lunedì 11 maggio 2015

Kurt Vonnegut e il cinema su Segnocinema 193

Ci sono delle volte in cui mi sembra che fare una certa cosa tocchi a me a causa delle mie competenze e preferenze. Come quando, per esempio, ho scritto Il cinema di Bob Dylan. Essendo un ammiratore di Bob Dylan sin dai primi anni '70 e occupandomi da molto tempo di cinema, il compito di, come dicono gli inglesi, set the record straight sul suo opus cinematografico e televisivo, sempre secondo il mio pensiero naturalmente, non poteva che spettare a me. O anche a me, non rivendico esclusive, ma non potevo esimermi. Era un compito naturale.

Su scala ridotta, quella di un articolo invece di un libro, lo stesso è capitato con Kurt Vonnegut. Credo di aver letto, talvolta anche più volte, tutto quello che Vonnegut ha scritto. Perciò toccava per forza a me scrivere del suo rapporto con il cinema. E l'ho fatto. L'articolo che ho scritto - si intitola Kurt Vonnegut e il cinema - Convergenze (im)possibili - lo trovate, se volete, sul numero 193 di Segnocinema (maggio-giugno 2015) attualmente in distribuzione.

Lo spunto di partenza mi è venuto dalla lettura del fondamentale volume Letters, di cui ho scritto qui. Attraverso quanto scritto da Vonnegut nelle sue lettere e, soprattutto, attraverso la visione dei film in cui è stato coinvolto, da quelli noti (Mattatoio 5) a quelli meno noti (Between Time and Timbuktu) mi è stato possibile tracciare il percorso accidentato della fascinazione reciproca tra Vonnegut e il cinema, una fascinazione dai risultati assai vari e spesso poco entusiasmanti, ma comunque molto interessante, almeno per me.

Forse, leggendo l'articolo a qualcuno verrà voglia di vedere qualcuno dei film di cui ho scritto (chissà, magari anche il simpatico Who Am I This Time? di Jonathan Demme), ma spero che qualcuno sia anche stimolato a prendere o riprendere in mano quello che Vonnegut ha scritto.

domenica 10 maggio 2015

In All Sincerity, Peter Cushing by Christopher Gullo

Ci sono attori e attrici la cui presenza in un film è già motivo sufficiente per vederlo. Sono quelli che caratterizzano i film in cui recitano e hanno una personalità tale da catalizzare da soli l’interesse degli spettatori. È una cosa che va al di là della singola interpretazione e riguarda tutta l’opera di quel determinato attore o attrice. Ciascuno ha i suoi. Humphrey Bogart, per esempio, lo vedrei (e l’ho visto) in qualsiasi film. Anche perché generalmente, proprio per il tipo di ruoli che sceglieva e i film che sceglieva di fare, faceva comunque film che mi interessavano. Ma se dovessi scegliere un attore per me significativo sotto questo profilo, quell’attore sarebbe Peter Cushing, che per questo penso di poter definire come il mio attore preferito. Molti anni fa, quando ancora i suoi film uscivano al cinema, già sapevo, vedendo il suo nome nel cast, che avrei visto quel film volentieri. Scoprire un po’ alla volta nel corso degli anni che non era solo un grande attore, ma anche una persona squisita al punto da essere denominato il Gentle Man dell’horror è stato un piacere ulteriore: non ho fatto purtroppo avuto il piacere di conoscerlo persona perché, ignaro dei fatti (e cioè che era molto disponibile e gentile con gli ammiratori) in un’epoca in cui internet e le sue informazioni non esistevano, non sono andato a trovarlo nella piccola cittadina di Whitstable dove viveva (ci sono andato pochi anni dopo la sua morte e ho visto la famosa Cushing’s View, ma ormai era troppo tardi).

Ci sono libri e libri sulla Hammer, sull’horror britannico e su Peter Cushing in particolare. Posso citare a questo riguardo almeno l’ottimo The Peter Cushing Companion di David Miller e, restando in campo italiano, il prezioso Peter & Chris - I dioscuri della notte di Franco Pezzini e Angelica Tintori che si occupa della collaborazione tra Cushing e il suo fratello d’arte Christopher Lee. E ci sono naturalmente i due libri autobiografici dello stesso Cushing, una lettura che consiglio a chiunque conosca l’inglese (purtroppo nessuno ha ancora pensato di pubblicarli nel nostro paese, cosa che del resto si può dire anche dell’altrettanto interessante autobiografia di Christopher Lee).

