domenica 24 novembre 2019
The Making of George A. Romero's Day of the Dead
Il giorno degli zombi è il film più sfortunato dell’originale trilogia dedicata da George A. Romero ai morti viventi. Sfortunato perché condizionato da avverse convergere produttive che hanno portato Romero a rivedere drasticamente la sua visione originaria in seguito al consistente abbattimento del budget e sfortunato perché, per vari motivi, non ha incontrato, almeno all’epoca della sua uscita, né la fortuna commerciale né quella critica. Considerato dai più una sorta di prodotto minore, soprattutto in relazione ai suoi fratelli maggiori (La notte dei morti viventi e Zombi), è sempre stato difeso, soprattutto negli ultimi anni, da Romero che era arrivato al punto da considerarlo il migliore dei suoi film dedicati ai morti viventi.
Sia come sia, è un film interessante, anche per il modo in cui è venuto alla luce e per le circostanze che ne hanno caratterizzato la produzione. Per questo il libro di Lee Karr The Making of George A. Romero’s Day of the Dead (Plexus Publishing Ltd) si rivela una lettura indispensabile per ogni appassionato di horror e, soprattutto, per chi voglia approfondire il cinema di Romero. Io ho letto la Kindle Edition, in inglese: chi vuole può acquistarla a questo link.
Il libro è un’analisi completa, per quanto possibile tenuto conto che è stato pubblicato a circa trent’anni dall’uscita del film, della fase produttiva de Il giorno degli zombi, ricomprendendo anche la fase di preproduzione e quella relativa alla distribuzione e all’accoglienza del film. Il grosso del libro è dedicato a una sorta di diario di produzione con la suddivisione giorno per giorno e l’indicazione di quali scene sono state girate quando. Il tutto arricchito da dettagli, curiosità e dichiarazioni di quasi tutte le persone coinvolte nella produzione, dagli attori ai tecnici, da Romero stesso al team che si occupava di trucchi ed effetti speciali, capitanato da Tom Savini. Ne emerge il ritratto vivido di un capolavoro imperfetto che ha visto Romero costretto a riscrivere integralmente la sceneggiatura in seguito alla riduzione del budget (dovuta, com’è noto, al suo desiderio di realizzare un film unrated, che non subisse le pastoie della censura). E ne emerge anche un ritratto colorato e vivace del clima di lavorazione un po’ anarchico e pieno di buonumore tipico dei set di Romero. Le riprese del film sono durate ben oltre i 50 giorni e questo rende l’idea del perfezionismo e della dedizione di Romero, se teniamo conto di come molti degli horror dell’epoca - e di epoche precedenti - venissero girati in quattro settimane o anche meno. Le condizioni di lavorazione erano piuttosto estreme dato che gran parte del film è stata girata in una vera miniera, con tutto ciò che ne consegue.
Molto interessante è anche la dichiarazione di Romero contenuto nel libro che spiega perché, subito dopo la fine del film, lui ha lasciato la Laurel di Richard Rubinstein con cui aveva stretto un ferreo sodalizio: “La cosa con la Laurel, Richard voleva fare più televisione e io volevo fare film. È stata una specie di rottura naturale. La mia ragione per lasciare era puramente relativa a una strategia di business. Io volevo fare film, non ero molto interessato alla TV”. Il riferimento è alla serie televisiva Tales from the Darkside.
Interessante è anche il resoconto dell’andamento commerciale del film che, costato circa tre milioni e duecentomila dollari, ha incassato poco meno di sei milioni di dollari negli Stati Uniti e circa 28 milioni nel mondo. Perciò, alla fine, non un insuccesso totale.
Lettura consigliata, sotto molti profili.
lunedì 1 ottobre 2018
La notte dei morti viventi, 50 anni fa…
Ma de La notte dei morti viventi ho scritto molte volte e non ne rifaccio anche qui un’analisi. Tra l’altro proprio in questi giorni, casualmente, sto leggendo il libro che Dario Buzzolan ha dedicato al film nel 1998 (edito da Lindau), nel trentennale quindi, compiendo un’analisi dettagliata e molto interessante con appena qualche veniale errore fattuale dovuto probabilmente alla carenza di informazioni all’epoca (su There’s Always Vanilla, per esempio).
