mercoledì 24 maggio 2017

Bob Dylan 76





Il tempo corre ed è di nuovo il compleanno di Bob Dylan. Giusto quindi scrivere un nuovo breve post augurale e celebrativo, come è mia consuetudine. L’anno passato è stato ricco di soddisfazioni per Dylan, ormai santificato con l’attribuzione di un insperato quanto meritato premio Nobel per la letteratura. Corollario è stata la ripubblicazione, per i tipi di Feltrinelli, della sua opera omnia con tutti i suoi testi tradotti da Alessandro Carrera. Questa volta, rispetto alla precedente che era in un volume unico, l’opera è stata suddivisa in tre volumi e arriva a comprendere anche l’ultimo disco di inediti, Tempest (2012). Chi non ce l’ha - sia i libri sia Tempest - farebbe bene a rimediare alla lacuna.


A latere, è proseguita l'attività artistica in altri campi, tra le sculture in ferro (cancellate comprese) e i quadri, che ormai cominciano a essere un corpus autoriale di tutto rispetto, a dimostrazione di una poliedricità impressionante.

C’è stato anche, poco tempo fa, un nuovo disco, triplo addirittura (Triplicate, appunto), tutto dedicato, come i due precedenti, alla riscoperta del patrimonio musicale della canzone americana rappresentata principalmente da Frank Sinatra. Più di qualcuno ha osservato che due dischi di quel genere potevano bastare, ma Bob Dylan è stato fedele, alla lettera, al motto “non c’è due senza tre!” e vedremo per il futuro. Io personalmente mi sono rifugiato più volentieri nel recente cofanetto con tutti i live del 1966, ma non disdegno nemmeno le varianti sinatriane.

Anche quest’anno, come l’anno scorso, pare che non ci siano date italiane e questo è davvero un peccato. I concerti di questo periodo, pur rimanendo ancorati a un format piuttosto rigido, confermano la buona salute vocale di Dylan, pur se, a differenza degli anni scorsi, è scomparsa l’armonica (e anche questo è un vero peccato). Ma ce ne faremo una ragione, in attesa che ricompaia.
 

sabato 20 maggio 2017

47 metri

Tra qualche giorno esce al cinema un nuovo squalo-movie, 47 metri. Normalmente, l'uscita di un film sugli squali non è un fatto da annotare nel proprio diario perché se c'è una cosa, in genere, noiosa quella è un horror con gli squali. Ma ci sono le eccezioni, per fortuna. Ci sono stati film come Open Water e come Paradise Beach - Dentro l'incubo. E adesso c'è questo 47 metri. Se volete leggere la mia recensione su MYmovies, basta che clicchiate qui.



La regia è di Johannes Roberts, specialista in horror sin qui non memorabili (tipo La foresta dei dannati). Nel cast c'è anche il "vecchio" Matthew Modine, ma ci sono soprattutto le due protagoniste, Mandy Moore e Claire Holt.

martedì 2 maggio 2017

Amityville - Il risveglio

Tra qualche mese uscirà al cinema il nuovo episodio della lunga serie iniziata con The Amityville Horror di Stuart Rosenberg, nel 1979, ispirato, come tutti certo saprete, da una vicenda realmente accaduta (o così qualcuno dice).

Da allora a oggi di film collegati a quel prototipo ce ne sono stati parecchi e ce ne sono stati anche parecchi per nulla collegati, ma che hanno sfruttato il nome evocativo di Amityville nel titolo e pertanto in qualche modo fanno parte dell'indotto.

Questo nuovo film si intitola Amityville - Il risveglio e spero che il titolo non voglia riferirsi allo stato d'animo dello spettatore alla fine del film quando si riaccendono le luci in sala. Battute gratuite e ingenerose come questa a parte (ma sapete com'è, quando c'è l'occasione la battuta viene fuori da sola), il film ha qualche punto a favore a titolo di premessa positiva, a partire dal regista e dall'interprete principale.

Ma se volete saperne di più, potete andare a leggere l'articolo che ho scritto per MYmovies e che, nel presentare un po' il film per quel che se ne sa adesso, fa anche una panoramica di quanto è successo da quel primo film di Rosenberg in poi. Per leggere l'articolo basta che clicchiate qui.

giovedì 27 aprile 2017

Jonathan Demme (1944-2017)

Anche Jonathan Demme se n'è andato, prematuramente. Che poi, in fondo, quando si muore è quasi sempre prematuramente perché in linea di massima si vorrebbe restare il più possibile o comunque ancora un po'.

