sabato 17 giugno 2017

Help! Il cinema di Richard Lester

C’è stato un periodo in cui sembrava davvero impossibile che Richard Lester potesse sbagliare un film. È stato un periodo breve, ma intenso, nel pieno di una decade decisamente intensa, gli anni ‘60. Lester non sbagliava un colpo, proponendosi come una figura imprescindibile nel cinema di quegli anni. Il suo sguardo era intelligente, curioso, intellettualmente stimolante. Il suo stile vivace, anticonvenzionale, innovativo, pur se inserito sulla scia di una tradizione (quella della commedia inglese, che lui, americano, aveva assimilato alla perfezione) solida e importante. I film di quegli anni sono tutti brillanti, quasi tutti anche dei successi commerciali. I film dei Beatles, Non tutti ce l’hanno, Come ho vinto la guerra, Dolci vizi al foro, Petulia: tutti film significativi e imperdibili. Per non parlare di Mani sulla luna che rielabora e prosegue l’esilarante situazione iniziata con Il ruggito del topo, diretto da un altro americano in momentaneo esilio (dal suo apese e dai suoi temi preferiti) come Jack Arnold. Lo stile (in)imitabile di Lester ne aveva fatto il divulgatore, per così dire, della nouvelle vague godardiana per il grande pubblico, ma con un’impronta personalissima che lo affrancava da ogni possibile accusa di derivatività.

Poi a un certo punto le cose sono cambiate. Il contatto con il pubblico è andato svanendo e alcune scelte sono risultate poco vincenti sia sotto il profilo del successo commerciale sia sotto quello più propriamente artistico. Ma Lester ha sempre mantenuto la voglia di stupire e di proporre la sua visione, anche quando si è trovato al timone di filmoni supereroistici. La sua parabola mi ha ricordato in parte quella di Hal Ashby, regista dal tocco magico sino a un certo punto e poi reietto in quella Hollywood che l’aveva portato in palmo di mano. La differenza, sostanziale, è che Lester è ancora tra noi, in perfetta forma, e se si è ritirato l’ha fatto volontariamente per motivi che non avevano a che vedere con la mancanza di proposte.

Help! Il cinema di Richard Lester (Edizioni Il Foglio, 162 pagg., € 15) a cura di Roberto Lasagna, Anton Giulio Macino e Fabio Zanello, colma una lacuna editoriale proponendo un esame dettagliato e pressoché esaustivo della carriera cinematografica di Lester. Il volume è articolato in una serie di saggi. Io ne ho scritto uno. Gli altri sono Danilo Arona, Teresa Avolio, Francesca Brignoli, Mario Gerosa, Roberto Lasagna, Alberto Libera, Federico Magni, Anton Giulio Mancino, Giovanni Memola, Michele Raga, Barbara Rossi, Chiara Rioci e Fabio Zanello. La prefazione è di Mario Molinari.

Il mio pezzo riguarda Dolci vizi al foro ed è stato un piacere scriverlo anche perché mi ha “costretto” a rivedere un film che ricordavo solo da una visione avvenuta nella metà degli anni ‘70. Tra gli altri saggi segnalo in particolare quello di Danilo Arona (è stato simpatico dividere di nuovo qualche pagina con lui dopo più di trent’anni - o addirittura quaranta - dai tempi di Aliens e, ancora prima, di Kronos) che si è occupato di Mutazioni, in un modo singolare e stimolante. Ma tutti i saggi sono interessanti e compongono, nell’insieme, un quadro articolato e sfaccettato di un autore ingiustamente dimenticato, dando anche contezza delle traversie produttive che si è trovato ad affrontare soprattutto nell’ultima parte della sua carriera.
 

martedì 6 giugno 2017

Texted Version - Bob Dylan 2016 Nobel Lecture in Literature








Bob Dylan ha realizzato la sua "lecture" (conferenza, potremmo tradurre, o lezione) per il premio Nobel per la letteratura che gli è stato conferito. Come c'era da aspettarsi, si tratta di una conferenza molto interessante, ricca di riferimenti al rapporto tra musica e letteratura e alle fonti di ispirazione di Dylan stesso. Questa versione ha il testo in inglese sovrimpresso rendendo così molto più facile seguirlo. Ne consiglio l'ascolto non solo per il contenuto, ma anche per la "recitazione" (se così si può dire) di Dylan. Parla di Buddy Holly, di Moby Dick, di All'Ovest niente di nuovo e dell'Odissea...

giovedì 1 giugno 2017

Insidious 4

La saga horror di Insidious è tra quelle di maggior successo degli ultimi anni e i film si susseguono a ritmo incalzante. Tra qualche mese uscirà il quarto capitolo, Insidious 4, e già si comincia a parlarne. Anch'io ne parlo, su MYmovies, tracciando una breve storia della serie, creata dalla coppia formata da James Wan e Leigh Whannell. Chi vuole leggere ciò che ho scritto, deve cliccare qui. Tra gli interpreti c'è ancora l'ormai mitica Lin Shaye, che è morta nel primo film, ma continua a tornare, in una maniera o nell'altra. E ciò ci conforta.

sabato 27 maggio 2017

Pete Walker, un regista da tenere sempre presente

Pochi registi hanno saputo precorrere i tempi come Pete Walker che proprio per questo, però, ha ottenuto un riscontro, in termini di successo di pubblico, inferiore a quello che avrebbe meritato. Nel giro di pochi anni, Walker è stato in grado di realizzare un pugno di horror fortemente permeati di critica sociopolitica e di notevole efficacia narrativa: Nero criminale, La casa del peccato mortale, ...e sul corpo tracce di violenza e anche, sia pure su un livello inferiore, La terza mano.  Film forti, duri, spietati, che rappresentano il nucleo principale dell’opera di un regista originale e spregiudicato. Ma se quei film sono il nucleo principale, c’è però anche molto altro perché tra i film “minori” di Walker ci sono delle piccole gemme come Cool It, Carol, un film di pura exploitation, molto stimolante e ben realizzato. Ci sono anche i film incompresi, tra cui spicca soprattutto La casa delle ombre lunghe, bistrattato per anni per aver “sprecato” l’unione eccellente dei maestri dell’horror (Price, Cushing e Lee, con un John Carradine di contorno), ma in realtà, come ha cercato di spiegare lo stesso Walker, film che ha giocato col genere e che ha sofferto per aspettative malriposte: in sostanza, per qualche motivo, ci si aspettava qualcosa che il film non era e lo si è giudicato sulla base di questo presupposto.



