Da molto tempo - in sostanza da quando ho cominciato a interessarmi dei film di Teruo Ishii, che ne era grande ammiratore - desideravo leggere qualcosa di Edogawa Ranpo perché i riflessi cinematografici che mi erano giunti (primo tra tutti il fondamentale Horrors of Malformed Men, proprio di Ishii) mi erano sembrati di assoluta grandezza anche dal punto di vista degli spunti narrativi che li avevano originati e perché mi aveva incuriosito la grande dedizione che aveva spinto questo autore giapponese (il cui vero nome era Taro Hirai) ad assumere uno pseudonimo che nella fonia giapponese richiamava Edgar Allan Poe, suo maestro di riferimento.
Finalmente l’ho fatto, ho letto una raccolta intitolata Japanese Tales of Mystery & Imagination (Tuttle Publishing), comprendente alcuni dei suoi più famosi racconti. Non sono rimasto deluso. Tutt’altro. Ho avuto conferma della grandezza e dell’unicità di Ranpo (1894-1965) e mi sento di consigliare questo libro.
Come Poe, Ranpo alterna racconti di orrore psicologico a storie di detection, dove l’investigazione è anche quella dell’animo umano. In entrambi i casi, Ranpo si dimostra un maestro anche per l’originalità degli spunti che una scrittura piana e gradevole riesce sempre a sviluppare in modo avvincente e suggestivo. Le sue storie sono spesso storie di ossessioni che arrivano al parossismo: che sia quella per gli specchi o quella per un volto femminile visto una volta sola e da ricercare costi quel che costi, sono ossessioni che spingono chi ne soffre alla ricerca dell’assoluto, con esiti a volte sorprendenti. Altre ossessioni sono ancora più bizzarre. Rimane famosa quella che è alla base di uno dei racconti più tipici di Ranpo (The Human Chair) in cui un valente artigiano costruisce una poltrona con un’intercapedine tale da consentirgli di inserirvici dentro e poter sentire su di sé chi si siede sulla poltrona. I riflessi morbosi che spesso si insinuano nei racconti di Ranpo sono un’altra significativa caratteristica della sua scrittura. Basti pensare che nel caso del racconto in questione l’artigiano si innamora di una donna che si siede sulla poltrona (su di lui), anche senza averla mai vista. Un altro racconto famoso è Caterpillar, che nel 2010 Koji Wakamatsu ha portato sullo schermo: è la storia del morboso rapporto tra un reduce di guerra tornato a casa senza arti e sua moglie. E restando in ambito cinematografico anche Gemini (1999) di Sninya Tsukamoto è tratto da un racconto di questa raccolta. Ma sono parecchi i film ispirati a Ranpo ed è inutile cercare di farne un elenco in questa sede.
Nel caso della raccolta in questione, la traduzione è stata supervisionata da Ranpo stesso e quindi si presenta come di particolare interesse. Ranpo, infatti, comprendeva bene l’inglese, anche se non era in grado di scrivere in inglese e quindi di tradurre le proprie opere. Desideroso, però, di portarle a conoscenza del pubblico di lingua inglese si era impegnato in un lungo lavoro con un traduttore suo amico per arrivare a una traduzione fedele e concordata.
Questa raccolta è stata tradotta in italiano con il titolo L’inferno degli specchi nel 2011 (Collezione Urania n. 99). Quindi chi vuole leggerla in italiano sa dove trovarla. Io l’ho letta in inglese in formato Kindle. In qualunque modo vogliate leggerla, non credo ve ne pentirete. Per quanto mi riguarda credo che proseguirò nell'esplorazione del mondo letterario di Ranpo.
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domenica 21 gennaio 2018
mercoledì 30 novembre 2016
Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 6 Teruo Ishii
Il sesto capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac edizioni) è dedicato a un regista giapponese dei più particolari, Teruo Ishii. Tra gli autori che ho esaminato nel libro è di sicuro uno tra i più affascinanti, capace di cose incredibili e di film assolutamente unici.
Cresciuto all’interno del rigido sistema produttivo giapponese si è fatto le ossa con dei noir sempre più atipici e con dei bizzarri film di super eroi (Spaceman contro i vampiri e I satelliti contro la Terra, per esempio) che appartengono al regno delle stranezze assolute. Poi è stato capace di creare una serie carceraria (almeno all’inizio) di enorme successo in Giappone (Abashiri bangaichi) nella quale ha fatto vedere delle qualità registiche innegabili e delle doti inventive di rara brillantezza. Sempre desideroso di cambiare e di cimentarsi con i limiti dell’apparato produttivo, Ishii si è poi dedicato a film estremi che anche adesso sono in grado di sorprendere, con al centro vicende truci e selvagge ambientate in quello che si può definire il Medio Evo giapponese. Con effetti speciali rudimentali, ma efficaci, Ishii ha tracciato un solco poi seguito da molti, quello del cinema della tortura: l’ha fatto senza particolare condivisione spirituale, ma con il desiderio di fare comunque del suo meglio. Riuscendoci.
