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mercoledì 17 marzo 2021

David McGillivray - Little Did You Know


Chi sia David McGillivray ogni appassionato di horror lo sa (o dovrebbe saperlo). McGillivray ha infatti lasciato il suo segno nel genere con un pugno di film molto significativi scritti per registi divenuti col tempo di culto, come Pete Walker o Norman J. Warren. Dietro a titoli importanti come Nero criminale o La casa del peccato mortale c’è McGillivray, con la sua scrittura feroce e lucida. Quello che gli appassionati di horror potrebbero non sapere - ma magari intuire, visto che la stagione horror di McGillivray è stata intensa, ma tutto sommato breve - è che la scrittura di film horror è solo una delle molte cose che McGillivray ha fatto nel corso della sua vita.

A colmare questa eventuale lacuna di conoscenza provvede l’insostituibile libro autobiografico di McGillivray, Little Did You Know (FAB Press, 2019, 330 pagine + indici). E sicuramente ben poco sapevamo di tutto quello che McGillivray ha deciso di portare alla nostra conoscenza con una franchezza a tratti sorprendente. McGillivray parla molto della sua carriera cinematografica e lo fa con l’arguzia, l’umorismo e l’autoironia che gli conoscevamo dai suoi irresistibili articoli autobiografici che aveva scritto per le antologie horror Shock Xpress (la serie denominata Spawn of Tarantula). E queste parti sono indubbiamente quelle che più interessano il cinefilo puro che può ripercorrere il curioso e vivace tragitto di McGillivray alla corte di Pete Walker, con le liti e le incomprensioni tra i due, incapaci forse di coesistere socialmente, ma capaci di produrre attraverso la loro bizzarra sinergia alcuni degli horror più potenti del periodo. Non mancano i ricordi anche del lavoro con quell’altro maverick dell’horror britannico, Norman J. Warren, per cui McGillivray ha tra l’altro scritto un horror singolare e strano come Satan’s Slave. E naturalmente ci sono anche ricordi del suo lavoro nella sexploitation, sottogenere che McGillivray non solo conosce per avervi partecipato direttamente, ma anche per averlo per così dire storicizzato in un libro antesignano e unico come Doing Rude Things. Dal punto di vista cinematografico sono anche interessanti i ricordi del periodo come critico cinematografico al Monthly Film Bulletin del BFI. All’epoca io ero abbonato al MFB e mi ricordo bene come leggevo con grande interesse le sue recensioni perché si occupava spesso dei film che interessavano di più a me, gli horror e gli erotici, quelli che gli altri critici probabilmente non volevano vedere. Nel mio piccolo, lo stesso è capitato anche a me quando facevo il recensore per un quotidiano e aspiravo a recensire Ossessione carnale di Larraz o Le porno hostess in 3D (e vi posso garantire che aggiudicarmi quei film non è stato per niente difficile perché gli altri critici non li volevano vedere: il difficile fu convincere il capo redattore a ospitare le recensioni sul quotidiano).

Ma tutto questo è solo una parte dell’autobiografia di McGillivray e nemmeno la maggiore. Perché, come si scopre meglio leggendola, McGillivray ha fatto moltissimo in campo televisivo e teatrale, come scrittore e anche come attore, dimostrando una grande poliedricità e una notevole capacità di cambiare registro: se vi capita potete trovare su YouTube la sua gag irresistibile sulla banconota da 20 sterline bloccata dalla ruota di un’auto parcheggiata. E i resoconti delle sue avventure teatrali non sono meno divertenti.

E anche questo non conclude l’argomento perché l’autobiografia di McGillivray tocca molti altri punti più personali che descrivono in modo schietto e vivace il tragitto di una vita vissuta intensamente, a volte facendosi trascinare dagli eventi e altre volte determinandoli, ma sempre con una vitalità e una voglia di vivere davvero invidiabili. La scrittura di McGillivray è, come ci si può aspettare conoscendone almeno un po’ le opere, sempre all’altezza, in grado di accompagnarci con brio e ironia anche nelle parti più aspre e nei momenti difficili che non sono mancati, come dimostra la descrizione dello sgomento per l’improvvisa irruzione dell’AIDS nel mondo spensierato dei primi anni ’80.

