mercoledì 4 luglio 2018

Flani (20) I diavoli n. 2

Stimolato da un post su facebook di Tim Lucas (critico insigne ed editore per tanti anni della mirabile rivista Video Watchdog, cui sono stato abbonato finché è durata), riprendo a rispolvere quegli strani artefatti pubblicitari che si usavano una volta. Il film riesumato per l'occasione è I diavoli n. 2 che naturalmente non ha nulla a che fare con il film di Ken Russell, ma è stato intitolato così dalla distribuzione italiana per capitalizzare sul successo di Oliver Reed ne I diavoli. In originale il film si intitolava Blue Blood ed è una sorta di versione horror morbosa de Il servo di Losey e, per questo, l'ho inserito nel mio Dizionario dei film horror. Regista è Andrew Sinclair, di cui è il penultimo film di quattro: non una lunga carriera, come regista.

Il flano punta sull'aspetto morboso e sulla presenza di Oliver Reed (e del suo "agghiacciante sguardo"). 

Lucas, giustamente, si stupiva della disinvoltura dei distributori italiani che avevano fatto passare un film che non c'entrava niente con I diavoli come un suo seguito. La cosa è disdicevole, in effetti, non meno di come lo siano stati tutti i vari seguiti apocrifi (di film stranieri, prevalentemente) prodotti o distribuiti in Italia in quegli anni. Ma gli americani restano maestri di disinvoltura in questo campo e basterebbe a ricordarlo il fatto che l'ultimo film di Mario Bava (Schock) venne initolato, negli USA, Beyond the Door II per farlo credere il seguito di Beyond the Door, titolo americano per Chi sei?, altro noto horror italiano. Tutto il mondo è paese.

giovedì 28 giugno 2018

La Banda nel Messaggero dei Ragazzi n. 1026!


Nel numero 1026 del Messaggero dei Ragazzi (è il numero di luglio, già in distribuzione) c'è una nuova avventura della Banda, intitolata Il mistero del castello e in effetti, vi posso garantire, ci sono entrambi: mistero e castello. 

Ai disegni questa volta torna il bravo Francesco Frosi, sperimentato e ispirato componente dell'ottimo gruppo di disegnatori che si dedica a illustrare le storie che scrivo per questa serie giunta ormai al suo terzo anno di vita (e speriamo che prosegua almeno sino a diventare maggiorenne). Ai colori c'è Stefania Miola, che se la cava egregiamente.

Questa volta si tratta di un'avventura a tutto tondo con sfumature gialle e, mi auguro, soprattutto un po' di divertimento. I ragazzi della Banda sono costretti dalle circostanze a dividersi e successivamente si dividono ulteriormente in seguito a uno scontro tra individualità confliggenti, come capita spesso. Ma quando le cose si fanno serie, i contrasti si superano per cercare il bene comune.

 Qui sopra una mezza paginata che dovrebbe rendere l'idea del tono della storia e soprattutto della bravura di Francesco.

domenica 3 giugno 2018

The Key - Il viaggio di Michele Pastrello





The Key - Il viaggio è il nuovo cortometraggio di Michele Pastrello: pochi minuti di rara intensità a raccontare senza parole una storia complessa e commovente che mette di nuovo a confronto la natura umana con la Natura, il finito con l'infinito. Lo sviluppo narrativo è incalzante e coinvolgente: è impossibile non essere colpiti dal dramma che traspare dal viaggio di una donna nel proprio dolore. Un dolore che sembra insuperabile e inconsolabile proprio perché legato a una perdita terribile. Sembra, perché Pastrello conclude la storia su una nota di consapevolezza che ci ricorda come nulla di ciò che sembra perso lo è davvero, in un certo modo. Un finale che non sa di consolazione, ma appunto di presa di coscienza.

La capacità di raccontare per immagini di Pastrello è ormai arrivata a una perfezione di forma davvero impressionante. A questo si aggiunge una capacità tecnica matura e notevole, con la nitidezza e la suggestività della fotografia e la persuasività dell’accompagnamento musicale. Protagonista assoluta è la brava e intensa Eleonora Bolla che ha accompagnato il regista in parecchi dei suoi lavori.

