venerdì 17 dicembre 2010

Jean Rollin (3 novembre 1938 - 15 dicembre 2010)


Jean Rollin è stato un personaggio del tutto atipico nel mondo del cinema. Si è occupato di horror, di exploitation, di erotismo, di pornografia. Ha realizzato film che voleva fortissimamente fare e altri che invece avrebbe fatto volentieri a meno di girare. Ha dovuto condizionare la sua vena artistica al mercato in un modo molto pesante, spesso. Nonostante questo, è anche riuscito a dare altrettanto spesso un’impronta particolare ai suoi film. Ha fatto film di genere anche se probabilmente la sua indole lo avrebbe portato a dirigere film rarefatti, totalmente “artistici”.

Ma questo è comune ad altri registi. È pieno il mondo di persone che vorrebbero fare qualcosa di “alto” e si ritrovano a fare qualcosa di “basso” e riescono a farlo talmente bene da renderlo imprescindibile. Ciò che rende atipico - e unico - Rollin è il suo stile, la sua capacità visuale, il suo originale insieme di “poesia” e feuilleton, si sangue e sentimento, di violenza e filosofia. Pochi altri hanno sfidato lo spettatore di exploitation come ha fatto lui. Pochi gli hanno dato un prodotto così diverso da quello che si aspettava. Talvolta, chissà perché, lo si paragona a Jesus Franco, eppure non potrebbero esserci registi più diversi, come sottolineava lo stesso Rollin.

A Rollin ho dedicato una puntata della mia serie Kings of Exploitation su Segnocinema, quindi non mi dilungo: lì ho già scritto quello che penso del cinema di Rollin, a volte estenuante, ma spesso affascinante. Se posso consigliare un suo film a chi volesse celebrarne il ricordo con una visione consiglio La rose de fer, la summa della visione rolliniana.

giovedì 16 dicembre 2010

Ultracorpo di Michele Pastrello


Il giovane regista Michele Pastrello si è fatto notare con un pugno di cortometraggi apertamente o perifericamente horror attirando l’attenzione di diversi critici e ottenendo importanti riconoscimenti in vari festival. Da ricordare almeno lo psycho-horror Nella mia mente e 32, in cui la tematica ecologica è sviluppata in modo assolutamente originale.

L’originalità dell’approccio caratterizza anche il suo nuovo lavoro,
Ultracorpo, che sin dal titolo richiama uno dei film più famosi del fantahorror (L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel), del quale viene mostrato un frammento in Tv, mentre il protagonista interpretato dal bravo Diego Pagotto lo guarda. Qui non c’è però una minaccia aliena venuta a spersonalizzare l’umanità: l’umanità ci pensa da sola a farlo.

Umberto è un perdente, rassegnato a una vita ai margini. Vive di lavoretti, ha una cura del corpo che sembra quasi futile vista la situazione, guarda al passato - la foto dei familiari - anche se è ancora giovane e, infine, si accontenta di freddi rapporti con una prostituta per “adempiere” alle sue funzioni sessuali. Poi, un giorno, un amico gli offre un lavoretto in nero: sistemare lo scarico del lavandino di un tizio, un “frocio”, gli spiega l’amico come se quel termine fosse di per sé sufficiente a classificare l’individuo. Umberto ne prova un’istintiva repulsione e rifiuta l’offerta. Ma in realtà non può rifiutarla: ha bisogno di soldi. Perciò alla fine ci va e l’incontro produce conseguenze inaspettate per entrambi i protagonisti.

Pur agendo in un contesto che sembra quello di un horror thriller convenzionale - per suggestioni e atmosfere - Pastrello si avvicina alla tematica in modo del tutto anticonvenzionale. Dipinge con tocchi asciutti ed efficaci le ragioni della violenza. Mostra senza enfasi come la solitudine e lo squallore dei rapporti umani generi l’incapacità di relazionarsi con gli altri, come se fosse parte di un processo di desensibilizzazione, di baccellizzazione, per restare nel tema de
L’invasione degli ultracorpi. E qui, in un radicale rovesciamento del film di Siegel, l’ultracorpo è quello dell’uomo “normale” e non c’è nessuna invasione: gli uomini - in buona parte - sono già così, lo sonbo diventati. Molto efficace è anche la percezione del diverso - in questo caso l’omosessuale, ma la cosa potrebbe applicarsi ad altre categorie - come un mostro: la sequenza dell’incubo, condotta magistralmente e unico momento classicamente horror del film, è esemplare in questo senso.

Positivo è anche il fatto che le cose non siano schematiche: c’è un buon approfondimento delle motivazioni psicologiche dei protagonisti, ciascuno dei quali ha un margine di ambiguità che gli evita di essere uno stereotipo. Forse manca il guizzo finale che, narrativamente, possa sorprendere senza percorrere un sentiero inesorabile ma in parte prevedibile. Però l’insieme rappresenta un nuovo e notevole passo avanti per Pastrello, ormai più che maturo per un lungometraggio.

Ottima la fotografia di Mirco Sgarzi, adeguata ai vari stati d’animo della storia. E notevole anche l’interpretazione degli attori, circostanza che nel cinema indipendente non è proprio usuale. In particolare Felice C. Ferrara riesce a tratteggiare con grande efficacia un ritratto sinuoso e sfuggente di un personaggio visto come “alieno” dalla controparte.

martedì 14 dicembre 2010

Devil on the Mountain


Bigfoot, conosciuto anche come Sasquatch o Piedone (nessuna parentela con il personaggio di Bud Spencer), è il cugino americano dello yeti: entrambi - come molti altri - sono creature forse immaginarie o forse, chissà, reali (o lo sono state). Da un sacco di tempo vengono ricercate, ma nessuno le trova mai. Tranne sugli schermi, naturalmente.

Ultimamente c'è stata una ripresa di film su Bigfoot - particolarmente riuscito è
Abominable (la cui scheda trovate ovviamente nel Dizionario dei film horror - e proprio di uno di questi, vale a dire Devil on the Mountain di Steven R. Monroe, scrivo nella nuova puntata di Horror Frames, la mia rubrica su MyMovies, facendo anche un breve excursus storico sulle imprese cinematografiche del pelosone. Volete leggerla? Andate qui.

martedì 7 dicembre 2010

Recensione di Giovanna Branca a Il cinema di Bob Dylan


Mi fa particolarmente piacere segnalare l'attenta recensione che Giovanna Branca ha dedicato al mio libro Il cinema di Bob Dylan (Le Mani Editore) nel sito Close-Up dedicato al cinema. Il link alla recensione è questo.

martedì 30 novembre 2010

The Zombie Diaries


Quanti film di zombie hanno fatto negli ultimi vent'anni? Non lo so, ma sicuramente tanti e di tutti i tipi, tranne, spesso, quello giusto. Da mostri proletari e rivoluzionari, gli zombie sono diventati atipici e frequentemente neanche zombie in senso tecnico. Cioè, morti viventi. Non è raro infatti che adesso siano definiti zombie delle persone affette da qualche virus che li fa agire senza cervello e violentemente (e non parlo degli ultratifosi delle squadre di calcio). Uno dei primi - se non il primo - a presentare questa tipologia è stato Umberto Lenzi nel suo Incubo sulla città incontaminata che presentava l'indimenticabile Hugo Stiglitz - l'uomo da una sola espressione, più legnoso di una foresta - e nientemeno che Maria Rosaria Omaggio e Sonia Viviani (ma c'era anche Francisco Rabal). A suo modo, un classico e di sicuro intrattenimento.

