storie che hanno a che fare col calcio sono parecchie, in tutti gli ambiti. Per Topolino ne ho fatte molte, occupandomi di vari aspetti del mondo del calcio: assieme a quelle magari più note anche perché spesso ristampate (come Paperino e Paperoga allenatori super allenati), ce ne sono altre che ricordo solo io e neanche sempre (tipo Paperino procuratore sopraffino, che peraltro mi piacque molto scrivere). Anche per Il Giornalino ne ho scritte diverse, compresa una con Rosco e Sonny. Per il Messaggero dei Ragazzi nel secolo scorso scrissi Quelli della sud, disegnata da mio fratello Gianni e in epoche molto più recenti, nel 2015, Un goal in più disegnato da Davide Perconti.

Tutta questa premessa per dire che l'ho fatto ancora. Nel n. 1003 (agosto 2016) del Messaggero dei ragazzi, attualmente in distribuzione, c'è una mia storia che è ambientata nel mondo del calcio giovanile. Il titolo è Il nuovo mister e appartiene alla serie della Banda, di cui ho già parlato in questo blog. Questa volta i disegni, dopo le ottime prove del creatore grafico della serie Luca Salvagno, sono del bravo Francesco Frosi che riesce a rendere in modo coinvolgente situazioni e ambienti calcistici. Questo è il quarto episodio di questa serie e altri ne seguiranno a breve e anche a medio termine. Sono molto soddisfatto dei risultati: creare una serie non è mai facile, ma in questo caso la qualità dei collaboratori e il supporto redazionale e direzionale sono stati tali da facilitare di molto la riuscita e quindi speriamo bene (perché l'importante è poi che il tutto piaccia ai lettori, veri e unici giudici).

lunedì 25 luglio 2016

La notte del giudizio - Election Year


Giovedì esce in sala il terzo film della serie iniziata con La notte del giudizio e proseguita con Anarchia - La notte del giudizio. Anche questa volta il regista è James DeMonaco e il titolo è La notte del giudizio - Election Year perché nel film, come del resto anche nella realtà, è l'anno delle elezioni presidenziali. Ogni riferimento alla politica attuale è chiaramente non casuale. E del resto i film distopici hanno spesso l'ambizione di commentare la realtà dandone una descrizione solo in apparenza deformata.

Chi è interessato a sapere cosa ne penso può cliccare qui e fiondarsi sul sito di MYmovies e leggere la mia recensione del film.

Qui sopra un'immagine di Frank Grillo, che ritorna nei panni di Leo Barnes, che nel secondo film della serie era l'assoluto protagonista: qui la prende un po' meno sul personale, ma si dà molto da fare lo stesso.

lunedì 18 luglio 2016

La Banda sul Messaggero dei Ragazzi n. 1002


Anche nel numero 1002 (luglio 2016) del Messaggero dei Ragazzi c'è un episodio della serie La Banda (il fumetto che sto scrivendo in questo periodo). L'episodio si intitola La doppia processione e mette in scena in modo spero divertente un classico esempio in cui qualcosa che dovrebbe unire invece divide, con la conseguente necessità di porvi rimedio in qualche modo.

I disegni sono di Luca Salvagno, il creatore grafico della serie. Autore che non ha bisogno di presentazioni, per poliedricità e bravura ha pochi rivali: una sua caratteristica che ho potuto apprezzare in questa serie è la capacità di rendere al meglio e con grande leggibilità anche scene gremite e oggettivamente complicate. Comprimere in otto pagine un'avventura comporta talvolta una compattezza narrativa che può creare qualche problema al disegnatore, ma Luca se l'è sempre cavata alla grande e i racconti si sono sempre mantenuti ariosi e socrrevoli. Let's keep on keepin' on. La serie prosegue.

