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domenica 26 aprile 2026

Michelangelo Antonioni Professione regista 1957-1975

Michelangelo Antonioni è stato di certo uno dei più importanti registi del cinema italiano (e internazionale) e la sua opera ha sempre e giustamente goduto di una notevole attenzione critica. Non a caso, il primo volume di quella che sarebbe diventata una longeva e autorevole collana dedicata allo studio dell’opera dei cineasti ritenuti più significativi, il Castoro Cinema, era dedicato proprio a lui, scritto dall’insigne Giorgio Tinazzi.
Michelangelo Antonioni Professione regista 1957-1975 di Giorgio Penzo (Falsopiano, 160 pagine, € 20) è un nuovo studio che si occupa dell’ampia fase centrale dell’opera di Antonioni, quella che inizia con Il grido e finisce con Professione: reporter, un periodo nel quale Antonioni sembrava capace solo di realizzare capolavori o film comunque significativi. Con una scrittura piana, ma non banale e ricca di partecipazione e anche di notazioni personali, Penzo affronta con metodo un film dopo l’altro evidenziandone le tematiche nel loro svilupparsi e concatenarsi, con particolare attenzione ai luoghi dove i film sono ambientati, che testimoniano un progressivo aprirsi e internazionalizzarsi del percorso creativo di Antonioni, che dalle ambientazioni italiane arriva alla Gran Bretagna di Blow-Up e agli Stati Uniti di Zabriskie Point, senza trascurare l’enigmatica Cina del controverso documentario Chung Kuo-Cina, che suscitò all'epoca più di qualche polemica. Affrontare uno dopo l’altro film i film di Antonioni è anche tutto sommato sorprendente e affascinante anche per il lettore per come si presentano diversi e uguali e tutti incisivi e significativi, parte di una poetica unica a testimonianza di uno sguardo d’autore irripetibile e ricco di personalità.

 

giovedì 17 aprile 2025

Rosanero - Il cinema di Billy Wilder

 

Billy Wilder è senza alcun dubbio uno dei più grandi registi della storia del cinema ed è anche uno dei miei registi preferiti, da sempre. Molto è stato scritto su di lui e sui suoi film, ma, quando un autore è così grande, anche il molto non è mai abbastanza e ogni nuovo contributo è benvenuto. Rosanero - Il cinema di Billy Wilder (Falsopiano, 160 pagine, € 20) di Giorgio Penzo ripercorre la carriera di Wilder esaminando tutti i suoi film in modo rapido, ma ficcante. Scorrendo in una cavalcata avvincente film dopo film risulta subito evidente e quasi sorprendente come ben di rado Wilder abbia sbagliato film e anzi come la sua percentuale in fatto di veri e propri capolavori abbia ben pochi eguali. Da un classico del noir come La fiamma del peccato a una commedia pressoché perfetta come A qualcuno piace caldo, i capolavori non si contano. Faccio solo qualche titolo tra i più imprescindibili: L’asso nella manica con un indimenticabile Kirk Douglas, L’appartamento, commedia amara come poche altre, l’irresistibile Non per soldi ma per denaro con l’accoppiata perfetta Lemmon-Matthau. Ma, come detto, i film riusciti non si contano e il tocco di Wilder è inconfondibile: se questo volume che lo celebra porterà qualcuno a vedere o rivedere i suoi film avrà compiuto senz’altro una meritoria missione. Completa il volume un breve ma puntuale saggio di Antonio Canzoniere.

domenica 28 novembre 2021

I Am Legend - screenplay


Questo libro - I Am Legend - screenplay a cura di Mark Dawidziak (Gauntlet Press, 2012) contiene la sceneggiatura di uno dei film che più mi dispiace non siano stati fatti: Night Creatures, il film che Richard Matheson aveva scritto per la Hammer nel 1957, tratto dal suo famoso romanzo I Am Legend (Io sono leggenda o, come venne intitolato per molti anni I vampiri). Come si sa, il film non venne realizzato per motivi di censura ed è un vero peccato, anche perché in sostanza non è mai stata realizzata una fedele versione cinematografica del romanzo. Di questo libro, che oltre alla sceneggiatura contiene molte altre cose interessanti, tra cui l'introduzione, scritta proprio da Richard Matheson, nella quale l'autore racconta brevemente la sua esperienza (quando ha scritto questa sceneggiatura, ne aveva scritta solo una in precedenza: poi sarebbe diventato uno sceneggiatore esperto e apprezzato) e parla anche dei tre film tratti, in qualche modo, dal suo romanzo. Le sue opinioni al riguardo sono piuttosto nette e molto interessanti. Tra le altre cose, riteneva che Vincent Price, grandissimo attore, fosse inadatto al ruolo di Robert Neville, protagonista della vicenda, che curiosamente nel film interpretato da Price (L’ultimo uomo della Terra) si chiama Robert Morgan, mentre pensava che Charlton Heston fosse un Neville del tutto accettabile, ma che il film (1975: occhi bianchi sul pianeta Terra) fosse andato troppo per la tangente allontanandosi dal libro. È anche riprodotta una lettera della MPAA (l’organo di censura americano) nella quale vengono fatti alcuni rilievi sulla sceneggiatura, ma si dà soprattutto atto del fatto che il tono generale del film è tale che sarebbe stato difficile che il prodotto finale avrebbe poi potuto avere il visto di censura.

Il pezzo forte del libro è però la sceneggiatura in sé. Matheson si conferma grande narratore e grande sceneggiatura. Non è difficile visualizzare le scene e si resta avvinti dalla potenza della storia e della suspense che riesce a creare. Difficile invece immaginare l’impatto che un horror così realistico e cupo avrebbe avuto sul pubblico dell’epoca. Non dimentichiamo che la Hammer intendeva realizzarlo poco dopo La maschera di Frankenstein e quindi prima di Dracula il vampiro, interrompendo così la sequenza di horror gotici per fornire una versione del tutto moderna e, per stare alle intenzioni di Matheson, fantascientifica del mito del vampiro. Ci sarebbe da chiedersi anche chi avrebbe interpretato il ruolo del protagonista. Non è forse difficile immaginare un attore duttile e dinamico come Peter Cushing, attore hammeriano per eccellenza, ma magari la scelta sarebbe andata su attori di stampo diverso, magari come Stanley Baker, più legati alla quotidianità moderna. Chissà. Sta di fatto che il film non si è fatto e che questa sceneggiatura ne resta l’unica traccia.

venerdì 26 novembre 2021

Resident Evil - Welcome to Raccoon City


Da ieri è in sala Resident Evil - Welcome to Raccoon City. Si tratta di un nuovo capitolo, un re-boot in effetti, della famosa saga videoludica di origine. A dirigerla è stato chiamato Johannes Roberts (47 metri) e la protagonista principale non è più Milla Jovovich, ma Kaya Scodelario.

Chi è interessato a sapere cosa ne penso può andare su MYmovies e leggere la mia recensione.

domenica 10 ottobre 2021

Jerry in persona


Ho appena finito di leggere Jerry in persona (Sagoma Editore), scritto da Jeeey Lewis con Herb Gluck e vi consiglio di fare altrettanto. È un ottimo libro, scritto con la schiettezza tipica di un genio anticonformista come Jerry Lewis, già evidente (forse ancora più evidente) nell’ottimo Dean & Me. Molti i momenti significativi e i ricordi vividi, come, per fare solo un esempio, l’incontro con un vecchio Stan Laurel o i racconti tumultuosi degli esordi. Il ritratto che emerge è vivace e variegato, si ha la netta sensazione dell’energia inesauribile che animava Lewis e che si rifletteva in modo dirompente sullo schermo. A un certo punto, quasi improvvisamente, Lewis smise di girare film con continuità e questo libro in parte ce ne spiega le ragioni, così come ci dice quanto gli fu di conforto l’apprezzamento del pubblico e della critica europea, soprattutto francese. Il libro arriva sino agli albori degli anni ’80 e la parabola conclusiva della vita di Jerry Lewis ci viene raccontata in un’interessante appendice di Steve Della Casa, mentre Nunziante Valoroso, che ha ottimamente tradotto il libro, si occupa opportunamente di ricordare Carlo Romano, storico doppiatore di Jerry. Un volume, quindi, fondamentale per chi vuole approfondire il punto di vista di Jerry Lewis, un punto di vista originale, per nulla scontato e che vale senz’altro la pena di conoscere. Per quanto mi riguarda, mi ha messo di nuovo voglia di rivedere qualcuno dei suoi film, magari cominciando da Smorgasbord, l’ultimo.

mercoledì 23 giugno 2021

Le calde notti del diabolico dr. Carelli e Il ritorno del diabolico dr. Carelli - Apocalisse infernale


Le calde notti del diabolico dr. Carelli
è il primo romanzo di un dittico, per ora, che Marcello Garofalo, noto critico cinematografico, ha scritto sul particolare personaggio del titolo. Sorta di feuilleton moderno, come i feuilleton procede tra rivolgimenti, colpi di scena e morbosità seguendo le avventure di un personaggio negativo che di più non si potrebbe (ma le cose poi cambiano parecchio), erede degli eroi neri, appunto, del feuilleton, ma anche di certi villain cinematografici tra i quali non è possibile non ricordare almeno il dr. Phibes, cui questo dr. Carelli, pur molto diverso, in qualche modo può essere almeno inizialmente accostato. Così come in parte ricorda, anche per la pazzia che in questo caso però più che incipiente è conclamata (ma anche qui solo inizialmente), il dr. Griffin de L’uomo invisibile. Le citazioni cinematografiche abbondano e sono godibili per l’esperto e l’inesperto. La cosa non sorprende dato che l’autore è un ben noto e apprezzato critico cinematografico, ma comunque diverte ed è questo l’importante. Da non trascurare inoltre la presenza di tocchi di garbata exploitation.