Ma pur essendosene andato troppo presto, Demme ha lasciato una traccia ben consistente del suo passaggio su questa Terra. Un corpus autoriale, come si dice, impressionante per qualità e anche per quantità.  Se scorro la sua filmografia mi rendo subito conto di quanti dei suoi film mi sono piaciuti. A partire dai primi film cormaniani tra cui il classico dell'exploitation Femmine in gabbia che accoppiava una fantastica Roberta Collins (presenza insostituibile in quel sottogenere) a una stralunata ed efficacissima Barbara Steele. Per non parlare della meyeriana Erica Gavin e dell'angelicamente perversa Cheryl Smith della quale tanto ho scritto qui e là (era la protagonista del cult assoluto Lemora la metamorfosi di Satana). Che cast: impensabile metterlo insieme adesso. E Demme aveva realizzato un film unico che traeva spunto dalla reinvenzione operata da Jack Hill, ma la manipolava da par suo. Ma anche Fighting Mad, uno stranissimo revenge movie con Peter Fonda, è un film che non si dimentica. E infatti non l'ho dimenticato pur avendolo visto una volta sola moltissimi anni fa. O l'hitchockiano perfetto che è Il segno degli Hannan con un Roy Schedier ancora in palla.

Poi, certo, ci sono i film più importanti, quello che l'hanno reso famoso e che spesso erano dei gioielli assoluti. Come Qualcosa di travolgente o, ancor più, Una vedova allegra... ma non troppo che è riuscito a trascendere il suo orrendo titolo italiano e nel quale brillava un altro super cast capitanato da quell'attore sensazionale che è sempre stato Dean Stockwell e con la partecipazione di una deliziosa Nancy Travis (che credevo sarebbe diventata una grande star) e di una brava Michelle Pfeiffer.

E tanti altri film che hanno fatto epoca e che è inutile segnalare perché li ricordano tutti.

Potrei ricordarlo comunque per un film perfetto come Il silenzio degli innocenti, che, anche visto il genere, mi è caro e di cui ricordo ancora il piacere che mi diede quando lo vidi al cinema al momento dell'uscita: qualcosa di nuovo, di diverso. E molto di classe.

Ma preferisco ricordarlo con un film delicato, per la televisione, che Demme diresse nel 1982 e di cui ho recentemente scritto su Segnocinema nell'ambito del mio articolo su Kurt Vonnegut e il cinema. Who Am I This Time? infatti è tratto da un racconto di Vonnegut e presenta anch'esso un ottimo cast ottimamente diretto nel quale spiccano un Christopher Walken come lo si è visto di rado e una Susan Sarandon perfettamente in parte. Una riflessione sull'identità e su come crediamo di essere. Una riflessione sulla vita.

Qui sopra una scena da Who Am I This Time?

venerdì 31 marzo 2017

It

In attesa che finalmente, dopo anni di development hell, veda la luce la prima versione cinematografica del capolavoro di Stephen King (vale a dire It: lo dico per chi non lo abbia già intuito leggendo il titolo di questo post), ho scritto un pezzo di presentazione per MYmovies che potete leggere cliccando qui e andando quindi sul sito di MYmovies.

Regista è quell'Andres Muschietti che tanto bene aveva impressionato con La madre, perciò le speranze di una buona riuscita ci sono tutte.

Quando ho letto It (e l'ho fatto nell'estate del 1990) ero nel pieno del mio periodo kinghiano (come lettore, cioè) e, benche impressionato soprattutto dalla mole del malloppone che un po' intimidiva (tendo a preferire i libri corti, così come in via di approccio preliminare non amo i film che superano i 90'), una volta iniziata la lettura non ho potuto che rendermi conto che il peso delle pagine era assai lieve e la lettura molto avvincente. Se volessimo ridurre in poche righe la trama del libro, ci renderemmo conto che in fondo si tratta di una storia persino banale, ma ciò che la rende interessante è il modo in cui è raccontata e i personaggi che la popolano, con le loro storie personali. Purtroppo, quando si operano le riduzioni per lo schermo, proprio di riduzioni si tratta e quindi molte delle cose che rendono bello un libro voluminoso come It vengono tralasciate sull'altare della semplificazione. Per questo nel caso della prima trasposizione per il piccolo schermo (quello televisivo) è stata scelta la forma della miniserie. Per avere cioè più tempo. Il risultato qualitativo però è stato solo parzialmente raggiunto, per tanti motivi. E in fondo la durata totale (poco più di tre ore) non era comunque sufficiente a rendere la complessità narrativa del libro. Questa volta vedremo: lo schermo è quello grande e tali sono anche le aspettative.
 