lunedì 11 luglio 2016

I Hated, Hated, Hated This Movie di Roger Ebert

Quando ho cominciato a scrivere recensioni cinematografiche avevo il gusto della stroncatura. Mi piaceva avere la possibilità di usare ironia e sarcasmo nei confronti di chi aveva realizzato dei film che mi sembravano brutti. È una cosa normale: le stroncature sono più facili delle recensioni elogiative e consentono di solito al recensore di diventare egli stesso il protagonista della propria recensione attraverso un articolato sfoggio di quel senso di superiorità che spesso pervade chi deve (o vuole) giudicare. Col tempo il mio punto di vista è molto cambiato. Forse l’essere anche un (modesto) creatore di storie - in qualche modo un autore - mi ha permesso di comprendere le difficoltà della creazione e mi ha reso meno facile la stroncatura divertita, quella che si fa beffe di chi comunque ha creato qualcosa. Adesso, se mi capita - e per l’onestà che devo a chi legge le mie recensioni, mi capita - di giudicare negativamente un film, lo faccio cercando in modo costruttivo di spiegare perché non mi è piaciuto e di non limitarmi ad apodittiche prese in giro della presunta incapacità altrui. Le recensioni che ogni tanto scrivo per questo blog, per esempio, generalmente sono positive perché, potendo scegliere, scrivo di ciò che mi è piaciuto. Quelle che scrivo per MYmovies o sui miei libri (il Dizionario dei film horror, per esempio), invece, per loro natura possono anche essere negative, ma, pur indulgendo talvolta in un po’ di ironia spero che non possano mai essere definite “cattive”.

Questa lunga premessa, serve per chiarire come mi pongo di fronte all’arte della stroncatura e come mi pongo di fronte all’autore dell’opera che recensisco, con rispetto per il suo sforzo. Ma l’arte della stroncatura ha molti sostenitori, non senza i loro perché. Tra questi possono esserci i critici cinematografici che potrei definire come "protagonisti" della loro recensione. Quei critici così importanti da essere diventati a loro volta dei personaggi, in grado di orientare i gusti dei loro lettori. Quei critici per i quali la loro recensione è già in se stessa un’opera d’arte, più importante forse di ciò che recensiscono. Roger Ebert (scomparso nel 2013) era sicuramente uno dei critici più importanti e caustici. Curiosamente, ha avuto anche una breve avventura come sceneggiatore per Russ Meyer e già questo solo fatto può far capire che non aveva certo la puzza sotto il naso e sapeva apprezzare l’exploitation e il cinema di serie B quando capitava. 


Il titolo del libro in questione, I Hated, Hated, Hated This Movie (Andrews McMeel Publishing, e-book 2013), fa già capire l’atteggiamento: si tratta di una raccolta di recensioni di Ebert scritte durante gli anni: tutte, esclusivamente, stroncature. Leggerle una di seguito all’altra produce un effetto è curioso, perché, pur tra una certa costanza nell'irrisione, si coglie la varietà strutturale e ricercata dell’impianto stroncatorio dove a volte del film si accenna appena tanto poco lo si è valutato e dove altre volte Ebert usa compiacersi di forbite circonvoluzioni per mettere alla berlina gli autori dei film in questione. Su tutto, un notevole sfoggio di ironia che rende la lettura piacevole anche se non sempre si conoscono i film.


La scelta di pubblicare un libro tutto di stroncature è curiosa, ma il risultato ha la sua brillantezza: non ha più importanza di che film si tratti, ma l’esercizio di una brillante cattiveria in sé. I film sono di vario genere e di varie epoche: si va da film molto noti a pellicole di così basso livello produttivo da chiedersi come mai siano finite nelle rotte critiche di Ebert. È recensito persino, per dirne uno, TNT Jackson, curioso (e fiacco) esempio di blaxploitation rinforzata (o indebolita, piuttosto, visto come sono eseguite) dalle arti marziali. Non mancano anche le stroncature che non ti aspetti, come per esempio L’inquilino del terzo piano di Polanski che io, invece, per dirne uno, ho sempre molto apprezzato. Mi è anche dispiaciuto un po’ leggere la sprezzante stroncatura di The Switchblade Sisters anche perché si riverberava su tutta la carriera di Jack Hill, di cui Ebert salva solo i film con Pam Grier (e solo perché c’era Pam Grier). Il libro è comunque pieno di scoperte e chiunque, credo, può trovare qualcuno dei suoi favoriti tra gli sfavoriti di Ebert. Non è questo l’importante: l’importante è che il libro è divertente da leggere e per quanto io mi ponga riguardo alle stroncature nel modo che ho sopra descritto e non sempre sia d’accordo comunque con i giudizi di Ebert, mi sono decisamente divertito a leggerlo.

Il libro è in inglese e l’ho letto in e-book.