Il dr. Carelli è tornato dalla morte grazie alla zia scienziata, un po’ perplessa sul risultato del suo esperimento. Ma è tornato come una sorta di scheletro - deve indossare una specie di finta faccia per non turbare troppo la vista degli umani - ed è animato da uno spirito vendicativo ed eccentrico. Elementi questi che come detto richiamano il dr. Phibes, pur con molte evidenti diversità che si accentuano nel progredire della vicenda nel corso della quale Carelli acquista connotazioni sempre più originali. Ma Carelli è solo uno dei personaggi della storia, che assume maggior valore di intrattenimento proprio per la presenza di una moltitudine di caratteri ben delineati e ciascuno con un proprio valore e un proprio tasso di particolarità o di eccentricità. E soprattutto l’andamento della vicenda è caratterizzato da una simpatica imprevedibilità che rende interessante e avvincente la lettura. Sino al pirotecnico finale in cui il redde rationem scatenato avviene in un Empire State Building ricco anch’esso, come ben sappiamo, di storia del cinema.


La quantità di citazioni e riferimenti cinematografici, evidenti o no, è consistente: un fluire continuo di rimandi alla memoria collettiva, reale o potenziale, dei lettori, che forse saranno anche stimolati dalla lettura a scoprire o riscoprire alcuni dei film richiamati, o magari anche tutti perché no.


Il ritorno del diabolico dr. Carelli - Apocalisse infernale è il seguito, com’è giusto che sia. La serialità è spesso caratteristica del cinema, anche e soprattutto del cinema citato e preso a riferimento dal primo romanzo, per cui un secondo episodio è naturale e il personaggio si presta allo scopo. Questo secondo capitolo inizia con una citazione da Bob Dylan (dalla canzone Open the Door Homer, che poi invece come si sa è Richard, dei leggendari Basement Tapes) e quindi comincia bene. Il personaggio principale prosegue la sua attività ferocemente vendicativa come una sorta di super eroe positivo/negativo, negativamente positivo o positivamente negativo. Ma le situazioni si complicano in un vortice di avvenimenti sopra le righe, sempre punteggiati da citazioni cinematografiche di vario genere, compreso un riferimento alla Ursula Andress di una commedia all’italiana a episodi piuttosto dimenticata (e, diciamolo, dimenticabile) come Letti selvaggi (1979) di Luigi Zampa. Per non parlare del quasi coevo Ciao maschio di Ferreri. Talvolta, a questo proposito, il pensiero del dr. Carelli è opinabile, come quando definisce La noche del terror ciego (il primo dei film del ciclo dei Templari zombie di Amando de Ossorio, noto in italiano come Le tombe dei resuscitati ciechi) come brutta e stupida pellicola, ma non è che sia l’unico a pensarla così, per la verità.

La storia è densa, piena di avvenimenti e di rivolgimenti, cattura l’interesse riproponendo la lotta tra creature particolari contornate da personaggi che a esse sono in qualche modo legate. Il connubio di generi svariati si fa sempre più vorticoso con large iniezioni del genere super eroico a rendere movimentato e rutilante l’insieme di horror, sf, melodramma e molto altro ancora. I personaggi vengono ancor più approfonditi nelle loro psicologie e qualcuno di loro - protagonista compreso - ha anche sviluppi caratteriali impensati. Il motore è sempre un esperimento proibito, da vera e propria mad doctor, della zia del dottor Carelli, una scienziata tanto posata nei modi quanto spregiudicata nell’esercizio della scienza.

L’elemento super eroico già presente nel primo capitolo, si evidenzia ancora di più in questo follow-up con i due team contrapposti che si preparano alla battaglia affinando super poteri o comunque abilità particolari in un contesto spesso fumettistico oltre che cinematografico. È evidente che si intravede come questi libri siano molto atti a diventare sceneggiature per il fumetto o per il cinema e abbiano in questo senso qualità “visive” assai vivide, sino a un finale pirotecnico catastrofico. Vera pulp fiction di cui è consigliata la lettura.


mercoledì 9 giugno 2021

Le nuove sottilissime astuzie di Bertoldo e altre piacevoli storie di Pinù Intini


Le nuove sottilissime astuzie di Bertoldo e altre piacevoli storie
(Festina Lente, 224 pagine, € 16) è un volume importante. Innanzitutto perché raccoglie una parte significativa della sterminata produzione fumettistica di Pinù Intini, un artista dalle poliedriche qualità. Chi vuole avere una minima idea della sua rilevanza può leggere quanto ho scritto su questo blog in occasione della sua prematura scomparsa. Questo volume è quindi una valida testimonianza della qualità dei suoi fumetti ed è molto significativo anche perché ci mostra come le sue storie, nelle quali prevaleva una satira apparentemente bonaria e in realtà molto puntuta ed efficace, siano ancora molto attuali anche se - quelle contenute nel volume - risalgano a diverse decadi fa.

Come ci rivela il titolo, il volume racchiude soprattutto le storie che Pinù ha dedicato al personaggio di Bertoldo, che appartiene alla tradizione letteraria italiana e che Pinù ha saputo adattare e reinventare mirabilmente in modo da renderlo attuale ai nostri tempi pur continuando ad ambientarlo in un Medio Evo ricostruito in modo figurativamente impeccabile e suggestivo. Attraverso Bertoldo, Pinù affronta tematiche sociali e politiche mostrando invariabilmente le manchevolezze della natura umana e le scorciatoie morali che spesso taluni prendono per il loro tornaconto. Il tutto sempre con un umorismo che rende gradevole e piacevole la lettura, aiutata anche dalla bellezza e dalla simpatia dei disegni. Oltre a Bertoldo ci sono inoltre altre storie di altri personaggi provenienti dall’inesauribile fantasia di Pinù, come Ottavio da Castellana, accompagnato dall’esilarante dottor Usucapione, o Riccio Flint.

Curato con competenza e dedizione dal figlio Stefano Intini, grande autore di fumetti a sua volta, il volume - di grande formato e notevole cura editoriale - contiene anche una completa e indispensabile cronologia dell’opera fumettistica di Pinù, una bella intervista a Pinù da parte di Antonio Corain, uno scritto di Pinù stesso e una prefazione di Stefano Intini, oltre a una postfazione che ho avuto il piacere e l’onore di scrivere io stesso.

Inutile dire che consiglio assolutamente di leggere il libro: chi lo farà non resterà deluso.

mercoledì 17 marzo 2021

David McGillivray - Little Did You Know


Chi sia David McGillivray ogni appassionato di horror lo sa (o dovrebbe saperlo). McGillivray ha infatti lasciato il suo segno nel genere con un pugno di film molto significativi scritti per registi divenuti col tempo di culto, come Pete Walker o Norman J. Warren. Dietro a titoli importanti come Nero criminale o La casa del peccato mortale c’è McGillivray, con la sua scrittura feroce e lucida. Quello che gli appassionati di horror potrebbero non sapere - ma magari intuire, visto che la stagione horror di McGillivray è stata intensa, ma tutto sommato breve - è che la scrittura di film horror è solo una delle molte cose che McGillivray ha fatto nel corso della sua vita.