Negli ultimi anni si sono visti diversi reality zombie movies a inaugurare una voga che - con i
Paranormal Activity e L'ultimo esorcismo - è proliferata con successo. Per farci credere a quello che vediamo e spaventarci di più vogliono farci pensare che sia tutto vero e, per farlo, strabuzzano la macchina da presa in tutte le maniere come se chi la tiene avesse il Parkinson. Ne sono venuti fuori film spesso anche belli, ma lo sarebbero stati anche con riprese più tranquille. Almeno, questo è quello che penso.

La nuova puntata di Horror Frames, la rubrica che scrivo per MyMovies, si occupa di uno di questi film,
The Zombie Diaries, in uscita da noi in dvd a qualche anno dalla sua uscita in Gran Bretagna. Secondo le informazioni diffuse, è stato realizzato senza subire l'influsso né del film di Romero (Diary of the Dead, naturalmente) né di Rec. A guardare le date di realizzazione si può dare conforto a questa tesi. Strano, comunque, che così tanti autori diversi anche nella localizzazione abbiano improvvisamente partorito lo stesso approccio strutturale: si vede che era nell'aria, come un bel virus zombesco.

Come al solito, chi vuole leggere ciò che ho scritto sull'aergomento non ha che da andare qui.

martedì 16 novembre 2010

Bubba Ho-tep


La nuova puntata di Horror Frames, la rubrica che scrivo per MyMovies, si occupa di un regista maverick, per dirla come gli americani, un outsider, diremmo noi sempre mutuando un termine americano: Don Coscarelli. E se ne occupa attraverso il suo film forse migliore, certamente il migliore degli ultimi tre decenni (Fantasmi è degli anni '70). Mi riferisco ovviamente a Bubba Ho-tep dove il vero Elvis Presley (un fantastico Bruce Campbell), invecchiato e sopravvissuto all'oblio, si mette insieme a J.F. Kennedy - interpretato dall'attore nero Ossie Davis (un grande) - per combattere una maligna mummia egizia.

Il film è del 2002, ma da noi è arrivato in dvd - con considerevole tempismo - solo quest'anno per cui è lecito parlarne ora, ma sarebbe comunque lecito parlarne in qualunque momento, visto che è un film decisamente brillante. Chi vuole saperne di più - cioè quello che ne ho scritto - può andare qui.

A margine, osservo solo che Ossie Davis - ottimo attore e anche regista di notevole interesse - si è anche occupato di diritti civili in tempi difficili. Sotto questa veste ha avuto modo - come lui stesso ha ricordato - di presentare Bob Dylan due volte a decine d'anni di distanza, dapprima nella famosa marcia su Washington con Martin Luther King e poi, recentemente, alla celebrazione all'Apollo Theatre dove Dylan si è esibito in una straziante versione del classico di Sam Cooke A Change Is Gonna Come.

Dopo una vita lunga e ricca di risultati significativi, Ossie Davis è morto nel 2005.

lunedì 15 novembre 2010

Saw 3D


Una delle saghe più prolifiche e di successo di tutti i tempi colpisce ancora con quello che dovrebbe - ma il condizionale è d'obbligo - concludere l'intera vicenda. Saw 3D è in uscita anche nelle nostre sale dopo essere già uscito con esiti commerciali discreti (ma non esaltanti) in quelle americane.

Chi vuole leggere cosa ne penso può seguire questo link che rimanda alla recensione che ho scritto per MyMovies.

La regia è di Kevin Greutert, che aveva già diretto il precedente episodio, del quale ho scritto qui. Tobin Bell interpreta ancora una volta - brevemente - il serial killer morente (e poi morto) più famoso della storia del cinema.

Flani (9): Ecatombe e La città verrà distrutta all'alba



Questa volta una coppia di flani, invece che uno solo. Il motivo è presto detto: si riferiscono entrambi allo stesso film, ma testimoniano di una pratica assai - purtroppo - frequente e fonte di problemi per tutti i compilatori di dizionari cinematografici, oltre che per gli spettatori: la rititolazione.

Oggi è frequente che un film compaia sotto titoli diversi, magari uno per la diffusione televisiva e uno per l'home video. Ma succedeva anche una volta quando i film uscivano solo al cinema. Questo perché c'erano - fenomeno ormai praticamente scomparso - le riedizioni. A distanza di pochi o tanti anni, i film venivano redistribuiti, prevalentemente nel periodo estivo, per raggranellare ancora qualche soldino. Con l'occasione, se il film non era famoso (mai nessuno ha pensato, che so, di dare un nuovo titolo a Via col vento), gli veniva fornito un nuovo titolo, fermo restando - credo per disposizioni legislative - che, in piccolo, ci fosse sotto il vecchio.

La città verrà distrutta all'alba di Romero era uscito nel 1974 e non aveva avuto molto successo. Qualche anno dopo, sull'onda della notorietà di Zombi, i distributori hanno pensato di rispolverarlo dandogli un nuovo titolo (Ecatombe) e una nuova verginità sperando che la fama di Romero potesse fungere da traino. Risultato: il film non se lo filò nessuno neanche quella volta. Cose che capitano (molto spesso).

De La città verrà distrutta all'alba - originale e recente remake - ho già parlato qui.

giovedì 4 novembre 2010

Time Out per Rosco e Sonny


Time Out è il titolo della nuova avventura di Rosco e Sonny, il dinamico duo poliziesco, pubblicata sul numero 45 de Il Giornalino, quello attualmente in edicola. I disegni sono sempre dell'ottimo Rodolfo Torti e i testi li ho scritti io. La storia, come si può intuire dal titolo, è di ambientazione cestistica.

Qui sopra una vignetta della storia.

mercoledì 3 novembre 2010

Topo-lee e il segreto del dragone pensoso


Topo-Lee e il segreto del dragone pensoso è il titolo della storia che ho scritto e che è pubblicata nel numero 2867 di Topolino, attualmente in edicola. I disegni sono di Graziano Barbaro, che ha fatto un ottimo lavoro.

E' un mio personale omaggio a una tradizione che amo molto, quella del wuxia-pian e, più in generale, dei film di arti marziali. I nomi stessi dei personaggi principali (Topo-lee, Gamba-lieh, Minni Lin) sono un richiamo a interpreti che hanno fatto la storia di questo genere, ma, a parte le cose più evidenti, è lo spirito di rivalsa morale, avventuroso e fortemente simbolico che ho cercato di adottare e di adattare a una storia divertente e, almeno nei miei intendimenti, umoristica. Il cinema del mio autore preferito nel genere, King Hu (se vi capita, guardatevi almeno
A Touch of Zen), mi ha ispirato nell'impresa, ma anche lo spirito comico e dinamico di Jackie Chan - l'altra faccia della medaglia - è stata un'ispirazione utile. Come in Topolino e la principessa del lago invisibile, inoltre, ho cercato di far agire sinergicamente Topolino e Minni in un accordo fatto di differenze, ma di una profonda sintonia. E Gambadilegno è un cattivo di spessore. In più, l'occasione è stata buona per trovare un ruolo adeguatamente bizzarro per Pippo, qui enigmatico maestro dai molti segreti.

E' prerogativa di uno sceneggiatore gestire le proprie influenze in modo da trarne materia nuova e farne una delle proprie fonti di ispirazione e nel contempo rendere omaggio ai propri "maestri", senza che questo si traduca in cinefilia (nel mio caso) fine a se stessa: questa storia mi ha permesso di farlo e proprio per questo può essere letta anche da chi non sa nulla dei film in questione.

martedì 2 novembre 2010

Horror Frames: Mega Shark vs Giant Octopus


Uno dei misteri insoluti del cinema horror dell'ultimo ventennio è la proliferazione di film su squali, squaloni e altre creature acquatiche. Perché è un mistero? Perché non si capisce come possano venire quasi tutti così male e riescano comunque a essere prodotti con buona continuità. A questi film - e in particolare a uno di questi, Mega Shark vs Giant Octopus - è dedicata l'odierna puntata della rubrica Horror Frames che scrivo per MyMovies.

