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venerdì 31 dicembre 2021

50 anni nei fumetti


50 anni nei fumetti
(274 pagine, Youcanprint, € 70) è un libro particolare. Racconta la storia della collaborazione tra me e mio fratello Gianni attraverso una grande mole di fumetti, in gran parte a colori, in modo da coprire tutto l’arco temporale lungo il quale questa collaborazione si è sviluppata. In mezzo ai fumetti ci sono anche ricordi, aneddoti e retroscena che contestualizzano e connettono le varie storie. Abbiamo rovistato nei nostri archivi e, assieme a una scelta delle storie edite nel corso degli anni, abbiamo selezionato anche parecchie storie che erano rimaste inedite. Tra queste storie inedite ce ne sono alcune un po’ particolari, non per il loro valore, ma per la loro qualità di veri e propri “reperti storici” (sempre relativamente alla nostra storia, naturalmente). C’è per esempio uno dei fumetti che compariva nei giornaletti che disegnavamo per i parenti e che quindi esistono in un’unica copia. E c’è anche il fumetto con il quale ci siamo presentati alla redazione del Messaggero dei Ragazzi nel settembre del 1970 e grazie al quale il grande e indimenticato Pinù Intini ci offrì la nostra prima collaborazione professionale (collaborazione che, in verità, più che al fumetto presentato, direi che fu dovuta alla lungimiranza quasi sciamanica di Pinù). Non manca il primo fumetto realizzato (il secondo pubblicato) dal quale parte la datazione dei 50 anni (1971-2021). Ci sono poi alcuni fumetti inediti che avevamo proposto a qualcuna delle riviste che allora esistevano sul mercato ottenendone dei garbati rifiuti (o dei silenzi, un po’ meno garbati). Ma ci sono anche molti dei fumetti che abbiamo pubblicato negli anni ’70 sui pocket Sansoni o altrove (su Sorry, per esempio, o sul Santo dei Miracoli e così via). Poi c’è un’ampia scelta dei fumetti che a partire dai primi anni’90 abbiamo pubblicato sul Messaggero dei Ragazzi, tutti rigorosamente a colori. Il libro riguarda la nostra collaborazione, per cui non c'è nulla riguardo ai (molti) fumetti che abbiamo realizzato separatamente.

Per scopo, caratteristiche e dimensioni, non è un libro che potevamo proporre a un editore (quindi non lo abbiaamo proposto) e perciò, per averlo così come volevamo che fosse, lo abbiamo pubblicato tramite Youcanprint. Il notevole prezzo di vendita risente di questa scelta (del print on demand) e dipende dal costo di stampa: il formato grande (A4) e i colori hanno il loro prezzo, ma così doveva essere e così è stato. È comunque un libro per così dire artigianale, con i suoi difetti, realizzato in totale autonomia, con l’imperizia degli spavaldi autodidatti. Molte storie sono riprese direttamente dagli originali, ma diverse sono tratte dalle pubblicazioni perché non ne abbiamo più gli originali, per cui in taluni casi la qualità non è ottimale.

Di fronte a un libro come questo la domanda sorge quindi spontanea: esiste qualcuno interessato alla nostra storia? La risposta è persino banale: sì, noi. E quindi per fissarla in qualche modo prima che sia troppo tardi, ecco questo libro: un raro esempio di libro immaginario diventato reale. Il suo scopo l'ha realizzato con la sua sola stessa esistenza, non occorre che venga comperato (e mi stupirei se qualcuno lo facesse).