I successi commerciali gli hanno permesso di dedicarsi a progetti più personali come il suo capolavoro assoluto, Horrors of Malformed Men, tratto dall’opera di Edogawa Rampo, scrittore del mistero e dell’orrore giapponese (che aveva assunto uno pseudonimo che foneticamente richiamava il nome di Edgar Allan Poe, il suo nume tutelare). Il film è un turbinoso insieme di bizzarria, inventiva, orrori malsani e tortuosi deliri psicologici: assolutamente da vedere. Purtroppo, è anche un insuccesso commerciale che si ripercuote un po’ sulla carriera di Ishii, costretto a dedicarsi anche a progetti meno personali. La sua carriera successiva comprende però capolavori come Bohachi Bushido, mirabile sinfonia di morte ed erotismo incentrata sulla ieratica figura di un samurai interpretato dal grande Tetsuro Tamba.
Dopo uno iato ultradecennale, Ishii, anziano ma mai domo, ritornò alla regia con una serie di film a basso budget totalmente liberi, spesso tratti dai manga, con esiti alterni, ma di notevole interesse. Nel corposo capitolo a lui dedicato ho cercato di tracciare nel dettaglio la sua incredibile e lunga carriera: meno celebrato di altri registi giapponesi, è però uno degli autori più interessanti provenienti da quella cinematografia. Se non tutto quello che ha fatto è eccellente, quasi tutto è godibile, molto è notevole e parecchio è imperdibile.
Cresciuto all’interno del rigido sistema produttivo giapponese si è fatto le ossa con dei noir sempre più atipici e con dei bizzarri film di super eroi (Spaceman contro i vampiri e I satelliti contro la Terra, per esempio) che appartengono al regno delle stranezze assolute. Poi è stato capace di creare una serie carceraria (almeno all’inizio) di enorme successo in Giappone (Abashiri bangaichi) nella quale ha fatto vedere delle qualità registiche innegabili e delle doti inventive di rara brillantezza. Sempre desideroso di cambiare e di cimentarsi con i limiti dell’apparato produttivo, Ishii si è poi dedicato a film estremi che anche adesso sono in grado di sorprendere, con al centro vicende truci e selvagge ambientate in quello che si può definire il Medio Evo giapponese. Con effetti speciali rudimentali, ma efficaci, Ishii ha tracciato un solco poi seguito da molti, quello del cinema della tortura: l’ha fatto senza particolare condivisione spirituale, ma con il desiderio di fare comunque del suo meglio. Riuscendoci.
I successi commerciali gli hanno permesso di dedicarsi a progetti più personali come il suo capolavoro assoluto, Horrors of Malformed Men, tratto dall’opera di Edogawa Rampo, scrittore del mistero e dell’orrore giapponese (che aveva assunto uno pseudonimo che foneticamente richiamava il nome di Edgar Allan Poe, il suo nume tutelare). Il film è un turbinoso insieme di bizzarria, inventiva, orrori malsani e tortuosi deliri psicologici: assolutamente da vedere. Purtroppo, è anche un insuccesso commerciale che si ripercuote un po’ sulla carriera di Ishii, costretto a dedicarsi anche a progetti meno personali. La sua carriera successiva comprende però capolavori come Bohachi Bushido, mirabile sinfonia di morte ed erotismo incentrata sulla ieratica figura di un samurai interpretato dal grande Tetsuro Tamba.
Dopo uno iato ultradecennale, Ishii, anziano ma mai domo, ritornò alla regia con una serie di film a basso budget totalmente liberi, spesso tratti dai manga, con esiti alterni, ma di notevole interesse. Nel corposo capitolo a lui dedicato ho cercato di tracciare nel dettaglio la sua incredibile e lunga carriera: meno celebrato di altri registi giapponesi, è però uno degli autori più interessanti provenienti da quella cinematografia. Se non tutto quello che ha fatto è eccellente, quasi tutto è godibile, molto è notevole e parecchio è imperdibile.
domenica 14 febbraio 2016
Il cinema dell'eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac Edizioni): il mio nuovo libro
L'anno scorso era uscito Il cinema dell'eccesso vol. 1 - Europa (Crac Edizioni). Adesso, come da programma, esce Il cinema dell'eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac Edizioni). Questo secondo volume - 332 pagine 24 € - va quindi geograficamente a completare un excursus a tutto campo sui registi del cinema di exploitation che mi sono sembrati più interessanti da affrontare ed esaminare.