Ho visto per la prima volta La notte dei morti viventi nell’estate del 1971. Avevo sedici anni e il film era vietato ai 18, ma ero già alto come adesso (parecchio, quindi) ed evidentemente sembravo più vecchio oppure la cassiera del cinema era di manica larga (il cinema era il cinema Roma e chi ha vissuto nella mia città in quegli anni può ricordarsi di che genere di cinema si trattava). Ero con mio fratello Gianni, che di anni ne aveva due di più e quindi era del tutto legittimato a entrare. Quando uscimmo dal cinema facemmo la strada verso casa senza dire una parola. Eravamo rimasti molto colpiti, per dirla con un eufemismo. Poche volte mi è capitato d’essere così colpito da un film (un’altra volta è stato con Non aprite quella porta, nel 1974, ma in modo diverso). Tre anni dopo andai a passare una settimana con degli amici al mare e, dato che avevo fama (non usurpata, devo dire) di cinefilo, ebbi il compito di scegliere il film da vedere tutti insieme (eravamo una quindicina, ragazzi e ragazze). L’anno prima, in analoga situazione, avevo scelto L’ultima casa a sinistra e diversi rimasero un tantino scossi. Quell’anno caso volle che facessero La notte dei morti viventi in un paesino da quelle parti e quindi non ebbi dubbi. All’inizio tutti facevano gli spavaldi aspettandosi il classico horror da ridicolizzare facendosi grasse risate, ma poco dopo nessuno rise più e alla fine i volti erano piuttosto sul terreo. Oggi è difficile - dopo la marea di film sugli zombie e non solo - immaginare l’impatto de La notte dei morti viventi sul pubblico cinematografico. Roger Ebert ha scritto, all’epoca dell’uscita del film in America, un articolo proprio su questo fatto, su come i ragazzini abituati agli horror innocui del periodo fossero rimasti scioccati nel vedere un horror adulto come quello di Romero.
Avevo anche comperato il manifesto - quello che vedete riprodotto qui sopra - appendendolo in camera dove è rimasto per anni. Ce l’ho ancora assieme a molti altri manifesti di cui all’epoca facevo collezione (non è più appeso, però).
Da allora, La notte dei morti viventi è il film che ho visto più volte. Lo rivedo ogni certo numero di anni e ogni volta mi sorprendo a vedere come non abbia perso nulla della sua forza e della sua complessità narrativa. Romero è un regista sul quale prima o poi dovrò scrivere un libro, ma, pur apprezzando molti dei suoi film successivi, devo dire che il suo primo resta il suo migliore.
lunedì 17 luglio 2017
George A. Romero (1940-2017)
Nel corso degli anni ho scritto molto su Romero. A partire dagli articoli preparati per Robot e Aliens e poi non pubblicati per la chiusura di quelle riviste. Poi ci fu un lungo articolo pensato per Nosferatu anch'esso non pubblicato per motivi analoghi. Ma proprio su Nosferatu scrissi un articolo in tre puntate sull'influenza generata da Romero sul cinema horror, un'influenza fortissima che lo ha cambiato per sempre. Successivamente ho scritto un lungo articolo sulla carriera di Romero per Amarcord, nel quale, credo per la prima volta in Italia, parlavo di There's Always Vanilla, avendolo visto: un film che si era sempre dato per perduto. Poi è stata la volta del Dizionario dei film horror che mi ha consentito di riprendere in mano il discorso sul versante horror dell'opera di Romero. Un versante importante e preponderante, ma non esclusivo perché Romero ha fatto anche altro e, se non fosse stato un poliedrico spinto alla monocoltura, molto altro avrebbe fatto. Quindi è stata la volta di un altro lungo articolo per Segnocinema in cui prendevo in esame gli "altri" film di Romero, appunto, quelli senza zombie, che sono comunque parecchi e parecchio significativi. Anche senza morti viventi Romero sarebbe stato una figura significativa nel mondo del cinema. Con i morti viventi è stato una figura unica.