Chi vuole leggere cosa ne penso, può agevolmente andare qui e leggersi l'articolo. Sempre meglio che vedersi il film.

Questo qui sopra dovrebbe essere - se la memoria non mi inganna - il momento in cui il tentacolato distrugge un elicottero: e poi non dire che hanno lesinato negli effetti speciali.

lunedì 1 novembre 2010

Il blog di Corte del Fontego editore


Corte del Fontego - l'editore del Dizionario dei film horror - ha da qualche giorno un blog nel quale trovano posto informazioni sulla sua attività editoriale, con particolare riferimento al catalogo, agli autori, alle novità, alle recensioni e alle presentazioni.

Oltre al Dizionario dei film horror, Corte del Fontego ha pubblicato parecchi libri interessanti, relativi in particolare a materie topiche e sempre attuali come l'urbanistica: un'apposita collana, inoltre, è dedicata a Venezia e comprende saggistica, narrativa e guide speciali sulla città lagunare.

Nel blog sono presenti già diversi post: chi vuole leggerli non ha che da seguire questo link.

Dizionario dei film horror su MyMovies


Dal 31 ottobre, in concomitanza non coincidentale con la notte di Halloween, il mio Dizionario dei film horror (edito da Corte del Fontego) è online su MyMovies, aggiungendosi con la sua specificità agli altri dizionari cinematografici che già formano il database del sito.

Questo è il link alla bella presentazione di Roberto Pugliese.

martedì 26 ottobre 2010

Flani (8): Fluido mortale


Oggi è più noto come Blob e con questo titolo è recentemente uscito in dvd, ma allora era noto con il suo titolo italiano primigenio, Fluido mortale. Tanto noto che anche il remake del 1988 (un altro dovrebbe essere in arrivo l’anno prossimo) è stato tradotto con un titolo molto simile, Il fluido che uccide.

Uscito nel 1958, il film è stato riedito - come si usava una volta, nell’epoca antecedente all’home video - nell’agosto 1973 ed è a quella riedizione che appartiene il flano che vedete qui sopra. La datazione della riedizione - oltre che perché ve l’ho già detta io - è anche e comunque evidente dallo slogan che tenta disperatamente di farlo passare per un giallo, genere al momento in gran voga, dato che allora si era nel pieno dell’ondata argentiana, sia con i film di Argento sia con quelli dei suoi emuli, imitatori o autonomi prosecutori che dir si voglia.

Ovviamente,
Fluido mortale non è un giallo, ma un inventivo e spavaldo fantahorror interpretato niente meno che da uno Steve McQueen non ancora famoso (all’epoca della prima uscita del film). Naturalmente l’ho rivisto al cinema in quella occasione - al cinema Altino, un cinema che, altrettanto naturalmente, non c’è più - ma l’avevo già visto prima ed era stata una visione indelebile che ancora ricordo sia per il film sia per l’effetto che mi aveva fatto. L’avevo visto infatti a otto-nove anni in un cinema parrocchiale dove andavo ogni domenica e penso sia stato il film che mi ha fatto più paura in assoluto perché il suo mostro - una massa marmellatosa che inglobava gli umani, un blob appunto - era assolutamente silenzioso e quindi non potevi anticipare quando ti sarebbe capitato addosso. Nel buio della mia cameretta - classica frase - quella notte mi aspettavo da un momento all’altro di andare a far parte di una marmellatona. La notte dopo già mi ero tranquillizzato, ma penso che quel film sia stato cruciale per convertirmi all’horror.

Visto oggi magari può sembrare ingenuo e formulaico, ma contiene diverse idee ancora buone e assai imitate: se vi capita e non l’avete ancora visto, dategli un’occhiata, è un ottimo esempio del sense of wonder un po’ deviato della fine degli anni ’50. La coppia produttore-regista Jack B.Harris e Irvin S. Yeaworth ne ha realizzato un altro paio di campioni (meno validi, ma interessanti):
Delitto in 4a dimensione e Dinosaurus!.

lunedì 25 ottobre 2010

I mercoledì di Pippo su Disney Big n. 31


Come ho già spiegato non è il caso che segnali ogni mia uscita fumettistica, ma ci sono casi in cui non mi posso esimere. Com’era già successo tempo fa per Topan il barbaro (e ne avevo parlato qui), su Disney Big - nel n. 31 attualmente in edicola - è stato ristampato un certo numero di episodi di un’altra mia serie, un po’ più nota, I mercoledì di Pippo.

È una serie a cui sono molto legato per vari motivi e che ho creato nel 1991 con la storia
Pippo e il giallo a premi, che ancora non era un Mercoledì di Pippo. La serie vera e propria, nata con il decisivo stimolo di Lino Gorlero (disegnatore di Pippo e il giallo a premi e di parecchi Mercoledì), parte invece con Il segreto di Shazan. In tutto, compreso Pippo e il giallo a premi, sono 34 storie.

Gli episodi ristampati su
Disney Big sono quattro, alcuni già ristampati, ma uno - La cappa e la spada - alla prima ristampa da quando è stato pubblicato su Topolino 2219 del 1998. Gli episodi sono questi:

Il cavaliere quasi solitario (disegni di Silvio Camboni): nono Mercoledì in ordine di scrittura;
Il maniero del brivido (disegni di Massimo De Vita): decimo Mercoledì in ordine di scrittura;
Pirati all’arrembaggio (disegni di Lino Gorlero): ottavo Mercoledì in ordine di scrittura;
La cappa e la spada (disegni di Alessandro Perina): ventiduesimo Mercoledì in ordine di scrittura.

La serie, con un formato molto particolare e una sostanziale inversione di ruoli tra Topolino e Pippo (che però mantenevano le loro caratteristiche), prendeva di volta in volta in giro i vari filoni narrativi creandone una versione alla Pippo. Lo scopo era di riderci sopra, naturalmente. Con grande libertà.

domenica 24 ottobre 2010

Paranormal Activity 2


Inserisci linkIl seguito del film fenomeno (paranormale) della scorsa stagione è uscito e quindi non mi resta che segnalare la recensione che ho scritto al proposito su MyMovies. Chi vuole leggerla basta che vada qui. A giudicare dall'esito del primo giorno d'uscita negli USA (con circa 20 milioni di dollari già incassati), pare che anche questo secondo seguito - diversamente da quello di The Blair Witch Project - sia destinato a incassi ragguardevoli: che sia il preludio al terzo episodio? Probabile, visto anche il finale di questo sequel (che in realtà è un prequel-sequel).

Qui sopra un'immagine dal film.

sabato 23 ottobre 2010

Brandeis University 10 maggio 1963: Bob Dylan in concerto


Quando pensi che abbiano tirato fuori tutti i conigli dal cappello - almeno da un determinato cappello perché nel caso di Bob Dylan ce ne sono parecchi - qualcosa riesce ancora a sorprenderti, come il recupero imprevisto di un concerto, quasi integrale, risalente a oltre 47 anni fa e sinora mai distribuito neanche in bootleg.

Si tratta del concerto tenuto da Dylan alla Brandeis University il 10 maggio 1963 nell’ambito del Brandeis University Folk Festival di Waltham, Massachusetts. Dopo l’annuncio che sarebbe stato allegato come freebie al volume 9 della Bootleg Series (The Witmark Demos 1962-1964) e alla collezione di registrazioni mono dei primi album (da quello omonimo iniziale a John Wesley Harding), finalmente ho potuto entrarne in possesso e ascoltarlo.