L'illustrazione di copertina, realizzata da Gianni, ci ritrae all'epoca in cui i fumetti li leggevamo e li sognavamo. L'edicola che si vede sullo sfondo è quella in cui principalmente ci approvvigionavamo, in Prato della Valle. Anche l'edicolante è quello del tempo: scorbutico, ma professionale. Le foglie secche che svolazzano sono rigorosamente metaforiche.

martedì 1 giugno 2021

Cinquant’anni fa…


Nel mese di giugno del 1971, quindi la bellezza di mezzo secolo fa, io e mio fratello Gianni pubblicavamo il nostro primo fumetto. Si intitolava Il Santo muore e raccontava gli ultimi momenti della vita di Sant’Antonio. In realtà, era il secondo fumetto per così dire “professionale” che avevamo realizzato, ma venne pubblicato a spron battuto per coincidere con la ricorrenza della festa di Sant’Antonio che, come si sa, è il 13 giugno. L’altro fumetto venne pubblicato il mese successivo, nel luglio 1971 ed era anch’esso un fumetto basato su fatti storici: si intitolava Uscire dal muro e raccontava di una fuga da Berlino Est. La rivista che pubblicò quei fumetti si chiamava - e ancora si chiama - Il Santo dei Miracoli e conteneva una sezione di sei pagine, intitolata Moscacieca, dedicata ai ragazzi con racconti, giochi, barzellette e fumetti. L’aveva creata e la curava personalmente Pinù Intini, grande fumettista, grafico, redattore e tante altre cose ancora. Fu lui a scoprirci, se così si può dire, offrendoci l’opportunità di pubblicare sul Santo dei Miracoli dopo che eravamo improvvidamente andati nella redazione del Messaggero dei Ragazzi, di cui lui era redattore, a proporre un’improbabile collaborazione. Con l’occasione mi fa anche piacere segnalare l’uscita di un volume dedicato ai fumetti di Pinù, Le nuove sottilissime astuzie di Bertoldo e altre piacevoli storie (Festina Lente), di cui consiglio caldamente la lettura e su cui magari tornerò nei prossimi giorni.

Ero molto, molto giovane e ho avuto il piacere di esordire a un’età in cui di solito ci si limita a leggere. Ero anche molto inesperto e acerbo nel modo di narrare e di costruire la storia, ma la mia esperienza ho avuto la fortuna di costruirmela sul campo, continuando a scrivere e a pubblicare nel corso degli anni. Se riguardo adesso quelle pagine non posso che vederne l’inadeguatezza e gli errori dal punto di vista tecnico e di sceneggiatura e sono grato ancora a Pinù che mi ha dato la possibilità comunque di avere la soddisfazione della pubblicazione e mi ha consentito di crescere gradualmente.

A titolo di curiosità, nel medesimo numero di Moscacieca in cui Gianni e io esordimmo era pubblicata una puntata del western Morgan’s Rest di Aldo Capitanio, altra scoperta (e ben più illustre) di Pinù. A guardare quelle pagine bisogna dire che Capitanio era già di un’altra categoria.

lunedì 1 ottobre 2018

La notte dei morti viventi, 50 anni fa…

50 anni fa esatti usciva per la prima volta al cinema La notte dei morti viventi e il cinema horror cambiava per sempre. Ho sempre detto che esiste, per me, l’horror prima e dopo La notte dei morti viventi, che rappresenta il vero discrimine, il film che ha rivoluzionato il genere stabilendo regole e parametri nuovi, diretto da un regista giovane al suo primo lungometraggio, George A. Romero, che da quel film avrebbe tratto fama, ma non soldi, vittima di una serie di sfortune inenarrabili. Ci avrebbe messo dieci anni per ottenere di nuovo un successo commerciale (con Zombi).

Ma de La notte dei morti viventi ho scritto molte volte e non ne rifaccio anche qui un’analisi. Tra l’altro proprio in questi giorni, casualmente, sto leggendo il libro che Dario Buzzolan ha dedicato al film nel 1998 (edito da Lindau), nel trentennale quindi, compiendo un’analisi dettagliata e molto interessante con appena qualche veniale errore fattuale dovuto probabilmente alla carenza di informazioni all’epoca (su There’s Always Vanilla, per esempio).

