sabato 9 novembre 2013

Bob Dylan a Padova, Gran Teatro Geox, 8 novembre 2013

Per la terza volta dal 2010, Bob Dylan è venuto a Padova, la mia città, e questa è già una cosa che mi dispone più che favorevolmente perché mi ha evitato viaggi e disagi (certo, ci ho messo tre quarti d’ora a lasciare la bolgia del parcheggio del Gran Teatro dopo il concerto, ma non è che si possa avere proprio tutto).
Annunciato come un tour “teatrale”, in ambienti più raccolti, nella tappa padovana l’ensemble dylaniana si è sistemata nel Gran Teatro Geox, una struttura moderna e in qualche misura provvisoria (esteticamente, assomiglia a una sorta di tendone da circo  stabilizzato e modernizzato), che, al suo interno, per come è stato sistemato per il concerto, non differiva molto dal Palasport che aveva accolto Dylan nei due precedenti padovani (di cui ho scritto qui e qui). Davanti al palco uno spazio consistente per gli spettatori in piedi (si tratta di una resa a quelli che, quando c’erano le file di sedie sino davanti al palco, bypassavano ogni servizio d’ordine per piazzarsi davanti al palco ostruendo la visuale a chi era seduto) e poi, ben più indietro, le file di sedie per chi la musica preferisce ascoltarla con concentrazione e raccoglimento (oltre che più comodamente, diciamolo).


Il gruppo è sempre quello: l’inossidabile Tony Garnier al basso, George Recile alla batteria, Stu Kimball alla chitarra ritmica, Charlie Sexton alla chitarra solista (che poi, insomma, proprio solista non è: devo dire che mi sarebbe piaciuto poter ascoltare Duke Robilard, ma non è durato abbastanza nel tourbillion chitarristico di questo tour) e Donnie Herron a tutta una serie di strumenti per colorare il suono per quanto possibile. E, naturalmente, Bob Dylan al piano e all’armonica.


Nel complesso, il concerto è stato ottimo, con un Dylan in ottima forma vocale: d’accordo, questa è un’affermazione da prendere con le molle, ma, tenuto conto della situazione della sua voce, ho notato dei concreti miglioramenti: ha cantato bene, le parole si sentivano quasi sempre e soprattutto ha ormai modificato il suo modo di cantare in modo da ottimizzare la resa della sua voce. Inoltre, e questa può essere una sorpresa per chi si ricorda il non eccelso uso delle tastiere negli anni passati, ha suonato il piano con personalità ed efficacia. Del resto, non mancano nella discografia dylaniana ottimi esempi pianistici del nostro, dagli anni Sessanta ai nostri giorni.


Questa la scaletta dei brani:


Things Have Changed: una canzone che migliora con l’andare degli anni e diventa sempre più amara e travolgente. Dylan l’ha interpretata con intensità andando al cuore del significato delle parole, accompagnato da un tappeto sonoro travolgente e ritmato che ha reso giustizia a una melodia trascinante. Uno dei punti migliori del concerto, un pezzo che ha mostrato ormai di poter appartenere al canone dei grandi brani dylaniani. Dylan l’ha cantata prendendosi il centro del palco, senza alcun diaframma strumentale tra sé e il pubblico, da vero e puro performer.


She Belongs To Me:  un reperto dell’epoca d’oro, rivisitato con fantasia e bravura e arricchito da un utilizzo lancinante e trascinante dell’armonica. Il ritmo è stato abbassato e le parole scandite con precisione, trasformando quello che era un ritratto femminile amabile e singolare in uno struggente rimpianto. Dylan è rimasto ancora a centro palco per poi prendere posto al piano per il brano successivo.


Beyond Here Lies Nothing: un brano, se vogliamo, minore, tratto da un album anch’esso minore, pur se pregevole (Together Through Life). Ricco però di un’atmosfera fumosa e blues, resa perfettamente da un’interpretazione concentrata di Dylan e della band.