Quanto sopra per rimarcare l'importanza che l'opera di Romero ha avuto nella mia vita. Ricordo ancora quando con mio fratello Gianni siamo andati a vedere La notte dei morti viventi al cinema Roma: era il 1971 e non avrei avuto l'età per superare il limite dei 18 anni, ma mi fecero entrare lo stesso. Da quel momento quel film è diventato il mio cult per eccellenza e l'ho guardato più volte, ma con moderazione, ogni certo numero di anni, per evitare di stufarmene. E ogni volta con il timore di trovarlo impoverito e banalizzato dall'iterazione zombesca nel frattempo intervenuta. Non è ancora successo: ogni volta che l'ho rivisto mi è sembrato come mi era sembrato la prima volta. Perfetto.
martedì 5 novembre 2013
Tinto Brass su Segnocinema 184
Come è già avvenuto nei due precedenti anni per Terence Fisher e George A. Romero, mi sono occupato del periodo meno (attualmente) noto e più lontano nel tempo, quello che precede il grande successo di La chiave. Un periodo ricco di film particolari e assai diversi tra loro, da Il disco volante con Alberto Sordi a Yankee, un western con Philippe Leroy, al dittico con Vanessa Redgrave e Franco Nero, all'incredibile Caligola con Malcolm McDowell e a molti altri ancora. Un periodo assolutamente da riscoprire e che può far scoprire aspetti nascosti e insospettabili di Brass per chi conoscesse solo i suoi film più apertamente erotici. Un modo infallibile per avventurarsi in questa riscoperta è leggere il mio articolo, ça va sans dire. Per cui, buona lettura.
giovedì 6 settembre 2012
George A. Romero su Segnocinema 177
Più che di film minori, in effetti, meglio è definirli semplicemente "altri", cioè diversi da quelli che costituiscono il canone romeriano più comunemente celebrato e criticamente studiato, vale a dire i film con i nostri cari morti viventi.
Diversamente da Fisher, alcuni dei film che ho preso in esame hanno una loro notorietà e sono circolati con buona distribuzione (Creepshow, per esempio, ma anche Monkey Shines e altri ancora), ma comunque hanno incontrato un destino commerciale generalmente avverso e non sono stati sufficientemente compresi.
Altri, comunque, sono rimasti delle vere e proprie oscurità. Mi riferisco in particolare a There's Always Vanilla di cui, forse per primo, ho trattato diffusamente nel mio ormai stagionato articolo romeriano su Amarcord n. 17-18 (novembre 1999), quando ancora qui in Italia lo si dava generalmente come un film "perduto". E ancora, in ogni caso, attende una distribuzione italiano, almeno in dvd. Oppure Knightriders, film di assoluto interesse e di assoluta importanza per chiunque voglia comprendere la poetica di Romero.
Di tutto questo - e di altro ancora - scrivo nell'articolo in questione, che mi ha permesso di occuparmi di nuovo del buon vecchio George, in attesa, magari chissà, di dedicargli un bel librone e nella speranza che il mio articolo possa essere di spunto per qualcuno per andare a vedersi i film, scoprendo, se già non la conosce, l'altra faccia di questo poliedrico regista curiosamente conosciuto soprattutto per una sola parte della sua opera.
Oltre al mio articolo - che per sua stessa natura è imperdibile - in questo numero di Segnocinema c'è il consueto e ancor più imperdibile speciale con tutti i film dell'anno catalogati e recensiti (ho già detto che è da non perdere? Be', come dicono gli americani... don't dare to miss it! Non osate perderlo!).
lunedì 15 novembre 2010
Flani (9): Ecatombe e La città verrà distrutta all'alba


Questa volta una coppia di flani, invece che uno solo. Il motivo è presto detto: si riferiscono entrambi allo stesso film, ma testimoniano di una pratica assai - purtroppo - frequente e fonte di problemi per tutti i compilatori di dizionari cinematografici, oltre che per gli spettatori: la rititolazione.
domenica 8 agosto 2010
I maggiori incassi horror dell’ultima stagione cinematografica

L’aspetto commerciale del cinema mi ha sempre incuriosito e interessato. Sapere quanto un film aveva incassato e se aveva calamitato l’interesse del pubblico mi è sempre sembrato qualcosa di relativamente importante. Le pagine centrali del Giornale dello Spettacolo - tutte cifre, con il commento stringato ma puntuale e centrato di Ferraù - sono state per molti anni una lettura a cui non potevo rinunciare. Per questo motivo nel Dizionario dei film horror, laddove disponibili e significativi, ho messo i dati degli incassi. Anche se è ovvio che i film che mi piacciono di più - anche non in campo horror - non sono necessariamente (anzi, non sono quasi mai) quelli che incassano di più, il fatto che un film abbia avuto successo non significa automaticamente che sia triviale e “commerciale” nel senso deteriore della parola (ma Doris Wishman diceva che tutti i film sono commerciali - dai suoi fatti con due soldi ai blockbuster ai film impegnati - perché tutti mirano a essere visti da spettatori paganti). Però gli incassi ci dicono ugualmente qualcosa. Ci dicono soprattutto qualcosa sui gusti del pubblico, su come cambiano, su come un film abbia saputo intercettarli, magari con un budget ridotto, azzeccando una formula o un’idea vincente. E ci dicono anche il contrario, quando ci mostrano come filmoni costruiti per spaccare il mondo vengono rifiutati dal pubblico.