Ho visto per la prima volta La notte dei morti viventi nell’estate del 1971. Avevo sedici anni e il film era vietato ai 18, ma ero già alto come adesso (parecchio, quindi) ed evidentemente sembravo più vecchio oppure la cassiera del cinema era di manica larga (il cinema era il cinema Roma e chi ha vissuto nella mia città in quegli anni può ricordarsi di che genere di cinema si trattava). Ero con mio fratello Gianni, che di anni ne aveva due di più e quindi era del tutto legittimato a entrare. Quando uscimmo dal cinema facemmo la strada verso casa senza dire una parola. Eravamo rimasti molto colpiti, per dirla con un eufemismo. Poche volte mi è capitato d’essere così colpito da un film (un’altra volta è stato con Non aprite quella porta, nel 1974, ma in modo diverso). Tre anni dopo andai a passare una settimana con degli amici al mare e, dato che avevo fama (non usurpata, devo dire) di cinefilo, ebbi il compito di scegliere il film da vedere tutti insieme (eravamo una quindicina, ragazzi e ragazze). L’anno prima, in analoga situazione, avevo scelto L’ultima casa a sinistra e diversi rimasero un tantino scossi. Quell’anno caso volle che facessero La notte dei morti viventi in un paesino da quelle parti e quindi non ebbi dubbi. All’inizio tutti facevano gli spavaldi aspettandosi il classico horror da ridicolizzare facendosi grasse risate, ma poco dopo nessuno rise più e alla fine i volti erano piuttosto sul terreo. Oggi è difficile - dopo la marea di film sugli zombie e non solo - immaginare l’impatto de La notte dei morti viventi sul pubblico cinematografico. Roger Ebert ha scritto, all’epoca dell’uscita del film in America, un articolo proprio su questo fatto, su come i ragazzini abituati agli horror innocui del periodo fossero rimasti scioccati nel vedere un horror adulto come quello di Romero.

Avevo anche comperato il manifesto - quello che vedete riprodotto qui sopra - appendendolo in camera dove è rimasto per anni. Ce l’ho ancora assieme a molti altri manifesti di cui all’epoca facevo collezione (non è più appeso, però).

Da allora, La notte dei morti viventi è il film che ho visto più volte. Lo rivedo ogni certo numero di anni e ogni volta mi sorprendo a vedere come non abbia perso nulla della sua forza e della sua complessità narrativa. Romero è un regista sul quale prima o poi dovrò scrivere un libro, ma, pur apprezzando molti dei suoi film successivi, devo dire che il suo primo resta il suo migliore.

sabato 30 settembre 2017

La Top Ten dei (miei) disegnatori

Stimolato da un post su Facebook dell’esemplare Giuliano Piccininno - che ha postato un belissimo disegno (fatto da lui, va da sé) con la classifica dei suoi sceneggiatori (tra cui in ottima posizione lui stesso, dato che è spesso autore completo) - mi ha punto vaghezza di fare altrettanto, ma, per ovvi motivi, senza (mio) disegno e con una mera elencazione di freddi numeri. Perciò, dato che apparentemente avevo tempo da perdere (cioè, non ce l’avevo, ma l’ho perso lo stesso), ecco la classifica come risulta dal mio database.

1 Rodolfo Torti           1802
2 Giorgio Cavazzano    629
3 Gianni Salvagnini      573
4 Lino Gorlero              425
5 Luciano Gatto            389
6 Stefano Intini             364
7 Alessadro Gottardo    354
8 Silvio Camboni          265
9 Studio Bargadà          261
10 Valerio Held            226

Naturalmente si tratta di una mera classifica quantitativa, ma comunque è indicativa. I disneyani la fanno da padroni, ma in diversi casi non soltanto con materiale disneyano. L’inarrivabile primo posto è però del grande Rodolfo Torti con il quale ho diviso l’onore di proseguire per tanti anni Rosco e Sonny sul Giornalino (ma in quel numero astrononomico ci sono anche altri, seppur pochi, fumetti). Lo stesso vale per Giorgio Cavazzano, che mi introdusse a Topolino e col quale ho fatto anche altri fumetti, non disneyani. Mio fratello è stato insostituibile sodale di mille avventure dagli inizi ai giorni nostri. Il bravo Lino Gorlero è stato l’imprescindibile partner nella mirabolante avventura dei Mercoledì di Pippo che, come ho detto più volte, non sarebbero esistiti senza il suo intervento. I posti successivi sono di ottimi disneyani: con alcuni di loro ho fatto con piacere anche altri fumetti e spero di farne ancora.