A colmare questa eventuale lacuna di conoscenza provvede l’insostituibile libro autobiografico di McGillivray, Little Did You Know (FAB Press, 2019, 330 pagine + indici). E sicuramente ben poco sapevamo di tutto quello che McGillivray ha deciso di portare alla nostra conoscenza con una franchezza a tratti sorprendente. McGillivray parla molto della sua carriera cinematografica e lo fa con l’arguzia, l’umorismo e l’autoironia che gli conoscevamo dai suoi irresistibili articoli autobiografici che aveva scritto per le antologie horror Shock Xpress (la serie denominata Spawn of Tarantula). E queste parti sono indubbiamente quelle che più interessano il cinefilo puro che può ripercorrere il curioso e vivace tragitto di McGillivray alla corte di Pete Walker, con le liti e le incomprensioni tra i due, incapaci forse di coesistere socialmente, ma capaci di produrre attraverso la loro bizzarra sinergia alcuni degli horror più potenti del periodo. Non mancano i ricordi anche del lavoro con quell’altro maverick dell’horror britannico, Norman J. Warren, per cui McGillivray ha tra l’altro scritto un horror singolare e strano come Satan’s Slave. E naturalmente ci sono anche ricordi del suo lavoro nella sexploitation, sottogenere che McGillivray non solo conosce per avervi partecipato direttamente, ma anche per averlo per così dire storicizzato in un libro antesignano e unico come Doing Rude Things. Dal punto di vista cinematografico sono anche interessanti i ricordi del periodo come critico cinematografico al Monthly Film Bulletin del BFI. All’epoca io ero abbonato al MFB e mi ricordo bene come leggevo con grande interesse le sue recensioni perché si occupava spesso dei film che interessavano di più a me, gli horror e gli erotici, quelli che gli altri critici probabilmente non volevano vedere. Nel mio piccolo, lo stesso è capitato anche a me quando facevo il recensore per un quotidiano e aspiravo a recensire Ossessione carnale di Larraz o Le porno hostess in 3D (e vi posso garantire che aggiudicarmi quei film non è stato per niente difficile perché gli altri critici non li volevano vedere: il difficile fu convincere il capo redattore a ospitare le recensioni sul quotidiano).

Ma tutto questo è solo una parte dell’autobiografia di McGillivray e nemmeno la maggiore. Perché, come si scopre meglio leggendola, McGillivray ha fatto moltissimo in campo televisivo e teatrale, come scrittore e anche come attore, dimostrando una grande poliedricità e una notevole capacità di cambiare registro: se vi capita potete trovare su YouTube la sua gag irresistibile sulla banconota da 20 sterline bloccata dalla ruota di un’auto parcheggiata. E i resoconti delle sue avventure teatrali non sono meno divertenti.

E anche questo non conclude l’argomento perché l’autobiografia di McGillivray tocca molti altri punti più personali che descrivono in modo schietto e vivace il tragitto di una vita vissuta intensamente, a volte facendosi trascinare dagli eventi e altre volte determinandoli, ma sempre con una vitalità e una voglia di vivere davvero invidiabili. La scrittura di McGillivray è, come ci si può aspettare conoscendone almeno un po’ le opere, sempre all’altezza, in grado di accompagnarci con brio e ironia anche nelle parti più aspre e nei momenti difficili che non sono mancati, come dimostra la descrizione dello sgomento per l’improvvisa irruzione dell’AIDS nel mondo spensierato dei primi anni ’80.

Libro altamente consigliato. Inutile dire che almeno per il momento non esiste l’edizione italiana, che io sappia.


venerdì 5 marzo 2021

Surviving in a Ruthless World - Bob Dylan's Voyage to Infidels

 


Infidels, uscito nel 1983, è un album particolare e unico nella discografia di Bob Dylan, che si caratterizza per essere prevalentemente composta da dischi particolari e unici. Ma Infidels è diverso da ogni altro disco di Bob Dylan: è arrivato dopo dischi assolutamente diversi e il suo particolare sound e la particolarità delle sue canzoni sono rimasti senza seguito (un po' come avvenuto con Desire o Street Legal). All'epoca della sua uscita, Infidels venne considerato il ritorno al “laicismo” da parte di Dylan dopo la cosiddetta trilogia cristiana che tanto aveva sorpreso e diviso i suoi fan. Echi reggae, versi visionari e immaginifici assieme ad altri più apparentemente semplici, la chitarra di Mick Taylor, il ritmo sostenuto della mitica coppia composta da Sly Dunbar e Robbie Shakespeare, la meticolosa produzione (e la chitarra) di Mark Knopfler: tutto questo e molto altro rendono Infidels un disco di notevole bellezza e fascino. Anche senza considerare che due delle sue canzoni migliori, vale a dire Blind Willie McTell (una delle migliori canzoni di Dylan in assoluto) e Foot of Pride, non vennero nemmeno inserite nel disco e - a parte i benedetti bootleg - riemersero solo dopo anni in versione ufficiale nei primi volumi della cosiddetta Bootleg Series.

La storia di quel disco è ora in un ottimo libro. Surviving in a Ruthless World - Bob Dylan’s Voyage to Infidels, scritto da Terry Gans (tra le altre cose collaboratore a suo tempo di quella meravigliosa rivista dylaniana che fu The Telegraph sino alla morte del suo autore-editore John Bauldie) e pubblicato (in inglese) da Red Planet, ci dice tutto quello che c’è da sapere sulla realizzazione del disco, seguendo le mosse di Dylan a partire dalle premesse e dalla creazione delle canzoni a bordo della sua barca a vela nel mare dei Caraibi sino alle sessioni di registrazione con tutto il processo creativo a esse sotteso per poi arrivare alla post produzione e all’uscita del disco, senza trascurare i video che per la prima volta nell’epoca dei videoclip venivano realizzati su canzoni di Dylan. Il tutto con un livello di documentazione eccezionale grazie all’accesso da parte dell’autore al The Bob Dylan Archive dell’Università di Tulsa che come si sa ha acquistato da Dylan il suo archivio documentale. Così Gans ha potuto consultare tutti i note-book di Dylan, riuscendo a verificare il processo creativo con i vari spunti che via via si trasformavano - quando lo facevano - in canzoni compiute. E ha anche potuto ascoltare - dandone conto nel libro - tutti i nastri delle sessioni di registrazione, con le varie versioni delle canzoni, comprese quelle che non ce l’hanno fatta a finire sul disco e i frammenti, le cover, le warm-up songs. Il quadro che emerge è affascinante e, oltre a mettere voglia di riascoltare un disco così complesso e interessante, apre uno spiraglio unico nella mente creativa di Dylan e nei suoi processi. E nel passare in rassegna, nel dettaglio, a ciascuna delle canzoni di Infidels, il libro ci ricorda come anche un disco che di certo non è tra i più celebrati di Dylan contenga perle inarrivabili (Jokerman, giusto per citarne una) e sia ricchissimo di spunti, di stimoli e di profondità.

In sostanza, un libro del genere è imperdibile per chiunque sia interessato a Dylan (e chi non è interessato dovrebbe iniziare a farlo prima che sia troppo tardi). Dovrebbe essercene uno simile per ciascun disco di Dylan e speriamo che prima o poi ciò accada.

venerdì 14 febbraio 2020

Dylan & Me: 50 Years of Adventures di Louie Kemp



Questo è un libro che non mi sarei mai aspettato di poter leggere ed è un bene che invece sia stato scritto. Dylan & Me: 50 Years of Adventures di Louie Kemp (Westrose Press) è infatti un libro scritto da un amico fraterno di Bob Dylan, quel Lou Kemp che è comparso di quando in quando anche nella carriera musicale di Dylan, ma che per il resto ha fatto la sua vita di imprenditore di successo (nel campo dell’industria ittica) lontano dai riflettori. Come lontana dai riflettori è stata la loro amicizia di cui solo alcuni barlumi ogni tanto rifulgevano qua e là. Così come quella del terzo amico del cuore, quel Larry Kegan (“Not you, Larry… the other Larry”) che rimase tetraplegico dopo un tuffo sfortunato in giovane età ed è rimasto amico di Dylan e di Kemp sino alla sua fine, avvenuta nel 2001, colto da infarto - come racconta Lou Kemp - proprio mentre andava a comperare Love & Theft dell’amico.

In questo libro, Kemp racconta cinquant’anni e oltre di amicizia, ma chi si aspetta di trovarci qualche exposé o qualche retroscena da pettegolezzo resterà deluso: questo è il libro di un amico che è rimasto tale e che vuole tramandare un’amicizia forte - un’amicizia come quelle che molti vorrebbero aver avuto nella loro vita e pochi hanno invece avuto - nata in un campo estivo nel 1953 nel Wisconsin, quando Dylan - ancora Zimmerman - aveva dodici anni e Lou Kemp ne aveva undici. Eppure, come risulta chiaro dalle parole di Kemp, Dylan aveva già ben chiaro cosa avrebbe voluto fare della sua vita. I racconti di Kemp sono vividi e ci mostrano, soprattutto negli anni giovanili, un ritratto di Dylan che nessuno dei suoi biografi aveva potuto tracciare. Il ritratto di un ragazzo scatenato e particolare, pieno di verve e di vitalità, sempre controcorrente e sempre amante della musica.