Nel corso degli anni, mi sono occupato spesse volte di Walker, proprio a testimonianza del fatto che è un autore che mi ha molto colpito. Nel 1978 ho curato per il cineclub universitario della mia città una personale di Walker: il cineclub, tra l’altro, all’epoca era diretto da nientemeno che Carlo Mazzacurati, Enzo Monteleone e Roberto Citran, tutti poi assurti a meritata notorietà in campo cinematografico. Nel 1980 per la rivista Aliens, edita da Armenia, ho scritto un lungo articolo su Walker passando in rassegna i suoi film sin lì usciti. A curare la sezione cinematografica di quella gloriosa rivista era Danilo Arona, anche lui scrittore e critico di grande e meritata fama. Nel 1990, o giù di lì, ho scritto per Nosferatu, altra rivista cult per l’epoca, un lungo articolo in più puntate dedicato ai riflessi sociopolitici dell’horror post romeriano e pertanto ho ripreso in esame l’opera di Walker. Poi nel 2002, per la gloriosa rivista Segnocinema, nell’ambito della serie Kings of Exploitation, ho scritto un altro lungo articolo sull’opera di Walker, cercando di portare su di lui l’attenzione di un pubblico cinefilo ma non necessariamente orrorofilo come quello di Segnocinema. Quando ho scritto il Dizionario dei film horror, prima edizione 2007, ho avuto di nuovo modo di passare in rassegna i film di Walker, uno dei quali è entrato nel ristretto novero dei film cui ho attribuito cinque stellette (massimo riconoscimento). Infine, per ora, ho dedicato a Walker il primo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 1 - Europa. In quell’occasione ho inserito anche un’intervista a David McGillivray, grande sceneggiatore e collaboratore di Walker per i suoi horror migliori. Insomma, direi che su Walker ho scritto un bel po’. Ed è stato un piacere, naturalmente.




Non c’è un motivo contingente per parlare di Walker, oggi. Non ci sono ricorrenze, anniversari, celebrazioni. L’unico motivo è un motivo di carattere generale, che c’è oggi, c’era ieri e ci sarà domani: ricordare i suoi film perché qualcuno li guardi.
 

mercoledì 24 maggio 2017

Bob Dylan 76





Il tempo corre ed è di nuovo il compleanno di Bob Dylan. Giusto quindi scrivere un nuovo breve post augurale e celebrativo, come è mia consuetudine. L’anno passato è stato ricco di soddisfazioni per Dylan, ormai santificato con l’attribuzione di un insperato quanto meritato premio Nobel per la letteratura. Corollario è stata la ripubblicazione, per i tipi di Feltrinelli, della sua opera omnia con tutti i suoi testi tradotti da Alessandro Carrera. Questa volta, rispetto alla precedente che era in un volume unico, l’opera è stata suddivisa in tre volumi e arriva a comprendere anche l’ultimo disco di inediti, Tempest (2012). Chi non ce l’ha - sia i libri sia Tempest - farebbe bene a rimediare alla lacuna.


A latere, è proseguita l'attività artistica in altri campi, tra le sculture in ferro (cancellate comprese) e i quadri, che ormai cominciano a essere un corpus autoriale di tutto rispetto, a dimostrazione di una poliedricità impressionante.

C’è stato anche, poco tempo fa, un nuovo disco, triplo addirittura (Triplicate, appunto), tutto dedicato, come i due precedenti, alla riscoperta del patrimonio musicale della canzone americana rappresentata principalmente da Frank Sinatra. Più di qualcuno ha osservato che due dischi di quel genere potevano bastare, ma Bob Dylan è stato fedele, alla lettera, al motto “non c’è due senza tre!” e vedremo per il futuro. Io personalmente mi sono rifugiato più volentieri nel recente cofanetto con tutti i live del 1966, ma non disdegno nemmeno le varianti sinatriane.

Anche quest’anno, come l’anno scorso, pare che non ci siano date italiane e questo è davvero un peccato. I concerti di questo periodo, pur rimanendo ancorati a un format piuttosto rigido, confermano la buona salute vocale di Dylan, pur se, a differenza degli anni scorsi, è scomparsa l’armonica (e anche questo è un vero peccato). Ma ce ne faremo una ragione, in attesa che ricompaia.
 

sabato 20 maggio 2017

47 metri

Tra qualche giorno esce al cinema un nuovo squalo-movie, 47 metri. Normalmente, l'uscita di un film sugli squali non è un fatto da annotare nel proprio diario perché se c'è una cosa, in genere, noiosa quella è un horror con gli squali. Ma ci sono le eccezioni, per fortuna. Ci sono stati film come Open Water e come Paradise Beach - Dentro l'incubo. E adesso c'è questo 47 metri. Se volete leggere la mia recensione su MYmovies, basta che clicchiate qui.



La regia è di Johannes Roberts, specialista in horror sin qui non memorabili (tipo La foresta dei dannati). Nel cast c'è anche il "vecchio" Matthew Modine, ma ci sono soprattutto le due protagoniste, Mandy Moore e Claire Holt.

martedì 2 maggio 2017

Amityville - Il risveglio

Tra qualche mese uscirà al cinema il nuovo episodio della lunga serie iniziata con The Amityville Horror di Stuart Rosenberg, nel 1979, ispirato, come tutti certo saprete, da una vicenda realmente accaduta (o così qualcuno dice).

Da allora a oggi di film collegati a quel prototipo ce ne sono stati parecchi e ce ne sono stati anche parecchi per nulla collegati, ma che hanno sfruttato il nome evocativo di Amityville nel titolo e pertanto in qualche modo fanno parte dell'indotto.

Questo nuovo film si intitola Amityville - Il risveglio e spero che il titolo non voglia riferirsi allo stato d'animo dello spettatore alla fine del film quando si riaccendono le luci in sala. Battute gratuite e ingenerose come questa a parte (ma sapete com'è, quando c'è l'occasione la battuta viene fuori da sola), il film ha qualche punto a favore a titolo di premessa positiva, a partire dal regista e dall'interprete principale.

Ma se volete saperne di più, potete andare a leggere l'articolo che ho scritto per MYmovies e che, nel presentare un po' il film per quel che se ne sa adesso, fa anche una panoramica di quanto è successo da quel primo film di Rosenberg in poi. Per leggere l'articolo basta che clicchiate qui.

giovedì 27 aprile 2017

Jonathan Demme (1944-2017)

Anche Jonathan Demme se n'è andato, prematuramente. Che poi, in fondo, quando si muore è quasi sempre prematuramente perché in linea di massima si vorrebbe restare il più possibile o comunque ancora un po'.

Ma pur essendosene andato troppo presto, Demme ha lasciato una traccia ben consistente del suo passaggio su questa Terra. Un corpus autoriale, come si dice, impressionante per qualità e anche per quantità.  Se scorro la sua filmografia mi rendo subito conto di quanti dei suoi film mi sono piaciuti. A partire dai primi film cormaniani tra cui il classico dell'exploitation Femmine in gabbia che accoppiava una fantastica Roberta Collins (presenza insostituibile in quel sottogenere) a una stralunata ed efficacissima Barbara Steele. Per non parlare della meyeriana Erica Gavin e dell'angelicamente perversa Cheryl Smith della quale tanto ho scritto qui e là (era la protagonista del cult assoluto Lemora la metamorfosi di Satana). Che cast: impensabile metterlo insieme adesso. E Demme aveva realizzato un film unico che traeva spunto dalla reinvenzione operata da Jack Hill, ma la manipolava da par suo. Ma anche Fighting Mad, uno stranissimo revenge movie con Peter Fonda, è un film che non si dimentica. E infatti non l'ho dimenticato pur avendolo visto una volta sola moltissimi anni fa. O l'hitchockiano perfetto che è Il segno degli Hannan con un Roy Schedier ancora in palla.