In All Sincerity, Peter Cushing di Christopher Gullo (il titolo del libro riprende la frase con cui Cushing amava chiudere le sue lettere) si inserisce (anzi, si è inserito da tempo risalendo, come prima pubblicazione, al 2004) in un contesto non certo privo di titoli. Ma un  elemento che rende comunque questo libro di grande interesse e per certi versi unico è la presenza di interviste e dichiarazioni di un elevato numero di attori e artisti che hanno avuto il piacere e l’onore di conoscere e collaborare con Cushing. Il ritratto che emerge dai loro ricordi conferma l’impressione di una persona retta, appassionata del proprio lavoro, scevra dai personalismi ed egoismi spesso tipici delle persone di spettacolo, un artista a tutto tondo (la sua abilità nel disegno e in altri campi dell’arte viene sottolineata) che non ha preso come una condanna l’essere in qualche misura relegato per diversi anni nel recinto del cinema horror, ma ne ha tratto la possibilità di esprimere le proprie qualità senza fare differenze se si trattava di recitare Shakespeare o un copione di Jimmy Sangster.

Basterebbe questo per rendere il libro una lettura indispensabile per chiunque apprezzi il cinema e Cushing, ma il libro è anche una disamina  scorrevole e completa della carriera dell’attore dalle prime esperienze teatrali al famoso salto a Hollywood (con la partecipazione tra l’altro a Noi siamo le colonne con Laurel & Hardy, una collaborazione di cui Cushing è sempre stato orgoglioso e che ha sempre ricordato con grande affetto e stima per i due comici), dalla popolarità ottenuta con la televisione britannica (con un memorabile ruolo da protagonista nel per allora sconvolgente adattamento dell’orwelliano 1984) ai fasti della Hammer e via via tutto il resto, Guerre stellari compreso sino a terminare con il suo ultimo lavoro, il commento, assieme al grande amico Christopher Lee, per il documentario sulla Hammer Flesh and Blood - The Hammer Heritage of Horror, pochi giorni prima di morire. Le parole del regista di quel documentario, Ted Newsom, riportate nel libro, danno il senso dell’operazione e la giusta soddisfazione che ha provato nell’essere riuscito a dare ai due amici l’opportunità di rivedersi, di passare delle ore felici insieme e di collaborare l’ultima volta, al di là di qualunque riserva si possa avere sulla qualità effettiva del documentario stesso (comunque molto interessante, a mio parere, e da vedere).

A livello strettamente di critica cinematografica il libro non è molto approfondito, ma non era questo lo scopo dell’autore. Quello che conta è il ritratto di Cushing e questo emerge potente e interessante, anche nella scelta, criticata da qualcuno, di non operare eccessivi tagli alle dichiarazioni dei vari intervistati con le ripetizioni (nei ricordi) che inevitabilmente ne sono derivate (molti hanno ricordato i famosi guanti bianchi antinicotina o il suo amore per la moglie Helen). Non l’ho trovato un difetto, ma semmai il rafforzamento di un’impressione.

Questo è stato anche, lo dico a margine, il primo libro che ho letto su un e-reader. L’esperienza è stata positiva, anche tenuto conto del prezzo molto basso del libro con questo formato.


Ancora a margine, mi pare opportuno precisare che il libro è in inglese.

venerdì 8 maggio 2015

Il cinema dell’eccesso (CRAC Edizioni): cosa c’è dentro. Cap. 3 Jesus Franco

Dato che non c’è due senza tre, soprattutto in un libro con sei capitoli, proseguo nell’opera di presentazione del contenuto del mio nuovo libro, Il cinema dell’eccesso - Vol. 1 Europa (Crac Edizioni), occupandomi, dopo i primi due dedicati a Pete Walker e Jean Rollin, al terzo capitolo che ha per oggetto Jesus Franco.

Franco è forse il paradigma del regista di exploitation perché nessun altro come lui è andato sino in fondo al significato stesso della parola, realizzando un numero incredibile di film e spaziando per ogni genere e sottogenere, in produzioni che con il passare degli anni hanno visto i budget assottigliarsi sempre più - tranne qualche rara eccezione - arrivando a livelli quasi da cinema amatoriale, sempre senza perdere l’aplomb del regista in qualche modo comunque “autore”.