What Good Am I?: una canzone fantastica tratta da un album fantastico (Oh Mercy). Ricordo un’interpretazione eccezionale in un concerto non amato dai più (Correggio ’92), questa è stata più che all’altezza e rappresenta un altro dei punti migliori del concerto. Intensa, intima, struggente, What Good Am I? acquisisce sempre più significato quanto più ci immergiamo in questi tempi di crisi e di indifferenza, nei quali, come forse sempre peraltro, è l’atteggiamento individuale che può salvarci e renderci diversi dalla massa di chi non vuol vedere e non vuole partecipare alla sofferenza altrui. Grande lavoro di Dylan al piano e grande resa vocale.


Waiting For You: dopo Things Have Changed, un’altra delle canzoni scritte da Dylan per il cinema. Un valzerone accattivante e trascinante, è piacevole da sentire: un momento leggero nel quale, però, la voce di Dylan ha mostrato un’usura dovuta probabilmente proprio al tono della canzone e alla difficoltà di sostenerlo.


Duquesne Whistle: prima canzone da Tempest del concerto, è diventata quasi istantaneamente un must dylaniano per il suo ritmo travolgente e la sua atmosfera maudit. Con Dylan sempre al piano, il brano ha mantenuto la sua naturale comunicativa e ha coinvolto alla grande il pubblico.


Pay in Blood: un altro brano da Tempest, duro e cattivo. Rispetto all’album, questa versione dal vivo è persino migliore. Dylan ha ripreso il centro palco e ha scandito con fiera aria vendicativa parole taglienti e severe, ben sorretto dalla band. Pago col sangue, ma non con il mio: semplicemente perfetto.


Tangled Up in Blue: un vecchi classico rivisitato con stile e non era facile perché si tratta di un brano che di rivisitazioni ne ha avute a bizzeffe, mantenendosi sempre all’altezza. Un evergreen che è sempre un piacere ascoltare e che Dylan ha gratificato di un buon lavoro al piano.


Love Sick: Dylan è tornato a centro palco e all’uso dell’armonica, arricchendo un brano che, di suo, è già notevole. È uno dei pezzi che ha avuto meno mutazioni dal vivo, proprio perché dotato sin dall’inizio di una struttura ferrea e accattivante. 


High Water (For Charley Patton): dopo l’intervallo che è diventato consuetudine in questo tour, Dylan è tornato, ancora a centro palco, per uno dei pezzi più significativi degli ultimi anni. Blues trascinante e guidato da un banjo piacevolmente ossessivo (che da qualche tempo ha preso singolarmente a richiamare, del tutto inconsapevolmente penso, qualcosa di simile al riff di Bada Caterina di Carmen Villani), è stato interpretato al meglio da Dylan, grazie anche a un efficacissimo uso dell’armonica.


Simple Twist of Fate: Dylan è tornato al piano per una resa intima e soffusa di un altro grande classico da Blood on the Tracks, riportato alla verità malinconica delle sue parole. Ottima interpretazione, tra le migliori del concerto.


A Hard Rain’s A-Gonna Fall: super classico dei primi allori dylaniani, cantato con simpatica idiosincrasia per la melodia originale e rivitalizzato senza fargli perdere un’oncia del suo valore ammonitore tuttora più che attuale.


Forgetful Heart: una canzone che è stato facile sottovalutare all’epoca della sua uscita (in Together Thorugh Life), ma che, nelle interpretazioni live, è cresciuta anno dopo anno per diventare adesso un momento altissimo e di intensità quasi estrema dei concerti dylaniani. Straziante, indicibilmente sofferta, è un lento e coinvolgente lamento sull’amore e sulla sua impossibilità. L’interpretazione migliore del concerto (dopo Long and Wasted Years), con un prezioso lavoro all’armonica.


Spirit on the Water: dopo tanta intensità, un momento di leggerezza.


Scarlet Town: un altro dei gioielli di Tempest, ricco di riferimenti al mondo del folk e ritratto crudo e solo apparentemente alterato dalla mitologia del linguaggio popolare. Dylan l’ha interpretato alla perfezione, fondendo mirabilmente il ritratto della cittadina immaginaria del folk con quella forse della sua cittadina natale (e, metaforicamente, di tutto il nostro mondo) per trarne dei succhi amari e persino minacciosi sulla sopraffazione.