Ma poiché questa è una classifica quantitativa, restano fuori molti autori (ne ho contati 129 in tutto). Restano fuori di sicuro gli autori non identificati e quelli che hanno disegnato storie mie che non sono riuscito a vedere pubblicate (ma che so esserlo state). Ma restano fuori soprattutto i molti che hanno disegnato poche (o tante, ma non abbastanza da entrare in classifica) mie storie. Tutti, naturalmente, per me sono importanti. Alcuni, però, lo sono di più, per varie ragioni. Per esempio essere nell’elenco degli sceneggiatori di autentiche leggende del fumetto italiano come Antonio Canale, Nevio Zeccara, Renato Polese o Ivo Pavone è per me un grande piacere. Come lo è aver diviso sia pure poche pagine con l’indimenticato Aldo Capitanio. E un piacere è anche collaborare adesso con Luca Salvagno e gli altri ragazzi (e ragazze) della Banda, la mia ultima (nel senso di attuale, stiamo calmi) serie a fumetti, così come lo è stato con Davide Perconti, appena poco prima di quest’ultima serie. Ma è stato anche molto bello poter scrivere le storie per alcuni fumetti disegnati da Pinù Intini (il papà di Stefano, che invece è ben presente nella Top Ten): Pinù è stato il primo a credere che potessi essere uno sceneggiatore pubblicando i miei primi lavori e quindi poter collaborare con lui qualche anno fa (per dei fumetti che, a mio parere, sono molto riusciti) è stato di particolare soddisfazione.




Giuliano Piccininno, l’ispiratore di questa Top Ten, non ce l’ha fatta (colpa sua, però, io gli avrei scritto vagoni di sceneggiature, potendo) a entrarvi, ma è ben rappresentato e potrebbe forse essere nella Top 20 (che però non stilerò). Ah, dimenticavo: nel fare la classifica ho tenuto conto solo in parte di vignette e strisce (troppo difficile calcolarle), ma in ogni caso il totale delle pagine è di 11.361. Non sono poche, forse, ma di certo avrei voluto fare di più.

Qui sopra, ça va sans dire, un paio di immagini da Rosco e Sonny, disegnate da Rodolfo Torti.

lunedì 13 febbraio 2017

Gerontown

Gerontown (154 pagine in bianco e nero) è una nuova graphic novel, scritta da Massimo Salvagnini e disegnata da Gianni Salvagnini. Entrambi sono miei fratelli e con entrambi ho, nel corso degli anni, collaborato. Massimo è un valente jazzista, autore di un ormai notevole numero di cd, a partire dal primo, Very Fool (1993), e arrivando al, per ora, ultimo When Your Drummer Has Gone (2016). Con Massimo ho realizzato a cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 alcuni film in super8 che volevano essere divertenti e forse a tratti lo erano davvero (i titoli? Il canonico del Bufalo parla davvero con la Madonna e la vede spesso, Il budino, Il primo film a colori fu italiano). Con Gianni, ottimo disegnatore di fumetti, ho collaborato per molti anni e per svariate testate: dagli horror targati Sansoni al Messaggero dei Ragazzi, nell’arco di diverse decadi.