La Banda nel Messaggero dei Ragazzi n. 1011

Nel n. 1011 del Messaggero dei Ragazzi - è il numero di aprile, attualmente in distribuzione - torna La Banda con la sua ottava avventura, intitolata La grande quercia.

La Banda, come ormai dovrebbe sapere chi frequenta questo blog, è la serie a fumetti che scrivo per il Messaggero dei Ragazzi. L'ideatore grafico è il grande Luca Salvagno che ha disegnato le prime storie e altre ne disegnerà ancora, ma è coadiuvato da un gruppo di bravissimi disegnatori che si alternano negli altri episodi. 

La grande quercia è disegnata - molto bene - da Isacco Saccoman, che già se l'era cavata molto bene nel sesto episodio, Halloween. In questo caso l'ambientazione prevalentemente silvestre ben si presta ai giochi di colore e a una scenografia ricca e variata nella creazione della quale Isacco si è fatto valere. La storia vuole rappresentare un percorso verso la comprensione reciproca dopo che si è lasciato, per vari motivi, spazio all'incomprensione e anche al rancore.

Qui sopra alcune vignette esemplari (e boschive). E come sempre buona lettura a chi vorrà leggere questa storia.

lunedì 27 marzo 2017

Bob Dylan, le cover e Golden Vanity

Tra pochi giorni uscirà il nuovo disco di Bob Dylan. Si tratta di Triplicate, un altro disco di covers dopo quelli già usciti negli anni scorsi, Shadows in the Night e Fallen Angels. È un disco triplo che quindi sembra una sorta di sfida a chi, magari sottovoce, aveva cominciato a dire che due dischi di cover potevano essere abbastanza. Ma naturalmente Dylan non lancerebbe mai sfide del genere: in realtà, sta semplicemente continuando a fare quello che ha sempre fatto, ciò che vuole.

Peraltro, Dylan ha spesso fatto cover: già il suo primo disco ne aveva parecchie. Poi nel corso degli anni, in maggiore o minore misura, ne ha continuate a fare con punte quantitative in dischi come Self Portrait o Down in the Groove. Per non parlare del dittico acustico dei primi anni ‘90, interamente composto di versioni di canzoni altrui, tradizionali e no. E anche dal vivo, soprattutto con l’inizio del Never Ending Tour (o comunque lo si sia voluto chiamare nel corso dei decenni) nel 1988, le cover non sono mancate.

Quindi, niente di strano. Apparentemente. In realtà qualcosa di strano c’è. Un aspetto ricorrente delle cover dylaniane dall’inizio sino quasi ai nostri giorni è che le canzoni venivano del tutto dylanizzate, non erano per niente simili ai pezzi originali e spesso potevano invece sembrare canzoni di Dylan. Dylan, infatti, le faceva proprie con la sua interpretazione, diventavano cosa sua. Gli esempi sono molteplici. Uno dei più eclatanti è la gerswiniana Soon, fatta in solitario con chitarra e armonica durante un concerto in onore di Gerswhin nel 1987 (la ripresa televisiva dell’avvenimento è facile trovarla su youtube): da ascoltare per credere. Un altro esempio potrebbe essere The Lady Came from Baltimore scritta da Ty Hardin, ma ce ne sono davvero tanti.