In questo caso il mio articolo su Segnocinema, pubblicato nell’ormai lontanissimo 2000, ha fornito poco più di una traccia e il capitolo, che è decisamente il più lungo del libro, è stato oggetto di una notevole riscrittura e di un altrettanto notevole ampliamento, per coprire non solo la produzione successiva di Franco, ma anche e soprattutto quella antecedente che allora non avevo potuto vedere. Sembra difficile immaginarlo adesso, infatti, ma in questi 15 anni la quantità di film che sono riemersi dal dimenticatoio dei magazzini cinematografici è soprendente e pellicole che si pensava non sarebbero più state visibili sono tornate più belle e più superbe che pria. Nel 2000, ricordo, già pareva molto poter accedere alle vhs della Redemption, ma poi si sono aperte le cateratte. Per fortuna, inutile aggiungere. Un giorno bisognerà fare una riflessione ampia e articolata sull’importanza del passaggio al dvd che si è rivelato un formato assai più cinefilo rispetto al vhs (e se qualcuno questa riflessione l’ha già fatta, magari me la sono persa o l’ho dimenticata).


Rientro in tema per sottolineare che il capitolo ripercorre con dovizia in oltre 100 pagine la straordinaria carriera di Franco dagli albori spagnoli all’epilogo un po’ malinconico e altrettanto spagnolo (con film come Paula-Paula e Al Pereira vs. the Alligator Ladies, da vedere per credere), con parecchio girovagare in mezzo, da ogni paese europeo agli Stati Uniti. Dalle commedie come Vampiresas 1930 ai primi horror come Il diabolico dott. Satana e il notevole Sinfonia per un sadico, dai noir crepuscolari come La spia sulla città al “west” singolarissimo di Sfida selvaggia, da deliri pop fumettistici di Agente speciale L.K. a quelli ancora più pop e sensuali di Rote lippen a quelli esistenzial-godardiani di Delirium. Per poi passare ai fasti del periodo dei film prodotti da Harry Alan Towers - chi si ricorda la Justine con Romina Power? (tutti, penso) - al cosiddetto periodo Dietrich e via via, senza trascurare l’importanza delle sue muse, da quella olimpica e inarrivabile (Soledad Miranda) a quella più carnale e disponibile e per questo forse meno apprezzata dai più (Lina Romay). 


Ma qui non posso nemmeno provare a tracciare un percorso che nel libro invece compio con una certa dovizia: troppi sono i film, troppe le suggestioni, troppi i temi e gli spunti di un regista capace di dirigere film antitetici su temi analoghi come Il conte Dracula, Dracula contro Frankenstein e Vampyros Lesbos. Nel cinema di Franco il “troppo” è forse l’elemento caratterizzante, ma a segnalare un eccesso voluto e di per se stesso da considerarsi una sfida al destino e alle convenzioni. Anticonvenzionale e anticonformista, Franco non ha voluto conformarsi alla moderazione e ha filmato contro ogni moderazione, anche, forse, contro il suo stesso interesse, sminuendo in parte, con una convulsa filmografia affastellata di titoli anche trascurabili, la sua caratura di autore costruita con pellicole invece di indubbio interesse che testimoniavano anche un rigore artistico e delle invenzioni non comuni.








Figura controversa ma certamente non trascurabile, Franco ha riassunto in sé gli splendori e le miserie dell’exploitation, ma è stato, forse anche per questo, un autore a tutto tondo. Un autore capace, per tanti motivi, di grandi squilibri qualitativi all’interno della sua produzione e in questo senso, forse, questo capitolo può essere utile, oltre a chi lo conosce e lo apprezza, anche a chi voglia cominciare ad approfondire la sua opera.


Inutile dire che la copertina del libro è dedicata proprio a Jesus Franco.

mercoledì 22 aprile 2015

Il cinema dell’eccesso (CRAC Edizioni): cosa c’è dentro. Cap. 2 Jean Rollin

Proseguo nell’opera di presentazione del contenuto del mio nuovo libro, Il cinema dell’eccesso - Vol. 1 Europa (Crac Edizioni). Dopo il primo capitolo dedicato a Pete Walker, qualche parola sul secondo capitolo, dedicato al regista francese Jean Rollin.