Lo spirito è quello che abbiamo già avuto modo di sentire da altre registrazioni dell’epoca, ma è un’aggiunta importante al canone dylaniano, non foss’altro che per la buona qualità della registrazione e dell’interpretazione. La prima cosa che balza all’orecchio è l’attualità costante delle canzoni cosiddette di protesta che allora formavano la parte principale del repertorio dylaniano. Persino l’ironica Talkin’ John Birch Society Blues è ancora perfettamente valida, vista la persistenza delle organizzazioni filonaziste e la oggi anacronistica (ma ancora praticata) insistenza a dare incongruamente del comunista a destra e soprattutto a manca. Ballad of Hollis Brown, poi, in questi tempi di crisi economica è più attuale che mai, mentre Masters of War non è mai andata fuori modo, visto che di guerre pare non se ne possa proprio fare a meno.

La scaletta è interessante e comprende canzoni poco sentite dal vivo, come la struggente Bob Dylan’s Dream, la chilometrica Talkin’ World War III Blues che ironizza sulla paranoia americana o la comica Talking Bear Mountain Picnic Massacre Blues.

Bob Dylan è totalmente padrone delle sue canzoni e del pubblico in un momento di totale sinergia che resta ancorato a quel particolare periodo. Certo, per chi va ai suoi concerti di questi ultimi vent’anni risulta difficile credere che allora ci fosse un pubblico che andava a sentire musica e parole e applaudiva al termine delle singole esibizioni, invece che parlare e urlare per tutta la durata del concerto.

Il Brandeis freebie l’ho avuto prendendo The Witmark Demos, sui quali magari tornerò in futuro: materiale essenziale, ma già noto ai collezionisti. È bene comunque che sia stato pubblicato ufficialmente colmando una lacuna di conoscenza.

martedì 19 ottobre 2010

Devil e La notte dei morti viventi 3D


Doppia segnalazione questa volta. La prima è per la nuova puntata di Horror Frames, la rubrica che scrivo per il sito di MyMovies: stavolta è dedicata al nuovo (vabbe' è del 2006, ma esce solo adesso in dvd) remake di La notte dei morti viventi. La notizia è che stavolta è tridimensionale, l'altra notizia è che tra i protagonisti c'è Sid Haig, il mitico protagonista di Spider Baby, il capolavoro di Jack Hill (o quantomeno uno dei suoi capolavori): se qualcuno non l'ha ancora visto - Spider Baby, intendo - lo veda. Quanto a La notte dei morti viventi, se volete sapere cosa ne penso, andate qui.

L'altra segnalazione riguarda sempre MyMovies ed è relativa alla mia recensione di
Devil, il nuovo film scritto (solo il soggetto) e prodotto da M. Night Shyamalan, l'autore de Il sesto senso e di The Unbreakable. Chi vuole leggerla può andare qui (che è naturalmente un qui diverso dall'altro qui). Il film dovrebbe uscire il 12 novembre al cinema, così vi potete preparare.

Qui sopra, Sid Haig in La notte dei morti viventi 3D.

venerdì 15 ottobre 2010

Beasts in the Cellar di John Hamilton


Tony Tenser (1920-2007) è stato un personaggio chiave del cinema inglese di genere. Uomo d’affari molto attento al lato economico, ma appassionato di cinema, ha saputo coniugare entrambi questi aspetti con una fertile attività produttiva che ha lasciato il segno.

Il libro
Beasts in the Cellar - The Exploitation Film Career of Tony Tenser (FAB Press) di John Hamilton pubblicato nel 2005 ne traccia la vicenda lavorativa in modo esemplare, condensandola in 304 pagine di grande formato riccamente illustrate (in bianco e nero nel testo, più un consistente inserto fuori testo a colori), tracciando contemporaneamente, com’era inevitabile, una vivida parabola dell’industria cinematografica britannica del periodo e dando ancora una volta un esempio di come si possono e si dovrebbero fare i libri sul cinema. La casa editrice è la FAB Press, che della qualità ha fatto una sua prerogativa sin dai tempi della memorabile rivista Flesh and Blood (dal cui acronimo viene il nome della casa editrice).

Tenser ha legato principalmente il suo nome a due case di produzione che ha contribuito a fondare: la Compton Films (assieme a Michael Klinger) e la ben nota Tigon, il cui emblema era appunto uno strano animale metà tigre e metà leone). Per far comprendere la sua importanza, basta ricordare che la Compton è la casa che ha permesso a Roman Polanski di sfondare nel cinema occidentale con
Repulsion e Cul-de-sac. Ma sono targati Compton anche alcuni horror di un certo interesse: La morte nera e Laser X: Operazione uomo.

La Tigon ha avuto vita più lunga e variegata, ma si è distinta in particolare nell’horror. Tenser si era molto legato alla giovane promessa del cinema inglese, Michael Reeves, producendogli
Il killer di Satana (curiosamente, nello staff tecnico c’era anche, a dare una mano, nientemeno che Raquel Welch) e Il grande inquisitore: il secondo è tuttora considerato uno dei migliori horror di sempre. Altri erano in cantiere, ma Reeves morì giovanissimo ad appena 25 anni per un’accidentale overdose di barbiturici, mettendo fine a una carriera di cui si possono solo immaginare i possibili esiti.

Con la Tigon, Tenser ha prodotto horror di vari tipi con risultati assai diversi. Qualche titolo può aiutare a identificare la linea della casa:
Il mostro di sangue con Peter Cushing, Il buio di Michael Armstrong, Black Horror - Le messe nere con il trio Karloff-Lee-Steele, il dirompente (per l’epoca) La pelle di Satana con Linda Hayden, lo zombie-romance Né mare né sabbia. Uno degli ultimi è stato il complesso e affascinante Il terrore viene dalla pioggia, un film fuori tempo diretto da Freddie Francis e interpretato da Peter Cushing e Christopher Lee (ma a brillare è anche Lorna Heilbron).

Tenser ha anche prodotto
1917, il cortometraggio di esordio di un altro all’epoca giovanissimo regista: Stephen Weeks, la cui carriera (o non carriera) è stata comunque unica. Su di lui credo che tornerò in un prossimo post.

La Tigon è stata comunque una casa che agiva ad ampio raggio e per fare solo un esempio ha anche prodotto il curioso western di Burt Kennedy,
La texana e i fratelli penitenza con Raquel Welch.

Significativamente, l’ultimo credit di Tony Tenser è stato un horror giunto agli sgoccioli della stagione dell’horror britannico:
Nero criminale - Le belve sono tra noi di Pete Walker, un film epocale per un’epoca che non c’era più.

Ricco e tranquillo, Tenser si è poi dedicato con successo alla compravendita di immobili e, una volta in pensione, al golf, sorprendendosi che i suoi film fossero ancora ricordati.

Il libro è in inglese, of course.

mercoledì 6 ottobre 2010

Topolino e la principessa del lago invisibile


Nel numero 2863 di Topolino attualmente in edicola, chi vuole può leggersi la storia Topolino e la principessa del lago invisibile che ho scritto per i disegni di Massimo De Vita.

È una storia un po’ particolare per me, nella quale ho cercato di fare qualcosa di diverso da quello che ho fatto negli ultimi anni. C’è il cinema, c’è un mistero, ci sono Topolino e Minni che cercano di concerto la verità per portare un aiuto più che per svelare un enigma, c’è Gambadilegno in un ruolo da criminale vero e proprio, c’è l’Irlanda e c’è anche un colpo di scena che dovrebbe essere spiazzante (anche se in qualche modo questo mi ha fatto ricordare l’annosa e bonaria contesa tra i registi e quelli che realizzano i trailer: come sapete, i primi vorrebbero che i secondi non mostrassero quasi niente per non compromettere l’effetto sorpresa del film e i secondi vorrebbero mettere il più possibile per creare un trailer avvincente e attrarre il pubblico).