Poi, certo, ci sono i film più importanti, quello che l'hanno reso famoso e che spesso erano dei gioielli assoluti. Come Qualcosa di travolgente o, ancor più, Una vedova allegra... ma non troppo che è riuscito a trascendere il suo orrendo titolo italiano e nel quale brillava un altro super cast capitanato da quell'attore sensazionale che è sempre stato Dean Stockwell e con la partecipazione di una deliziosa Nancy Travis (che credevo sarebbe diventata una grande star) e di una brava Michelle Pfeiffer.

E tanti altri film che hanno fatto epoca e che è inutile segnalare perché li ricordano tutti.

Potrei ricordarlo comunque per un film perfetto come Il silenzio degli innocenti, che, anche visto il genere, mi è caro e di cui ricordo ancora il piacere che mi diede quando lo vidi al cinema al momento dell'uscita: qualcosa di nuovo, di diverso. E molto di classe.

Ma preferisco ricordarlo con un film delicato, per la televisione, che Demme diresse nel 1982 e di cui ho recentemente scritto su Segnocinema nell'ambito del mio articolo su Kurt Vonnegut e il cinema. Who Am I This Time? infatti è tratto da un racconto di Vonnegut e presenta anch'esso un ottimo cast ottimamente diretto nel quale spiccano un Christopher Walken come lo si è visto di rado e una Susan Sarandon perfettamente in parte. Una riflessione sull'identità e su come crediamo di essere. Una riflessione sulla vita.

Qui sopra una scena da Who Am I This Time?

venerdì 31 marzo 2017

It

In attesa che finalmente, dopo anni di development hell, veda la luce la prima versione cinematografica del capolavoro di Stephen King (vale a dire It: lo dico per chi non lo abbia già intuito leggendo il titolo di questo post), ho scritto un pezzo di presentazione per MYmovies che potete leggere cliccando qui e andando quindi sul sito di MYmovies.

Regista è quell'Andres Muschietti che tanto bene aveva impressionato con La madre, perciò le speranze di una buona riuscita ci sono tutte.

Quando ho letto It (e l'ho fatto nell'estate del 1990) ero nel pieno del mio periodo kinghiano (come lettore, cioè) e, benche impressionato soprattutto dalla mole del malloppone che un po' intimidiva (tendo a preferire i libri corti, così come in via di approccio preliminare non amo i film che superano i 90'), una volta iniziata la lettura non ho potuto che rendermi conto che il peso delle pagine era assai lieve e la lettura molto avvincente. Se volessimo ridurre in poche righe la trama del libro, ci renderemmo conto che in fondo si tratta di una storia persino banale, ma ciò che la rende interessante è il modo in cui è raccontata e i personaggi che la popolano, con le loro storie personali. Purtroppo, quando si operano le riduzioni per lo schermo, proprio di riduzioni si tratta e quindi molte delle cose che rendono bello un libro voluminoso come It vengono tralasciate sull'altare della semplificazione. Per questo nel caso della prima trasposizione per il piccolo schermo (quello televisivo) è stata scelta la forma della miniserie. Per avere cioè più tempo. Il risultato qualitativo però è stato solo parzialmente raggiunto, per tanti motivi. E in fondo la durata totale (poco più di tre ore) non era comunque sufficiente a rendere la complessità narrativa del libro. Questa volta vedremo: lo schermo è quello grande e tali sono anche le aspettative.
 

La Banda nel Messaggero dei Ragazzi n. 1011

Nel n. 1011 del Messaggero dei Ragazzi - è il numero di aprile, attualmente in distribuzione - torna La Banda con la sua ottava avventura, intitolata La grande quercia.

La Banda, come ormai dovrebbe sapere chi frequenta questo blog, è la serie a fumetti che scrivo per il Messaggero dei Ragazzi. L'ideatore grafico è il grande Luca Salvagno che ha disegnato le prime storie e altre ne disegnerà ancora, ma è coadiuvato da un gruppo di bravissimi disegnatori che si alternano negli altri episodi. 

La grande quercia è disegnata - molto bene - da Isacco Saccoman, che già se l'era cavata molto bene nel sesto episodio, Halloween. In questo caso l'ambientazione prevalentemente silvestre ben si presta ai giochi di colore e a una scenografia ricca e variata nella creazione della quale Isacco si è fatto valere. La storia vuole rappresentare un percorso verso la comprensione reciproca dopo che si è lasciato, per vari motivi, spazio all'incomprensione e anche al rancore.

Qui sopra alcune vignette esemplari (e boschive). E come sempre buona lettura a chi vorrà leggere questa storia.

lunedì 27 marzo 2017

Bob Dylan, le cover e Golden Vanity

Tra pochi giorni uscirà il nuovo disco di Bob Dylan. Si tratta di Triplicate, un altro disco di covers dopo quelli già usciti negli anni scorsi, Shadows in the Night e Fallen Angels. È un disco triplo che quindi sembra una sorta di sfida a chi, magari sottovoce, aveva cominciato a dire che due dischi di cover potevano essere abbastanza. Ma naturalmente Dylan non lancerebbe mai sfide del genere: in realtà, sta semplicemente continuando a fare quello che ha sempre fatto, ciò che vuole.

Peraltro, Dylan ha spesso fatto cover: già il suo primo disco ne aveva parecchie. Poi nel corso degli anni, in maggiore o minore misura, ne ha continuate a fare con punte quantitative in dischi come Self Portrait o Down in the Groove. Per non parlare del dittico acustico dei primi anni ‘90, interamente composto di versioni di canzoni altrui, tradizionali e no. E anche dal vivo, soprattutto con l’inizio del Never Ending Tour (o comunque lo si sia voluto chiamare nel corso dei decenni) nel 1988, le cover non sono mancate.

Quindi, niente di strano. Apparentemente. In realtà qualcosa di strano c’è. Un aspetto ricorrente delle cover dylaniane dall’inizio sino quasi ai nostri giorni è che le canzoni venivano del tutto dylanizzate, non erano per niente simili ai pezzi originali e spesso potevano invece sembrare canzoni di Dylan. Dylan, infatti, le faceva proprie con la sua interpretazione, diventavano cosa sua. Gli esempi sono molteplici. Uno dei più eclatanti è la gershwiniana Soon, fatta in solitario con chitarra e armonica durante un concerto in onore di Gershwin nel 1987 (la ripresa televisiva dell’avvenimento è facile trovarla su youtube): da ascoltare per credere. Un altro esempio potrebbe essere The Lady Came from Baltimore scritta da Ty Hardin, ma ce ne sono davvero tanti.