A questo punto, l’auspicio è quello di vedere finalmente un lungometraggio di Pastrello: sarebbe di certo qualcosa di positivo e direi quasi imprescindibile per il cinema italiano.

Il film è visibile su Youtube a questo link e vi consiglio di non perdere l’occasione.

lunedì 28 maggio 2018

The Strangers: Prey at Night

Dieci anni fa uscì The Strangers, esordio alla regia per Bryan Bertino. Si trattava di un horror sul classico tema della home invasion, con l'ambizione di tentare (moderate) varianti di qualche tipo, forse magari anche filosofico-concettuale. Vi giganteggiava la sempre bella Liv Tyler. Chi vuol sapere cosa penso di quel film deve consulktare il mio Dizionario dei film horror (seconda edizione).

Tra qualche giorno esce nelle sale il sequel di quel film, intitolato The Strangers: Prey at Night e diretto dall'indaffarato Johannes Roberts, regista molto attivo nel campo. Chi vuole sapere cosa penso di questo remake può cliccare qui e leggere la recensione che ho scritto per MYmovies: procedura ben più semplice rispetto alla precedente, ma tant'è.

Qui sopra un'immagine dal film con in evidenza le protagoniste femminili Christina Hendricks e Bailee Madison.

giovedì 24 maggio 2018

Bob Dylan 77

Come sempre non posso sottrarmi al post celebrativo e augurale per il compleanno del grande Bob. Anche quest’anno è passato aggiungendo qualche tassello ulteriore a quello che è ormai un grande puzzle di complessità insondabile, sempre in costruzione e sempre cangiante come la casa della vedova Winchester, ma per fortuna ricco di cose buone invece che di fantasmi.

Quest’anno ci ha portato altri concerti e soprattutto, in quest’ambito, l’atteso ritorno in Italia. Sono stato a Mantova a vederlo, come ho già relazionato qui, e anche stavolta si può dire che i concerti sono stati di qualità, pur se molto diversi da quelli che si potevano vedere venti o trenta o magari più anni fa. Ma chi è che non cambia? E soprattutto perché il cambiamento dovrebbe essere visto come qualcosa di negativo? Uno dei punti di forza di Bob Dylan, invece, è stato sempre il cambiamento, la capacità di rinnovarsi costantemente. Di essere sempre diverso e nello stesso tempo sempre uguale, sempre coerente a se stesso.

Un tassello importante che ci ha portato quest’anno è stato la pubblicazione e la riscoperta del periodo cosiddetto cristiano attraverso il nuovo cofanetto della serie The Bootleg Series, intitolato Trouble No More. Notevole per varietà e infinite sfaccettature, quel periodo oggi può essere visto con occhi diversi (e sentito con orecchie diverse) da quelli del tempo in cui quei dischi uscirono. Ricordo benissimo il mio sconcerto e le mie perplessità, allora. Mi ci volle un po’ per rendermi conto di quello che stava facendo e per accettarlo perché era un cambiamento radicale. La prima volta che ho ascoltato Slow Train Coming l'ho fatto in una cabina audio in un negozio di dischi a Londra nell'estate del 1979, quando il disco era appena uscito. Rimasi copito, musicalmente, in particolare da Precious Angel, ma rimasi anche un po' perplesso per i testi, per quel che potevo capire allora.  Per fortuna, a mio avviso, i dischi del periodo cristiano andarono in crescendo, non so se come qualità, ma sicuramente come appeal per me. So che Slow Train Coming è un disco ben più perfetto di Saved, ma a me è sempre piaciuto di più (o meglio ho sempre ascoltato più volentieri) quest’ultimo, con la grandissima What Can I Do For You?. E Shot of Love mi è piaciuto ancora di più, con canzoni imprescindibili come In the Summertime ed Every Grain of Sand. Trouble No More ci porta in mezzo al mare mosso e magno di un tumulto creativo di notevole intensità e ci fa sentire (e vedere, c’è anche un dvd) molto anche del significativo periodo concertistico di quegli anni. Avrei desiderato un cd solo di versioni di Forever Young live del 1981 (ho parlato qui della grandezza di quelle versioni: tra l'altro in quel post del 2009 concludevo proprio augurandomi che decidessero di far uscire un Bootleg Series dedicato a quei concerti. Non credo che alla Columbia mi leggano, ma per fortuna è più o meno successo): mi sono dovuto accontentare di solo una versione, ma c’è molto altro di cui godere.