Naturalmente, come nel caso del primo volume, tornerò a scrivere diffusamente del contenuto di questo secondo volume in questo blog, ma per il momento mi sembra opportuno riportare quanto è scritto, a mo' di presentazione, sull'aletta del libro (che - il libro, non la sola aletta, è ordinabile anche presso il sito dell'editore, qui):
"Mostri alla clorofilla, canguri boxeur, carcerati dal pugno d’acciaio contro assassini che usano le proprie interiora per strangolare le vittime, gang di sole donne con la passione per i coltelli coinvolte in intrighi in stile shakespeariano, lottatori mascherati contro i mostri, becchini filosofi alla ricerca dell’immortalità, giovani trasformati da esperimenti proibiti in mostri scimmieschi assetati di sesso, surreali e visionarie riletture di E.A. Poe, possessioni demoniache in un raffinato delirio scenografico, samurai nichilisti alla ricerca dell’autodistruzione in un mondo governato da odio e violenza, incredibili isole dove le allucinazioni di un pazzo generano incubi teratologici, prigionieri in Vietnam alla ricerca della salvezza guidati da un visionario assistito dal Cielo...
Di questo e altro sono fatti i film di exploitation, un genere trasversale che attraversa tutti i generi - dall’horror alla fantascienza, dal thriller all’action, dal noir all’erotico - e fa del profitto la sua stessa ragione di vita. Però, usando una materia così “vile” come mezzo di espressione, un drappello di spavaldi registi ha avuto la libertà di realizzare anche opere profonde, complesse e artisticamente uniche.
Dopo il primo volume riservato ai registi europei, questo secondo volume - dedicato ai registi appartenenti alle più diverse cinematografie mondiali - prosegue l’affascinante viaggio tra centinaia di film autenticamente originali, ripercorrendo con rispetto e rigore critico la carriera di alcuni dei maggiori autori di questo “super genere”.
Negli Stati Uniti: Jack Hill (Spider Baby), incontestato maestro di azione e rivoluzione; Michael e Roberta Findlay (Snuff), la strana coppia dell’exploitation più estrema; Doris Wishman (Let Me Die a Woman), una donna nel regno degli uomini.
Nel resto del mondo: Teruo Ishii (Horrors of Malformed Men), straordinario autore di film bizzarri e trasgressivi; Nam Nai Choi (Story of Ricky), sottovalutato realizzatore di pura follia targata Hong Kong; René Cardona (Korang, la terrificante bestia umana), compassato regista di film improbabili spesso con l’ineffabile lottatore Santo come protagonista; Juan López Moctezuma (Alucarda), la faccia intellettuale dell’exploitation messicana; Eddie Romero (Terrore sull’isola dell’amore), il filippino che conquistò Hollywood senza andarci, José Mojica Marins (Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere), il creatore di Zé do Caixao, icona dell’horror brasiliano.
Con interviste a Jack Hill, Eddie Romero e C. Davis Smith, direttore della fotografia di molti film di Doris Wishman".
Naturalmente, come nel caso del primo volume, tornerò a scrivere diffusamente del contenuto di questo secondo volume in questo blog, ma per il momento mi sembra opportuno riportare quanto è scritto, a mo' di presentazione, sull'aletta del libro (che - il libro, non la sola aletta, è ordinabile anche presso il sito dell'editore, qui):
"Mostri alla clorofilla, canguri boxeur, carcerati dal pugno d’acciaio contro assassini che usano le proprie interiora per strangolare le vittime, gang di sole donne con la passione per i coltelli coinvolte in intrighi in stile shakespeariano, lottatori mascherati contro i mostri, becchini filosofi alla ricerca dell’immortalità, giovani trasformati da esperimenti proibiti in mostri scimmieschi assetati di sesso, surreali e visionarie riletture di E.A. Poe, possessioni demoniache in un raffinato delirio scenografico, samurai nichilisti alla ricerca dell’autodistruzione in un mondo governato da odio e violenza, incredibili isole dove le allucinazioni di un pazzo generano incubi teratologici, prigionieri in Vietnam alla ricerca della salvezza guidati da un visionario assistito dal Cielo...
Di questo e altro sono fatti i film di exploitation, un genere trasversale che attraversa tutti i generi - dall’horror alla fantascienza, dal thriller all’action, dal noir all’erotico - e fa del profitto la sua stessa ragione di vita. Però, usando una materia così “vile” come mezzo di espressione, un drappello di spavaldi registi ha avuto la libertà di realizzare anche opere profonde, complesse e artisticamente uniche.