Tra questi mi preme segnalare Golden Vanity. Si tratta di una canzone tradizionale di qualche secolo fa e ne esiste una miriade di versioni. Saltabeccando su youtube ne troverete a vagoni, ce n’è una di Pete Seeger, ma ce ne sono anche di gruppi moderni. Chi la fa vivace, chi la fa lenta, chi la fa ipermelodica. Poi c’è la versione di Bob Dylan. Dylan l’ha eseguita in concerto sette volte, ma la versione che si sente più facilmente è anche la migliore, quella eseguita a Waikiki nelle Hawaii il 24 aprile 1992 (annata di particolare interesse, molto hit or miss, per la parte acustica dei concerti dylaniani). Su youtube la trovate facilmente. Ascoltatela, magari dopo o prima d’aver ascoltato qualcuna delle altre versioni. Non era un periodo facile per Dylan, quello. Il pubblico gli chiedeva le sue canzoni famose, quelle di protesta. E Dylan rispose, acuto e caustico: “This one’s got all that stuff in it. You’ll see. It’s got all that and more”. Poi attacca la canzone e dimostra che quello che aveva detto era vero, non solo e non tanto per la canzone, quanto per l’interpretazione. Struggente, tragica, esemplificativa della cattiveria e dell’ingiustizia umane, capace di rendere il senso assolutamente individuale del riscatto, è una canzone che contiene davvero molto. L’interpretazione di Dylan è straziata, pienamente “dentro” ogni singola parola, anche di quelle parole che gli mancano, che si mastica e dimentica, anche con ciò dando il senso della disperazione e della mancanza di riconoscenza e gratitudine.

Oggi, invece, Dylan in queste sue nuove cover cerca di entrare nello spirito delle vecchie canzoni che interpreta, dei tempi che le hanno espresse. Un approccio completamente diverse. Invece di dylanizzare le canzoni, forse il contrario. Forse. Perché forse ci vorrà del tempo anche per capire questo.

domenica 12 marzo 2017

Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 9 José Mojica Marins

Il nono e ultimo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac edizioni) è dedicato a José Mojica Marins ed è stato scritto appositamente per questo libro. L’ho voluto aggiungere perché mi sembrava che un regista come Marins fosse una presenza imprescindibile: in sostanza, non poteva mancare.

Regista, ma non solo perché di gran parte dei suoi film Marins è anche una presenza “necessaria” come attore. Pochi autori - nel bene e nel male - sono più caratteristici e caratterizzanti la propria opera. E pochi autori hanno realizzato film più strani, più wierd (per dirla all’inglese). Naturalmente, il personaggio che più esemplifica il lavoro di marins è quello di Zé do Caixao (tradotto dagli americani in Coffin Joe), il lugubre becchino filosofo con manie di grandezza che gli ha dato la fama e che in sostanza Marins non ha mai cessato di interpretare anche nelle sue apparizioni pubbliche. Ma ripercorrendo la carriera di questo regista - come ho fatto nel mio libro - ci si sorprende nel vedere invece in fondo quanto poche siano le volte che Zé compare, effettivamente, nei film di Marins. Al punto che quando Marins lo riprende in modo ufficiale con il mirabile Encarnaçao do demonio nel 2008 sono in realtà trascorsi oltre 40 anni dal film “legittimamente” precedente (non contando, con ciò, le diverse finte o parziali riapparizioni di un personaggio che percorre comunque in modo periferico o anche solo come pura citazione la filmografia di Marins).

Ma ripercorrere la tumultuosa carriera di Marins consente anche di evidenziare come si sia trattato di un autore - ancora in attività, peraltro - davvero sui generis, che ha lottato per imporre il suo punto di vista in un contesto ostile come pochi, perché non solo la cinematografia brasiliana era sostanzialmente aliena dall’horror o dall’exploitation, ma la mancanza degli aspetti basilari di un’industria produttiva gli ha reso tutto difficile e avventuroso. Che sia riuscito a fare così tanti film è un miracolo e una testimonianza alla sua pervicacia, oltre che alla sua capacità di superare ogni ostacolo.

Com’è ovvio, i suoi film risentono di queste difficoltà e anche, magari, della mancanza di qualcuno dei talenti specifici che servono a far coagulare la formula del “bel film”, ma, nonostante alcuni di essi siano oggettivamente carenti e anche talvolta brutti, rimane sempre l’originalità dello sguardo, che in fondo è ciò che caratterizza un autore.

Unghie chilometriche e sproloqui filosofici possono essere gli aspetti che restano più impressi nel suo cinema, ma Marins, a chi lo guarda senza pregiudizi (e forse anche senza aspettative particolari) ha molto da offrire. A partire dai titoli dei film, per esempio: Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere, dove lo si può trovare un titolo tanto tonitruante se non nel suo cinema? E, si badi, il film stesso è del tutto all’altezza della bizzarra enfasi del suo titolo.

Tra gli alti e bassi del successo e dell’insuccesso commerciale, Marins è riuscito a perseverare, producendosi in un’andata e ritorno dagli inferi del porno (come altri registi di exploitation della sua epoca) per poi trovare la possibilità di un ritorno in grande stile con Encarnaçao do demonio, riuscendo a sopravvivere al suo mito e approfittando di esso per poter finanziare questo ritorno. Non è una cosa da poco. Mi piace molto quando un artista riesce a durare e a tornare contro ogni probabilità. Non tutti ci riescono. Quasi nessuno, anzi.





Qui sopra, un’immagine di José Mojica Marins nei panni di Zé do Caixao in Encarnaçao do demonio.

giovedì 9 marzo 2017

The Ring 3 - link alla recensione

E dopo l'overview di presentazione, arriva puntuale, in anticipo di qualche giorno rispetto all'uscita in sala, la mia recensione di The Ring 3 su MYmovies: chi vuole leggerla deve solo cliccare qui.

Non mi dilungo in questa sede - l'ho fatto appunto su MYmovies - e segnalo solo che la foto qui sopra riguarda la protagonista del film, la brava Matilda Lutz che abbiamo imparato a conoscere proprio nel cinema italiano.

martedì 21 febbraio 2017

Autopsy

Dopo il bizzarro Trollhunters, il nordico André Øvredal torna - tra qualche giorno nelle sale - con un horror di atmosfera più tradizionale, The Autopsy of Jane Doe, che nella versione italiana è stato ridotto nel titolo, che è semplicemente Autopsy.

A intepretarlo l'ottimo Brian Cox e il bravo Emile Hirsch (entrambi nella foto qui sopra), oltre alla bella Olwen Kelly nel ruolo di Jane Doe (la ragazza di cui si deve fare l'autopsia). Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies, come al solito non deve fare altro che cliccare qui.