Ma non andiamo troppo nel sociologico, restiamo nel tecnico, come avrebbe fatto il mitico e insostituibile Ferraù, senza alcuna pretesa di emularlo. La stagione cinematografica 2009/2010 si è praticamente conclusa con la consueta calma piatta dell’estate italiana. Negli ultimi anni sono stati fatti diversi tentativi per rendere anche i mesi estivi dei mesi cinematografici, ma non è che i risultati siano stati eclatanti. Perciò, a parte qualche possibile limatura negli ultimi scampoli, la classifica dovrebbe essere ormai più o meno definitiva. Ho esaminato la classifica dei Top 100 come potete trovarla nel sito di MyMovies (se volete dare uno sguardo d’insieme potete dargli un’occhiata: è piuttosto interessante). Poi da quella ho estrapolato gli horror e ne è venuta fuori questa classifica, dedicata esclusivamente al genere. La posizione tra parentesi è quella che il film occupa nella classifica generale dei Top 100 tanto per dare un’idea dell’impatto degli horror nella classifica complessiva.
1 (7) The Twilight Saga: New Moon € 16.451.801
2 (10) The Twilight Saga: Eclipse € 15.381.065
3 (29) Paranormal Activity € 6.474.554
4 (34) Dorian Gray € 5.734.280
5 (44) Wolfman € 4.356.908
6 (50) The Final Destination 3D € 3.664.274
7 (78) Saw VI € 1.888.366
8 (83) Il quarto tipo € 1.711.353
9 (84) The Hole in 3D € 1.708.485
10 (88) Solomon Kane € 1.675.677
11 (90) Predators € 1.481.881
12 (99) Il messaggero - The Haunting in Connecticut € 1.333.130
Le cifre ci dicono che l’horror rimane una consistente presenza in sala, con un discreto numero di rappresentanti nella classifica dei maggiori incassi, anche se è chiaro che, essendo un genere di nicchia, tende a essere maggiormente rappresentato nell’home video. Diversi dei film in classifica sono delle contaminazioni con altri generi. In particolare, i film della saga di Twilight, pur mantenendo una forte componente horror, vedono il loro tratto più significativo nel melodramma imparentato con la soap-opera che attira il pubblico femminile più giovane, quello che generalmente non va molto al cinema. È un fatto positivo? Per chi produce quei film sicuramente sì.
Il primo horror puro in classifica è Paranormal Activity, che rappresenta uno di quei “casi” che ogni tanto - vedi Blair Witch Project - smuovono le acque e dimostrano come anche con pochi soldi si possa, con un bel po’ di fortuna, generare incassi colossali. Dorian Gray e Wolfman sono due rivisitazioni di altrettanti miti dell’horror da lungo tempo presenti sugli schermi. Dorian Gray, il più glamour dei due, è andato inaspettatamente bene, mentre Wolfman ha avuto esito contrario: la scelta di fare un horror in costume non ha premiato. Probabilmente è stato considerato “vecchio” come approccio dal pubblico giovanile, che è poi quello che va al cinema. Bene è andato invece The Final Destination che ha tratto giovamento senz’altro dall’essere in 3D, come è avvenuto anche, in misura minore (ma in questo caso mancava il traino della serie), per The Hole, un film che ha riportato in sala il glorioso Joe Dante, reduce da alcuni flop che ne avevano in parte compromesso la carriera. L’esito di Saw VI dimostra come la serie cominci ad avere il fiato corto. Da Solomon Kane nessuno, credo, si aspettava di più e anche Il quarto tipo ha reso secondo le aspettative. Il messaggero, classica vicenda fantasmatica, e Predators chiudono la classifica: forse da quest’ultimo era lecito attendersi un incasso maggiore, ma l’uscita estiva non l’ha certo favorito. Nell’insieme, un gruppo variegato comprendente diverse tendenze e diversi aspetti dell’horror, da quello tradizionale a quello più moderno e “crudele” a quello contaminato con altri generi.