Libro altamente consigliato. Inutile dire che almeno per il momento non esiste l’edizione italiana, che io sappia.


giovedì 11 marzo 2021

Norman J. Warren (1942-2021)


Oggi se n’è andato anche Norman J. Warren, uno degli ultimi esponenti di un certo tipo di cinema che non si fa più. Tra horror, fantascienza e sexploitation, spesso tutti assieme, Warren aveva percorso la parte finale del periodo d’oro del cinema britannico di genere cercando di crearsi uno spazio dove proporre i suoi film. Per un po’ c’è riuscito, lasciando alcune pellicole di un certo rilievo e anche di un certo fascino. Poi, quando ogni spazio produttivo si è chiuso, ha smesso di produrre film, ma è rimasto una presenza brillante e interessante nelle varie convention dedicate al cinema di genere dove la sua figura veniva giustamente celebrata, anche al di là degli evidenti limiti di alcuni dei suoi film.

Gli ho dedicato un capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso - Volume 2 - Europa. Un capitolo scritto appositamente per il libro - diversamente da altri che erano rielaborazioni e aggiornamenti di articoli già usciti - proprio perché mi sembrava molto opportuno che lui, nel libro, ci fosse, quale rappresentante del comunque significativo e importante crepuscolo di una tipologia di cinema. Non a caso, il capitolo a lui dedicato nel libro si intitola Norman J. Warren: l’ultimo del suo genere. In quell’occasione mi sarebbe piaciuto riuscire a intervistarlo, ma non riuscii a trovare un contatto. Intervistai però David McGillivray che, oltre a essere stato lo sceneggiatore principe deli Peter Walker in versione horror, aveva scritto anche sceneggiature per Warren. In quell’intervista gli chiesi anche di Warren e lui mi rispose tra l’altro: “Warren era un amico prima che lavorassi con lui ed è un amico ancor oggi”. Segnalandomi comunque una differenza interessante nell’approccio ai suoi copioni: Walker in genere li girava com’erano, mentre Warren interveniva speso con modifiche.

A partire dai suoi cortometraggi, Incident e Fragment, Warren mostra personalità e stile che lo conducono all’esordio nel lungometraggio con film come Her Private Hell (1967), un esempio di sexploitation d’autore con una certa ambizione, e Loving Feeling (1968), meno riuscito e meno focalizzato. Ma la strada che si rivela la più personale e produttiva per Warren è quella dell’horror che abbraccia con l’interessante Satan’s Slave (1976), scritto da McGillivray, seguito poi da Delirium House - La casa del delirio (1978), ancora su copione di McGilivray e con chiare ascendenze argentiane. Il film per cui lo si ricorda maggiormente, però, è forse il fantahorror Inseminoid - Un tempo nel futuro (1981), chiaramente derivato dal successo di Alien, ma con sufficienti connotazioni originali da renderlo autonomamente valido. Il suo film che mi sembra comunque più interessante è forse Prey (uscito in Italia in versione alterata e con l’improbabile titolo Terrore ad Amityville Park), la storia di uno strano triangolo tra una coppia lesbica e un alieno mangiatore di umani. Il suo ultimo film, dopo altri titoli meno noti, è Bloody New Year (1987), curioso horror che gioca sulle dimensioni spazio temporali per creare un’atmosfera sospesa e spiazzante.

sabato 27 maggio 2017

Pete Walker, un regista da tenere sempre presente

Pochi registi hanno saputo precorrere i tempi come Pete Walker che proprio per questo, però, ha ottenuto un riscontro, in termini di successo di pubblico, inferiore a quello che avrebbe meritato. Nel giro di pochi anni, Walker è stato in grado di realizzare un pugno di horror fortemente permeati di critica sociopolitica e di notevole efficacia narrativa: Nero criminale, La casa del peccato mortale, ...e sul corpo tracce di violenza e anche, sia pure su un livello inferiore, La terza mano.  Film forti, duri, spietati, che rappresentano il nucleo principale dell’opera di un regista originale e spregiudicato. Ma se quei film sono il nucleo principale, c’è però anche molto altro perché tra i film “minori” di Walker ci sono delle piccole gemme come Cool It, Carol, un film di pura exploitation, molto stimolante e ben realizzato. Ci sono anche i film incompresi, tra cui spicca soprattutto La casa delle ombre lunghe, bistrattato per anni per aver “sprecato” l’unione eccellente dei maestri dell’horror (Price, Cushing e Lee, con un John Carradine di contorno), ma in realtà, come ha cercato di spiegare lo stesso Walker, film che ha giocato col genere e che ha sofferto per aspettative malriposte: in sostanza, per qualche motivo, ci si aspettava qualcosa che il film non era e lo si è giudicato sulla base di questo presupposto.