Il risultato mi ha soddisfatto e in particolare mi ha fatto molto piacere che la storia sia stata disegnata da Massimo De Vita, uno dei più grandi disegnatori Disney in assoluto. Abbiamo già collaborato nella mia terza storia, l’ormai antica
Topolino e il ricattatore misterioso (anche quella, curiosamente, di ambiente cinematografico) e poi diverse altre volte, tra cui anche dei Mercoledì di Pippo: ogni volta ha saputo rendere alla perfezione storie e atmosfere. E queste, credetemi, sono cose che uno sceneggiatore apprezza molto.

Qui sopra la prima pagina della storia.

martedì 5 ottobre 2010

Benvenuti a Zombieland


La zombie comedy Benvenuti a Zombieland - il cui titolo italiano mi fa inevitabilmente venire in mente un verso di Bob Dylan in altro contesto: Welcome to the land of the living dead (volevo metterlo nel retrocopertina del Dizionario dei film horror) - è l'oggetto della rubrica che scrivo per MyMovies. Bel film, divertente: chi vuole leggere cosa ne penso può trovarlo qui.

Veramente una stranezza che non sia uscito in sala, penso che avrebbe potuto avere un pubblico di riferimento come lo ha avuto negli USA. Del resto, i misteri della distribuzione sono veramente misteriosi come dimostra il fatto che a ormai diversi anni dalla realizzazione - e a diverso tempo dalla distribuzione in dvd persino in Italia - è appena uscito negli Stati Uniti
Case 39, un horror con Renée Zellweger di cui ho parlato in un altro Horror Frames: si vede che avevano bisogno di dare una spolverata agli scaffali delle pizze.

Anyway, qui sopra un'immagine di Woody Harrelson in
Benvenuti a Zombieland: è un attore generalmente simpatico, ma qui lo è più del solito.

domenica 26 settembre 2010

Schio Comics 2010!



Arrivata alla terza edizione, Schio Comics è una manifestazione fumettistica in crescita che punta molto sulla centralità degli autori dedicando loro delle mostre personali ricche e molto curate. A proposito di cura, il curatore è l’eroico Mauro Penzo che anche questa volta ha fatto un ottimo lavoro.

Le star di questa edizione sono Alessandro Gottardo e Silvia Ziche e quindi non potevo proprio esimermi dall’andarci. E infatti ci sono andato. La presentazione si è svolta ieri pomeriggio alle sei davanti a un folto pubblico (e ne ho le prove, come si usa dire).

Per l’occasione, come di consueto, è stato realizzato un albo a fumetti - dedicato questa volta a un eroe locale costruttore del primo dirigibile interamente italiano - e realizzato da una valente schiera di autori. Facciamo - come gli informatori della polizia - i nomi. Alcuni sono famosi, altri lo diventeranno: Emanuele Apostolidis, Davide Ceccon, Sara Isello, Piero Pierotti, Mark Donato, Marco Pasin e El-Hadji Sidy Ndaye.

La manifestazione prosegue anche oggi, per cui chi si trova in zona farebbe bene a farci un salto: si trova a Palazzo Fogazzaro, via Pasini 44. A Schio, ovviamente.

Alessandro Gottardo mi ha gentilmente fornito qualche documentazione fotografica che, godardianamente, non si incentra sul cuore della manifestazione ma sui dettagli. Pertanto, qua sopra posso inserire una foto del pubblico (ci sono anch’io, somewhere) che è tra l’altro la prova di cui sopra (che era folto, cioè). Poi il Gotta mi ha mandato anche un breve - ma veramente breve - filmato della presentazione in cui (da un’angolatura che farebbe orgoglioso Enrico Ghezzi) si riesce a scorgere Silvia Ziche, oltre a Mauro Penzo (che sta parlando). Mentre scrivo queste righe non so se sarò in grado di inserirlo (il filmato): chi legge potrà scoprire da solo se alla fine ce l’ho fatta.

Alessandro mi ha mandato anche un filmato e una foto della ricca cena post mostra (realizzata da cuochi sopraffini: la cena, non la mostra), ma dato che ci sono anch’io per ovvii motivi di privacy (e di buon gusto) non posso pubblicarli.

Qui sopra anche la copertina dell’albo speciale realizzato per l’occasione.
video

venerdì 24 settembre 2010

Bob Dylan a fumetti (3)



Concludo la trilogia fumettistico-biografico su Bob Dylan. Come ho già detto, la miniserie di tre comic-books è uscita all’interno di una collana intitolata Rock’n’Roll Comics pubblicata dalla Revolutionary Comics. Gli albi su Bob Dylan occupano i numeri 50, 51 e 52 della collana e sono usciti nel 1992 (agosto, settembre, ottobre). Del primo e del secondo albo ho parlato rispettivamente qui e qui.

Il terzo albo porta la vicenda up-to-date al 1992. La copertina si ispira a quella dell’allora recentissimo
Under the Red Sky, l’ultimo album di materiale originale dylaniano uscito sino a quel momento (e tale sarebbe rimasto per anni, sino a Time Out of Mind del 1997). L’interno segue la linea degli albi precedenti e non è che sia un bene: la cronologia dei fatti è abbastanza accurata, ma i disegni e i dialoghi sono più legnosi di una foresta vergine. Un esempio è la vignetta riprodotta qui sopra, che si riferisce al Grammy alla carriera del 1991 e a una delle varie apparizioni di Dylan al Letterman Show (ne ho parlato anche nel mio libro, Il cinema di Bob Dylan).

Una riflessione però è d’obbligo sulla difficoltà intrinseca di rappresentare la musica e i musicisti nei fumetti. Il fumetto è per sua natura muto. I suoni onomatopeici suppliscono bene a quelli naturali, ma la musica è un’altra cosa. I personaggi a fumetti che hanno avuto a che fare con la musica non sono stati molti - i protagonisti che facevano musica, intendo - proprio perché la loro rappresentazione è sempre inevitabilmente stata goffa. Si suppliva all’espediente facendo fare loro dell’altro - che ne so, il cantante che si trovava dentro trame gialle - ma questo era solo un espediente. Allo stesso modo, rievocare in un fumetto un cantante famoso risulta in qualche modo monco: in questo caso si può chiedere un contributo al lettore (che conosce le canzoni e quindi supplisce alla loro effettiva mancanza), ma a mio parere la cosa resta un’esperienza incompleta. Niente di grave, comunque.

mercoledì 22 settembre 2010

The Dunwich Horror


Questa volta sulla rubrica Horror Frames che scrivo per MyMovies mi occupo di Howard Phillips Lovecraft, uno scrittore che dovrebbe essere un tantino noto a chi si interessa di horror: in particolare, naturalmente, mi occupo delle sue (s)fortune cinematografiche e, ancor più in particolare, del film The Dunwich Horror, diretto nel 2009 da Leigh Scott.

Molti ricorderanno
Le vergini di Dunwich, un film di Daniel Haller che come titolo originale aveva proprio The Dunwich Horror. Questo non è un remake di quello, ma piuttosto una nuova versione dell'originale lovecraftiano. Le vergini di Dunwich aveva come protagonista, oltre a Sandra Scandalo al sole Dee, Dean Stockwell. Questo ha come protagonista Dean Stockwell. Combinazione. Le somiglianze si fermano più o meno qui.

Chi è interessato a leggere cosa ne ho scritto può cliccare qui ed essere spedito automaticamente al posto giusto.