Dopo il primo volume riservato ai registi europei, questo secondo volume - dedicato ai registi appartenenti alle più diverse cinematografie mondiali - prosegue l’affascinante viaggio tra centinaia di film autenticamente originali, ripercorrendo con rispetto e rigore critico la carriera di alcuni dei maggiori autori di questo “super genere”.
Negli Stati Uniti: Jack Hill (Spider Baby), incontestato maestro di azione e rivoluzione; Michael e Roberta Findlay (Snuff), la strana coppia dell’exploitation più estrema; Doris Wishman (Let Me Die a Woman), una donna nel regno degli uomini.
Nel resto del mondo: Teruo Ishii (Horrors of Malformed Men), straordinario autore di film bizzarri e trasgressivi; Nam Nai Choi (Story of Ricky), sottovalutato realizzatore di pura follia targata Hong Kong; René Cardona (Korang, la terrificante bestia umana), compassato regista di film improbabili spesso con l’ineffabile lottatore Santo come protagonista; Juan López Moctezuma (Alucarda), la faccia intellettuale dell’exploitation messicana; Eddie Romero (Terrore sull’isola dell’amore), il filippino che conquistò Hollywood senza andarci, José Mojica Marins (Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere), il creatore di Zé do Caixao, icona dell’horror brasiliano.
Con interviste a Jack Hill, Eddie Romero e C. Davis Smith, direttore della fotografia di molti film di Doris Wishman".
lunedì 3 maggio 2010
Far East Film, Shintoho e altro

Nell’ambito della consueta eccellenza nella scelta dei film, ogni tanto il Far East Film - appena conclusosi a Udine - riesce a piazzare delle rassegne assolutamente eccezionali. Qualche anno fa si era trattato della Nikkatsu, stavolta (sempre a cura di Mark Schilling) è stato il caso di un’altra casa di produzione giapponese, la Shintoho, che nella sua vita relativamente breve ha sfornato parecchi film interessanti. Il fatto che si trattasse di film spesso noir, horror o di exploitation naturalmente aiuta a renderli anche estremamente godibili e user-friendly, anche per la loro caratteristica brevità (un giorno mi lancerò in un peana a favore di film brevi: come detesto i filmoni da tre ore... li trovo quasi un affronto personale. 70 o 8o minuti, magari 90... quanto si può dire o mostrare con queste lunghezze? Praticamente tutto).
Uno dei maggiori registi della Shintoho - anzi, uno che è diventato regista con la Shintoho - è stato Teruo Ishii, grande maestro dell’exploitation (e non solo) giapponese. Di Teruo Ishii ho brevemente parlato in questo post, in occasione dell’uscita del mio articolo su di lui in Segnocinema. Quindi alcuni dei film presentati a Udine li avevo già visti, ma ce n’erano altri che mi mancavano e che erano di assoluta rarità. Tra questi, il coloratissimo e movimentato Queen Bee and the College Boy Ryu, una bizzarra glorificazione della yakuza, con il saggio boss interpretato dal grande Kanjuro Arashi (se non li avete visti, guardatelo nei film della serie Abashiri Prison di Ishii, dove interpreta un vecchio e potentissimo assassino) e la coppia quasi fissa degli Ishii del periodo: la bravissima Yoko Mihara e lo spigliato Teruo Yoshida (un decennio dopo protagonista dell’assoluto capolavoro di Ishii, Horrors of Malformed Men). Flesh Pier è invece un noir in bianco e nero nel quale Ishii rimesta nel torbido e nel sordido con grande stile e abilità. Women of Whirlpool Island è un melodramma noir a tutto tondo ambientato nel sottobosco della malavita che testimonia ancora una volta la capacità di Ishii di rendere avvincente qualunque storia. Over the top il finale, con Yoko Mihara morente - donna costretta al malaffare dalle circostanze - che, sullo sfondo di un acceso tramonto, all’amore della sua vita (Teruo Yoshida) che gli dice di non avere più interesse nella vita se lei morirà, replica che invece lui dovrà sopravvivere perché altrimenti non resterebbe più nessuno a ricordarla. Roba da Sirk. Solo più deviata e malata.
Ma un altro grande regista della Shintoho è stato Nobuo Nakagawa, un regista che merita una riscoperta globale anche da noi. Tra gli altri, a Udine è stato mostrato uno dei suoi migliori horror, Ghost Story of Yotsuya (qui sopra un'immagine dal film), storia spettrale tra samurai in disgrazia e novelli Jago cattivi consiglieri che dimostra come non sia il caso di compiere gesti irreparabili per una cosa volatile come l’amore. Mago del colore e abilissimo a creare atmosfere allucinate, Nakagawa è anche regista di un classico dell’horror giapponese (non mostrato a Udine in questa occasione): Jigoku, che consiglio senza riserve.