Nel corso degli anni, mi sono occupato spesse volte di Walker, proprio a testimonianza del fatto che è un autore che mi ha molto colpito. Nel 1978 ho curato per il cineclub universitario della mia città una personale di Walker: il cineclub, tra l’altro, all’epoca era diretto da nientemeno che Carlo Mazzacurati, Enzo Monteleone e Roberto Citran, tutti poi assurti a meritata notorietà in campo cinematografico. Nel 1980 per la rivista Aliens, edita da Armenia, ho scritto un lungo articolo su Walker passando in rassegna i suoi film sin lì usciti. A curare la sezione cinematografica di quella gloriosa rivista era Danilo Arona, anche lui scrittore e critico di grande e meritata fama. Nel 1990, o giù di lì, ho scritto per Nosferatu, altra rivista cult per l’epoca, un lungo articolo in più puntate dedicato ai riflessi sociopolitici dell’horror post romeriano e pertanto ho ripreso in esame l’opera di Walker. Poi nel 2002, per la gloriosa rivista Segnocinema, nell’ambito della serie Kings of Exploitation, ho scritto un altro lungo articolo sull’opera di Walker, cercando di portare su di lui l’attenzione di un pubblico cinefilo ma non necessariamente orrorofilo come quello di Segnocinema. Quando ho scritto il Dizionario dei film horror, prima edizione 2007, ho avuto di nuovo modo di passare in rassegna i film di Walker, uno dei quali è entrato nel ristretto novero dei film cui ho attribuito cinque stellette (massimo riconoscimento). Infine, per ora, ho dedicato a Walker il primo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 1 - Europa. In quell’occasione ho inserito anche un’intervista a David McGillivray, grande sceneggiatore e collaboratore di Walker per i suoi horror migliori. Insomma, direi che su Walker ho scritto un bel po’. Ed è stato un piacere, naturalmente.




Non c’è un motivo contingente per parlare di Walker, oggi. Non ci sono ricorrenze, anniversari, celebrazioni. L’unico motivo è un motivo di carattere generale, che c’è oggi, c’era ieri e ci sarà domani: ricordare i suoi film perché qualcuno li guardi.
 

venerdì 31 luglio 2015

Il cinema dell’eccesso (CRAC Edizioni): cosa c’è dentro. Cap. 5 Norman J. Warren

Implacabile come la condanna licantropesca di Oliver Reed nel film hammeriano di Terence Fisher, proseguo nella presentazione del contenuto del mio nuovo libro, Il cinema dell’eccesso - Vol. 1 Europa (Crac Edizioni). Dopo i primi quattro capitoli dedicati a Pete Walker,  Jean Rollin, Jesus Franco e Paul Naschy, tocca con inevitabilità matematica al protagonista del quarto capitolo, il britannico Norman J. Warren.


Questo capitolo è completamente nuovo, scritto appositamente per il libro e non è quindi mai apparso altrove, non essendo stato parte della serie di articoli Kings of Exploitation.

Figura in una certa misura minore del panorama dell’horror e dell’exploitation, Warren si è inserito nel cinema di genere inglese quando stava già cominciando a mostrare segni di cedimento commerciale, ma è comunque riuscito a lasciare un’impronta interessante e personale.

Come Pete Walker, Warren ha cominciato con film in cui l’erotismo era la caratteristica dominante e, come Walker, ha poi usato David McGillivray come sceneggiatore nel momento in cui è passato all’horror.

La sua carriera non conta molti titoli, ma presenta notevoli motivi di interesse.  Nel capitolo a lui dedicato cerco di tracciarne l’evoluzione, a partire dai cortometraggi, che mostrano un regista raffinato e capace di raccontare con le immagini in modo elegante ed efficace. Il suo lungometraggio d’esordio, Her Private Hell denota la voglia di sperimentare e segnala uno sguardo attento alle sperimentazioni del cinema continentale. Ne è protagonista Lucia Modugno, attrice italiana incontrata più volte nell’exploitation nostrana (memorabile è il suo ruolo nella versione cinematografica del fumetto Isabella). 