Se c’è un regista cui i confini comunque larghi dell’exploitation andavano stretti questi era proprio Jean Rollin, costretto dagli eventi talvolta a introdurre nei suoi film elementi che non lo interessavano troppo - la violenza, per esempio - ma (quasi) sempre capace di imprimere la sua personalissima impronta a quello che girava. Sperimentatore alla ricerca dell’equilibrio tra la “poesia” cui ambiva e le esigenze della narrazione si è sempre trovato meglio nelle sequenze mute, raccontate solo dalle immagini, spesso caricate di simbolismi fin troppo evidenti ma comunque sempre ricercati e mai buttati là. Difficile trovare in Rollin la sciatteria spavalda del Franco più corrivo. Difficile pensare a registi più diversi anche se il destino li ha qualche volta accomunati.

I personaggi simbolo di Rollin sono stati i vampiri. Anzi, le vampire. Vampire esangui, di una carnalità rarefatta ma prorompente, stilizzate ed eleganti, pur se titoli italiani come l'esilarante Violenza a una vergine nella terra dei morti viventi ("traduzione" di Le frisson des vampires: qui sotto il manifesto originale realizzato dal grande fumettista Philippe Druillet) cercavano di commercializzarle in modo più terra terra. Rollin le ha declinate in versioni svariate, da quelle pop di La vampira nuda a quelle mascherate da zombie ma pur sempre vampiresche di La morte vivante a quelle feuilletonesche di L’amante di Dracula. Per non parlare della coppia di vampire Les deux orpheline vampires in cui Rollin epitomizza il suo cinema e sublima la sua fascinazione per il “doppio”. Ma è stato capace di realizzare anche un feroce film di zombie come Les raisins de la mort e uno struggente fantamelodramma come La nuit des traquées, non riuscito per motivi di budget ma folgorante nelle intuizioni.

 



Anche in questo caso all’origine c’è il mio articolo rolliniano per la serie Kings of Exploitation, pubblicato su Segnocinema 14 anni fa. Ma in questo frattempo molte cose sono successe. Tra le cose brutte, è successo che Rollin è morto. Ma tra le cose belle c’è che è riuscito a realizzare diversi film prima di morire, tra cui una sorta di testamento spirituale come La nuit des horloges che riprende e amplifica un altro film testamentario da lui realizzato anni prima, Perdues dans New York. Di tutto questo e anche di altri film che al tempo non ero riuscito a vedere - per esempio il simpatico Jeunes filles impudiques e il paradigmatico La rose de fer, una vera pietra miliare della filmografia rolliniana -  il mio nuovo libro dà conto con dovizia.

Il capitolo ripercorre la carriera di Rollin ed è un viaggio che parte dalla spavalderia sperimentale giovanile di Le viol du vampire per arrivare via via sempre più verso un classicismo che precisa le tematiche, le approfondisce per sviluppare una poetica che talvolta presta il fianco a giuste critiche di coerenza narrativa e di eccesso di simbolismi anche facili, ma è sempre l’espressione di una personalità tenace, più che irrequieta, nel voler esprimersi anche contro ogni possibilità.

mercoledì 8 aprile 2015

Gli scacchi della vita di Stefano Simone

Investito da un’auto e perciò ricoverato in ospedale per cure e rieducazione, l’indaffarato architetto Massimo coglie l’occasione per leggere in anteprima il romanzo scritto dalla moglie, ancora in forma di manoscritto. Il titolo del romanzo è Gli scacchi della vita e racconta di una vita decisa da una partita a scacchi. Senza sapere come, Massimo si ritrova in un non-luogo e in un non-tempo, intento a giocare una partita a scacchi con uno sconcertante personaggio che gli ha promesso che alla fine della partita avrà tutte le risposte che cerca. E che però a ogni pedina mangiata dovrà rispondere a una domanda, potendo comunque fare altrettanto. Incuriosito e in ogni caso senza scelta, Massimo accetta e comincia la partita, rivivendo nell’occasione i momenti salienti e dolorosi della propria vita. E un terribile segreto che aveva cercato di dimenticare.

Dopo una serie di prove in crescendo (culminate con Weekend tra amici), per il suo nuovo film, Gli scacchi della vita, tratto da un racconto di Gordiano Lupi, il giovane regista Stefano Simone cambia registro narrativo e si addentra in una riflessione metafisica sul senso della vita e, probabilmente, sulla possibilità di riscatto e resipiscenza che ognuno, qualunque siano le sue colpe, mantiene. La materia è quindi di quelle complesse, difficile da affrontare e, soprattutto, da rendere senza incorrere nello scontato e nel già visto: il viaggio metafisico nell’esistenza e la partita a scacchi come simbolo del rapporto tra la vita e la morte in un gioco surreale dove qua e là trapela qualche indiretta eco bergmaniana e qualche rimando, forse, al Tornatore di Una pura formalità.