Non vi anticipo quello che ho scritto nella recensione, ma il film vi consiglio di vederlo, a meno che le autopsie (anche quelle cinematografiche: quelle vere impressionerebbero di sicuro anche me) non vi impressionino.

domenica 19 febbraio 2017

Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 8 Eddie Romero

L’ottavo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac edizioni) è dedicato a Eddie Romero, un regista filippino che, assieme a una carriera di autore a tutto tondo nell’ambito del cinema locale, ha saputo ritagliarsi una carriera importante come regista di fim di genere per il cinema americano. Lo ha fatto, però, senza allontanarsi dalle Filippine, ma girandovi film prodotti o coprodotti dagli americani e destinati al pubblico internazionale

Molti - forse tutti - di questi film per il mercato internazionale erano produttivamente di serie B e alcuni sono stati vilipesi dalla critica per la loro pretesa inadeguatezza. In realtà, Romero ha sempre mantenuto una dignità registica inappuntabile anche quando si è trovato a lavorare con trame e contesti non eccezionali per tematiche e spessore. Sotto questo profilo è significativa la serie ambientata nella cosiddetta Isola di Sangue. Alla serie ha partecipato come coautore un altro famoso regista filippino, Gerardo De Leon, che è stato mentore di Romero, introducendolo da giovanissimo nel mondo del cinema e spingendolo dapprima a sceneggiare e poi a dirigere. Sono forse proprio i film di questa vituperata serie, peraltro, a essere rimasti di più nell’immaginario dello spettatore occidentale. Negli anni ‘80, all’epoca dei fasti delle tv private, non era difficile piombare improvvisamente negli orrori tropicali di Terrore sull’isola dell’amore, capostipite della serie, molto weird. Il secondo, Mad Doctor of Blood Island, discreto successo negli USA, è rimasto inedito da noi, mentre il terzo è La bestia di sangue, famoso anche per l’outrageous disegno che abbelliva manifesti e locandine. Quando, a metà degli anni ‘70, avevo realizzato assieme ad alcuni amici una frequentatissima serie di rassegne di film horror in un cinema della mia città, programmai, senza averlo potuto vedere prima, anche La bestia di sangue, cui feci avere la prima visione cittadina a diversi anni dall’uscita (perché, come capitava allora a molti film di genere, era circolato solo nelle sale di provincia). E in quell’occasione destò proteste in alcuni benpensanti la visione, nella strada cittadina antistante il cinema, del materiale pubblicitario con il mostro che teneva in mano la propria testa mozzata. Altri tempi. Quella che vedete qui riprodotta è una di quelle fotobusta.




Ma Romero si è cimentato con altri generi in voga in quei tempi, in particolare con il wip (women in prison) che Jack Hill (altro autore che ho trattato nel mio libro) aveva rinvigorito proprio girando nelle Filippine. E poi altri film d’azione e soprattutto, nella prima parte della sua carriera internazionale, di guerra, genere nel cui ambito ha probabilmente dato il meglio di sé (Manila Open City resta un ottimo film e anche altri gli sono vicini). Per non parlare dei film propriamente autoriali con cui ha assunto un ruolo di primo piano nel cinema filippino.

Di tutto questo ho cercato di dare un quadro esauriente nel mio libro. Il capitolo è corredato da un’intervista che ho avuto la fortuna di poter realizzare con Eddie Romero qualche anno prima che morisse.

lunedì 13 febbraio 2017

Gerontown

Gerontown (154 pagine in bianco e nero) è una nuova graphic novel, scritta da Massimo Salvagnini e disegnata da Gianni Salvagnini. Entrambi sono miei fratelli e con entrambi ho, nel corso degli anni, collaborato. Massimo è un valente jazzista, autore di un ormai notevole numero di cd, a partire dal primo, Very Fool (1993), e arrivando al, per ora, ultimo When Your Drummer Has Gone (2016). Con Massimo ho realizzato a cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 alcuni film in super8 che volevano essere divertenti e forse a tratti lo erano davvero (i titoli? Il canonico del Bufalo parla davvero con la Madonna e la vede spesso, Il budino, Il primo film a colori fu italiano). Con Gianni, ottimo disegnatore di fumetti, ho collaborato per molti anni e per svariate testate: dagli horror targati Sansoni al Messaggero dei Ragazzi, nell’arco di diverse decadi.

Ora hanno realizzato questo Gerontown, che, lasciatemelo dire, è qualcosa di davvero diverso. Già solo questo dovrebbe bastare per invogliare a leggerlo perché la diversità - che contiene spesso in sé, come in questo caso, l’originalità - è merce rara. La storia - che presenta notevoli e volute asperità e acidità anche caratteriali - parte da una premessa fulminante: esiste un luogo, in una grande città, un palazzo, nel quale una congregazione di anziani perpetua la sua esistenza al massimo della durata e al massimo del comfort creando una sorta di bolla vitale del tutto segreta e sconosciuta all’infuori della ristretta cerchia dei privilegiati che ne fanno parte. L’ingresso del new fish di turno, l’anziano Masini dal carattere impossibile, ci scorta dentro questo mondo particolare, portandoci a conoscerne via via i componenti, ciascuno dei quali con il suo piccolo frammento di mondo e le sue idiosincrasie. Non so bene perché - la situazione e la storia sono molto diverse - ma questa introduzione e questa scoperta progressiva da parte del nuovo venuto dei suoi compagni di avventura con le loro particolari personalità mi ha richiamato alla mente Solaris. In ogni modo, se la premessa e la costruzione della vicenda sono curiose e interessanti, lo svolgimento non delude e a un certo punto, come dicono gli americani, the shit hit the fan e le cose precipitano.

Ricco di spunti e di dialoghi memorabili, il fumetto è disegnato magistralmente da Gianni che ben si adatta agli umori acri della storia. Il pessimismo, va da sé, dilaga, ma non è fine a se stesso. E oltretutto in fondo non è nemmeno così totale se pensiamo che l'unico riscatto davvero possibile è per sua natura individuale. Comunque, riporto, perché è interessante, quanto scritto nel retrocopertina per presentare il libro: “Che cosa potrebbe accadere se i vecchi decidessero di resistere il più a lungo possibile? Questa è una utopia alternativa, in cui l’egoismo del vecchio non vede il senso del farsi da parte per lasciare spazio all’egoismo del giovane”.

Completa il libro una interessante introduzione di Paolo Forni e vi sono anche alcune considerazioni di Radu  Lidjenko (ben noto a chi conosce il Massimo musicista).

Se vi interessa, Gerontown è acquistabile qui in cartaceo e qui in ebook. Qui invece potete vedere il book trailer.

lunedì 6 febbraio 2017

The Ring 3


In attesa dell'uscita, ormai prossima, di The Ring 3 in Italia (negli USA, con il titolo di Rings, è uscito da poco), ho scritto per MYmovies un articolo di presentazione che ripercorre la saga - quella giapponese e quella americana - mettendo un po' d'ordine, per chi non si ricordava o non sapeva come si erano sviluppate, tra sequel, remake, sequel dei remake e remake dei sequel. Insomma, un piccolo compendio per prepararsi al ritorno di Samara (cioè il nome di Sadako nella serie americana). Chi vuole leggere l'articolo deve solo cliccare qui.