Ed emerge anche come Dylan, nei confronti degli amici d’infanzia, sia sempre rimasto lo stesso e sia sempre rimasto molto presente anche dopo essere diventato famoso. Kemp racconta di come sia ritornato a essere molto vicino a Dylan sia durante la lavorazione di Pat Garrett & Billy the Kid sia durante il famoso tour del ’74, quello del grande ritorno con la Band dopo otto anni senza tournée. Ma è anche cruciale il racconto che Kemp fa della nascita della Rolling Thunder Revue, quel baraccone spettacolare che Dylan ha messo in piedi nel 1975 e nel 1976 e che è stato recentemente celebrato da Scorsese nel suo ottimi documentario di cui ho già parlato. Kemp di quella tournée è stato in sostanza il manager, l’organizzatore e quindi ha pieno titolo per raccontarne premesse, sviluppi e aneddoti. E lo fa in modo simpatico e vivace. Tutto il libro è scritto in modo molto piano e comunicativo: la lettura risulta quindi molto gradevole e interessante.

Anche i racconti del periodo cristiano di Dylan sono in un certo senso chiarificatori delle dinamiche di quel momento e delle dinamiche successive, mostrando come Dylan fosse da sempre molto interessato alle problematiche religiose senza particolari preclusioni.

Kemp parla anche molto di sé, soddisfatto di essere anche lui un uomo di successo e di non aver mai avuto bisogno di Bob per motivi né economici né di realizzazione personale e questo è un elemento da non sottovalutare con riguardo alla solidità della loro amicizia e al fatto che fosse assolutamente disinteressata. Molti sono gli aneddoti divertenti che riguardano personaggi famosi: su tutti, quella volta che Bob Dylan è andato a vedere la prima di una commedia di Sam Shepard rendendola indimenticabile e non per i giusti motivi. Ma molti sono quelli che riguardano anche Marlon Brando, Joni Mirtchell, Leonard Cohen, Kinky Friedman e altri ancora, compreso il Nobel alla Letteratura e i suoi retroscena.

Un libro in definitiva consigliato a tutti quelli che hanno un interesse nei confronti di Bob Dylan. Una testimonianza su un’amicizia importante che ci ricorda come Dylan sia anche una persona normale, cosa di cui a volte è difficile ricordarsi in considerazione di quanto ha fatto e di quanto ha significato e continua a significare.

Il libro è in inglese. Io l’ho letto nell’edizione Kindle che è molto economica. In questo profluvio di testi dylaniani, è un libro di cui consiglierei senz’altro un’edizione italiana a qualche editore coraggioso.

domenica 24 novembre 2019

The Making of George A. Romero's Day of the Dead




Il giorno degli zombi è il film più sfortunato dell’originale trilogia dedicata da George A. Romero ai morti viventi. Sfortunato perché condizionato da avverse convergere produttive che hanno portato Romero a rivedere drasticamente la sua visione originaria in seguito al consistente abbattimento del budget e sfortunato perché, per vari motivi, non ha incontrato, almeno all’epoca della sua uscita, né la fortuna commerciale né quella critica. Considerato dai più una sorta di prodotto minore, soprattutto in relazione ai suoi fratelli maggiori (La notte dei morti viventi e Zombi), è sempre stato difeso, soprattutto negli ultimi anni, da Romero che era arrivato al punto da considerarlo il migliore dei suoi film dedicati ai morti viventi.

Sia come sia, è un film interessante, anche per il modo in cui è venuto alla luce e per le circostanze che ne hanno caratterizzato la produzione. Per questo il libro di Lee Karr The Making of George A. Romero’s Day of the Dead (Plexus Publishing Ltd) si rivela una lettura indispensabile per ogni appassionato di horror e, soprattutto, per chi voglia approfondire il cinema di Romero. Io ho letto la Kindle Edition, in inglese: chi vuole può acquistarla a questo link.

Il libro è un’analisi completa, per quanto possibile tenuto conto che è stato pubblicato a circa trent’anni dall’uscita del film, della fase produttiva de Il giorno degli zombi, ricomprendendo anche la fase di preproduzione e quella relativa alla distribuzione e all’accoglienza del film. Il grosso del libro è dedicato a una sorta di diario di produzione con la suddivisione giorno per giorno e l’indicazione di quali scene sono state girate quando. Il tutto arricchito da dettagli, curiosità e dichiarazioni di quasi tutte le persone coinvolte nella produzione, dagli attori ai tecnici, da Romero stesso al team che si occupava di trucchi ed effetti speciali, capitanato da Tom Savini. Ne emerge il ritratto vivido di un capolavoro imperfetto che ha visto Romero costretto a riscrivere integralmente la sceneggiatura in seguito alla riduzione del budget (dovuta, com’è noto, al suo desiderio di realizzare un film unrated, che non subisse le pastoie della censura). E ne emerge anche un ritratto colorato e vivace del clima di lavorazione un po’ anarchico e pieno di buonumore tipico dei set di Romero. Le riprese del film sono durate ben oltre i 50 giorni e questo rende l’idea del perfezionismo e della dedizione di Romero, se teniamo conto di come molti degli horror dell’epoca - e di epoche precedenti - venissero girati in quattro settimane o anche meno. Le condizioni di lavorazione erano piuttosto estreme dato che gran parte del film è stata girata in una vera miniera, con tutto ciò che ne consegue.

Molto interessante è anche la dichiarazione di Romero contenuto nel libro che spiega perché, subito dopo la fine del film, lui ha lasciato la Laurel di Richard Rubinstein con cui aveva stretto un ferreo sodalizio: “La cosa con la Laurel, Richard voleva fare più televisione e io volevo fare film. È stata una specie di rottura naturale. La mia ragione per lasciare era puramente relativa a una strategia di business. Io volevo fare film, non ero molto interessato alla TV”. Il riferimento è alla serie televisiva Tales from the Darkside.

Interessante è anche il resoconto dell’andamento commerciale del film che, costato circa tre milioni e duecentomila dollari, ha incassato poco meno di sei milioni di dollari negli Stati Uniti e circa 28 milioni nel mondo. Perciò, alla fine, non un insuccesso totale.

Lettura consigliata, sotto molti profili.

mercoledì 4 settembre 2019

Il signor Diavolo (il libro)




Sapevo che il film Il signor Diavolo di Pupi Avati era tratto da un suo romanzo, ma non l’avevo letto. Anche se, in effetti, non essendo Avati in prima battuta un romanziere, la cosa era piuttosto singolare e destava curiosità. Dopo aver visto il film questa curiosità è molto aumentata e così ho letto anche il libro.

Normalmente avviene il contrario. Si legge il libro - che di solito esce prima - e poi si vede il film. Per la maggior parte delle persone, la successione delle frasi continua con la classica: “ma il libro era meglio”. Non per me, ovvio: non sono così banale. O almeno cerco di non esserlo ed evito di fare confronti qualitativi tra due media così diversi.

In questo caso, però, la cosa ancora più interessante - anche se certo non del tutto inedita - è che la riduzione (brutto termine, ma il fatto che venga normalmente usato rende l’idea) cinematografica sia a opera dello stesso autore del libro. Quindi, l’Avati cineasta si occupa di adattare e modificare quanto scritto dall’Avati romanziere per massimizzare l’esito nella forma del film.

La differenza che salta più all’occhio riguarda la figura del protagonista, Furio Momentè, l’oscuro funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia misteriosamente incaricato di una delicata missione dopo essere stato per anni relegato a compiti di scarso rilievo. Nel film, è un personaggio ricco di sottintesi, ma con poco retroterra caratteriale esplicito. La sua figura assomiglia - per l’apparente innocenza ed estraneità ai luoghi in cui va in missione - al protagonista di The Wicker Man, il Citizen Kane dell’horror. Oppure, per restare ad Avati, ricorda lo spiazzatissimo Lino Capolicchio de La casa dalle finestre che ridono. Nel libro, invece, è un personaggio con un passato sordido e ben poco commendevole che vive la sua avventura quasi con lo spirito di chi cerca l’espiazione. La differenza è notevole, ma si coglie molto bene come, cinematograficamente, la scelta di Avati sia stata vincente. Sfrondando il background di Furio, Avati si è concentrato, in una mirabile sintesi narrativa, sul cuore del racconto senza perdersi in diversioni e cambiando la psicologia del personaggio di quel tanto che bastava senza minimamente ridurne l’impatto sulla storia.