Tra questi mi preme segnalare Golden Vanity. Si tratta di una canzone tradizionale di qualche secolo fa e ne esiste una miriade di versioni. Saltabeccando su youtube ne troverete a vagoni, ce n’è una di Pete Seeger, ma ce ne sono anche di gruppi moderni. Chi la fa vivace, chi la fa lenta, chi la fa ipermelodica. Poi c’è la versione di Bob Dylan. Dylan l’ha eseguita in concerto sette volte, ma la versione che si sente più facilmente è anche la migliore, quella eseguita a Waikiki nelle Hawaii il 24 aprile 1992 (annata di particolare interesse, molto hit or miss, per la parte acustica dei concerti dylaniani). Su youtube la trovate facilmente. Ascoltatela, magari dopo o prima d’aver ascoltato qualcuna delle altre versioni. Non era un periodo facile per Dylan, quello. Il pubblico gli chiedeva le sue canzoni famose, quelle di protesta. E Dylan rispose, acuto e caustico: “This one’s got all that stuff in it. You’ll see. It’s got all that and more”. Poi attacca la canzone e dimostra che quello che aveva detto era vero, non solo e non tanto per la canzone, quanto per l’interpretazione. Struggente, tragica, esemplificativa della cattiveria e dell’ingiustizia umane, capace di rendere il senso assolutamente individuale del riscatto, è una canzone che contiene davvero molto. L’interpretazione di Dylan è straziata, pienamente “dentro” ogni singola parola, anche di quelle parole che gli mancano, che si mastica e dimentica, anche con ciò dando il senso della disperazione e della mancanza di riconoscenza e gratitudine.

Oggi, invece, Dylan in queste sue nuove cover cerca di entrare nello spirito delle vecchie canzoni che interpreta, dei tempi che le hanno espresse. Un approccio completamente diverse. Invece di dylanizzare le canzoni, forse il contrario. Forse. Perché forse ci vorrà del tempo anche per capire questo.

domenica 12 marzo 2017

Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 9 José Mojica Marins

Il nono e ultimo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac edizioni) è dedicato a José Mojica Marins ed è stato scritto appositamente per questo libro. L’ho voluto aggiungere perché mi sembrava che un regista come Marins fosse una presenza imprescindibile: in sostanza, non poteva mancare.

Regista, ma non solo perché di gran parte dei suoi film Marins è anche una presenza “necessaria” come attore. Pochi autori - nel bene e nel male - sono più caratteristici e caratterizzanti la propria opera. E pochi autori hanno realizzato film più strani, più wierd (per dirla all’inglese). Naturalmente, il personaggio che più esemplifica il lavoro di marins è quello di Zé do Caixao (tradotto dagli americani in Coffin Joe), il lugubre becchino filosofo con manie di grandezza che gli ha dato la fama e che in sostanza Marins non ha mai cessato di interpretare anche nelle sue apparizioni pubbliche. Ma ripercorrendo la carriera di questo regista - come ho fatto nel mio libro - ci si sorprende nel vedere invece in fondo quanto poche siano le volte che Zé compare, effettivamente, nei film di Marins. Al punto che quando Marins lo riprende in modo ufficiale con il mirabile Encarnaçao do demonio nel 2008 sono in realtà trascorsi oltre 40 anni dal film “legittimamente” precedente (non contando, con ciò, le diverse finte o parziali riapparizioni di un personaggio che percorre comunque in modo periferico o anche solo come pura citazione la filmografia di Marins).

Ma ripercorrere la tumultuosa carriera di Marins consente anche di evidenziare come si sia trattato di un autore - ancora in attività, peraltro - davvero sui generis, che ha lottato per imporre il suo punto di vista in un contesto ostile come pochi, perché non solo la cinematografia brasiliana era sostanzialmente aliena dall’horror o dall’exploitation, ma la mancanza degli aspetti basilari di un’industria produttiva gli ha reso tutto difficile e avventuroso. Che sia riuscito a fare così tanti film è un miracolo e una testimonianza alla sua pervicacia, oltre che alla sua capacità di superare ogni ostacolo.

Com’è ovvio, i suoi film risentono di queste difficoltà e anche, magari, della mancanza di qualcuno dei talenti specifici che servono a far coagulare la formula del “bel film”, ma, nonostante alcuni di essi siano oggettivamente carenti e anche talvolta brutti, rimane sempre l’originalità dello sguardo, che in fondo è ciò che caratterizza un autore.

Unghie chilometriche e sproloqui filosofici possono essere gli aspetti che restano più impressi nel suo cinema, ma Marins, a chi lo guarda senza pregiudizi (e forse anche senza aspettative particolari) ha molto da offrire. A partire dai titoli dei film, per esempio: Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere, dove lo si può trovare un titolo tanto tonitruante se non nel suo cinema? E, si badi, il film stesso è del tutto all’altezza della bizzarra enfasi del suo titolo.