Il nuovo film è diretto da F. Javier Gutierrez e nel primo weekend statunitense ha incassato circa 13 milioni di dollari. Ben al di sotto di quanto incassato dal weekend di apertura del secondo episodio, ma bisogna tenere conto che sono passati 12 anni (nientemeno). Vedremo come si svilupperà l'andamento degli incassi, ma comunque il budget è stato di 25 milioni di dollari per cui, tenuto conto anche degli incassi all'estero (già arrivati a 15 milioni di dollari), il breakeven point dovrebbe essere raggiunto.

Fuoco e fumo di Stefano Simone

Il bullismo è un fenomeno particolarmente odioso (e lo è anche il suo parente stretto, il cosiddetto nonnismo, presente in particolare nelle caserme quando c’era il servizio di leva, soprattutto: lo spirito è lo stesso, l’isolamento del singolo più debole e la sopraffazione). Me ne sono occupato anche come sceneggiatore di fumetti proprio perché penso che sia doveroso farlo. E forse anche utile.

Il nuovo film di Stefano Simone si intitola Fuoco e fumo e proprio di bullismo tratta. Il titolo viene da una frase di Benjamin Disraeli, uomo politico e scrittore dell’800, riportata all’inizio del film: “Il coraggio è fuoco, il bullismo è fumo”. Citazione che non conoscevo, ne prendo volentieri atto.


La storia è ambientata in un istituto tecnico di Manfredonia (tutto il film è girato a Manfredonia) ed esordisce all’inizio di un nuovo anno scolastico, tra presentazioni piene di buoni propositi (del preside) e conoscenze e amicizie che si allacciano. Stefano (Gianmarco Carbone) è un bravo ragazzo perfettamente inserito e mentalmente aperto e positivo. Fa amicizia con Silvana (Desiree Manzella), una ragazza che gli piace, e con il suo amico Dino (Michele Renzullo), ragazzo gay socievole e simpatico. Mentre Stefano e Silvana sono in classe insieme, però, Dino si ritrova come compagni di classe quattro bulli trucidi e volgari (Antonio Rignanese, Luca Nobile, Enzo Misuriello, Luca Ferrandino) che, assieme a una bulla (Giorgia Croce) che fa da mosca cocchiera, non perdono occasione per deriderlo e minacciarlo. Dino si fa forza con l’amicizia di Stefano e Silvana, oltre che di Giovanni (Luca Cioffreda), altro ragazzo preso di mira, e di Adriana (Melissa Salvemini), la sua compagna di banco. Nonostante tutto, però, le cose precipitano e finiscono in dramma.


I vari aspetti della questione vengono presentati con equilibrio e completezza. I genitori di Dino sono solidali e comprensivi nei suoi confronti, non hanno alcun problema con lui e lo accettano in pieno. Le istituzioni scolastiche, una volta messe a parte del problema, sono anch’esse comprensive e benintenzionate. Il guaio è che, in sostanza, tutto questo non basta e non si traduce in un impatto effettivo sulla questione, ad affrontare la quale le vittime restano in sostanza da sole. C’è di fondo, quindi, l’incapacità di governare il problema al di là delle belle parole. La reazione dei professori è comunque diversa e, se quella di una professoressa è di sostanziale indifferenza, spicca il comportamento deciso del professor Colombo (molto buona la prova di Filippo Totaro, già visto in altri film di Simone, Gli scacchi della vita e Weekend tra amici). Emerge però, come detto, soprattutto la difficoltà da parte dei ragazzi - vittime e loro amici - di venire a capo del problema per il senso di impunità che i bulli cavalcano con soddisfazione.
Il personaggio più interessante è, non a caso, quello di Dino, abbastanza sfaccettato e capace di rendere in modo efficace la persecuzione continua che si trova a subire.


La conseguenza del bullismo, come detto, nella vicenda raccontata dal film è tragica. Ma è interessante che nemmeno la tragedia provochi una resipiscenza da parte dei bulli che anzi sembrano trarne spunto per un salto di qualità nelle loro azioni. 


La soluzione finale pare denotare una profonda sfiducia nella possibilità delle istituzioni e della società di venire a capo del problema. In sostanza sembra ridurre la questione alla necessità, o inevitabilità, di uno scontro fisico, di una reazione giustizialista del singolo o dei singoli. E' vero che tale assunto è temperato da un parziale recupero della giustizia istituzionale, ma qualche piccola perplessità resta anche perché nella realtà pare improbabile che lo scontro fisico possa concludersi come quello del film. In ogni modo è chiaro che lo scopo del film è quello di denunciare il bullismo e il risultato è di certo raggiunto.


Qualche didascalismo di troppo tradisce le “necessità” del messaggio e, a mio avviso, alcuni dialoghi difettano di magniloquenza: in particolare, i dialoghi dei ragazzi “buoni” sono un po’ troppo ingessati (soprattutto quelli del protagonista) e poco spontanei, troppo letterari e forbiti, lontani dalla normale parlata giovanile. E la cosa mette un po’ in difficoltà i giovani attori che non sempre riescono a reggerli con disinvoltura, pur non difettando certo di impegno e di buona volontà. Paradossalmente - o forse no, in fondo la storia del cinema è piena di villain che risultano più briosi degli “eroi” - sono più vivaci, brillanti e appropriati i dialoghi dei bulli. Senza voler fare graduatorie di merito che potrebbero fare torto a interpreti che ce l’hanno messa tutta, si può segnalare comunque, tra i ragazzi, la buona prova di Michele Renzullo in un ruolo certo non facile.


In alcuni momenti Simone - che cura anche fotografia e montaggio - ritrova lo stile del thriller, come quando inscena con buona gestione della tensione il tentativo di aggressione ad Adriana da parte del gruppo dei bulli. Lì montaggio, riprese a mano e azione sono ben gestiti, quasi un momento di libertà creativa rispetto agli obblighi dell’impegno sociale dipendente dal tema affrontato. Anche il brano in cui, stile Arancia meccanica, i bulli si danno da fare con le maschere sul volto è più rappresentativo dello stile figurativo di Simone.


La storia segue un percorso logico e prevedibile, ma qualche svolta inconsueta la mantiene comunque interessante, anche se alcune lungaggini - come la festa a casa di Giovanni, insistita - e il generale tono didattico non aiutano a farla scorrere in modo fluido. Visualmente, certe ambientazioni nel degrado urbano forniscono uno scenario adeguato al degrado morale.

mercoledì 1 febbraio 2017

Incarnate


I film che hanno a che fare con demoni ed esorcismi non finiscono mai e non è detto che sia necessariamente un male. Nei prossimi giorni uscirà anche in Italia un nuovo esempio di questo frequentato sottogenere. Il titolo di questo nuovo film è Incarnate ed è diretto da Brad Peyton, ovvero colui che ci portò il catastrofico (nel senso di genere di appartenenza) San Andreas, di cui ho accennato brevemente nella seconda parte del mio articolo sul cinema catastrofico per Segnocinema.