Soon After Midnight: forse una canzone semplice, ma sicuramente una canzone che è bello sentire. Anche questa viene da Tempest, un album di altissimo livello, e ne rappresenta il lato melodico e struggente. Grande interpretazione, intensa e soffusa.


Long And Wasted Years: semplicemente, la perla della serata. Da subito è stata la mia canzone preferita da Tempest e dal vivo non perde nulla, semmai guadagna. Di una verità quasi insostenibile, è la riedizione per gli anni duemila delle famose canzoni di non-amore di Dylan, temperata da una saggezza e da una consapevolezza che richiamano Dont Think Twice, It’s Alright. Bob Dylan ha riguadagnato il centro palco e si è concentrato in una resa vocale sicura e trascinante. Eccezionale.


All Along the Watchtower: dopo una brevissima sosta, i cosiddetti bis, dedicati a brani iper collaudati. Però c’è da dire che All Along the Watchtower - in sé un brano che è così bello da essere impossibile da rendere male - è stato riletto in una versione rallentata che richiama (ma è ben diversa) quella del tour del 1987 con Tom Petty. A un certo punto c’è quasi una sospensione della canzone con una dilatazione magica dei tempi che mi ha ricordato il lavoro, mirabile, fatto da Dylan con Knockin’ On Heaven’s Door nella Rolling Thunder Revue. In poche parole un’ottima versione.


Blowin’ in the Wind: chiusura con un classicissimo che, per l’apparente casualità dell’introduzione, ha ricordato l’analoga operazione fatta con lo stesso brano nel, mi pare, 1993. Ottima versione, abbastanza diversa dall’originale da permettere a Dylan di cantarla senza annoiarsi. Buona armonica, con Dylan che è tornato al piano per questi due ultimi brani.


May God bless and keep him always.


P.S. c’è da aggiungere che certe volte uno si chiede perché la gente vada ai concerti. Forse sono io che ho perso contatto con la realtà, ma la mia motivazione è sempre stata - e tale è rimasta - quella di ascoltare. Invece, oggi è un tripudio di chiacchiere, di telefonini alzati, di flash continui. Inoltre, è risaputo che Bob Dylan inizia il concerto esattamente all’ora programmata. Invece, le prime (parecchie) canzoni sono state disturbate dall’andirivieni dei ritardatari che cercavano il loro posto con l’aiuto delle povere hostess che cercavano di farsi piccole, ma più di tanto non lo erano e comunque non lo erano i tipi che accompagnavano al posto. Poi ci sono le sventure casuali: il mio vicino di posto continuava a soffiarsi il naso con una potenza elefantiaca e quello dietro di me cantava a squarciagola le canzoni mentre le cantava anche Dylan (fortunatamente le canzoni nuove evidentemente non le conosceva e quindi si parzialmente astenuto su quelle: parzialmente, perché talvolta anche quando non sapeva le parole cantava lo stesso). Avrei voluto fargli notare che avevo pagato per sentire Dylan, non lui, ma mi sono astenuto: magari mi avrebbe risposto che a caval donato non si guarda in bocca.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Bellissima recensione. Complimenti. God bless you. Ciao
Andrea Balducci da Cervignano del Friuli

Rudy Salvagnini ha detto...

Grazie dei complimenti e buone cose anche a te.

Anonimo ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Anonimo ha detto...

Ottima recensione il mio 10° (ma ho perso il conto) concerto di Bob che seguo da quando avevo 6 anni..latte e Bob;-)
Diego da Udine

mitzy zambù ha detto...

recensione azzaccata,forse hard rain ha fatto rimpiangere i tempi pasati,indovinato il tiferimento alla rolling thunder con watchtower e heaven's doors.Il concerto è stato ottimo,avevo mollato dopo Stra ma oggi dylan sembra aver ritrovato la quadratura del cerchio.

Anonimo ha detto...

Giuro che non ero io a cantare dietro di te, perchè ero in platea, ma confesso di aver cantato a squarciagola pure io!!!

Rudy Salvagnini ha detto...

Grazie a tutti per i commenti, anche a chi cantava (lontano). Al prossimo concerto padovano di Dylan (o anche fuori casa, non prendiamocela troppo comoda)!