Tra gli alti e bassi del successo e dell’insuccesso commerciale, Marins è riuscito a perseverare, producendosi in un’andata e ritorno dagli inferi del porno (come altri registi di exploitation della sua epoca) per poi trovare la possibilità di un ritorno in grande stile con Encarnaçao do demonio, riuscendo a sopravvivere al suo mito e approfittando di esso per poter finanziare questo ritorno. Non è una cosa da poco. Mi piace molto quando un artista riesce a durare e a tornare contro ogni probabilità. Non tutti ci riescono. Quasi nessuno, anzi.





Qui sopra, un’immagine di José Mojica Marins nei panni di Zé do Caixao in Encarnaçao do demonio.

giovedì 9 marzo 2017

The Ring 3 - link alla recensione

E dopo l'overview di presentazione, arriva puntuale, in anticipo di qualche giorno rispetto all'uscita in sala, la mia recensione di The Ring 3 su MYmovies: chi vuole leggerla deve solo cliccare qui.

Non mi dilungo in questa sede - l'ho fatto appunto su MYmovies - e segnalo solo che la foto qui sopra riguarda la protagonista del film, la brava Matilda Lutz che abbiamo imparato a conoscere proprio nel cinema italiano.

martedì 21 febbraio 2017

Autopsy

Dopo il bizzarro Trollhunters, il nordico André Øvredal torna - tra qualche giorno nelle sale - con un horror di atmosfera più tradizionale, The Autopsy of Jane Doe, che nella versione italiana è stato ridotto nel titolo, che è semplicemente Autopsy.

A intepretarlo l'ottimo Brian Cox e il bravo Emile Hirsch (entrambi nella foto qui sopra), oltre alla bella Olwen Kelly nel ruolo di Jane Doe (la ragazza di cui si deve fare l'autopsia). Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies, come al solito non deve fare altro che cliccare qui.

Non vi anticipo quello che ho scritto nella recensione, ma il film vi consiglio di vederlo, a meno che le autopsie (anche quelle cinematografiche: quelle vere impressionerebbero di sicuro anche me) non vi impressionino.

domenica 19 febbraio 2017

Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 8 Eddie Romero

L’ottavo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac edizioni) è dedicato a Eddie Romero, un regista filippino che, assieme a una carriera di autore a tutto tondo nell’ambito del cinema locale, ha saputo ritagliarsi una carriera importante come regista di fim di genere per il cinema americano. Lo ha fatto, però, senza allontanarsi dalle Filippine, ma girandovi film prodotti o coprodotti dagli americani e destinati al pubblico internazionale

Molti - forse tutti - di questi film per il mercato internazionale erano produttivamente di serie B e alcuni sono stati vilipesi dalla critica per la loro pretesa inadeguatezza. In realtà, Romero ha sempre mantenuto una dignità registica inappuntabile anche quando si è trovato a lavorare con trame e contesti non eccezionali per tematiche e spessore. Sotto questo profilo è significativa la serie ambientata nella cosiddetta Isola di Sangue. Alla serie ha partecipato come coautore un altro famoso regista filippino, Gerardo De Leon, che è stato mentore di Romero, introducendolo da giovanissimo nel mondo del cinema e spingendolo dapprima a sceneggiare e poi a dirigere. Sono forse proprio i film di questa vituperata serie, peraltro, a essere rimasti di più nell’immaginario dello spettatore occidentale. Negli anni ‘80, all’epoca dei fasti delle tv private, non era difficile piombare improvvisamente negli orrori tropicali di Terrore sull’isola dell’amore, capostipite della serie, molto weird. Il secondo, Mad Doctor of Blood Island, discreto successo negli USA, è rimasto inedito da noi, mentre il terzo è La bestia di sangue, famoso anche per l’outrageous disegno che abbelliva manifesti e locandine. Quando, a metà degli anni ‘70, avevo realizzato assieme ad alcuni amici una frequentatissima serie di rassegne di film horror in un cinema della mia città, programmai, senza averlo potuto vedere prima, anche La bestia di sangue, cui feci avere la prima visione cittadina a diversi anni dall’uscita (perché, come capitava allora a molti film di genere, era circolato solo nelle sale di provincia). E in quell’occasione destò proteste in alcuni benpensanti la visione, nella strada cittadina antistante il cinema, del materiale pubblicitario con il mostro che teneva in mano la propria testa mozzata. Altri tempi. Quella che vedete qui riprodotta è una di quelle fotobusta.