Di sicuro è un film ambizioso, per i temi trattati e per il fatto d’averli voluti trattare. Si tratta di argomenti di spessore, spesso affrontati con difficoltà dal cinema e solo talvolta con efficacia. Il risultato, diversamente da quanto era successo con il precedente film di Simone, non è all’altezza delle ambizioni, ma anche le ambizioni sono in questo caso maggiori. Pur confermando buone qualità nella messa in scena e nella scelta delle immagini, Simone non riesce a evitare le secche di una certa schematicità e prevedibilità (il sottofinale, per fare un esempio, è piuttosto telefonato, anche se sicuramente in linea con lo sviluppo e le intenzioni della storia).


I ricordi giovanili del personaggio - con il trauma di essere figlio di una prostituta - sono un po’ troppo monocordi e insistiti nel ribadire il concetto dell’isolamento del personaggio. Lo sviluppo della situazione riesce comunque a delineare efficacemente le motivazioni all’origine delle scelte da lui compiute e alcune svolte hanno un apprezzabile effetto drammatico. Alcune lungaggini nella narrazione rallentano però un po’ troppo il procedere della storia, forse perché non c’è abbastanza materia narrativa per sostenere un lungometraggio.


Nonostante la tematica, il film rifugge le tenebre e privilegia atmosfere assolate, contrastate e quasi iperrealistiche, anche nella scelta dei colori. La scelta di privilegiare, nelle ambientazioni, contorni periferici, dismessi o capannoni industriali deserti è azzeccata e rende il senso del degrado e dell’abbandono.


La recitazione è un po’ diseguale negli esiti se non nell’impegno. Per la misura e la naturalezza dell’interpretazione, nel cast si segnala soprattutto Michael Segal, la cui esperienza recitativa (vanta già un buon numero di film al suo attivo, tra cui, in campo horror, alcuni diretti da Ivan Zuccon) si fa sentire nell’efficacia dei risultati. Buona anche la prova di Antonio Potito nel ruolo di un barbone amante degli scacchi che cerca senza troppa fortuna di consigliare per il meglio il protagonista da giovane. Filippo Totaro, alle prese con il ruolo probabilmente più difficile, tende talvolta ad andare un po’ sopra le righe, ma nel complesso riesce a rendere con sufficiente abilità la cruciale ambiguità del suo personaggio. Libero Troiano, nel ruolo di Massimo giovane, alterna momenti di efficacia ad altri di minore resa drammatica, probabilmente per inesperienza.


In generale, parte del cast risente forse della difficoltà dei ruoli. Talvolta la materia è troppo impegnativa e insidiosa e, per una buona resa drammatica, avrebbe richiesto una recitazione più professionale. O magari un uso diverso del montaggio e delle inquadrature per ovviare al problema e cercare di minimizzarlo. Difetti di esperienza. Infatti le sequenze migliori sono quelle, soprattutto nella seconda parte del film, in cui la narrazione è lasciata all’interazione tra le immagini e la colonna sonora, generalmente efficace nel rendere il respiro drammatico della storia.

venerdì 3 aprile 2015

Bob Dylan - Shadows in the Night

A Bob Dylan è sempre piaciuto interpretare canzoni altrui. Se all’inizio della carriera - con le scorpacciate di blues, root songs, folk, Woody Guthrie e via discorrendo - poteva essere una necessità in attesa di rimpinguare un repertorio proprio, negli anni seguenti è stata una scelta ponderata con cui ritrovare l’ispirazione, ripercorrere la storia del proprio paese, rendere imaggio ad artisti più o meno o per niente famosi. In certi casi le cover sono state poco riuscite (Self Portrait e Dylan presentano alcuni esempi in questo senso, ma anche Knocked Out Loaded non scherza), più spesso sono state notevoli.

Una caratteristica degli esempi migliori è che, interpretandole, Dylan trasforma quelle canzoni facendole sue, rendendole qualcosa di diverso. Anche nei casi in cui l’originale sembrava lontano quantomeno dal suo stile se non dalla sua sensibilità. Superba ed evidente in questo senso è la sua versione di Soon di Gershwin, suonata da solo, chitarra e armonica, nel 1987 al Gershwin Gala di fronte a un pubblico dapprima sbigottito e poi conquistato. Parliamo di Gershwin, che di solito è eseguito da un’orchestra e che normalmente uno non avrebbe mai pensato potesse essere tra i musicisti nell’ambito di interesse di Dylan.