Ora hanno realizzato questo Gerontown, che, lasciatemelo dire, è qualcosa di davvero diverso. Già solo questo dovrebbe bastare per invogliare a leggerlo perché la diversità - che contiene spesso in sé, come in questo caso, l’originalità - è merce rara. La storia - che presenta notevoli e volute asperità e acidità anche caratteriali - parte da una premessa fulminante: esiste un luogo, in una grande città, un palazzo, nel quale una congregazione di anziani perpetua la sua esistenza al massimo della durata e al massimo del comfort creando una sorta di bolla vitale del tutto segreta e sconosciuta all’infuori della ristretta cerchia dei privilegiati che ne fanno parte. L’ingresso del new fish di turno, l’anziano Masini dal carattere impossibile, ci scorta dentro questo mondo particolare, portandoci a conoscerne via via i componenti, ciascuno dei quali con il suo piccolo frammento di mondo e le sue idiosincrasie. Non so bene perché - la situazione e la storia sono molto diverse - ma questa introduzione e questa scoperta progressiva da parte del nuovo venuto dei suoi compagni di avventura con le loro particolari personalità mi ha richiamato alla mente Solaris. In ogni modo, se la premessa e la costruzione della vicenda sono curiose e interessanti, lo svolgimento non delude e a un certo punto, come dicono gli americani, the shit hit the fan e le cose precipitano.

Ricco di spunti e di dialoghi memorabili, il fumetto è disegnato magistralmente da Gianni che ben si adatta agli umori acri della storia. Il pessimismo, va da sé, dilaga, ma non è fine a se stesso. E oltretutto in fondo non è nemmeno così totale se pensiamo che l'unico riscatto davvero possibile è per sua natura individuale. Comunque, riporto, perché è interessante, quanto scritto nel retrocopertina per presentare il libro: “Che cosa potrebbe accadere se i vecchi decidessero di resistere il più a lungo possibile? Questa è una utopia alternativa, in cui l’egoismo del vecchio non vede il senso del farsi da parte per lasciare spazio all’egoismo del giovane”.

Completa il libro una interessante introduzione di Paolo Forni e vi sono anche alcune considerazioni di Radu  Lidjenko (ben noto a chi conosce il Massimo musicista).

Se vi interessa, Gerontown è acquistabile qui in cartaceo e qui in ebook. Qui invece potete vedere il book trailer.

mercoledì 24 giugno 2015

Intervista su INK n. 66

INK è una storica e pregevole rivista dedicata al fumetto. Nel numero attualmente in distribuzione - il n. 66 (aprile 2015) - segnalo che c'è una lunga intervista a me condotta da Paolo Forni, che ringrazio per l'attenzione. Trattandosi di una rivista di fumetti, l'intervista è maggiormente incentrata su questi, ma si toccano anche gli altri aspetti della mia produzione, come la saggistica cinematografica e, brevemente, i racconti. Chi è interessato alla mia attività la troverà quindi una lettura interessante, anche grazie alle domande di Paolo Forni che sono andate a toccare anche i momenti iniziali della mia carriera e in particolare la collaborazione con l'editore Sansoni e i suoi pocket orrorifici. Ma non solo, perché mi ha dato anche l'occasione di ringraziare ancora una volta il grande Pinù Intini, che tanto è stato cruciale nella mia carriera.

Nello stesso numero è anche presente - e mi fa molto piacere evidenziarlo - un'intervista, sempre condotta da Paolo Forni, a mio fratello Gianni, con il quale ho condiviso gli esordi e anche una lunga collaborazione in anni più maturi nel Messaggero dei Ragazzi. L'intervista è molto interessante e penso non lo sia solo per me.

Ma anche chi non fosse incuriosito dalle alterne vicende dei fratelli Salvagnini potrà trovare molto di interessante nella rivista che comprende anche interviste a Luigi Cozzi (grande esponente del cinema fantastico italiano sia in veste di regista, sia in quelle di autore ed editore) e al disegnatore Paolo Peruzzo, con il quale abbiamo condiviso una militanza sansoniana e di cui ho appreso con grande interesse i successivi sviluppi di carriera. Il tutto nell'ambito di un'analisi di quel particolare fenomeno che fu la rivista Horror, edita appunto da Sansoni.