Per il futuro speriamo in altri concerti e soprattutto, anche se bisogna dargli atto di aver comunque fatto più che abbastanza da meritarsi un riposo creativo, un nuovo album di inediti. Manca dal 2012, speriamo che il 2018 sia l’anno buono.

giovedì 10 maggio 2018

La Banda nel Messaggero dei Ragazzi n. 1024

Nel numero 1024 (maggio 2018) del Messaggero dei Ragazzi - il numero attualmente in distribuzione - compare una nuova storia della Banda, la serie a fumetti che scrivo da alcuni anni. I disegni questa volta sono della bravissima Giorgia Catelan che anche questa volta ha saputo trovare la chiave giusta per raccontare una storia particolare.



Particolare soprattutto per l'argomento che tratta. Il titolo della storia, Il velo, ci fa intuire l'argomento, legato molto all'attualità del mondo in  cui viviamo adesso. Non è facile trattare argomenti come questo e ci ho messo parecchio a capire come potevo fare a esprimere il concetto nel modo migliore, senza essere didattico o didascalico o peggio ancora banale. Non so se ci sono riuscito, ma ci ho provato senza scansare le difficoltà, puntando in modo semplice e diretto alla questione. E cercando soprattutto di mantenere una brillantezza del racconto che non metta in secondo piano l'intrattenimento che deve comunque essere garantito da una storia che voglia interessare i lettori. Il messaggio migliore, come si sa, è quello che non si vede, ma non sempre è possibile celarlo. Quando non è possibile, bisogna fare in modo che il messaggio sia inserito in una vicenda brillante. 

Qualcuno ricorderà quello che un giorno disse il grande Samuel Goldwyn (grande anche per come riuscì a insinuarsi nel nome della MGM!): "Se vuoi mandare un  messaggio, spedisci un telegramma, non fare un film". Si potrebbe parafrasare la frase sostituendo un fumetto al film, no? Però anche se Goldwyn non aveva torto non si può neppure dire che avesse ragione, se non nel senso che ha detto una frase arguta e simpatica. Di film eccezionali con un messaggio ce ne sono parecchi. Di fumetti, anche. Non necessariamente questo, naturalmente, ma provarci non è mai male.

lunedì 7 maggio 2018

L'arbitro infallibile e la Gazzetta dello Sport

La passione per il calcio non mi ha mai abbandonato in tutti questi decenni e mi ha spinto a scrivere parecchie storie di ambiente calcistico: per il Messaggero dei Ragazzi, per Il Giornalino e soprattutto per Topolino. Una di queste storie si intitolava Paperino e l'arbitro infallibile: è stata pubblicata sul numero 2428 di Topolino nel giugno 2002 (che a voi magari sembra lontano, ma a me sembra ancora molto vicino) ed è stata disegnata da Valerio Held, valente disegnatore disneyano di lungo corso.

Oggi questa storia è stata rievocata da un bell'articolo firmato Licari-Gasparotto sul sito, nientemeno, della gloriosa Gazzetta dello Sport, quotidiano che ha colorato di rosa le mie letture per anni e anni. C'è stato un periodo (pre-spezzatino) in cui La Gazzetta del lunedì (che come qualcuno si ricorderà racchiudeva le partite di tutte le serie calcistiche che allora invariabilmente giocavano tutte di domenica) era un vero e proprio rito, per me. Tutt'ora la leggo con regolarità e con piacere.