Sono stati questi i migliori horror che abbiamo avuto in sala in questa stagione? Ovviamente no. La città verrà distrutta all’alba avrebbe meritato di più e in fondo anche The Box, per non parlare di Diary of the Dead - Le cronache dei morti viventi (che però ha avuto una distribuzione meramente dimostrativa). Ma l’esito del botteghino è inappellabile e questo è quanto. Inoltre, almeno tra i film usciti in Italia al cinema in questa stagione, non c’è stato un capolavoro horror: una stagione interlocutoria nella quale, come accade spesso, i migliori film sono stati ignorati o sono usciti direttamente in dvd.
lunedì 26 luglio 2010
Survival of the Dead

Dovrebbe essere in uscita in dvd italiano, perciò ne ho parlato nella mia rubrica Horror Frames nel sito MyMovies: mi riferisco all'ultimo capitolo della saga zombesca di George A. Romero, Survival of the Dead. Per leggere cosa ho scritto, basta seguire questo link.
Sono passati parecchi anni da La notte dei morti viventi (42, per l'esattezza) e forse non c'è più molto di nuovo da dire sull'argomento, anche per la miriade di cloni e imitazioni che hanno imperversato negli ultimi decenni - ma in particolare nell'ultimo - però non si può negare al buon vecchio George il diritto aggiungere qualche postilla. La cosa singolare è che i suoi ultimi tre zombie movie hanno avuto la capacità di dividere aspramente critica e spettatori in detrattori e apologeti, quando forse, con un po' di equilibrio, si sarebbe potuto (o si potrebbe, siamo ancora in tempo) coglierne serenamente pregi (non pochi) e difetti (qualcuno c'è). In ogni modo, il mio augurio è che Romero faccia ancora tutti i film che vorrà fare, siano di zombie o di qualcos'altro. Io li andrò a vedere.
Qui sopra Alan Van Sprang, ultimo antieroe disilluso tipicamente romeriano, in Survival of the Dead.
sabato 17 aprile 2010
Il Dizionario dei film horror e Herk Harvey

L’indice dei registi contenuto nel mio Dizionario dei film horror (Corte del Fontego) è utile non solo per ricostruire filmografie e seguire i percorsi nel genere compiuti dai registi che l’hanno frequentato più o meno assiduamente, ma anche per piccole ricerche statistiche un po’ futili, ma divertenti (almeno per me, che mi diverto anche con poco). Quella che viene subito in mente tende a scoprire quale sia il regista in assoluto più presente: l’ho fatta e ho scoperto chi è, ma, dato che voglio andare controcorrente, non ne parlerò adesso bensì in un prossimo post.
Adesso voglio invece parlare di quei molti che sono rappresentati nel Dizionario dei film horror con un solo film. Alcuni perché hanno frequentato il genere solo in modo del tutto occasionale dedicando il grosso della loro attività a generi diversi, altri perché hanno diretto solo un film. Quel film. Tra questi ce ne sono alcuni che hanno accompagnato quell’exploit registico a carriere cinematografiche in altri ambiti (Tom Savini, per esempio), ma ce ne sono altri che nel campo del cinema professionale hanno fatto solo quello. Tra questi alcuni che avrebbero fatto magari meglio a non fare neanche quello e altri che hanno prodotto piccoli capolavori. Richard Blackburn (Lemora la metamorfosi di Satana) e John Parker (Dementia) sono solo alcuni esempi di autori notevoli danneggiati dalle circostanze.
Il caso più significativo è però forse quello di Herk Harvey che per molti versi richiama il George A. Romero de La notte dei morti viventi, ma con esiti del tutto diversi. Come Romero, Harvey proveniva da ambiti correlati a quello del cinema vero e proprio - Romero dalla pubblicità, Harvey dai film industriali - e come Romero, Harvey ha prodotto con soldi suoi e di conoscenti (un principesco budget di ben trentamila dollari!) un piccolo e cupo horror con l’idea di vedere come andava. Come Romero, Harvey non ha praticamente guadagnato un cent dal film (anzi lui, come gli altri, ha perso interamente quanto investito), per il fallimento non proprio specchiato della casa distributrice, ma diversamente da Romero per lui l’avventura nel cinema che conta è finita lì ed è tornato nei ranghi, a produrre film educativi e industriali.