Insomma, una rivista che mi sento di consigliare a tutti gli appassionati di fumetti. Chi fosse interessato, può trovare sul sito della rivista tutte le informazioni per acquistarla.
 

mercoledì 19 giugno 2013

50 anni di Messaggero dei Ragazzi

Presso la Basilica di Sant'Antonio a Padova, in uno dei suoi meravigliosi chiostri (il Chiostro del Generale, per l'esattezza), si è aperta una mostra celebrativa per i 50 anni del Messaggero dei Ragazzi (la cui vita è in realtà molto più lunga e comprende il periodo in cui si chiamava Sant'Antonio e i fanciulli). La mostra si intitola 50 anni Meravigliosi! 1963-2013 e in cinque grandi pannelloni racchiude in una veloce ma interessante sintesi i vari decenni della rivista, ognuno dei quali è caratterizzato dalla presenza di autori (di fumetti) molto validi e famosi nonché di rubriche e articoli sempre legati all'attualità e alla sua interpretazione.

Dei fumetti vengono riprodotte parecchie pagine significative, dalle quali emergono firme di assoluto prestigio come Giorgio Cavazzano, Dino Battaglia, Lino Landolfi, Massimo Mattioli e altri ancora. Tra loro, mi fa piacere ricordare qui la presenza di Pinù Intini, che del Mera è stato a lungo redattore rappresentandone una sorta di continuità e di "anima": di suo viene presentata nella mostra la pagina di apertura del fumetto Quel giorno a Dallas, dedicato a JFK. Mi fa anche piacere ricordare con l'occasione che, proprio per il Mera, io e Pinù abbiamo collaborato per diverse storie, tra cui una piuttosto lunga che prendeva spunto dalla leggenda della fortezza di Sigiriya a Sri Lanka.

Ma dato che ho anche sempre avuto un debole per me stesso, segnalo la mia presenza nel pannellone degli anni '90 (la mia collaborazione è durata dal 1987 al 2003), assieme a mio fratello Gianni (che disegnava le mie storie) con la prima tavola di un'avventura di Ronnie Camera, il documentarista d'assalto (vissuto dal 1993 al 2003 sulle pagine del Mera).

La mostra è a ingresso gratuito e durerà sino a ottobre. Purtroppo non è stato realizzato un catalogo.

Qui sopra una foto con la pagina di Ronnie Camera nel pannellone.

domenica 29 agosto 2010

I miei fumetti e Bob Dylan (2)



Riprendo dopo un bel po’ la mini miniserie dedicata ai miei fumetti con citazioni o implicazioni dylaniane. Ne avevo iniziato a parlare in questo post. Stavolta il riferimento è più diretto. Il fumetto si intitola Le radici dell’odio: la storia di Emmett Till, è stato disegnato da mio fratello Gianni ed è stato pubblicato sul Messaggero dei Ragazzi n. 11 del 1993. Qualche annetto fa, quindi.

La vicenda è quella dell’omicidio di un ragazzo di colore avvenuta nel profondo Sud degli Stati Uniti il 28 agosto del 1955. Si tratta di un caso che ha avuto ai tempi una certa risonanza - anche per il suo esito processuale - nell’ambito della lotta per i diritti civili. Bob Dylan ha scritto una canzone sull’argomento, The Death of Emmett Till, nel 1962. L’ha cantata spesso dal vivo nei primi tempi della sua attività - ne esiste un’ottima versione nel programma radiofonico di Cynthia Gooding, Folksinger’s Choice, sempre del 1962 - ma non è mai finita su uno dei suoi album, benché sia stata registrata durante le sessioni per The Freewheelin’ Bob Dylan, il suo secondo album. È uscita solo - se la memoria non mi inganna - nell’album collettivo Broadside Ballads vol. 6: Broadside Reunion al quale Dylan ha partecipato con lo pseudonimo di Blind Boy Grunt. Questo per quanto riguarda le uscite ufficiali.