Altre differenze stanno in episodi che si trovano sia nel libro sia nel film, ma che risaltano in modo assai diverso. Per fare solo un esempio, il cruciale episodio dell’ostia calpestata nel libro è un passaggio veloce, pur restando importante, mentre nel film, per come Avati l’ha messa in scena, risalta con un’efficacia sinistra di grandissimo impatto.

Notevole è anche il lavoro sul personaggio del sagrestano, nel film, dove viene fatto risaltare ben più che nel libro.

Anche il finale, pur restando simile negli intenti e nella soluzione, nel film è arricchito di pathos e di sfumature arrivando a vette di inquietudine che nel libro restano più sotto traccia, in linea con la differente psicologia del protagonista.

Detto questo, che è interessante soprattutto a livello per così dire scolastico in quanto consente di esaminare i meccanismi della trasformazione, da parte dello steso autore, di un’idea da scritta a visuale, quello che più conta è valutare come sia il libro in sé. Ebbene, nonostante l’abbia letto dopo aver visto il film e sapessi quindi la storia e nonostante la storia resti in gran parte la stessa, devo dire che il libro mi ha convinto per la qualità della scrittura e della narrazione, fluide e avvincenti. Il mondo oscuro e segnato dal destino che emerge dalle parole di Avati è vivido e inquietante, anche dietro l’apparente freddezza burocratica dei tanti verbali di interrogatorio che punteggiano il racconto. Ne consiglio quindi la lettura sia a chi ha visto il film sia, ancora di più, a chi ancora non l’ha visto. Ovvio che il passaggio successivo, per quest’ultimo, sia comunque quello di vedere il film.

domenica 21 gennaio 2018

Japanese Tales of Mystery & Imagination di Edogawa Ranpo

Da molto tempo - in sostanza da quando ho cominciato a interessarmi dei film di Teruo Ishii, che ne era grande ammiratore - desideravo leggere qualcosa di Edogawa Ranpo perché i riflessi cinematografici che mi erano giunti (primo tra tutti il fondamentale Horrors of Malformed Men, proprio di Ishii) mi erano sembrati di assoluta grandezza anche dal punto di vista degli spunti narrativi che li avevano originati e perché mi aveva incuriosito la grande dedizione che aveva spinto questo autore giapponese (il cui vero nome era Taro Hirai) ad assumere uno pseudonimo che nella fonia giapponese richiamava Edgar Allan Poe, suo maestro di riferimento.

Finalmente l’ho fatto, ho letto una raccolta intitolata Japanese Tales of Mystery & Imagination (Tuttle Publishing), comprendente alcuni dei suoi più famosi racconti. Non sono rimasto deluso. Tutt’altro. Ho avuto conferma della grandezza e dell’unicità di Ranpo (1894-1965) e mi sento di consigliare questo libro.

Come Poe, Ranpo alterna racconti di orrore psicologico a storie di detection, dove l’investigazione è anche quella dell’animo umano. In entrambi i casi, Ranpo si dimostra un maestro anche per l’originalità degli spunti che una scrittura piana e gradevole riesce sempre a sviluppare in modo avvincente e suggestivo. Le sue storie sono spesso storie di ossessioni che arrivano al parossismo: che sia quella per gli specchi o quella per un volto femminile visto una volta sola e da ricercare costi quel che costi, sono ossessioni che spingono chi ne soffre alla ricerca dell’assoluto, con esiti a volte sorprendenti. Altre ossessioni sono ancora più bizzarre. Rimane famosa quella che è alla base di uno dei racconti più tipici di Ranpo (The Human Chair) in cui un valente artigiano costruisce una poltrona con un’intercapedine tale da consentirgli di inserirvici dentro e poter sentire su di sé chi si siede sulla poltrona. I riflessi morbosi che spesso si insinuano nei racconti di Ranpo sono un’altra significativa caratteristica della sua scrittura. Basti pensare che nel caso del racconto in questione l’artigiano si innamora di una donna che si siede sulla poltrona (su di lui), anche senza averla mai vista. Un altro racconto famoso è Caterpillar, che nel 2010 Koji Wakamatsu ha portato sullo schermo: è la storia del morboso rapporto tra un reduce di guerra tornato a casa senza arti e sua moglie. E restando in ambito cinematografico anche Gemini (1999) di Sninya Tsukamoto è tratto da un racconto di questa raccolta. Ma sono parecchi i film ispirati a Ranpo ed è inutile cercare di farne un elenco in questa sede.

Nel caso della raccolta in questione, la traduzione è stata supervisionata da Ranpo stesso e quindi si presenta come di particolare interesse. Ranpo, infatti, comprendeva bene l’inglese, anche se non era in grado di scrivere in inglese e quindi di tradurre le proprie opere. Desideroso, però, di portarle a conoscenza del pubblico di lingua inglese si era impegnato in un lungo lavoro con un traduttore suo amico per arrivare a una traduzione fedele e concordata.

Questa raccolta è stata tradotta in italiano con il titolo L’inferno degli specchi nel 2011 (Collezione Urania n. 99). Quindi chi vuole leggerla in italiano sa dove trovarla. Io l’ho letta in inglese in formato Kindle. In qualunque modo vogliate leggerla, non credo ve ne pentirete. Per quanto mi riguarda credo che proseguirò nell'esplorazione del mondo letterario di Ranpo.

giovedì 23 novembre 2017

Richard Matheson on Screen

Richard Matheson è uno dei miei scrittori preferiti. Nel campo dell’horror “moderno” è di certo il mio preferito per alcuni romanzi che hanno lasciato il segno, come Io sono leggenda (che lessi quando ancora in italiano si chiamava I vampiri), Tre millimetri al giorno e Io sono Helen Driscoll, e anche per una notevole quantità di racconti spesso fulminanti e innovativi. Ne ho già parlato in occasione della sua morte, qualche anno fa.

Ma, come tutti gli amanti del cinema sanno, Matheson è stato anche (non dico soprattutto perché come scrittore di narrativa è stato fondamentale) uno sceneggiatore di successo e di grandi capacità. A partire dalla sceneggiatura per Radiazioni BX: distruzione uomo, notevole film di Jack Arnold tratto proprio dal suo romanzo Tre millimetri al giorno, Matheson ha lasciato un segno indelebile non solo nel cinema - basti pensare alle sue sceneggiature per il ciclo di film da Poe diretti da Roger Corman per la AIP - ma anche nella televisione, con le sue indimenticabili sceneggiature per alcuni dei migliori episodi della serie Ai confini della realtà (una serie che definire mitica è riduttivo) e per diversi film televisivi con cui Dan Curtis ha ridefinito l’horror televisivo (qualche titolo? Trilogia del terrore con il famoso episodio del pupazzo africano che torna in vita, Una storia allucinante e Lo strangolatore della notte con una sorta di indagatore dell’incubo, Kolchak, che è stato da modello per più di qualcuno).


Richard Matheson on Screen: A History of the Filmed Works di Mathew R. Bradley (McFarland, 2010) proprio di questo tratta: è una storia esauriente e completa del lavoro di Matheson nel cinema e nella televisione con un’analisi di tutto quello che ha fatto in entrambi i campi e anche di quello che non ha fatto personalmente, ma che è stato tratto da sue opere. Ogni film, film televisivo, episodio di serie televisiva in cui Matheson è stato in qualche modo coinvolto viene quindi esaminato con maggiore o minore ampiezza a seconda del caso. Di notevole interesse sono le dichiarazioni riportate di persone a vario titolo coinvolte a loro volta nei film o telefilm. Compreso Jack Arnold, che non rievoca il famoso aneddoto dei preservativi, ma svela particolari interessanti sulla realizzazione di Radiazioni BX: distruzione uomo. Ma non mancano i ricordi di Dan Curtis e Roger Corman e sono interessanti anche le rievocazioni riguardanti i rapporti stretti e proficui avuti da Matheson con colleghi scrittori come, in particolare, lo sfortunato (e assai dotato) Charles Beaumont.

La cosa più interessante, però, sono i commenti di Matheson stesso, presi da varie fonti, ma spesso di prima mano e quindi di particolare importanza. Matheson manifesta una grande acutezza e un grande equilibrio nel rievocare i vari passaggi della sua carriera, compresi i momenti meno piacevoli, come quando si è sentito “derubato” da Spielberg per lo spunto alla base di Poltergeist. Ma la reazione di Matheson è di grande saggezza e, appunto, equilibrio, dando atto di come, in qualche modo, Spielberg (con cui aveva proficuamente collaborato per il memorabile Duel) si sia fatto perdonare. Caso vuole che qualche giorno fa abbia rivisto proprio l’episodio in questione (Little Girl Lost, stagione 3, episodio 26 di The Twilight Zone, diretto da Paul Stewart): effettivamente, qualcosa c’è che poi ci sarà anche in Poltergeist.