Carnival of Souls (1962) - la scheda la potete leggere sul Dizionario dei film horror, se volete - è un film molto imitato e decisamente affascinante. Da vedere. Richiama e prefigura La notte dei morti viventi per atmosfere e scelte stilistiche, pur essendone completamente diverso. Girato interamente on location, ha la stessa aria da neorealismo horror, virato in questo caso più sul magico e sul surreale. Un film ipnotico e riuscito, realizzato con poco, ma con inventiva.
Intervistato da Tom Weaver in Science Fiction Stars and Horror Heroes (MacFarland, 1991), Harvey tra le altre cose ha rivelato che un’intera bobina del film è stata perduta dal laboratorio di sviluppo: una delle più suggestive, tra l’altro, con gli spettri che uscivano da Salt Lake. Nonostante tutte le sfortune legate al film, Harvey ha detto a Weaver: “A quel tempo nelle nostre vite Carnival of Souls è stato un’espressione del nostro desiderio di entrare nel mondo del cinema. È stato un periodo eccitante per tutti noi che ci abbiamo lavorato, un periodo davvero godibile. Anche se lavoravamo per lunghe ore, era un film nel quale ci stavamo esprimendo, facendo cose nuove e cercando di farlo con pochissimi soldi”.
È morto il 3 aprile 1996 - poco più di 14 anni fa, quindi - senza più dirigere un lungometraggio a soggetto. Un peccato.
La foto qui sopra è tratta dal libro di Weaver (che, come tutti i libri di Weaver, è imperdibile, una miniera di fatti e interviste con attori e autori spesso elusivi: ve ne cito solo un’altra per rendere l’idea, Acquanetta) e ritrae Harvey mentre, ironicamente, ripete l’espressione che aveva quando interpretava la spettrale figura che si vede più volte in Carnival of Souls.
mercoledì 14 aprile 2010
Ancora su La città verrà distrutta all'alba

Chi è interessato a leggere l'approfondimento che ho scritto sul remake di La città verrà distrutta all'alba, con particolare riferimento al confronto con l'originale di George A. Romero, può andare qui, su MyMovies.
giovedì 8 aprile 2010
La città verrà distrutta all'alba e qualcos'altro

Tra poco esce il remake del classico film di Romero. Chi vuole leggere la mia recensione sul sito di MyMovies non ha che da andare qui. Questa nuova versione è diretta da Breck Eisner e interpretata da Timothy Olyphant, Radha Mitchell e, soprattutto, Joe Anderson.
Per l'inerzia del jet-lag non ho aggiornato le ultime uscite - non che debba farlo sempre, ma quasi sì - perciò segnalo che, sempre su MyMovies, sono uscite una puntata di Horror Frames dedicata a Penny Dreadful e agli autostoppisti horror (sì, ci sono anche quelli) e la recensione di Hatchet, un revival dello slasher anni Ottanta.
Buona lettura, se vi va, e soprattutto buona visione per chi andrà a vedere i film (soprattutto La città verrà distrutta all'alba). Nella foto qui sopra il cast del film: da sinistra, Joe Anderson, Timothy Olyphant, Radha Mitchell e Danielle Panabaker.
giovedì 4 febbraio 2010
George A. Romero compie settant’anni.

E quindi mi sembra proprio il caso di fargli molti auguri di buon compleanno: cento di questi giorni e altrettanti film.
Non è il caso che mi dilunghi in questa occasione: George A. Romero è uno dei miei registi preferiti e l’ho detto e scritto più volte. Tutti i suoi film - anche quelli minori - sono testimonianza di una rara onestà intellettuale e di una integrità artistica decisamente non comune. Suggerisco a chi non li ha visti tutti di colmare al più presto ogni lacuna. Tra quelli meno noti vale la pena di riscoprire Knightriders (che non è un horror ed è un film assolutamente unico nel suo genere, nel senso che appartiene a un genere che non esiste) e in fondo anche Martin del quale ormai circola anche nelle nostre Tv il director’s cut che finalmente fa giustizia della incredibile versione italiana dell’epoca (Wampyr).