La canzone è piuttosto semplice, a suo modo efficace soprattutto per l’interpretazione, ma sicuramente non è una delle migliori. Il motivo è quasi banale: diversamente da quanto avrebbe fatto in seguito a questo suo pionieristico sforzo (è una delle prime canzoni che ha scritto, sostanzialmente). Dylan fa largo uso di una facile retorica e non riesce ad andare oltre la narrazione dei fatti, traendone una morale ovvia. Manca quel passaggio dal particolare all’universale che avrebbe caratterizzato i suoi successivi esempi di canzone politica: basta fare un confronto con la ben più riuscita The Lonesome Death of Hattie Carroll, di soli due anni più tardi e anch’essa riguardante un omicidio a sfondo razziale rimasto in pratica impunito, per cogliere facilmente la differenza di profondità e di scopo.

La storia in sé - la vicenda di Emmett Till - mi era sembrata comunque interessante, ottima materia per un racconto morale, a patto di evitare i toni enfatici e di cercare un approccio un po’ ellittico. Evitare cioè l’errore di inesperienza compiuto da Dylan (resta il fatto però che The Death of Emmett Till è una canzone comunque coinvolgente e molto bella all’ascolto), per quanto possibile. Per farlo, ho dato una struttura particolare alla storia inserendola in una cornice attuale, tracciando un parallelo tra il razzismo di allora e quello di adesso (più sottotraccia) ed evidenziando anche come quello che vediamo - in Tv, magari, come avviene nella mia storia - ci porti spesso a un facile coinvolgimento emotivo che ci fa sentire più giusti e più buoni, ma non ha alcuna ricaduta sulla realtà, sui comportamenti che adottiamo nella nostra vita. La storia è di 17 anni fa: oggi le cose si sono evolute in modo ancora più drammatico e disorientante.

Nella mia fulminea esperienza di insegnante in una scuola di fumetto ho usato proprio quella storia per mostrare un modo di intervenire sulla struttura di un soggetto per dargli maggiore forza drammatica, per caratterizzarlo e diversificarlo, aggiungendogli significati.

In effetti comunque un motivo non secondario per scrivere quella sceneggiatura era stato quello di fare un fumetto con dentro Bob Dylan, in qualche modo. Lo spunto mi era venuto da un interessante articolo che rievocava il fatto pubblicato su quell’insostituibile rivista di studi dylaniani che fu The Telegraph, creata e curata dal compianto John Bauldie. Poi mi ero documentato anche altrove e tutto quello che è rievocato nel fumetto dovrebbe rispecchiare i fatti. Anche se a me di solito piace di più lavorare di fantasia (come ha detto una volta ironicamente Jimmy Sangster: “Se una storia richiedeva che mi documentassi, non la scrivevo”), quando è necessario bisogna documentarsi per evitare di scrivere sciocchezze. A meno che - e anche questo capita - non si vogliano davvero scrivere sciocchezze: a volte possono essere molto divertenti.

Qui sopra un paio di pagine (la quinta e l'ottava) di quella storia.

giovedì 11 febbraio 2010

I miei fumetti e Bob Dylan (1)


Ho scritto Il cinema di Bob Dylan perché mi interessano molto entrambi (il cinema e Bob Dylan). Però sono anche in qualche modo uno sceneggiatore di fumetti e quindi anche nei miei fumetti più di qualche volta mi è piaciuto citare Dylan, in modi diversi.

Parlo di citazioni in senso stretto, non come le si intende adesso. Adesso si chiamano citazioni anche delle disinvolte appropriazioni di svolte narrative appartenenti a opere altrui, oppure dei riferimenti edonistici che servono più a definire letture e ascolti di chi le fa per dargli spessore culturale che non a richiamare l’attenzione sull’opera o sull’autore citato. Spero di essere stato abbastanza criptico, ma magari posso fare di meglio in futuro.