 

Quando si affaccia all’horror, con Satan’s Slave, Warren lo fa in modo spavaldo evivace, aiutato da McGillivray e da una sontuosa intepretazione di quel grande gigione dell’horror che fu Michael Gough. I film successivi sono diseguali, ma Terrore ad Amityville Park, torrido fantahorror erotico, è senz’altro da segnalare e anche l’argentiano Delirium House ha i suoi meriti, soprattutto per la brillantezza visuale e della messa in scena. Per non parlare del delirante Inseminoid, variante ginecologica di Alien.

L’ultima regia è Bloody New Year, un film curioso, se non proprio riuscito. Poi il crollo dell’industria cinematografica britannica lo allontana dalla regia, ma non lo fa dimenticare a tutti coloro che sono interessati a un cinema coraggioso e, a volte, fuori dagli schemi.

domenica 29 marzo 2015

Il cinema dell’eccesso (CRAC Edizioni): cosa c’è dentro. Cap. 1 Pete Walker






Per presentare al meglio il mio nuovo libro uscito da poco - Il cinema dell’eccesso Vol. 1 Europa (Crac Edizioni) - mi sembra opportuno dare un’indicazione abbastanza precisa del suo contenuto. Così chi dovesse essere interessato all’argomento può sapere se, in linea di massima, il libro può rispondere alle sue esigenze.

Il libro si occupa del cinema di exploitation - genere trasversale che percorre molti generi, ma ha profonde radici nell’horror e in altri generi estremi - attraverso alcuni dei suoi autori principali. Ho scelto questo approccio per seguire e sottolineare il percorso autoriale di questi registi, dando loro la massima attenzione critica. Ho esaminato quanti più film possibile cercando di delineare la parabola creativa di ciascuno.

Detto questo, mi sembra giusto dedicare un post a ciascuno dei capitoli di cui si compone il libro, partendo dal primo, che si occupa di Pete Walker, regista inglese, noto soprattutto per i suoi feroci horror che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del genere anche se non sono stati premiati da un adeguato successo commerciale. 




Nel primo capitolo del libro ripercorro gli inizi di Walker nel cinema erotico, le incursioni nel noir e nel thriller fino ad arrivare all’esplosione horror e alle indecisioni finali. Il tutto nell’arco di una carriera durata una qundicina danni: non molti, ma intensi. Alla base c’è il mio articolo della serie Kings of Exploitation pubblicato su Segnocinema ormai 13 anni fa, ma proprio il tempo trascorso mi ha permesso di allargare il campo d’analisi a film che all’epoca non avevo potuto vedere (e di rivisitare laddove necessario quelli già visti). Ci sono quindi film come, per esempio, Man of Violence, Strip Poker o Home Before Midnight, quest’ultimo un curioso ritorno a tematiche sexploitative in chiave melodrammatica. Ma naturalmente non mancano i film più celebrati, da Nero Criminale a La casa del peccato mortale, horror indimenticabili che hanno precorso i tempi. Pochi autori sono riusciti a coniugare critica sociale e horror feroce in modo così efficace restando fermamente all’interno di un realismo dal quale ogni concessione al soprannaturale è sostanzialmente bandita. Le belve sono tra noi, era infatti il sottotitolo italiano di Nero criminale.

Inoltre, c’è un’intervista esclusiva a David McGillivray condotta appositamente per questo libro. McGillivray è stato lo sceneggiatore con cui Walker ha stretto un fortunato sodalizio creativo proprio per i suoi celebrati horror e anche per questo è stato un piacere poterlo intervistare. Ma oltre agli horror per Walker, McGillivray ha sceneggiato altri film interessanti - dentro e fuori dall’horror - oltre ad aver avuto una carriera intensa, tutt’ora in corso, in praticamente tutti i media. Per cui, credo, l'intervista - che non si limita solo al suo lavoro con Walker - si presenta di particolare interesse. Ho colto l'occasione, tra l'altro, nella parte introduttiva all'intervista, di occuparmi di un interessante cortometraggio horror del 1980 (The Errand), scritto da McGillivray e, direi, non molto noto.