Qui sopra una foto inedita del buon vecchio George scattata da Alberto Gerotto alla Mostra del cinema di Venezia nel settembre scorso, nell’occasione in cui Romero gentilmente autografò un Dizionario dei film horror (chi vuole può andarsi a vedere la relativa foto nel post specifico di qualche mese fa).
mercoledì 28 ottobre 2009
Diary of the Dead su MyMovies

Chi è interessato - e chi può non esserlo? - a leggere la mia recensione di Diary of the Dead di George A. Romero, può trovarla qui, sul sito di MyMovies.it. Buona lettura. Altre interessanti novità seguiranno sotto questo profilo.
L'illustrazione qui sopra è tratta dalla copertina del dvd inglese della Optimum Releasing.
venerdì 11 settembre 2009
George A. Romero e il Dizionario dei film horror

Dopo Joe Dante, George A. Romero. Sempre direttamente dalla Mostra del Cinema di Venezia e sempre grazie all’intervento decisivo dell’Editore Corte del Fontego.
Agli appassionati di horror c’è bisogno di dire chi è Romero? Preferisco limitarmi a dire che è il mio regista di horror preferito. Un autore originale, inventivo, con uno stile riconoscibilissimo e del tutto personale, capace di restare fedele a se stesso e alla sua integrità artistica in un ambiente nel quale non è per niente facile. Ricordato soprattutto per i suoi film sugli zombie - “mostri” sostanzialmente inventati da lui, nella forma in cui li conosciamo oggi - è stato anche autore di pellicole del tutto diverse, spesso caratterizzate da una significativa unicità nell’approccio: nessuno ha mai fatto un film di “vampiri” come Martin e nessuno ha fatto un film di “streghe” come Jack’s Wife. Per non parlare dei film che appartengono a un genere a sé, come Knightriders.
Restando agli zombi, La notte dei morti viventi ha rappresentato uno scrimine sostanziale nel cinema horror e Romero può essere visto come il padre dell’horror moderno (senza che questo debba attribuirgli le colpe dei figli degeneri, mi raccomando). Quando l’ho visto nel 1971 in un cinemino della mia città ero molto giovane, ma quel film mi ha subito colpito per la sua diversità da qualunque cosa avessi visto sino a quel momento e per il disagio che provocava la sua visione, attraverso l'esposizione a tematiche insolite in un film di genere.
Quindi, vedere il buon vecchio George con in mano una copia del mio Dizionario è una bella soddisfazione, a livello simbolico.
Romero ha presentato a Venezia il suo nuovo film, Survival of the Dead, una nuova entrata in un ciclo - quello dei morti viventi - che negli ultimi anni ha avuto una notevole accelerata. Dopo la prima classica trilogia composta da La notte dei morti viventi, Zombi e Il giorno degli zombi, Romero ha realizzato una sorta di seconda trilogia - se non altro per la vicinanza nella produzione - comprendente La terra dei morti viventi, Diary of the Dead e quest'ultimo Survival of the Dead.
Anche questa foto è stata scattata dall’impavido Alberto Gerotto.
giovedì 3 settembre 2009
Il Dizionario dei film horror a Hollywood Party

Con grande piacere vi segnalo che ieri sera si è parlato del Dizionario dei film horror nella storica e sempre brillante trasmissione di cinema di Radio Tre, Hollywood Party, in trasferta a Venezia per la Mostra del cinema. Steve Della Casa e Alberto Crespi mi hanno intervistato: questo è il link alla pagina dove potete trovare (e scaricare) il podcast della trasmissione. La mia intervista la trovate alla fine, ma vi consiglio di ascoltare tutto il programma, come al solito molto interessante: per gli appassionati di horror basti dire che erano ospiti Jaume Balaguerò e Paco Plaza, al Lido per per presentare il loro nuovo film, Rec 2.
A margine, è curioso notare come siano alla Mostra proprio i seguiti (o comunque episodi successivi) di due film - Rec, appunto, e Diary of the Dead di Romero - che due anni fa avevano contemporaneamente affrontato in chiave zombesca o giù di lì la tematica dell’informazione (e della sua manipolazione), adottando lo stesso approccio stilistico di “finto” cinéma vérité. Tenuto conto anche del di poco successivo Cloverfield, un vero minifilone con ascendenti illustri (Cannibal Holocaust).
L'illustrazione di stavolta, per andare controcorrente, è il retrocopertina del Dizionario, che di solito non si vede mai e invece non è niente male.