Se volete leggere la mia recensione di Incarnate, scritta per MYmovies, non avete che da cliccare qui ed essere catapultati sul sito suddetto. Non anticipo nulla se non che l'esorcista in questione è un po' diverso dalla norma.


sabato 28 gennaio 2017

Catacomba di Lorenzo Lepori e Roberto Albanesi


Negli anni ’70 e ’80, quale estrema conseguenza del proliferare dei cosiddetti fumetti neri, imperversò nelle edicole una serie di fumetti orrorifici di grana grossa che spesso - e sempre più con il trascorrere degli anni - accomunava all’horror l’erotismo, come del resto avveniva nel cinema già da tempo. La serie si chiamava «Oltretomba» e aveva carattere antoloigico, vi hanno collaborato parecchi disegnatori molto bravi (Tacconi, Pavone, Missaglia, Sammarini e molti altri, compreso il compianto Giuseppe Dalla Santa e anche diversi ottimi disegnatori spagnoli). Per poco non ci ho collaborato anch’io (per i testi, ovvio, non per i disegni): la Ediperiodici mi aveva chiesto delle sceneggiature (non so se per questa o per altre sue collane), ma poi la cosa non ha funzionato. Mi ricordo in particolare, come di considerevole qualità, la collana «Oltretomba colore» che, come dice il titolo, aggiungeva la novità del colore a fumetti che tradizionalmente erano sempre stati in bianco e nero. «Oltretomba» non era l’unica collana horror erotica - ce n’erano parecchie altre, sia antologiche sia con personaggi fissi - ma è di certo una di quelle che più è rimasta nell’immaginario collettivo (forse di un collettivo ristretto, ma comunque, per definizione, plurale).

Il giovane regista Lorenzo Lepori ha avuto l’idea di riprendere la tradizione ben poco politicamente corretta di quei fumetti e di trasporla in un film a episodi, Catacomba, coadiuvato da Roberto Albanesi che ha diretto l’episodio che fa da cornice agli altri. L’esito, diseguale come è destino di tutti i film antologici, è comunque interessante e va apprezzato, al di là dei suoi meriti effettivi, proprio per l’audacia produttiva e per l’idea in sé.


Nella storia cornice (Un diavolo per capello, scritta da Lepori e Albanesi e diretta da Albanesi), Simone (Simone Chiesa), mentre tenta di combinare con una certa Lorella per la serata, va all’appuntamento col parrucchiere, ma trova chiuso per lutto per cui si rivolge a un altro parrucchiere (Massimo Mas). Mentre in negozio aspetta il suo turno legge un albo a fumetti, «Catacomba», che trova sul tavolino.


La prima storia, Evil Tree (scritta da Antonio Tentori e Lepori e diretta da Lepori), vede uno sceneggiatore horror (Antonio Tentori) che, in un boschetto campestre, cerca l’ispirazione per la prossima storia. Però è disturbato dal rumore prodotto da una coppia di motociclisti. Quando si tolgono i caschi vede che sono motocicliste (Silvia Ercolini ed Eleonora Sinotti) piuttosto eccessive e dall’aspetto aggressivo che, in effetti, lo aggrediscono e lo legano a un albero, affermando d’essere le figlie predilette di Satana e d’averlo legato al cosiddetto albero della strega dove intendono sacrificarlo. E lo fanno, in modo truculento, con un sottofondo metal rock. Ma quando tutto sembra finito arriva il redde rationem ultraterreno, immotivato quanto cruento.


Quando sarebbe il turno di Simone, entra un tizio chiedendo di fare una telefonata e il parrucchiere lo accompagna nel retrobottega. Preso dalla lettura, Simone non si contraria.


La seconda storia (Alien Lover, scritta e diretta da Lepori), sempre in ambito boschivo-campestre, vede una giovane coppia imbattersi in un essere mostruoso - un alieno o comunque definito tale - che uccide lui a coltellate e poi fa a fette anche lei. Intanto, il trucido Franco (Franco Bartoletti) pensa che la sua partner, Tamara (Simona Vannelli), lo tradisca. L’ha trovata infatti fuori di casa, nuda, in un misterioso stato di estasi. Lei farnetica d’essersi accoppiata con un alieno. Franco, vendicativo, vuole scoprire chi è l’amante per poi uccidere entrambi e dare la colpa al maniaco che sta uccidendo le coppiette. Nel frattempo la polizia sta dando la caccia al maniaco, che però è un osso duro. Un paio di amici di Franco si intromettono e gli esiti sono tragici.


Mentre Simone attende, il parrucchiere, nel retrobottega uccide e smembra il tizio che voleva telefonare. E Simone continua a leggere.


Nella terza storia (Una messa nera per Paganini, scritta da Tentori e Lepori, diretta da Lepori), Caterina (Stefania Vestri) presenta a suo marito Andrea (Moreno Fabbri) il violinista Pascal (Pascal Persiano), che, gli spiega, “condivide la tua stessa passione”. Per Paganini, s’intende. Andrea è un grande collezionista e possiede spartiti inediti di Paganini che Pascal brama vedere. Ma Pascal ha una tresca con Caterina e un piano ordito insieme a lei per arrivare ad avere tutto. Trova però ben più di quanto cercava.


Arriva finalmente il turno di Simone, ma, mentre il parrucchiere lavora, Simone ha agio di leggere l’ultima storia dell’albo.


La quarta storia (La maschera della morte rossa, scritta da Tentori e Lepori, diretta da Lepori) è condotta quasi senza l’ausilio delle parole, con il protagonista (Luigi Fedele) che, all’interno di una grande casa, va alla ricerca di una donna in rosso (Simona Vannelli) e fa un altro strano incontro, di carattere erotico, con Morella (Eleonora Sinotti). Incontro che presto trasuda sangue e violenza anche cannibalistica.


A parte i fumetti, un’evidente ispirazione è il cinema splatter di H.G. Lewis, per l’insistenza sui dettagli irrealistici e la prevalenza della ricerca della cruda sgradevolezza rispetto a quella della costruzione della storia e dei personaggi. Ciò è evidente soprattutto nel primo episodio, il più debole. Sconnesso, raccontato con poca brillantezza, un po’ greve, si riduce a una grottesca parata di orrori che è sì in linea con lo spirito di quei fumetti, ma non ne riproduce la veemenza narrativa. In sostanza, è gratuito, ma non ha lo spunto che giustifichi questa sua gratuità e si dipana in modo piuttosto banale. Antonio Tentori, noto critico e sceneggiatore, interpreta non tanto se stesso (immagino) quanto l’icona che rappresenta e lo fa con gusto. Del cast tecnico fa parte - e va segnalato - il grande Sergio Stivaletti.