Matheson esprime anche il rammarico di non essere riuscito a vedere il suo romanzo migliore, Io sono leggenda, trasportato in modo fedele sullo schermo, dando atto dei vari tradimenti nelle diverse versioni, l’ultima delle quali, quella con Will Smith, è stata importante soprattutto, come ammette lo stesso Matheson, per aver causato un’impennata notevole nelle vendite del romanzo. Ed esprime anche il rammarico per il fallimento commerciale di Ovunque nel tempo, un film di cui però ha avuto modo di verificare la grande crescita nel tempo sino ad arrivare allo status di cult movie. Ma sono davvero tanti i ricordi e le considerazioni che emergono dalla lettura del libro, una lettura piacevole e avvincente che ci porta dentro la vicenda umana di un autore singolare e di grande valore.

Il libro è in inglese. L’ho letto in formato Kindle, come e-book, quindi. Lo consiglio a tutti quelli che sono interessati a Richard Matheson o sono interessati, più semplicemente, al cinema.

domenica 22 ottobre 2017

Movieman di Alberto Lavoradori e Giorgio Finamore

Movieman (edito da Weird Book, € 20,00) è un libro particolare. Potremmo definirlo un romanzo illustrato. Scritto da Alberto Lavoradori e illustrato da Giorgio Finamore. Alberto Lavoradori ha anche realizzato le schede tecniche che costellano il volume.

Movieman non è un libro particolare solo perché è un romanzo (riccamente) illustrato, ma anche e soprattutto perché è un romanzo particolare che rifugge dalla normale scansione narrativa per privilegiare una sintesi estrema che scarnifica la storia per mantenerne gli aspetti salienti in una progressione austera quanto efficace. La fantascienza di questo libro è del tipo che non rifugge le asperità psiclogiche e sociali, ma anzi le cerca per addentrarsi nel profondo della natura umana e delle sue deviazioni, non ultima la ricerca del profitto. E proprio la metafora dell’atteggiamento, o meglio del sogno proibito, dell’industria culturale è quella che mi è venuta in mente leggendo questo libro: poter fare a meno dei creativi, soppiantarli in modo da realizzare intrattenimento senza doverlo (doverli) pagare. Agli albori del cinema, le case di produzione evitavano accuratamente di indicare i nomi del cast e dei credits nei film perché non volevano che gli artisti diventassero famosi e avanzassero quindi delle pretese economiche. L’atteggiamento cambiò solo quando le case produttrici si resero conto che i “divi” sarebbero stati più redditizi come tali. Ma il concetto di base era quello e tale è rimasto sotto forme diverse. E il cinema - quello mutato, quello di un possibile futuro non auspicabile, ma percepibile appunto come metafora, come ammonimento - è al centro del romanzo, ne costituisce l’anima corrotta e allo stesso tempo indefettibile.

Alberto Lavoradori è un famoso disegnatore di fumetti: ho avuto il piacere di collaborare con lui più volte negli anni passati, in campo disneyano (nel quale Alberto è una colonna: basterebbe il suo lavoro di creazione dell’immaginario grafico di PK per definirlo tale) e non. Oltre ai fumetti si è distinto nel campo della grafica, dell’illustrazione e della pittura. Ma anche nella scrittura pura e semplice, come dimostra il suo precedente romanzo fantascientifico, Unrank. In questo caso, ha lasciato la parte grafica a Giorgio Finamore, apprezzato artista e illustratore. Il risultato è notevole. L’integrazione della parte scritta e di quella illustrata è sinergica e totale. Le illustrazioni di Finamore si fondono perfettamente con le parole di Lavoradori creando un universo distopico di grande cupezza, immerso in un’atmosfera tecnologico-psicologica nella quale l’umanità si perde e si scolora, ma permane come sensazione irreprimibile.

Inutile dire che ne consiglio la lettura.

La prefazione, puntuale e arguta, è di Massimo Perissinotto. Io ho contribuito con una breve riflessione conclusiva che spero appropriata, scritta al buio rispetto al contenuto del romanzo, sul cinema nei film di fantascienza.

lunedì 13 febbraio 2017

Gerontown

Gerontown (154 pagine in bianco e nero) è una nuova graphic novel, scritta da Massimo Salvagnini e disegnata da Gianni Salvagnini. Entrambi sono miei fratelli e con entrambi ho, nel corso degli anni, collaborato. Massimo è un valente jazzista, autore di un ormai notevole numero di cd, a partire dal primo, Very Fool (1993), e arrivando al, per ora, ultimo When Your Drummer Has Gone (2016). Con Massimo ho realizzato a cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 alcuni film in super8 che volevano essere divertenti e forse a tratti lo erano davvero (i titoli? Il canonico del Bufalo parla davvero con la Madonna e la vede spesso, Il budino, Il primo film a colori fu italiano). Con Gianni, ottimo disegnatore di fumetti, ho collaborato per molti anni e per svariate testate: dagli horror targati Sansoni al Messaggero dei Ragazzi, nell’arco di diverse decadi.

Ora hanno realizzato questo Gerontown, che, lasciatemelo dire, è qualcosa di davvero diverso. Già solo questo dovrebbe bastare per invogliare a leggerlo perché la diversità - che contiene spesso in sé, come in questo caso, l’originalità - è merce rara. La storia - che presenta notevoli e volute asperità e acidità anche caratteriali - parte da una premessa fulminante: esiste un luogo, in una grande città, un palazzo, nel quale una congregazione di anziani perpetua la sua esistenza al massimo della durata e al massimo del comfort creando una sorta di bolla vitale del tutto segreta e sconosciuta all’infuori della ristretta cerchia dei privilegiati che ne fanno parte. L’ingresso del new fish di turno, l’anziano Masini dal carattere impossibile, ci scorta dentro questo mondo particolare, portandoci a conoscerne via via i componenti, ciascuno dei quali con il suo piccolo frammento di mondo e le sue idiosincrasie. Non so bene perché - la situazione e la storia sono molto diverse - ma questa introduzione e questa scoperta progressiva da parte del nuovo venuto dei suoi compagni di avventura con le loro particolari personalità mi ha richiamato alla mente Solaris. In ogni modo, se la premessa e la costruzione della vicenda sono curiose e interessanti, lo svolgimento non delude e a un certo punto, come dicono gli americani, the shit hit the fan e le cose precipitano.

Ricco di spunti e di dialoghi memorabili, il fumetto è disegnato magistralmente da Gianni che ben si adatta agli umori acri della storia. Il pessimismo, va da sé, dilaga, ma non è fine a se stesso. E oltretutto in fondo non è nemmeno così totale se pensiamo che l'unico riscatto davvero possibile è per sua natura individuale. Comunque, riporto, perché è interessante, quanto scritto nel retrocopertina per presentare il libro: “Che cosa potrebbe accadere se i vecchi decidessero di resistere il più a lungo possibile? Questa è una utopia alternativa, in cui l’egoismo del vecchio non vede il senso del farsi da parte per lasciare spazio all’egoismo del giovane”.

Completa il libro una interessante introduzione di Paolo Forni e vi sono anche alcune considerazioni di Radu  Lidjenko (ben noto a chi conosce il Massimo musicista).

Se vi interessa, Gerontown è acquistabile qui in cartaceo e qui in ebook. Qui invece potete vedere il book trailer.

lunedì 11 luglio 2016

I Hated, Hated, Hated This Movie di Roger Ebert

Quando ho cominciato a scrivere recensioni cinematografiche avevo il gusto della stroncatura. Mi piaceva avere la possibilità di usare ironia e sarcasmo nei confronti di chi aveva realizzato dei film che mi sembravano brutti. È una cosa normale: le stroncature sono più facili delle recensioni elogiative e consentono di solito al recensore di diventare egli stesso il protagonista della propria recensione attraverso un articolato sfoggio di quel senso di superiorità che spesso pervade chi deve (o vuole) giudicare. Col tempo il mio punto di vista è molto cambiato. Forse l’essere anche un (modesto) creatore di storie - in qualche modo un autore - mi ha permesso di comprendere le difficoltà della creazione e mi ha reso meno facile la stroncatura divertita, quella che si fa beffe di chi comunque ha creato qualcosa. Adesso, se mi capita - e per l’onestà che devo a chi legge le mie recensioni, mi capita - di giudicare negativamente un film, lo faccio cercando in modo costruttivo di spiegare perché non mi è piaciuto e di non limitarmi ad apodittiche prese in giro della presunta incapacità altrui. Le recensioni che ogni tanto scrivo per questo blog, per esempio, generalmente sono positive perché, potendo scegliere, scrivo di ciò che mi è piaciuto. Quelle che scrivo per MYmovies o sui miei libri (il Dizionario dei film horror, per esempio), invece, per loro natura possono anche essere negative, ma, pur indulgendo talvolta in un po’ di ironia spero che non possano mai essere definite “cattive”.