Personaggio interessante e unico anche nella sua parabola umana, Walker è un regista da scoprire e riscoprire, così come i suoi film sono da vedere e rivedere. Spero che il libro possa servire anche a questo.

lunedì 9 marzo 2015

Il cinema dell'eccesso (CRAC Edizioni): il mio nuovo libro

Come da oggetto, è uscito il mio nuovo libro. Si intitola Il cinema dell'eccesso - vol. 1 Europa (da cui i più arguti intuiranno che non è finita qui) ed è edito da Crac Edizioni (318 pagine, € 24). Tornerò a scriverne abbondantemente nei prossimi giorni. Per il momento mi preme segnalare che, oltre che in libreria, il libro è acquistabile presso la casa editrice e presso i consueti siti di vendita on line, tra cui Amazon, Ibs, Mondadori e Libreria Universitaria.

A titolo informativo, riporto quanto è contenuto nella scheda sul volume, così potete avere un'idea di cosa contiene:

"Alieni proteiformi e assassini coinvolti in strani ménage a trois ad alto tasso erotico, casalinghe col vizio del cannibalismo e la passione per il trapano elettrico, prigioni femminili in località tropicali con torride rivoluzionarie contro il potere, irsuti licantropi ispano-polacchi contro i samurai nel Giappone medievale, vampire di ogni ordine e grado assetate di sangue (e non solo), giustizieri della notte privati della parola ma non della capacità di reagire con violenza inaudita, bizzarre riletture fumettistiche e metacinematografiche della figura dell’agente segreto, psicopatici e psicopatiche di vario tipo, ognuno con il suo trauma (infantile e non), irriverenti rivisitazioni ucroniche della storia di Giovanna la Pazza, improbabili rock band contro Dracula...
Di questo e molto altro sono fatti i film di exploitation, un genere trasversale che attraversa tutti i generi - dall’horror alla fantascienza, dal thriller all’action, dal noir all’erotico - e fa del profitto la sua stessa ragione di vita. Però, usando una materia così “vile” come mezzo di espressione, un drappello di spavaldi registi ha avuto la libertà di realizzare anche opere profonde, complesse e artisticamente uniche.
Questo libro - il primo di due volumi separati - compie un affascinante viaggio tra una moltitudine di film autenticamente originali, ripercorrendo con rispetto e rigore critico la carriera di alcuni dei maggiori autori di questo “super genere”, presente nelle cinematografie di tutto il mondo.
Il secondo volume si occuperà dei registi appartenenti al cosiddetto “Resto del Mondo”, a voler essere un po’ eurocentrici. In questo primo volume, invece, sono di scena i registi europei, di ciascuno dei quali viene tracciata la parabola artistica in modo ampio e articolato: Pete Walker (La casa del peccato mortale), alfiere dell’horror politico e crudele; Jesus Franco (Vampyros Lesbos), infaticabile autore di circa 200 film, alcuni inguardabili, altri sublimi; José Ramón Larraz (Symptoms l’incubo dei sensi), fumettista passato con successo al cinema; Jean Rollin (Fascination), poeta dell’exploitation erotica; Paul Naschy/Jacinto Molina (El caminante), il licantropo che volle farsi regista; Norman J. Warren (Inseminoid), abile e tenace rielaboratore di trame fantahorror.
In appendice al capitolo su Pete Walker, un’intervista esclusiva a David McGillivray, sceneggiatore dei migliori horror di Walker e non solo, oltre che saggista, commediografo, attore e molto altro ancora."



venerdì 8 gennaio 2010

A Heritage of Horror e A New Heritage of Horror


Uno dei pregi meno frequenti in chi scrive di cinema è la semplicità dell’esposizione. Quando poi la semplicità si unisce alla chiarezza, la casistica è ancor meno frequente. Se infine a quelle caratteristiche si unisce l’acutezza critica si arriva alla rarità. Una di queste rarità è A Heritage of Horror, un fondamentale saggio di David Pirie pubblicato nel 1973 da Gordon Fraser e diventato una sorta di totem della critica cinematografica nel campo dell’horror, uno dei libri più citati anche se forse non altrettanto letti.