Il secondo episodio è meglio strutturato e anche condotto con una migliore attenzione alla dinamica narrativa e ai personaggi, con una serie divertente di rivolgimenti e di colpi di scena. La demenzialità dei personaggi messi in scena non nuoce alla storia, che riprende bene lo spirito di quei fumetti. Le discussioni al bar e la descrizione di un gruppo di maschi dalle caratteristiche subumane - ma non poi così irreali - accompagnano una figura femminile che chiaramente è portata a preferire a quegli uomini moralmente mostruosi un mostro vero. Svelto e dinamico, è forse l’episodio migliore, anche se forse quello successivo è diretto con maggiore abilità compositiva.


Il terzo episodio riprende la figura leggendaria di Paganini già oggetto di vari horror e richiama più di un po’ anche un famoso episodio dell’horror a episodi della Amicus Il giardino delle torture (quello sull’uomo che collezionava Poe, interpretato da Jack Palance e Peter Cushing, nientemeno), inserendovi un classico triangolo amoroso per costruire una storia interessante e ben condotta oltre che ben recitata. Protagonista è Pascal Persiano, attore che ha preso parte a diversi horror del passato (tra cui appunto Paganini Horror) e che qui offre al personaggio che interpreta la sua sicura professionalità. (Tra parentesi, per un certo periodo ho scritto sceneggiature per fotoromanzi e in quel periodo - e anche in altri - Pascal Persiano era una star di quell’incredibile mondo). Il risvolto finale è forse un po’ troppo telefonato, ma accettabile. Efficace il look spettrale di Paganini (interpretato da Alessandro Mollo), opera di Alessandro Catalano.


Il quarto episodio è quello più visuale e a maggior tasso erotico. Sotto questo profilo non delude ed è condotto con buona mano, pur se non mancano alcuni difetti derivanti probabilmente dall’entusiasmo realizzativo che spinge all’eccesso. Gli effetti speciali truculenti sono realizzati in modo da assecondare questo gusto parossistico che non ricerca realismo e credibilità, ma, appunto, l’eccesso e lo trova in un’orgia di sangue che in qualche modo lascia il segno. Il richiamo a Poe è più nei nomi che nella sostanza, un omaggio al grande autore.


La storia cornice è simpatica e ben recitata, anche per la buona prova di Simone Chiesa (in particolare, ma anche Massimo Mas ha i suoi momenti) e l’ironia che la pervade. Il finale è un po’ d’obbligo, ma lo svolgimento e alcuni risvolti sono divertenti. Lo stile registico di Albanesi è meno irruento rispetto a quello di Lepori e si adatta bene al tipo di storia.


In conclusione, l’idea di resuscitare lo spirito indomito e sicuramente grossolano di quei vecchi fumetti è stata brillante e anche ambiziosa. Certo non è un horror inquieto e d’atmosfera quello cui ha mirato Lepori, ma non lo era nemmeno quello di quei fumetti e bisogna sempre giudicare un’opera in base a ciò che si prefiggeva l’autore. Di fatto è comunque un ulteriore e consistente passo avanti rispetto al film precedente (I Love You Like a Twist), come il film precedente era un consistente passo avanti rispetto a quelli prima ancora. Ciò fa ben sperare.


Nell’edizione per la vendita del dvd è contenuto anche un albo a fumetti che riproduce il contenuto di quello letto da Simone Chiesa nel film: una bella idea e un’ottima realizzazione, a cura di Lorenzo Lepori, omonimo del regista e già disegnatore nella vera serie di «Oltretomba». 



Il dvd in vendita lo trovate anche qui, da Bloodbuster.

venerdì 20 gennaio 2017

La Banda nel Messaggero dei Ragazzi n. 1008!


Nel n. 1008 (gennaio 2017) del Messaggero dei Ragazzi - quello attualmente in distribuzione - torna La Banda per la sua settima avventura. Come i lettori di questo blog (e soprattutto quelli del Messaggero) sanno, si tratta della serie a fumetti che attualmente sto scrivendo e che riguarda le avventure di un gruppo di scatenati ragazzini alle prese con problemi di tutti i giorni e anche con qualcosa di più.

La storia di questo numero si intitola Il bosco del folletto e mentre sul bosco non ci sono dubbi, sul folletto non si sa se ci sia davvero o se sia solo una leggenda. L’occasione è stata buona per prendere spunto dalla moda dei mockumentary (quei film che si inventano tutto, ma fingono di essere dei documentari e di raccontare cose vere, anche se gli spettatori sanno bene che non è così, in un gioco di varie complicità tra autori e pubblico) e prenderla un po’ in giro. La vicenda è rapida e spero brillante: si esaurisce in otto dense pagine, questa volta disegnate dal bravo Francesco Frosi che ritorna alla Banda dopo l’episodio calcistico Il nuovo mister e si dimostra perfettamente a suo agio anche nel verde del bosco oltre che in quello dei campi da calcio.

Qui sopra alcune vignette che mi auguro possano spingere a voler leggere tutta la storia.

giovedì 12 gennaio 2017

Il cinema del disastro parte seconda su Segnocinema 203


Sul nuovo numero di Segnocinema, il n. 203 (gennaio-febbraio 2017) attualmente in distribuzione, c'è la seconda parte del mio articolo Il cinema del disastro. Della mia parte, pubblicata su Segnocinema n. 202, ho dato conto qui. Questa seconda parte è anche quella finale, giusto per la precisione.

Se nella prima scrivevo della fase di formazione del genere, in questa seconda parte racconto, brevemente, dell'ascesa e della decadenza del genere catastrofico, un genere tanto affascinante quanto, spesso, ripetitivo. Ma, tra le altre cose, do conto anche della variante giapponese, per me molto interessante. Qui sotto il poster di Pianeta Terra: Anno zero, film paradigmatico di questa variante, da vedere assolutamente.

 

Oltre al mio articolo, come sempre, ci sono molte cose da non perdere, in particolare lo speciale Sex & Love - Forme di genere e sessualità nel cinema degli anni Duemila.

martedì 10 gennaio 2017

Aspettando Annabelle 2

L'evocazione - The Conjuring, bell'horror di James Wan, aveva all'inizio (e qua e là) presentato una bambola posseduta, chiamata, per motivi concreti, Annabelle. La bambola era piaciuta - o comunque è sembrata interessante a Wan e soci - al punto da dedicarle un film intero, chiamato, non a caso, Annabelle, prodotto da Wan e diretto da John R. Leonetti. The Conjuring è stato un successone, ma anche Annabelle non ha scherzato e così dopo il sequel di The Conjuring sta per arrivare anche quello di Annabelle, chiamato, sempre non a caso, Annabelle 2.

Nell'attesa che arrivi anche da noi - l'uscita è prevista per il 18 maggio - ho scritto qualcosa sull'argomento per MYmovies: chi vuole leggere ciò che ho scritto deve solo cliccare qui e fiondarsi sul sito di MYmovies. Chi vuole approfondire l'argomento delle bambole maligne può anche leggersi il voluminoso tomo di Samuele Zaccaro, La notte più lunga del mondo, di cui ho scritto qui.