Chi vuole leggere l'articolo, non ha che da cliccare qui e precipitarsi sul sito della Gazzetta. Chi vuole invece leggere la storia deve ricercare quel vecchio Topolino o le varie altre pubblicazioni in cui è stata ristampata, anche di recente (per i dettagli consultate l'inducks, naturalmente).

Come si capisce leggendo l'articolo della Gazzetta, la storia teorizzava sull'avvento di un arbitro robotico finalmente infallibile che incarnava quella che all'epoca veniva invocata come "la moviola in campo", cercando di ipotizzare cosa avrebbe potuto succedere nel difficile equilibrio che, tra tifo e ragione, regge il mondo del calcio. L'argomento mi interessava e per questo ho scritto quella storia. Il calcio mi interessa ancora, forse più che mai, e lo conosco bene. Credo che questo possa trasparire non solo da questa storia, ma da tutte quelle che ho scritto di ambiente calcistico, cercando di esplorare aspetti poco trattati in ambito fumettistico (qualcuno si ricorda Paperino procuratore sopraffino? Non credo. Io però me la ricordo).

Per intanto, ringrazio Stefano Intini che mi ha segnalato l'articolo (che mi era sfuggito) e anche Andrea Smedile che me lo ha anche lui successivamente segnalato su Facebook.

mercoledì 2 maggio 2018

Suspiria 2018

Tra un po' dovrebbe uscire il remake di Suspiria, il classico film horror che rappresenta forse la migliore riuscita di Dario Argento. Il remake è diretto da Luca Guadagnino, un regista con un curriculum di notevole interesse, ma del tutto scevro da puntate nel genere orrorifico. Un bene o un male? Chissà. Chi è interessato a leggere alcune mie considerazioni preliminari sul remake - senza aver io visto ancora niente, peraltro - può cliccare qui ed essere trasportato sul sito di MYmovies.

lunedì 9 aprile 2018

Bob Dylan a Mantova, 8 aprile 2018

Ieri sera a Mantova, al Palabam, per il mio ventesimo concerto dylaniano. Sala affollatissima (non di marinai, penso) e puntualità al minuto, come sempre, da parte di Bob Dylan. Questa è una cosa che ho sempre apprezzato perché significa professionalità (che anche in un artista sommo come lui non guasta) e rispetto per il pubblico. Apprezzo meno che parte del pubblico non manifesti lo stesso rispetto e arrivi a concerto già iniziato costringendo gli altri ad alzarsi per consentire ai ritardatari di prendere posto.

Avevo letto alcune recensioni che lamentavano lo stato della voce di Bob Dylan, ma devo dire che, invece, la voce è in ottima forma, soprattutto rispetto a qualche anno fa. Il cantato è sempre preciso e le parole molto spesso distinguibili (il che è tutto dire, come ogni dilaniano ben sa). La band è compatta e ormai perfettamente rodata. La formazione è la stessa da tempo e questo si riflette nella performance: l’immarcescibile Tony Garnier al basso, George Recile alla batteria, Sto Kimball alla chitarra ritmica. Charlie Sexton alla chitarra solista e poi il multistrumentista Donnie Herron. Dylan invece suona il piano. Il che ci porta alla prima considerazione. Dopo la chitarra (ormai assente in pianta stabile dal 2003), sembra essersene andata anche l’armonica che sino a un paio d’anni fa era una coloritura immancabile dei concerti dylaniani. La cosa, devo dire, mi dispiace. Ricordo che la prima cosa che facevo anni fa quando usciva un nuovo disco di Dylan era di guardare nel retro copertina del vinile la composizione della banda e controllare se Dylan suonava l’armonica. Se lo faceva - quasi sempre lo faceva, ma non sempre - ero rassicurato. Per qualche motivo, il suono dell’armonica di Dylan ha sempre avuto un fascino particolare. E non solo per me. Comunque, così stanno le cose e bisogna prenderne atto.

