venerdì 8 gennaio 2010

A Heritage of Horror e A New Heritage of Horror


Uno dei pregi meno frequenti in chi scrive di cinema è la semplicità dell’esposizione. Quando poi la semplicità si unisce alla chiarezza, la casistica è ancor meno frequente. Se infine a quelle caratteristiche si unisce l’acutezza critica si arriva alla rarità. Una di queste rarità è A Heritage of Horror, un fondamentale saggio di David Pirie pubblicato nel 1973 da Gordon Fraser e diventato una sorta di totem della critica cinematografica nel campo dell’horror, uno dei libri più citati anche se forse non altrettanto letti.

Quando ero molto giovane e già mi interessavo di film horror - ma questo mi è capitato anche in altri settori di interesse, come i fumetti - non mi bastava che quei film mi piacessero, avrei anche voluto capire perché sentivo di avere ragione se li consideravo importanti e significativi quando tutti i critici che leggevo li consideravano spazzatura o al massimo onesto artigianato. Mi sarebbe cioè potuto trovare un supporto critico articolato e condivisibile che desse corpo al mio giudizio di allora, forzatamente un po’ semplicistico e forse entusiastico.

Comprai subito il libro di Pirie appena uscì perché si occupava dell’horror britannico - con particolare riguardo alla Hammer e a Terence Fisher, che erano per me erano all’epoca riferimenti molto importanti - e perché leggevo con molto interesse le recensioni che Pirie scriveva per il Monthly Film Bulletin, per molto tempo la mia rivista di cinema ideale: recensiva tutto quello che usciva in Gran Bretagna e c’erano praticamente solo recensioni, senza nemmeno una fotografia. Ora è confluita in Sight and Sound, che resta una rivista fondamentale. Entrambe edite dal British Film Institute, con tutto il prestigio conseguente. Nel Monthly Film Bulletin scriveva anche - di solito di B-movies - David McGillivray, futuro sceneggiatore di Pete Walker e altri ancora.

La lettura di A Heritage of Horror è stata per me fondamentale. Con uno stile semplice ma non banale e con ampi riferimenti alla letteratura e al contesto in cui la tradizione horror si inseriva, Pirie tracciava un quadro completo e criticamente stimolante della parabola dell’horror britannico che allora - ma nessuno poteva saperlo con certezza - vicino a una fase di assoluto nadir. Sostanzialmente per primo, Pirie riuscì a enucleare e apprezzare le qualità registiche di Terence Fisher, che per questo gli sarebbe stato molto grato nei suoi ultimi anni di vita. Quando, tre anni dopo, scrissi per Robot un lungo articolo in due puntate su Fisher, sapere l’opinione di Pirie mi fu di notevole conforto.

Chiarezza, semplicità, brillantezza critica, completezza del quadro d’insieme, assoluta assenza di pregiudizi, stile coinvolgente: A Heritage of Horror è un libro unico e decisivo per chi lo legge. Naturalmente, può capitare che uno non sia d’accordo sui singoli giudizi - come per la sbrigativa stroncatura di L’abominevole dr. Phibes - ma questo è tanto inevitabile quanto poco significativo.

Successivamente, Pirie, oltre a scrivere un altro bel libro (The Vampire Cinema), si è dedicato principalmente alla sceneggiatura, non trascurando qualche puntata nell’horror (come Mystery House del 2000, di cui potete trovare la scheda nel Dizionario dei film horror).

Oltre trent’anni dopo gli è però venuta voglia di riprendere in mano quella sua ormai vecchia creatura - ormai rarissima e mai ristampata - e ne ha scritto una nuova edizione intitolata non a caso A New Heritage of Horror (I.B. Tauris, 2008). Una nuova edizione piuttosto particolare perché, oltre all’aggiornamento temporale, è stato in gran parte riscritto anche il resto, alla luce delle nuove informazioni a cui Pirie nel frattempo ha avuto accesso.

Le qualità del primo ci sono ancora tutte e, per quanto non approfondita come quella del periodo d’oro del cinema horror britannico, è interessante anche la parte che aggiorna la storia sino ai nostri giorni. Certo, l’horror britannico oggi è meno centrale nel panorama internazionale, ma qualche nuovo autore - Neil Marshall su tutti - non manca. Ma più interessante è l’aggiornamento di notizie sul periodo d’oro della Hammer e delle case satelliti, soprattutto con riferimento alle tremende battaglie con la severa censura inglese del periodo che portarono tra l’altro all’abbandono del progetto di realizzare Night Creatures, adattamento di Richard Matheson del proprio romanzo Io sono leggenda (e scusate se è poco).

Se siete davvero interessati al cinema horror, leggetelo. La prima edizione è ormai introvabile (io per la verità la trovo facilmente, su uno scaffale a portata di mano). Questa è invece disponibile ed è ancora migliore. Ovviamente, solo in inglese.

5 commenti:

Samuele ha detto...

Ottimo consiglio, ma lingua inglese, almeno per me, rende il tutto un po' impegnativo...

Rudy Salvagnini ha detto...

Sì, capisco, ma proprio perché lo stile è (compatibilmente) semplice, il problema potrebbe non essere insormontabile. Almeno spero...

Samuele ha detto...

Uhm,vedo di farci un bel penierino allora, grazie.
Colgo l'occasione per chiederti cosa consigli di saggistica in lingua italiana sul cinema horror.
Io, oltre al tuo Dizionario, ho "Gli artigiani dell'orrore" di Fazzini, molto interessante per le interviste, buono per la parte storica, ma che è limitato all'horror italiano fino al 2004 (con anche delle lacune, alcune non essenziali ma altre secondo me evidenti - non si parla del cinema di Fragasso e della Drudi, ad esempio).
Tolti poi i Dossier di Nocturno cosa si può trovare ora come ora in libreria meritevole di lettura?

Rudy Salvagnini ha detto...

Uno che ho trovato molto ben fatto è "Il terrorista dei generi" di Albiero & Cacciatore, dedicato a Lucio Fulci. Se non l'hai letto, te lo consiglio: gli autori hanno fatto un notevole lavoro di ricerca, sotto molti aspetti, e il risultato è ottimo.

Samuele ha detto...

Grazie mille: non sei il primo a consigliarmi quel libro tra l'altro.
Però non credo che in Italia ci siano corpose opere che non siano monografie, tipo sull'horror statunitense o messicano o francese...