Qui sopra una foto di Dean Stockwell (e chi se no?) da
The Dunwich Horror, che comunque ha nel cast anche l'immarcescibile Jeffrey Combs, altro lovecraftiano di ferro (Re-Animator docet).

lunedì 13 settembre 2010

Flani (7): La notte dei diavoli


Riprende il piccolo viaggio nella memoria del tempo (cinematografico) che fu attraverso un altro flano, stavolta relativo a un piccolo ma interessante film di Giorgio Ferroni, La notte dei diavoli.

Si tratta di una nuova versione dello stesso racconto di Aleksei Tolstoi già usato da Mario Bava per uno degli episodi del suo I tre volti della paura. Chi vuole può leggersi la scheda che ho scritto per il Dizionario dei film horror. Tra gli interpreti, il sempiterno Gianni Garko e una Agostina Belli al massimo del suo splendore. Ma ci sono anche la bambina per eccellenza di quei tempi (Cinzia De Carolis) e una veterana del cinema spagnolo, Teresa Gimpera. Un film che vale la pena di vedere, se vi capita.

La frase di lancio fa pensare a un film di licantropi (la luna, la trasformazione, le forze incontrollabili) e sembra essere stata scritta da qualcuno che non aveva visto il film.

Per la cronaca, la suspense ogni tanto si interrompeva.

Sempre per la cronaca, la matematica mi dice che questo è il centesimo post di questo blog. Niente di che festeggiare, ma è comuque un dato di fatto.

Erich von Stroheim e il cinema


Recentemente sono incappato nel numero 2 della rivista Sequenze, datato ottobre 1949. Sequenze era una rivista cinematografica diretta da Luigi Malerba e il numero in questione è monografico: si intitola “I registi parlano del film”. Coerentemente, contiene, assieme a pochi saggi critici, una serie di interventi di registi all’epoca famosi (e famosi anche adesso - o almeno dovrebbero esserlo - perché hanno fatto la storia del cinema).

Tra i registi intervenuti ci sono Chaplin, Eisenstein, Laurence Olivier, Pudovkin, Visconti, Dreyer, René Clair e altri ancora. Ignoro l’origine degli interventi - se siano stati scritti appositamente o siano traduzioni o altro ancora (non è specificato - ma quello che è certo è che sono molto interessanti.

Il più interessante di tutti, per me, è comunque quello di Erich von Stroheim. Come prima cosa perché già allora non dirigeva film da molti anni e non ne avrebbe più diretti. Colpito da una sorta di bando perpetuo, aveva dovuto - un po’ come sarebbe successo a Orson Welles (che avrebbe però potuto in qualche misura continuare a dirigere) - limitarsi a utilizzare uno dei suoi talenti di cui era dotato, la recitazione, spesso in film modesti che proprio dalla sua presenza traevano il motivo primo della loro esistenza. Come seconda cosa perché le sue riflessioni gettano una luce anche sulla vicenda umana di un autore di immense capacità costretto al silenzio creativo. L’articolo nel suo insieme è una lettura imperdibile e comprende anche il racconto degli inizi di von Stroheim come comparsa per D.W. Griffith, ma qui non posso che limitarmi a riportarne alcune frasi significative del rapporto di von Stroheim con il cinema e la produzione:

“Mi sono dato interamente al cinema perché, amico delle arti, vi ho trovato il più grande mezzo di espressione artistica. Il teatro non dispone che di mezzi limitati: è incompleto e sovente artificioso, il cinema è senza limitazioni e vi si può mostrare la vita reale con tutte le sue sozzure”.

“Non ho affatto abbandonato del tutto l’idea di dirigere di nuovo altri film. Avevo elaborato un progetto nel 1938 assieme al mio caro amico Jean Renoir. Egli aveva dialogato una sceneggiatura scritta da me:
La Dame Blanche. Io dovevo realizzarla con Jacques Becker come assistente. Ma la guerra ha impedito che il progetto fosse portato a termine. Quasi nello stesso tempo una società francese mi aveva assunto per realizzare un soggetto a mia scelta. Io proponevo una storia molto interessante intitolata La Couronne de Fer. I produttori la fecero adattare in un modo tale che la sceneggiatura era indegna di questo nome. Io ruppi il contratto. In seguito si realizzò questo film, credo, in Italia”. (qui von Stroheim si riferisce molto probabilmente a La corona di ferro di Blasetti del 1941)

“Mi è stato proposto recentemente di fare tre versioni di uno stesso film per una somma ridicolmente modesta e questo ‘per provare al mondo che io sono ancora capace di fare dei film’. Io non ho affatto bisogno di questa elemosina. Il mio passato parla sufficientemente, io penso, per permettermi di rifiutare degli affari che tornerebbero a esclusiva utilità dei produttori. E tuttavia non sono molto esigente. Io domando che si accetti un preventivo di 50-60 milioni, somma che si concede a dei registi debuttanti. Ho anche pronto un soggetto:
Les Feux de Saint-Jean. È la storia di un uomo che ama la sorella della moglie, per le qualità che vorrebbe trovare in questa”.

“Il cinema di domani non potrà essere che a colori e in rilievo poiché la vita è a colori e in rilievo”.

“Molto spesso quando ho lavorato sotto la direzione di altri registi, il mio cuore era spezzato, mi si sottoponevano dei progetti interessanti e molto denaro di cui una parte mi era data subito. Io firmavo; quando arrivava il giorno in cui bisognava cominciare a girare il film, mi si presentava una sceneggiatura impossibile, ma ormai io avevo accettato e consumato il denaro. Ero obbligato a recitare. Qualche volta si domandava il mio parere su certe scene, ma sovente il regista mi considerava troppo vecchio per comprendere la tecnica moderna”.

“Fra i registi di cui apprezzo il lavoro c’è anche” (prima ha citato Renoir e Clouzot) “Lewis Milestone, Christian Jacque e soprattutto Billy Wilder col quale ho fatto
Five Graves to Cairo e sotto la direzione del quale reciterò prossimamente Sunset Boulevard” (vale a dire Viale del tramonto, funereo ritratto della Hollywood che fu con un grandissimo von Stroheim quasi nei panni di se stesso).

“Quattro anni fa la veggente mi ha predetto una vita da ‘palla da tennis’ e dei grandi onori. Dopo di che i miei produttori non hanno affatto onorato i miei contratti e altri mi debbono ancora del denaro”.

Traspare una grande amarezza, oltre a una notevole dignità. Gli appassionati di horror amano ricordare von Stroheim per le sue caratterizzazioni indimenticabili in film come La donna e il mostro, ma c’era stato molto di più e molto altro avrebbe potuto esserci se la genialità non fosse così poco considerata.

martedì 7 settembre 2010

Horror Frames: Sauna


Questa volta, nella rubrica Horror Frames che scrivo per MyMovies, mi occupo di Sauna, un interessante film finlandese (in coproduzione con la Repubblica Ceca, per la precisione) di Antti-Jussi Annila: è un film che mi sento di raccomandare anche a chi non ama l'horror, oltre a qualche distributore italiano volenteroso. Come sempre, chi vuole leggere cosa ho scritto, non ha che da andare qui.

L'horror nordico sta sfornando sempre più prodotti di valore, diversi e stimolanti. Niente male, davvero.

Qui sopra una immagine dal film con, di spalle, Ville Virtanen, l'ottimo protagonista.

venerdì 3 settembre 2010

Rosco, Sonny e un'antenna in pericolo


Nel numero 36 del Giornalino, in edicola questa settimana, nuovo episodio della serie Rosco e Sonny. Il titolo è Un'antenna in pericolo e la storia si basa su una successione di quelli che venivano chiamati cliffhanger e che qui lo sono sostanzialmente per davvero, dato che i nostri poliziotti si trovano sospesi nel vuoto di un burrone, decisamente nei guai.