Il concerto è stato molto buono. Se n’è andato l’intervallo a metà concerto e l’esibizione è tornata compatta con solo la breve pausa prima dei bis. La scaletta è stato un bilanciato insieme di canzoni vecchie e nuove, con un contorno delle ormai famigerate cover sinatriane che, peraltro, non sono niente male e sono state particolarmente apprezzate dal pubblico, con applausi a scena aperta (durante l’esecuzione, cioè).

L’esordio, come ormai sempre avviene da anni, è stato con Thing Have Changed, una canzone formidabile che aveva trovato qualche anno fa la sua forma perfetta e trascinante. Dato che però Dylan non riesce a stare fermo, quella perfezione è stata abbandonata alla ricerca di un nuovo arrangiamento che mantiene la potenza della canzone, ma, a mio avviso, in qualche modo risulta meno perfetto, più instabile, anche a causa di qualche strana incertezza della band nella parte iniziale del brano. Resta comunque una canzone ottima, con un testo perfettamente adatto ai nostri tempi.

Don’t Think Twice, It’s Alright è stata cantata in modo molto sentito, con una profonda adesione alle parole di quella che resta un canzone capolavoro, una canzone di indipendenza, per così dire. l’arrangiamento, uno dei tantissimi cui questa canzone è stata sottoposta, è molto azzeccato: lento, coinvolgente, con la voce di Dylan in grande evidenza.

Highway 61 Revisited è un vecchio cavallo di battaglia che mantiene sempre la sua forza trascinante e anche questa volta non tradisce.

Simple Twist of Fate, una delle migliori canzoni da un album capolavoro (Blood on the Tracks), è stata presentata in una versione ottima, rallentata e sentita. Anche in questo caso, Dylan l’ha cantata con grande adesione al testo.

Duquesne Whistle, la canzone d’apertura del suo ultimo album di originali in studio (Tempest), mi era sembrata un po’ incerta in altre versioni dal vivo, ma questa volta, pur un po’ imprecisa nell’avvio, si è poi manifestata in una versione trascinante e coinvolgente.

Melancholy Mood, la prima delle cover cosiddette “sinatriane”, ha visto Dylan abbandonare il piano e, da consumato crooner, esibirsi a centro palco con il microfono in mano. L’effetto è stato notevole e la performance vocale molto attenta.

Honest With Me è un’altra di quelle canzoni dal ritmo trascinante che fanno sempre il loro effetto dal vivo pur non essendo, in questo caso, una canzone di particolare valore.

Tryin’ To Get to Heaven è una delle migliori canzoni di un altro album capolavoro (Time Out of Mind). L’arrangiamento attuale è molto diverso da quello, perfetto, dell’album ed è un po’ difficile da riconoscere. L’esito è inferiore alla versione da studio perché non sembra esserci perfetta sincronia tra il cantato e l’accompagnamento: sembra mancare precisione e condivisione. La canzone resta però potente per quello che dice - la metafora principale è suggestiva (cercare di arrivare in Paradiso prima che chiudano la porta) - e per come Dylan lo dice.

Once Upon a Time, seconda cover “sinatriana”, è un altro pezzo d’atmosfera, reso in modo molto buono.

Pay in Blood è un’altra canzone da Tempest: tagliente e sulfurea, è stata resa con un’esecuzione selvaggia e “cattiva”, come deve essere.

Tangled Up in Blue, altro classico da Blood on the Tracks, è stata presentata in una versione intensa e suggestiva, con un arrangiamento molto lontano da quello originale, ma capace di mantenere intatta la forza della canzone.

Early Roman Kings, un bluesaccio da Tempest è, come Honest With Me, una canzone decisamente minore che però ha una forza ritmica che la rende di particolare efficacia dal vivo. Anche questa volta non ha tradito, sotto questo profilo.

Desolation Row, super classico, è una canzone che non tradisce mai. Trascinante e coinvolgente, è stata eseguita con bravura e sentimento da Bob Dylan cui si può perdonare se nell’occasione ha ripetuto due volte la stessa strofa. Uno dei punti massimi del concerto.