Tra gli altri film della Shintoho, una menzione è il caso di riservarla al curioso Bloody Sword of the 99th Virgin, uno strano ma avvincente mélange di avventura, thriller, exploitation e horror: tra vergini da sacrificare, antiche religioni pagane e vecchie malefiche, il tempo passa in un lampo.
Infine, giusto una segnalazione per qualcuno degli horror contemporanei presentati al Far East: tra tutti, mi è piaciuto in particolare Dream Home che recupera la vecchia e perduta cattiveria di certi horror di Hong Kong di qualche decennio fa. Diseguale ma interessante il film a episodi Phobia 2 e potenzialmente notevole - ma un po’ irrisolto - il coreano Possessed che avrebbe potuto essere un nuovo Rapture. Ne riparlerò prima o poi.
domenica 6 settembre 2009
Teruo Ishii su Segnocinema

È uscito il numero 159 (settembre-ottobre 2009) di Segnocinema che, come di consueto, comprende l’imperdibile speciale Tutti i film dell’anno, con la rassegna di tutto quanto è uscito nella stagione cinematografica appena terminata, un compendio completo, brillante e un appuntamento di cui la consuetudine non può diminuire l’importanza.
Ma, come di consueto, c’è anche il nuovo articolo della serie Kings of Exploitation che ormai da tempo scrivo per Segnocinema, una serie dedicata a registi che hanno dedicato la parte predominante della loro attività a quel genere trasversale ormai noto anche in Italia con il nome di exploitation (dall’inglese to exploit, sfruttare), il cinema più spiccatamente commerciale, che spesso però cela capolavori piccoli e grandi e autori di forte personalità.
La puntata di questa volta è dedicata a Teruo Ishii, illustre maestro giapponese la cui apparizione al Far East Film Festival di qualche anno fa è stata assolutamente folgorante. Morto nel 2005 a 81 anni, Ishii ha fatto fortunatamente in tempo a vedere la sua rivalutazione critica e penso (spero) che la cosa - anche se un certo ironico disincanto era una delle sue caratteristiche - gli abbia fatto piacere. Come altri autori di exploitation, Ishii ha anche avuto la brillantezza e l’inventiva per tornare al lavoro in tarda età sfornando ancora film molto interessanti, superando i confini del tempo cui sembrava destinata la sua opera e dimostrando di poter essere ancora al passo con l’epoca in cui viveva.
Super eroi alieni, noir urbani, torture e sevizie, samurai stoici, mostri deformi, belle e disinvolte spadaccine, bikers ribelli, antieroi esistenziali, sette pseudoreligiose da mandare all’inferno, bestie cieche e nani assassini: Teruo Ishii - scrivo su Segnocinema nella presentazione dell’articolo - non si è fatto (e non ci ha fatto) mancare niente, riuscendo a unificare generi tanto diversi con la sua personalità di autore indiscutibile. Un tratto unificante è il pessimismo di fondo nel mostrare come la sopraffazione e l’ingiustizia siano così profondamente radicati nella natura umana da lasciare poco spazio al riscatto. I suoi (anti)eroi devono difendersi dalla società oppure ne sono disgustati. È in genere la società criminale a essere raffigurata come governata da ingiustizia e regole spietate, ma poiché non v’è altra società nell’orizzonte, è chiaro che si tratta di una metafora della società in generale, governata dai potenti contro i deboli. C’è spesso compiacimento - un componente tipico dell’exploitation - nella raffigurazione di tale ferocia, ma l’atmosfera amara e cupa che accompagna le vicende conforta il punto di vista per nulla accondiscendente di Ishii, un autore che ha lasciato una mole imponente di film, molti dei quali ancora da riscoprire.
Per la cronaca elenco gli autori cui ho dedicato i capitoli precedenti della serie:
Jesus Franco (Segnocinema 104/2000)
Jean Rollin (Segnocinema 111/2001)
Pete Walker (Segnocinema 117/2002)
Jack Hill (Segnocinema 123 e 124/2003)
Doris Wishman (Segnocinema 129/2004)
Eddie Romero (Segnocinema 135/2005)
Paul Naschy (Segnocinema 141/2006)
René Cardona e Juan Lopez Moctezuma (Segnocinema 147/2007)
Michael e Roberta Findlay (Segnocinema 153/2008)
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