Ma che i gusti di Dylan siano molto più ampi di quelli della maggior parte dei suoi ammiratori è divenuto evidente nel periodo in cui Dylan ha, per così dire, fatto il dj con il suo programma radiofonico Theme Time Radio Hour, una miniera di scoperte e riscoperte musicali a ruota libera e ampio raggio. Chi ha ascoltato quel programma non si è stupito che Dylan abbia deciso di realizzare un album di cover di canzoni associate a Frank Sinatra perché da lui cantate nelle varie fasi della sua lunga carriera. Né va dimenticato che Dylan ha suonato per Frank Sinatra nel concerto omaggio per i suoi 80 anni, dimostrando così la sua ammirazione per lui. Che stima e ammirazione fossero reciproci lo dimostra ancor più il fatto che Dylan fu l’unico in quella occasione a suonare una propria canzone invece che una cover sinatriana, su richiesta dello stesso Sinatra che gli chiese di cantare Restless Farewell (canzone che Dylan non eseguiva praticamente mai dal vivo) probabilmente perché ha una tematica che il vecchio crooner sentiva affine: potremmo infatti definirla la My Way di Bob Dylan.

Shadows in the Night, il nuovo album, contiene forse anche la canzone che Dylan avrebbe potuto o voluto cantare in quel concerto. Chissà. In ogni caso, è stato registrato praticamente live con la band con cui Dylan gira il mondo in questi anni, con arrangiamenti rispettosi dell’essenza delle canzoni; non rivoluzionari quindi nella sostanza, ma forse rivoluzionari nella forma perché fanno a meno del respiro orchestrale. Non siamo quindi dalle parti della rivisitazione demolitrice alla Sid Vicious di My Way. Dylan, come lui stesso ha riconosciuto, ha in sostanza contribuito a demolire quel mondo per davvero, rivoluzionando la musica e rendendo all’improvviso obsoleto un certo modo di farla. Il rispetto e l’ammirazione che invece lui prova per quella musica e quegli artisti - non tutti, ovvio, basta leggere il magistrale e geniale, anche nelle sue cattiverie che poteva in qualche caso risparmiarsi, tenuto improvvisamente e quasi a sorpresa al MusiCares qualche tempo fa per rendersene conto (trovate la traduzione integrale nel meritorio sito italiano dedicato a Dylan, Maggie’s Farm - lo dimostra proprio un disco come questo.

Dylan non cerca, diversamente da quella versione di Soon, di rendere dylaniano Sinatra e nemmeno prova a rendere sinatriano se stesso, sapendo che non sarebbe possibile. Va però all’essenza delle canzoni e le interpreta al meglio delle sue attuali possibilità, con sorprendenti modulazioni vocali che la voce di questi anni sembrava impedirgli (ma nell’ultimo paio d’anni la voce, anche per una più sapiente scelta del tipo di musica, è nettamente migliorata anche nei concerti).

Non sono un esperto di Frank Sinatra, ma I’m a Fool to Want You, la canzone che apre l’album, la conoscevo bene e mi è sempre sembrata una delle migliori del repertorio di Sinatra per quel che ne potevo sapere. Notturna, cupa e amara. Dylan la ripercorre con grande sensibilità e vulnerabilità, dando verità a ogni parola: toccante e riflessiva, la canzone dà subito il tono giusto che l’album non perderà più.  Qualcuno ha scritto che, per questo suo mantenersi in uno stesso mood, è un album monotono. Direi invece che è un album che crea un’atmosfera e la mantiene. Mi sembra più un pregio che un difetto.