Ma Romero si è cimentato con altri generi in voga in quei tempi, in particolare con il wip (women in prison) che Jack Hill (altro autore che ho trattato nel mio libro) aveva rinvigorito proprio girando nelle Filippine. E poi altri film d’azione e soprattutto, nella prima parte della sua carriera internazionale, di guerra, genere nel cui ambito ha probabilmente dato il meglio di sé (Manila Open City resta un ottimo film e anche altri gli sono vicini). Per non parlare dei film propriamente autoriali con cui ha assunto un ruolo di primo piano nel cinema filippino.

Di tutto questo ho cercato di dare un quadro esauriente nel mio libro. Il capitolo è corredato da un’intervista che ho avuto la fortuna di poter realizzare con Eddie Romero qualche anno prima che morisse.

lunedì 13 febbraio 2017

Gerontown

Gerontown (154 pagine in bianco e nero) è una nuova graphic novel, scritta da Massimo Salvagnini e disegnata da Gianni Salvagnini. Entrambi sono miei fratelli e con entrambi ho, nel corso degli anni, collaborato. Massimo è un valente jazzista, autore di un ormai notevole numero di cd, a partire dal primo, Very Fool (1993), e arrivando al, per ora, ultimo When Your Drummer Has Gone (2016). Con Massimo ho realizzato a cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 alcuni film in super8 che volevano essere divertenti e forse a tratti lo erano davvero (i titoli? Il canonico del Bufalo parla davvero con la Madonna e la vede spesso, Il budino, Il primo film a colori fu italiano). Con Gianni, ottimo disegnatore di fumetti, ho collaborato per molti anni e per svariate testate: dagli horror targati Sansoni al Messaggero dei Ragazzi, nell’arco di diverse decadi.

Ora hanno realizzato questo Gerontown, che, lasciatemelo dire, è qualcosa di davvero diverso. Già solo questo dovrebbe bastare per invogliare a leggerlo perché la diversità - che contiene spesso in sé, come in questo caso, l’originalità - è merce rara. La storia - che presenta notevoli e volute asperità e acidità anche caratteriali - parte da una premessa fulminante: esiste un luogo, in una grande città, un palazzo, nel quale una congregazione di anziani perpetua la sua esistenza al massimo della durata e al massimo del comfort creando una sorta di bolla vitale del tutto segreta e sconosciuta all’infuori della ristretta cerchia dei privilegiati che ne fanno parte. L’ingresso del new fish di turno, l’anziano Masini dal carattere impossibile, ci scorta dentro questo mondo particolare, portandoci a conoscerne via via i componenti, ciascuno dei quali con il suo piccolo frammento di mondo e le sue idiosincrasie. Non so bene perché - la situazione e la storia sono molto diverse - ma questa introduzione e questa scoperta progressiva da parte del nuovo venuto dei suoi compagni di avventura con le loro particolari personalità mi ha richiamato alla mente Solaris. In ogni modo, se la premessa e la costruzione della vicenda sono curiose e interessanti, lo svolgimento non delude e a un certo punto, come dicono gli americani, the shit hit the fan e le cose precipitano.

Ricco di spunti e di dialoghi memorabili, il fumetto è disegnato magistralmente da Gianni che ben si adatta agli umori acri della storia. Il pessimismo, va da sé, dilaga, ma non è fine a se stesso. E oltretutto in fondo non è nemmeno così totale se pensiamo che l'unico riscatto davvero possibile è per sua natura individuale. Comunque, riporto, perché è interessante, quanto scritto nel retrocopertina per presentare il libro: “Che cosa potrebbe accadere se i vecchi decidessero di resistere il più a lungo possibile? Questa è una utopia alternativa, in cui l’egoismo del vecchio non vede il senso del farsi da parte per lasciare spazio all’egoismo del giovane”.

Completa il libro una interessante introduzione di Paolo Forni e vi sono anche alcune considerazioni di Radu  Lidjenko (ben noto a chi conosce il Massimo musicista).

Se vi interessa, Gerontown è acquistabile qui in cartaceo e qui in ebook. Qui invece potete vedere il book trailer.