Love Sick, da Time Out of Mind, è una di quelle rare canzoni che Dylan non ha mai sentito l’esigenza di modificare. L’arrangiamento, potente e suggestivo, è praticamente rimasto sempre lo stesso della versione originale in studio: l’atmosfera di distacco e di consapevolezza che il testo crea viene accompagnato benissimo dalla musica con un effetto di notevole compiutezza.

Autumn Leaves è stata la terza e ultima cover “sinatriana”, anche stavolta molto ben accolta dal pubblico e molto ben eseguita.

Thunder on the Mountain, la famosa canzone in cui Dylan cita Alicia Keys, è un’altra di quelle canzoni che dal vivo risultano certamente migliorate, anche per il loro ritmo trascinante. Di rilievo l’assolo batteristico di George Recile che ha richiamato alla memoria certi assoli che erano frequenti negli anni ’70. Notevole l’esecuzione, nel complesso.

Soon After Midnight, canzone romantica per eccellenza e azzeccato accompagnamento dylaniano delle sue cover sinatriane, ha svolto alla perfezione il suo compito di contrappasso tranquillo e suggestivo dopo lo scatenamento della canzone precedente.

Long and Wasted Tears, capolavoro da Tempest, è una canzone che, nella sua concisione e precisione, rasenta la perfezione nella rappresentazione delle inevitabile asperità relazionali di coppia: Dylan l’ha cantata come sempre con grande partecipazione emotiva, in un arrangiamento che riprende l’originale, ammorbidendolo.

È stata poi la volta dei bis, il primo dei quali è stato una versione trascinante di Blowin’ in the Wind e il secondo un’interpretazione ottima di un’altra canzone che non tradisce mai, Ballad of a Thin Man.

Alla fine, pubblico in piedi e applausi sentiti. Anche questa volta, niente male.


Per la precisione, la foto qui sopra l'ho scattata un'ora prima del concerto: la sala si è poi riempita.

martedì 3 aprile 2018

Ghost Stories, una rivisitazione della tradizione



Tra qualche giorno - il 19 aprile, per l'esattezza - esce in sala anche in Italia il film Ghost Stories, un horror antologico diretto da Jeremy Dyson e Andy Nyman. Si tratta di un film che riprende e rivisita la tradizione britannica delle storie di fantasmi e, anche, dei film antologici. In questi termini, per l'appunto, ne ho scritto in un approfondimento per MYmovies che, se vi interessa, potete leggere cliccando qui.

lunedì 2 aprile 2018

Il Mattino di Padova e Stefania Casini ovvero Quarant’anni fa: io c’era.

Qualche giorno fa il Mattino di Padova, quotidiano locale, ha festeggiato i suoi quarant’anni di vita. La cosa mi ha interessato anche a livello personale perché in effetti in quel primo numero di quel quotidiano quarant’anni fa ero presente anch’io (e lo sarei stato parecchie volte in seguite per un certo periodo di tempo). Ed ero presente con un’intervista a Stefania Casini che avevo incontrato sul set del film che stava girando nel veneziano per la regia di Antonio Bido, regista padovano di notevole bravura. Il film era un thriller che avrebbe assunto il titolo di Solamente nero, ma che allora si intitolava ancora provvisoriamente Dietro l’angolo il terrore. Era il film con cui Bido intendeva bissare il successo ottenuto con un altro thriller, Il gatto dagli occhi di giada, parzialmente girato proprio a Padova.

Trascorsi un’intera giornata sul set del film, facendo parecchie interviste: praticamente intervistavo  (molto volentieri) chiunque riuscivo ad avvicinare. Ne ho già parlato qualche anno fa, di quell’esperienza, proprio su questo blog. Naturalmente quando si trattò di pubblicare qualcosa della mole di materiale che avevo preparato, la redazione del quotidiano virò sull’intervista a Stefania Casini, per quel tocco di glamour che garantiva. Ricordo ancora la notevole cordialità dell’attrice durante l’intervista. Appassionato di horror com’ero (e come sono) ero molto interessato alle sue esperienze in quel campo, ma mi incuriosiva anche la versatilità da lei dimostrata nel corso della carriera sino a quel momento (e sarebbe stato lo stesso anche nel prosieguo): lei rispose a tutto con simpatia e autoironia.