Questa lunga premessa, serve per chiarire come mi pongo di fronte all’arte della stroncatura e come mi pongo di fronte all’autore dell’opera che recensisco, con rispetto per il suo sforzo. Ma l’arte della stroncatura ha molti sostenitori, non senza i loro perché. Tra questi possono esserci i critici cinematografici che potrei definire come "protagonisti" della loro recensione. Quei critici così importanti da essere diventati a loro volta dei personaggi, in grado di orientare i gusti dei loro lettori. Quei critici per i quali la loro recensione è già in se stessa un’opera d’arte, più importante forse di ciò che recensiscono. Roger Ebert (scomparso nel 2013) era sicuramente uno dei critici più importanti e caustici. Curiosamente, ha avuto anche una breve avventura come sceneggiatore per Russ Meyer e già questo solo fatto può far capire che non aveva certo la puzza sotto il naso e sapeva apprezzare l’exploitation e il cinema di serie B quando capitava. 


Il titolo del libro in questione, I Hated, Hated, Hated This Movie (Andrews McMeel Publishing, e-book 2013), fa già capire l’atteggiamento: si tratta di una raccolta di recensioni di Ebert scritte durante gli anni: tutte, esclusivamente, stroncature. Leggerle una di seguito all’altra produce un effetto è curioso, perché, pur tra una certa costanza nell'irrisione, si coglie la varietà strutturale e ricercata dell’impianto stroncatorio dove a volte del film si accenna appena tanto poco lo si è valutato e dove altre volte Ebert usa compiacersi di forbite circonvoluzioni per mettere alla berlina gli autori dei film in questione. Su tutto, un notevole sfoggio di ironia che rende la lettura piacevole anche se non sempre si conoscono i film.


La scelta di pubblicare un libro tutto di stroncature è curiosa, ma il risultato ha la sua brillantezza: non ha più importanza di che film si tratti, ma l’esercizio di una brillante cattiveria in sé. I film sono di vario genere e di varie epoche: si va da film molto noti a pellicole di così basso livello produttivo da chiedersi come mai siano finite nelle rotte critiche di Ebert. È recensito persino, per dirne uno, TNT Jackson, curioso (e fiacco) esempio di blaxploitation rinforzata (o indebolita, piuttosto, visto come sono eseguite) dalle arti marziali. Non mancano anche le stroncature che non ti aspetti, come per esempio L’inquilino del terzo piano di Polanski che io, invece, per dirne uno, ho sempre molto apprezzato. Mi è anche dispiaciuto un po’ leggere la sprezzante stroncatura di The Switchblade Sisters anche perché si riverberava su tutta la carriera di Jack Hill, di cui Ebert salva solo i film con Pam Grier (e solo perché c’era Pam Grier). Il libro è comunque pieno di scoperte e chiunque, credo, può trovare qualcuno dei suoi favoriti tra gli sfavoriti di Ebert. Non è questo l’importante: l’importante è che il libro è divertente da leggere e per quanto io mi ponga riguardo alle stroncature nel modo che ho sopra descritto e non sempre sia d’accordo comunque con i giudizi di Ebert, mi sono decisamente divertito a leggerlo.

Il libro è in inglese e l’ho letto in e-book.

sabato 9 aprile 2016

Il calcio del campetto di Mauro Maranto e Stefano Intini





Per gli appassionati di calcio e di umorismo (o anche solo di uno dei due), segnalo l’uscita di un libro, Il calcio del campetto di Mauro Maranto e Stefano Intini (Gallucci, 94 pagine € 12,90). Il sottotitolo (Fenomenologia della partitella amatoriale e dei suoi eroi) ci fa capire subito in che ambito ci troviamo e già il disegno di copertina ci lascia presagire che ci divertiremo, leggendo la descrizione analitica e appassionatamente autoironica di ciò che succede prima, durante e dopo le classiche partitelle di calcio tra adulti desiderosi di ritrovare il tempo perduto.


La parte scritta del libro è opera di Mauro Maranto, mentre le numerose illustrazioni che la corredano e la integrano efficacemente sono di Stefano Intini, grande fumettista soprattutto (ma non solo) disneyano, col quale ho avuto il piacere di collaborare più volte.

Il gusto per l’iperbole tipicamente fantozziana (e chi non ricorda la tragica partita a calcio tra scapoli e ammogliati del primo film della serie?) colora la narrazione, sempre vivace e brillante. A corroborarla ancor più sono gli insostituibili disegni di uno Stefano Intini veramente in forma, che, come sa chiunque lo conosca, in questo caso ben sa di cosa disegna. E da come scrive presumo lo sappia bene anche l’autore dei testi. Questo coinvolgimento personale nella materia si trasmette al lettore che si appassiona facilmente anche se non ha mai calcato uno di quei campetti. L’esame di dinamiche e casistiche è esauriente ed esilarante, le definizioni spesso fulminanti (“partita di calcio: evento che precede un’abbuffata in pizzeria. Quando piove forte e non si può giocare, si va subito a mangiare. Molti tirano un sospiro di sollievo”).

Consigliato, contrariamente a quanto si sostiene ironicamente in copertina, anche a chi è under 30 e/o non ha la pancetta perché conoscere e ridere della fenomenologia altrui è uno spasso tutt’altro che amaro. Molti di coloro che giocano o hanno giocato, inoltre, possono immedesimarsi facilmente nei personaggi tipo tracciati dall’autore. Personalmente, con una certa dose di immodestia, mi sono ritrovato nel paragrafo sul vecchio portiere.

 

domenica 28 febbraio 2016

Lost Horizons Beneath the Hollywood Sign di David Del Valle

Ho già scritto di un altro libro di David Del Valle, 6 Reels Under, rilevandone l’interesse e la particolarità. Ma questo, Lost Horizon Beneath the Hollywood Sign (del 2010, ma per nulla invecchiato) è persino migliore. Del Valle è uno storico del cinema, un critico anche, ma soprattutto è una persona che conosce profondamente ciò di cui parla. È stato amico o comunque ha conosciuto bene per motivi professionali i personaggi di cui scrive e ne traccia dei ritratti vividi e umani che riescono a dare la sensazione di poterli conoscere noi stessi attraverso di lui. E dato che i personaggi di cui si tratta sono attori, registi, personaggi del mondo dello spettacolo che abbiamo visto molte volte sullo schermo la cosa si rivela particolarmente interessante. Ma anche nel caso in cui si tratti di personaggi marginali, decisamente minori, la scrittura di Del Valle riesce a coglierne l’unicità e la peculiarità. Non a caso, uno dei capitoli più curiosi e a suo modo commoventi è quello dedicato a un signor Nessuno, Paul Marco, la cui unica, opinabile, chiamata alla fama è stata quella di aver partecipato nel ruolo minore di un poliziotto a tre film di Ed Wood. Ma la parabola umana che Del Valle traccia di Marco e della sua illusione di essere un divo cult è eccezionale, sottolineando come a volte la distanza tra realtà e abbaglio sia sottile e ingannevole, con conseguenze tragicomiche, in questo caso.

Di solito, però, gli attori e i registi di cui Del Valle traccia dei ritratti decisamente da vicino sono molto noti agli appassionati di cinema di genere: Vincent Price, Christopher Lee, Barbara Steele, Robert Quarry, John Carradine, Ferdy Mayne (Per favore non mordermi sul collo), per citarne solo alcuni. Tutti attori che Del Valle ha conosciuto bene instaurando rapporti di amicizia che gli consentono di svelarne aspetti poco noti e rilevanti sotto il profilo umano. A differenza del Kenneth Anger di Hollywood Babilonia (al cui secondo volume ha collaborato anche Del Valle, a suo tempo), Del Valle non è però interessato al pettegolezzo o al particolare “decadente”: non c’è cinismo o cattiveria nelle sue descrizioni, ma semmai condivisione e compassione umana unite a un sano senso dell’umorismo che riesce a rendere spesso divertente e non solo informativa la lettura: tra i tanti aneddoti, ce n’è uno su James Ivory e Ismail Merchant che resta nella memoria, sotto questo aspetto. E comunque di Kenneth Anger, Del Valle è stato ed è ancora amico e a lui - e al suo rivale, e parimenti suo amico, il grande regista Curtis Harrington - dedica uno dei capitoli migliori e più inquieti. Non mancano nemmeno due attori come Angelo Rossitto e Herve Villechaize, cui Del Valle dedica due ritratti intensi e significativi. Uno dei capitoli più intensi è però quelo dedicato a Joyce Jameson, attrice comica di grande valore, la cui tragica parabola umana Del Valle racconta con sentita partecipazione. Uno dei più vivaci è quello dedicato all’attore Vladek Sheybal, reso famoso da Ken Russell (e da 007 e dalla serie televisiva UFO).