Come ho già scritto - ma lo ripeto volentieri - la serie è stata ideata dal maestro Claudio Nizzi e disegnata dapprima da Giancarlo Alessandrini e poi, quasi subito, dal dinamico Rodolfo Torti. Io sono subentrato ai testi nel novembre 1990, quindi mi appresto a celebrare volentieri le prime due decadi. Caratteristiche della serie sono ironia, azione e capovolgimenti di scena. Buona lettura.

domenica 29 agosto 2010

Nam Nai Choi su Segnocinema


È uscito il numero 165 (settembre-ottobre 2010) di Segnocinema sul quale, oltre al classico e utilissimo compendio Tutti i film dell’anno che scheda tutte le uscite della stagione, c’è l’undicesimo articolo della mia serie Kings of Exploitation, questa volta dedicato a Nam Nai Choi.

Nam Nai Choi - ho usato questa grafia perché è quella che mi è più familiare, ma è conosciuto con traslitterazioni e pseudonimi diversi - è un regista molto interessante e molto misconosciuto. Amante dell’eccesso e caratterizzato generalmente da uno stile iperdinamico e brillante, ha percorso tumultuosamente un decennio abbondante (1981-1992) del cinema di Hong Kong per poi sparire nel nulla. Ha diretto alcuni film che sono rimasti indelebilmente nella memoria del cinema di genere -
Story of Ricky e The Seventh Curse sono forse i più famosi - ma ha dato buona prova di sé anche in opere meno conosciute e assai curiose: Killer’s Nocturne, per citarne una sola, tra le più bizzarre.

Il periodo in cui ha lavorato come regista è tra i più significativi del cinema di Hong Kong e lui ne è stato in qualche modo un emblema, pur agendo sostanzialmente sotto traccia, sempre poco considerato, almeno a livello individuale. La commistione di generi che caratterizzava quegli anni ha trovato in lui un artefice tra i più spavaldi, capace di mettere insieme elementi disparati con esiti spesso felici o comunque inconsueti.

“Maledizioni esplosive, canguri boxeur, affascinanti spiriti della natura sedotti e seducenti, gatti alieni, supermonaci contro il male, carcerati capaci di spappolare stomaci con un pugno: l’immaginario di Nam Nai Choi è variegato e multiforme, oltre ogni limite. Mostra cose mai viste e mai più riviste, a testimonianza di un momento particolare di una cinematografia in cui tutto sembrava possibile” scrivo nella presentazione dell’articolo su Segnocinema.

Della mia serie Kings of Exploitation ho già parlato qui in occasione, l’anno scorso, dell’uscita del pezzo di Teruo Ishii. Mi sembra utile aggiornare l’indice della serie:
Jesus Franco (Segnocinema 104/2000)
Jean Rollin (Segnocinema 111/2001)
Pete Walker (Segnocinema 117/2002)
Jack Hill (Segnocinema 123 e 124/2003)
Doris Wishman (Segnocinema 129/2004)
Eddie Romero (Segnocinema 135/2005)
Paul Naschy (Segnocinema 141/2006)
René Cardona e Juan Lopez Moctezuma (Segnocinema 147/2007)
Michael e Roberta Findlay (Segnocinema 153/2008)
Teruo Ishii (Segnocinema 159/2009)
Nam Nai Choi (Segnocinema 165/2010)

Buona lettura a chi deciderà di intraprenderla.

I miei fumetti e Bob Dylan (2)



Riprendo dopo un bel po’ la mini miniserie dedicata ai miei fumetti con citazioni o implicazioni dylaniane. Ne avevo iniziato a parlare in questo post. Stavolta il riferimento è più diretto. Il fumetto si intitola Le radici dell’odio: la storia di Emmett Till, è stato disegnato da mio fratello Gianni ed è stato pubblicato sul Messaggero dei Ragazzi n. 11 del 1993. Qualche annetto fa, quindi.

La vicenda è quella dell’omicidio di un ragazzo di colore avvenuta nel profondo Sud degli Stati Uniti il 28 agosto del 1955. Si tratta di un caso che ha avuto ai tempi una certa risonanza - anche per il suo esito processuale - nell’ambito della lotta per i diritti civili. Bob Dylan ha scritto una canzone sull’argomento, The Death of Emmett Till, nel 1962. L’ha cantata spesso dal vivo nei primi tempi della sua attività - ne esiste un’ottima versione nel programma radiofonico di Cynthia Gooding, Folksinger’s Choice, sempre del 1962 - ma non è mai finita su uno dei suoi album, benché sia stata registrata durante le sessioni per The Freewheelin’ Bob Dylan, il suo secondo album. È uscita solo - se la memoria non mi inganna - nell’album collettivo Broadside Ballads vol. 6: Broadside Reunion al quale Dylan ha partecipato con lo pseudonimo di Blind Boy Grunt. Questo per quanto riguarda le uscite ufficiali.

La canzone è piuttosto semplice, a suo modo efficace soprattutto per l’interpretazione, ma sicuramente non è una delle migliori. Il motivo è quasi banale: diversamente da quanto avrebbe fatto in seguito a questo suo pionieristico sforzo (è una delle prime canzoni che ha scritto, sostanzialmente). Dylan fa largo uso di una facile retorica e non riesce ad andare oltre la narrazione dei fatti, traendone una morale ovvia. Manca quel passaggio dal particolare all’universale che avrebbe caratterizzato i suoi successivi esempi di canzone politica: basta fare un confronto con la ben più riuscita The Lonesome Death of Hattie Carroll, di soli due anni più tardi e anch’essa riguardante un omicidio a sfondo razziale rimasto in pratica impunito, per cogliere facilmente la differenza di profondità e di scopo.

La storia in sé - la vicenda di Emmett Till - mi era sembrata comunque interessante, ottima materia per un racconto morale, a patto di evitare i toni enfatici e di cercare un approccio un po’ ellittico. Evitare cioè l’errore di inesperienza compiuto da Dylan (resta il fatto però che The Death of Emmett Till è una canzone comunque coinvolgente e molto bella all’ascolto), per quanto possibile. Per farlo, ho dato una struttura particolare alla storia inserendola in una cornice attuale, tracciando un parallelo tra il razzismo di allora e quello di adesso (più sottotraccia) ed evidenziando anche come quello che vediamo - in Tv, magari, come avviene nella mia storia - ci porti spesso a un facile coinvolgimento emotivo che ci fa sentire più giusti e più buoni, ma non ha alcuna ricaduta sulla realtà, sui comportamenti che adottiamo nella nostra vita. La storia è di 17 anni fa: oggi le cose si sono evolute in modo ancora più drammatico e disorientante.

Nella mia fulminea esperienza di insegnante in una scuola di fumetto ho usato proprio quella storia per mostrare un modo di intervenire sulla struttura di un soggetto per dargli maggiore forza drammatica, per caratterizzarlo e diversificarlo, aggiungendogli significati.

In effetti comunque un motivo non secondario per scrivere quella sceneggiatura era stato quello di fare un fumetto con dentro Bob Dylan, in qualche modo. Lo spunto mi era venuto da un interessante articolo che rievocava il fatto pubblicato su quell’insostituibile rivista di studi dylaniani che fu The Telegraph, creata e curata dal compianto John Bauldie. Poi mi ero documentato anche altrove e tutto quello che è rievocato nel fumetto dovrebbe rispecchiare i fatti. Anche se a me di solito piace di più lavorare di fantasia (come ha detto una volta ironicamente Jimmy Sangster: “Se una storia richiedeva che mi documentassi, non la scrivevo”), quando è necessario bisogna documentarsi per evitare di scrivere sciocchezze. A meno che - e anche questo capita - non si vogliano davvero scrivere sciocchezze: a volte possono essere molto divertenti.