Qui sopra riproduco l’articolo che uscì quel giorno. Non è una scansione, ma una fotografia: credo però che si riesca a leggere comunque abbastanza bene.

Negli anni successivi scrissi parecchie recensioni per quel quotidiano e occasionalmente qualche intervista, per esempio a Giorgio Albertazzi e anche - ma non venne pubblicata perché il giorno prima della data prevista per la pubblicazione ne uscì un’altra per il quotidiano padovano concorrente - a Renato Rascel (se la ritrovo, magari la pubblico qui, dopo quarant’anni). Poi le nostre strade, come si dice, si separarono. Quando però è tempo di anniversari, i ricordi riaffiorano, per così dire.

domenica 11 marzo 2018

Il vortice dei ricordi: cosa c’è dietro


Che cosa c’è dietro Il vortice dei ricordi (il mio romanzo di fantascienza per ragazzi recentemente pubblicato da Alcheringa Edizioni)? Ma ovviamente ciò che c’è dietro è il retrocopertina! E vale la pena di parlarne. Lo vedete pubblicato qui in evidenza e in tutta la sua magnificenza. Lo ha disegnato il grande Stefano Intini, artista poliedrico noto soprattutto per le sue frequentazioni disneyane (che sono state anche le mie, talvolta), ma non solo: Stefano ha fatto molto altro e molto bene.

Di recente, nell’introduzione al catalogo di una mostra cui ha partecipato, così ho parlato di lui (e, dato che sono un ambientalista, provvedo a riciclare la mia prolusione): “Con la quieta potenza di chi possiede un talento notevole e lo libera sicuro dell’esito cui perverrà, Stefano Intini ha seguito un percorso progressivo che lo ha portato a diventare uno dei disegnatori disneyani più efficaci e personali, seguendo senza apparente sforzo - come un vero natural, un predestinato - il cammino che da iniziale allievo di un maestro come Giorgio Cavazzano lo ha fatto diventare egli stesso un maestro, con uno stile personalissimo, oggetto, come si diceva di quel settimanale enigmistico, di numerose imitazioni. La poliedricità di uno stile così autentico e originale lo ha portato inevitabilmente a progetti extra Disney di assoluto valore, tra i quali non si può non ricordare almeno il Petit Pierre scritto per lui da un altro grande disneyano (e non solo) come Corrado Mastantuono. Ma tra strisce, vignette e lavori pubblicitari, c’è molto altro a testimoniare una irrequietezza e una curiosità tipiche del creativo”.

Come si può desumere dal mio non molto vecchio post sui disegnatori delle mie storie, Stefano è piazzatissimo nella mia top ten e questo vuol dire che abbiamo collaborato parecchio e, per quanto mi riguarda, molto volentieri: a parte Disney, abbiamo lavorato insieme per l’Unione Sarda (grazie al sempiterno Silvio Camboni), per Prezzemolo, e per altro ancora. E direi che non è ancora finita, per fortuna.

La sua capacità nel campo della caricatura è proverbiale e si evidenzia anche in questo caso: in una sola vignetta è riuscito a compendiare gran parte del mio lavoro con citazioni che magari ai più possono sfuggire, ma non a me. In un disegno è racchiuso un piccolo mondo, in sostanza. Avere un disegno di Stefano Intini nel retro copertina del mio romanzo è stato un privilegio. Così come, non va dimenticata l’ottima copertina di Nicola Pasquetto, che riproduco qui sotto e di cui abbiamo già parlato.



Tra copertina e retrocopertina c’è il romanzo, un sacco di parole che mi auguro possa essere interessante e possa perciò trovare qualcuno, appunto, interessato alla sua lettura. Trattandosi di un libro che sottolinea l’importanza dei ricordi, mi permetto di ricordare che Il vortice dei ricordi è disponibile nei vari negozi on line e anche in libreria, per lo più su ordinazione, come ho già spiegato qui. Don’t dare to miss it.