In ogni modo, in questo e in prossimi post (non necessariamente molto prossimi) segnalerò qualcuna delle molte citazioni dylaniane che ho messo nei miei fumetti. Molte delle citazioni (non solo dylaniane) che ho inserito nelle mie sceneggiature sono così poco evidenti che spesso solo io mi accorgo di averle fatte (e talvolta nemmeno io) perché ho sempre pensato che il gioco delle citazioni sia bello se non sia evidente.

In questo caso, invece, la cosa è piuttosto evidente. Il fumetto in questione si intitola Come una pietra che rotola e non ci vuole molto per capire che il riferimento del titolo è a Like a Rolling Stone, forse la canzone più perfetta di Bob Dylan. Contenuta nell’album Highway 61 Revisited (1965) è un lucido torrente di livore che ha per bersaglio una socialite decaduta e costretta a condividere il destino dei disperati. Non è solo questo naturalmente, ma è anche questo. Il fumetto - disegnato da mio fratello Gianni e pubblicato sul Mera 2 (la costola “rivoluzionaria” del Messaggero dei Ragazzi) n. 3 del 1995 - non ha nulla a che vedere con la canzone, ma in un certo modo ne trae ispirazione, raccontando di un cattivo maestro che si trova a confrontarsi con le persone di cui raccomanda il disprezzo.

Il fumetto sarà molto difficile che qualcuno di voi possa ormai leggerlo, però se volete un suggerimento ascoltatevi Like a Rolling Stone. Nella versione originale con la chitarra di Mike Bloomfield e l’organo di Al Kooper in evidenza, nella tumultuosa versione del tour 1966 trainata dalla furibonda batteria di Mickey Jones (la trovate nel volume 4 della Bootleg Series), nella trascinante versione live di Before the Flood con la Band, nell’ottima versione semiacustica di Unplugged, in quella scatenata di Jimi Hendrix, in quella curiosa degli Articolo 31 (Come una pietra scalciata) che Dylan ha inserito nella colonna sonora di Masked & Anonymous o nelle innumerevoli altre che Dylan ha suonato nel corso degli anni. Resta sempre una canzone incredibilmente ricca e complessa, tragicamente sempre attuale. La rivista Rolling Stone (che alcuni dicono abbia preso il nome proprio da quella canzone) l’ha incoronata come la canzone rock numero 1. Non che ce ne fosse bisogno.

lunedì 9 novembre 2009

Il muro a fumetti


Oggi tutti i giornali e telegiornali sono giustamente pieni di celebrazioni per il ventennale della caduta del muro di Berlino. La circostanza mi ha fatto venire in mente un’altra cosa e cioè che il mio primo fumetto “professionale” (ma il secondo a essere pubblicato) raccontava la vicenda - vera, se non ricordo male - di una coppia che metteva in atto un piano per superare il muro e fuggire in Occidente.

Come contributo per la celebrazione di oggi, inserisco quindi qui sopra la vignetta d’apertura di quell'ancora acerbo fumetto (intitolato, come si può facilmente notare, Uscire dal muro), disegnato da mio fratello Gianni e pubblicato sul Santo dei Miracoli del luglio 1971. A curare la sezione fumettistica di quel mensile religioso - tuttora vivo e vegeto - era il grande Pinù Intini che ha seguito con pazienza e capacità maieutica i nostri primi passi nel mondo del fumetto. Oltre che ottimo autore per contro proprio, infatti, Pinù Intini ha anche le capacità e il fiuto del talent scout: in questo senso la sua più importante scoperta è stato l’indimenticato Aldo Capitanio. Molti anni dopo è stato per me un grande piacere scrivere i testi di alcuni fumetti fantasy disegnati da Pinù per il Messaggero dei Ragazzi, ma di questo parleremo un’altra volta.