Qui sopra un paio di pagine (la quinta e l'ottava) di quella storia.

lunedì 23 agosto 2010

Il nuovo Nightmare e altro


Le vacanze sono terminate e mi rimetto al passo segnalando alcune delle mie cose che nel frattempo sono uscite sul sito di MyMovies, per chi fosse interessato. La recensione del remake di
Nightmare la trovate qui. Non credo ce ne fosse davvero bisogno - di un remake di Nightmare, intendo - ma da sempre le cose inutili sovrastano quelle utili, per cui non ci resta che prenderne atto ancora una volta: l'industria del remake non conosce crisi. Certo, un Freddy Krueger senza Robert Englund è come uno Psycho senza Anthony Perkins (sì, lo so che hanno fatto anche quello: appunto...).

Nella rubrica Horror Frames ho parlato invece, nel corso di questo mese, di due film assai diversi, anche negli esiti.
Skjult (titolo internazionale Hidden: meglio il titolo originale, qualunque cosa significhi, Hidden mi pare un po' inflazionato come titolo) mi è piaciuto più che abbastanza e quel che ne penso lo trovater qui. Un film rarefatto, raggelante, ben fatto e ben diretto da Pål Øie (bel nome, no? Un giorno magari scoprirò anche come si pronuncia). Case 39, invece, è un classico film del filone sui bambini demoniaci: niente di nuovo, direi. La mia opinione la trovate qui.

Qui sopra una foto da
Skjult: l'attore in primo piano è il protagonista Kristoffer Joner, molto bravo.

domenica 8 agosto 2010

I maggiori incassi horror dell’ultima stagione cinematografica


L’aspetto commerciale del cinema mi ha sempre incuriosito e interessato. Sapere quanto un film aveva incassato e se aveva calamitato l’interesse del pubblico mi è sempre sembrato qualcosa di relativamente importante. Le pagine centrali del Giornale dello Spettacolo - tutte cifre, con il commento stringato ma puntuale e centrato di Ferraù - sono state per molti anni una lettura a cui non potevo rinunciare. Per questo motivo nel Dizionario dei film horror, laddove disponibili e significativi, ho messo i dati degli incassi. Anche se è ovvio che i film che mi piacciono di più - anche non in campo horror - non sono necessariamente (anzi, non sono quasi mai) quelli che incassano di più, il fatto che un film abbia avuto successo non significa automaticamente che sia triviale e “commerciale” nel senso deteriore della parola (ma Doris Wishman diceva che tutti i film sono commerciali - dai suoi fatti con due soldi ai blockbuster ai film impegnati - perché tutti mirano a essere visti da spettatori paganti). Però gli incassi ci dicono ugualmente qualcosa. Ci dicono soprattutto qualcosa sui gusti del pubblico, su come cambiano, su come un film abbia saputo intercettarli, magari con un budget ridotto, azzeccando una formula o un’idea vincente. E ci dicono anche il contrario, quando ci mostrano come filmoni costruiti per spaccare il mondo vengono rifiutati dal pubblico.


Ma non andiamo troppo nel sociologico, restiamo nel tecnico, come avrebbe fatto il mitico e insostituibile Ferraù, senza alcuna pretesa di emularlo. La stagione cinematografica 2009/2010 si è praticamente conclusa con la consueta calma piatta dell’estate italiana. Negli ultimi anni sono stati fatti diversi tentativi per rendere anche i mesi estivi dei mesi cinematografici, ma non è che i risultati siano stati eclatanti. Perciò, a parte qualche possibile limatura negli ultimi scampoli, la classifica dovrebbe essere ormai più o meno definitiva. Ho esaminato la classifica dei Top 100 come potete trovarla nel sito di MyMovies (se volete dare uno sguardo d’insieme potete dargli un’occhiata: è piuttosto interessante). Poi da quella ho estrapolato gli horror e ne è venuta fuori questa classifica, dedicata esclusivamente al genere. La posizione tra parentesi è quella che il film occupa nella classifica generale dei Top 100 tanto per dare un’idea dell’impatto degli horror nella classifica complessiva.


1 (7) The Twilight Saga: New Moon € 16.451.801

2 (10) The Twilight Saga: Eclipse € 15.381.065

3 (29) Paranormal Activity € 6.474.554

4 (34) Dorian Gray € 5.734.280

5 (44) Wolfman € 4.356.908

6 (50) The Final Destination 3D € 3.664.274

7 (78) Saw VI € 1.888.366

8 (83) Il quarto tipo € 1.711.353

9 (84) The Hole in 3D € 1.708.485

10 (88) Solomon Kane € 1.675.677

11 (90) Predators € 1.481.881

12 (99) Il messaggero - The Haunting in Connecticut € 1.333.130


Le cifre ci dicono che l’horror rimane una consistente presenza in sala, con un discreto numero di rappresentanti nella classifica dei maggiori incassi, anche se è chiaro che, essendo un genere di nicchia, tende a essere maggiormente rappresentato nell’home video. Diversi dei film in classifica sono delle contaminazioni con altri generi. In particolare, i film della saga di Twilight, pur mantenendo una forte componente horror, vedono il loro tratto più significativo nel melodramma imparentato con la soap-opera che attira il pubblico femminile più giovane, quello che generalmente non va molto al cinema. È un fatto positivo? Per chi produce quei film sicuramente sì.


Il primo horror puro in classifica è Paranormal Activity, che rappresenta uno di quei “casi” che ogni tanto - vedi Blair Witch Project - smuovono le acque e dimostrano come anche con pochi soldi si possa, con un bel po’ di fortuna, generare incassi colossali. Dorian Gray e Wolfman sono due rivisitazioni di altrettanti miti dell’horror da lungo tempo presenti sugli schermi. Dorian Gray, il più glamour dei due, è andato inaspettatamente bene, mentre Wolfman ha avuto esito contrario: la scelta di fare un horror in costume non ha premiato. Probabilmente è stato considerato “vecchio” come approccio dal pubblico giovanile, che è poi quello che va al cinema. Bene è andato invece The Final Destination che ha tratto giovamento senz’altro dall’essere in 3D, come è avvenuto anche, in misura minore (ma in questo caso mancava il traino della serie), per The Hole, un film che ha riportato in sala il glorioso Joe Dante, reduce da alcuni flop che ne avevano in parte compromesso la carriera. L’esito di Saw VI dimostra come la serie cominci ad avere il fiato corto. Da Solomon Kane nessuno, credo, si aspettava di più e anche Il quarto tipo ha reso secondo le aspettative. Il messaggero, classica vicenda fantasmatica, e Predators chiudono la classifica: forse da quest’ultimo era lecito attendersi un incasso maggiore, ma l’uscita estiva non l’ha certo favorito. Nell’insieme, un gruppo variegato comprendente diverse tendenze e diversi aspetti dell’horror, da quello tradizionale a quello più moderno e “crudele” a quello contaminato con altri generi.


Sono stati questi i migliori horror che abbiamo avuto in sala in questa stagione? Ovviamente no. La città verrà distrutta all’alba avrebbe meritato di più e in fondo anche The Box, per non parlare di Diary of the Dead - Le cronache dei morti viventi (che però ha avuto una distribuzione meramente dimostrativa). Ma l’esito del botteghino è inappellabile e questo è quanto. Inoltre, almeno tra i film usciti in Italia al cinema in questa stagione, non c’è stato un capolavoro horror: una stagione interlocutoria nella quale, come accade spesso, i migliori film sono stati ignorati o sono usciti direttamente in dvd.