Quando ero molto giovane e già mi interessavo di film horror - ma questo mi è capitato anche in altri settori di interesse, come i fumetti - non mi bastava che quei film mi piacessero, avrei anche voluto capire perché sentivo di avere ragione se li consideravo importanti e significativi quando tutti i critici che leggevo li consideravano spazzatura o al massimo onesto artigianato. Mi sarebbe cioè potuto trovare un supporto critico articolato e condivisibile che desse corpo al mio giudizio di allora, forzatamente un po’ semplicistico e forse entusiastico.

Comprai subito il libro di Pirie appena uscì perché si occupava dell’horror britannico - con particolare riguardo alla Hammer e a Terence Fisher, che erano per me erano all’epoca riferimenti molto importanti - e perché leggevo con molto interesse le recensioni che Pirie scriveva per il Monthly Film Bulletin, per molto tempo la mia rivista di cinema ideale: recensiva tutto quello che usciva in Gran Bretagna e c’erano praticamente solo recensioni, senza nemmeno una fotografia. Ora è confluita in Sight and Sound, che resta una rivista fondamentale. Entrambe edite dal British Film Institute, con tutto il prestigio conseguente. Nel Monthly Film Bulletin scriveva anche - di solito di B-movies - David McGillivray, futuro sceneggiatore di Pete Walker e altri ancora.

La lettura di A Heritage of Horror è stata per me fondamentale. Con uno stile semplice ma non banale e con ampi riferimenti alla letteratura e al contesto in cui la tradizione horror si inseriva, Pirie tracciava un quadro completo e criticamente stimolante della parabola dell’horror britannico che allora - ma nessuno poteva saperlo con certezza - vicino a una fase di assoluto nadir. Sostanzialmente per primo, Pirie riuscì a enucleare e apprezzare le qualità registiche di Terence Fisher, che per questo gli sarebbe stato molto grato nei suoi ultimi anni di vita. Quando, tre anni dopo, scrissi per Robot un lungo articolo in due puntate su Fisher, sapere l’opinione di Pirie mi fu di notevole conforto.

Chiarezza, semplicità, brillantezza critica, completezza del quadro d’insieme, assoluta assenza di pregiudizi, stile coinvolgente: A Heritage of Horror è un libro unico e decisivo per chi lo legge. Naturalmente, può capitare che uno non sia d’accordo sui singoli giudizi - come per la sbrigativa stroncatura di L’abominevole dr. Phibes - ma questo è tanto inevitabile quanto poco significativo.

Successivamente, Pirie, oltre a scrivere un altro bel libro (The Vampire Cinema), si è dedicato principalmente alla sceneggiatura, non trascurando qualche puntata nell’horror (come Mystery House del 2000, di cui potete trovare la scheda nel Dizionario dei film horror).

Oltre trent’anni dopo gli è però venuta voglia di riprendere in mano quella sua ormai vecchia creatura - ormai rarissima e mai ristampata - e ne ha scritto una nuova edizione intitolata non a caso A New Heritage of Horror (I.B. Tauris, 2008). Una nuova edizione piuttosto particolare perché, oltre all’aggiornamento temporale, è stato in gran parte riscritto anche il resto, alla luce delle nuove informazioni a cui Pirie nel frattempo ha avuto accesso.

Le qualità del primo ci sono ancora tutte e, per quanto non approfondita come quella del periodo d’oro del cinema horror britannico, è interessante anche la parte che aggiorna la storia sino ai nostri giorni. Certo, l’horror britannico oggi è meno centrale nel panorama internazionale, ma qualche nuovo autore - Neil Marshall su tutti - non manca. Ma più interessante è l’aggiornamento di notizie sul periodo d’oro della Hammer e delle case satelliti, soprattutto con riferimento alle tremende battaglie con la severa censura inglese del periodo che portarono tra l’altro all’abbandono del progetto di realizzare Night Creatures, adattamento di Richard Matheson del proprio romanzo Io sono leggenda (e scusate se è poco).

Se siete davvero interessati al cinema horror, leggetelo. La prima edizione è ormai introvabile (io per la verità la trovo facilmente, su uno scaffale a portata di mano). Questa è invece disponibile ed è ancora migliore. Ovviamente, solo in inglese.