Diversi tra gli attori presenti sono stati clienti di Del Valle nel periodo piuttosto breve in cui ha fatto l’agente cinematografico. Tra questi Calvin Lockhart, che ricordo soprattutto nel curioso whodunit licantropesco La notte del licantropo, ma che vanta una lunga e brillante carriera.

Alcuni attori sono ben noti - o meglio lo erano - anche e soprattutto al pubblico italiano per la loro attività nel nostro cinema. Ad esempio Hiram Keller, protagonista di Fellini Satyricon (e de Il sorriso della jena e La morte negli occhi del gatto, per citare esempi più di genere) e poi scomparso dalla scena cinematografica: chi si sia chiesto cosa ne è stato - da lì sino alla morte nel 1997 - potrà trovare qualche risposta in questo libro. Lo stesso vale per Helmut Berger, del quale però non si sono perse le tracce ed è ancora felicemente in attività.

Ci sono anche registi classici e ingiustamente dimenticati come Robert Florey che qui scopriamo come essere umano e non solo come autore di vecchi film o - il motivo per cui di solito lo si ricorda - come mancato autore del Frankenstein poi diretto da James Whale. O come John Brahm. E registi di ben pochi film come Michael Armstrong (Il buio), che Del Valle ha ospitato per un po’ e di cui traccia un ritratto schietto e decisamente vivace.

Non solo attori e registi, comunque. C’è spazio anche per personaggi come il geniale sceneggiatore e scrittore Terry Southern, sceneggiatore di Easy Rider e autore del romanzo The Magic Christian da cui venne tratto un film con Ringo Starr (ne ho parlato con David McGillivray nell’intervista contenuta ne Il cinema dell’eccesso vol. 1). Il capitolo che Del Valle gli dedica si intitola Icon of Cool e mai definizione è stata più appropriata. E c’è anche nientemeno che Timothy Leary, il guru dell’LSD. Uno dei capitoli più significativi è poi dedicato al musicista Les Baxter, autore, tra le altre cose, delle colonne sonore di diversi dei film del ciclo da Poe di Roger Corman.

Fare un elenco di tutti quelli che hanno un loro capitolo sarebbe lungo (c’è anche Russ Meyer, comunque, e i capitoli sono ben 46), ma quello che importa è che si tratta di un libro imperdibile che si legge con piacere sia per la fluidità della scrittura sia per la freschezza e la novità dei contenuti, sempre di prima mano, testimonianze dirette. Perché, parlando di loro, Del Valle invariabilmente parla anche di sé in una sorta di autobiografia per interposte persone che risulta affascinante come un puzzle di cui non si hanno tutti i pezzi, ma di cui si coglie comunque l’immagine d’insieme.

C’è anche un ricco apparato iconografico.


Il libro è in inglese (e sarebbe da tradurre e pubblicare in italiano al più presto) e l'ho letto nella comoda ed economica edizione per Kindle.

domenica 10 maggio 2015

In All Sincerity, Peter Cushing by Christopher Gullo

Ci sono attori e attrici la cui presenza in un film è già motivo sufficiente per vederlo. Sono quelli che caratterizzano i film in cui recitano e hanno una personalità tale da catalizzare da soli l’interesse degli spettatori. È una cosa che va al di là della singola interpretazione e riguarda tutta l’opera di quel determinato attore o attrice. Ciascuno ha i suoi. Humphrey Bogart, per esempio, lo vedrei (e l’ho visto) in qualsiasi film. Anche perché generalmente, proprio per il tipo di ruoli che sceglieva e i film che sceglieva di fare, faceva comunque film che mi interessavano. Ma se dovessi scegliere un attore per me significativo sotto questo profilo, quell’attore sarebbe Peter Cushing, che per questo penso di poter definire come il mio attore preferito. Molti anni fa, quando ancora i suoi film uscivano al cinema, già sapevo, vedendo il suo nome nel cast, che avrei visto quel film volentieri. Scoprire un po’ alla volta nel corso degli anni che non era solo un grande attore, ma anche una persona squisita al punto da essere denominato il Gentle Man dell’horror è stato un piacere ulteriore: non ho fatto purtroppo avuto il piacere di conoscerlo persona perché, ignaro dei fatti (e cioè che era molto disponibile e gentile con gli ammiratori) in un’epoca in cui internet e le sue informazioni non esistevano, non sono andato a trovarlo nella piccola cittadina di Whitstable dove viveva (ci sono andato pochi anni dopo la sua morte e ho visto la famosa Cushing’s View, ma ormai era troppo tardi).

Ci sono libri e libri sulla Hammer, sull’horror britannico e su Peter Cushing in particolare. Posso citare a questo riguardo almeno l’ottimo The Peter Cushing Companion di David Miller e, restando in campo italiano, il prezioso Peter & Chris - I dioscuri della notte di Franco Pezzini e Angelica Tintori che si occupa della collaborazione tra Cushing e il suo fratello d’arte Christopher Lee. E ci sono naturalmente i due libri autobiografici dello stesso Cushing, una lettura che consiglio a chiunque conosca l’inglese (purtroppo nessuno ha ancora pensato di pubblicarli nel nostro paese, cosa che del resto si può dire anche dell’altrettanto interessante autobiografia di Christopher Lee).

In All Sincerity, Peter Cushing di Christopher Gullo (il titolo del libro riprende la frase con cui Cushing amava chiudere le sue lettere) si inserisce (anzi, si è inserito da tempo risalendo, come prima pubblicazione, al 2004) in un contesto non certo privo di titoli. Ma un  elemento che rende comunque questo libro di grande interesse e per certi versi unico è la presenza di interviste e dichiarazioni di un elevato numero di attori e artisti che hanno avuto il piacere e l’onore di conoscere e collaborare con Cushing. Il ritratto che emerge dai loro ricordi conferma l’impressione di una persona retta, appassionata del proprio lavoro, scevra dai personalismi ed egoismi spesso tipici delle persone di spettacolo, un artista a tutto tondo (la sua abilità nel disegno e in altri campi dell’arte viene sottolineata) che non ha preso come una condanna l’essere in qualche misura relegato per diversi anni nel recinto del cinema horror, ma ne ha tratto la possibilità di esprimere le proprie qualità senza fare differenze se si trattava di recitare Shakespeare o un copione di Jimmy Sangster.

Basterebbe questo per rendere il libro una lettura indispensabile per chiunque apprezzi il cinema e Cushing, ma il libro è anche una disamina  scorrevole e completa della carriera dell’attore dalle prime esperienze teatrali al famoso salto a Hollywood (con la partecipazione tra l’altro a Noi siamo le colonne con Laurel & Hardy, una collaborazione di cui Cushing è sempre stato orgoglioso e che ha sempre ricordato con grande affetto e stima per i due comici), dalla popolarità ottenuta con la televisione britannica (con un memorabile ruolo da protagonista nel per allora sconvolgente adattamento dell’orwelliano 1984) ai fasti della Hammer e via via tutto il resto, Guerre stellari compreso sino a terminare con il suo ultimo lavoro, il commento, assieme al grande amico Christopher Lee, per il documentario sulla Hammer Flesh and Blood - The Hammer Heritage of Horror, pochi giorni prima di morire. Le parole del regista di quel documentario, Ted Newsom, riportate nel libro, danno il senso dell’operazione e la giusta soddisfazione che ha provato nell’essere riuscito a dare ai due amici l’opportunità di rivedersi, di passare delle ore felici insieme e di collaborare l’ultima volta, al di là di qualunque riserva si possa avere sulla qualità effettiva del documentario stesso (comunque molto interessante, a mio parere, e da vedere).

A livello strettamente di critica cinematografica il libro non è molto approfondito, ma non era questo lo scopo dell’autore. Quello che conta è il ritratto di Cushing e questo emerge potente e interessante, anche nella scelta, criticata da qualcuno, di non operare eccessivi tagli alle dichiarazioni dei vari intervistati con le ripetizioni (nei ricordi) che inevitabilmente ne sono derivate (molti hanno ricordato i famosi guanti bianchi antinicotina o il suo amore per la moglie Helen). Non l’ho trovato un difetto, ma semmai il rafforzamento di un’impressione.

Questo è stato anche, lo dico a margine, il primo libro che ho letto su un e-reader. L’esperienza è stata positiva, anche tenuto conto del prezzo molto basso del libro con questo formato.


Ancora a margine, mi pare opportuno precisare che il libro è in inglese.