Tra gli highlights del disco ci sono sicuramente Autumn Leaves, che, spogliata da ogni sovrastruttura, è una canzone struggente e di sana malinconia, Full Moon and Empty Arms, soffusa e fumosa, e Some Enchanting Evening, che si fa apprezzare per la sua levità in un contesto tendente al cupo. Di The Night We Called It a Day, romantica e avvolgente, ormai ci restano impresse e si sovrappongono nella memoria le immagini del suggestivo video che le è stato dedicato. Ma la canzone che secondo me spicca in assoluto - in un contesto uniformemente buono - è l’unica che Dylan aveva già più volte interpretato e che qui ripropone in modo del tutto diverso rispetto alle sue passate interpretazioni. That Lucky Old Sun, infatti, era stata proposta ben 23 volte in concerto nel 1986 durante la tournée con Tom Petty e gli Heartbreakers e poi era sporadicamente tornata anche nel cosiddetto Neverending Tour. Quindi, non una novità per i dylaniani. Ma le versioni del 1986 erano piene di energia, quasi rabbiose, molto rock, più che country, mentre le versioni del Neverending Tour privilegiavano, in versione acustica, la variante folk della canzone. Questa volta la resa è del tutto diversa. E notevole. La world-weariness sottesa nel testo emerge sommessa e potente nell’arrangiamento lento e avvolgente, con la voce che rende davvero il senso della stanchezza di fronte alle ingiustizie e alle fatiche della vita e del desiderio di avere da Dio la possibilità di non fare nulla e di starsene tranquilli come il sole a osservare, se proprio se ne ha voglia, l’umanità che si danna nelle sue inutili e frenetiche attività.



Certo, un album di originali dylaniani è un'altra cosa e un altro Tempest sarebbe stato ben più interessante, ma nello spirito di assoluta libertà nei fini e nei mezzi che caratterizza da sempre Dylan questa aggunta al suo canone è affascinante e soprattutto tende a persistere nella memoria e a farsi ascoltare sempre con piacere.

domenica 29 marzo 2015

Il cinema dell’eccesso (CRAC Edizioni): cosa c’è dentro. Cap. 1 Pete Walker






Per presentare al meglio il mio nuovo libro uscito da poco - Il cinema dell’eccesso Vol. 1 Europa (Crac Edizioni) - mi sembra opportuno dare un’indicazione abbastanza precisa del suo contenuto. Così chi dovesse essere interessato all’argomento può sapere se, in linea di massima, il libro può rispondere alle sue esigenze.

Il libro si occupa del cinema di exploitation - genere trasversale che percorre molti generi, ma ha profonde radici nell’horror e in altri generi estremi - attraverso alcuni dei suoi autori principali. Ho scelto questo approccio per seguire e sottolineare il percorso autoriale di questi registi, dando loro la massima attenzione critica. Ho esaminato quanti più film possibile cercando di delineare la parabola creativa di ciascuno.

Detto questo, mi sembra giusto dedicare un post a ciascuno dei capitoli di cui si compone il libro, partendo dal primo, che si occupa di Pete Walker, regista inglese, noto soprattutto per i suoi feroci horror che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del genere anche se non sono stati premiati da un adeguato successo commerciale. 




Nel primo capitolo del libro ripercorro gli inizi di Walker nel cinema erotico, le incursioni nel noir e nel thriller fino ad arrivare all’esplosione horror e alle indecisioni finali. Il tutto nell’arco di una carriera durata una qundicina danni: non molti, ma intensi. Alla base c’è il mio articolo della serie Kings of Exploitation pubblicato su Segnocinema ormai 13 anni fa, ma proprio il tempo trascorso mi ha permesso di allargare il campo d’analisi a film che all’epoca non avevo potuto vedere (e di rivisitare laddove necessario quelli già visti). Ci sono quindi film come, per esempio, Man of Violence, Strip Poker o Home Before Midnight, quest’ultimo un curioso ritorno a tematiche sexploitative in chiave melodrammatica. Ma naturalmente non mancano i film più celebrati, da Nero Criminale a La casa del peccato mortale, horror indimenticabili che hanno precorso i tempi. Pochi autori sono riusciti a coniugare critica sociale e horror feroce in modo così efficace restando fermamente all’interno di un realismo dal quale ogni concessione al soprannaturale è sostanzialmente bandita. Le belve sono tra noi, era infatti il sottotitolo italiano di Nero criminale.

Inoltre, c’è un’intervista esclusiva a David McGillivray condotta appositamente per questo libro. McGillivray è stato lo sceneggiatore con cui Walker ha stretto un fortunato sodalizio creativo proprio per i suoi celebrati horror e anche per questo è stato un piacere poterlo intervistare. Ma oltre agli horror per Walker, McGillivray ha sceneggiato altri film interessanti - dentro e fuori dall’horror - oltre ad aver avuto una carriera intensa, tutt’ora in corso, in praticamente tutti i media. Per cui, credo, l'intervista - che non si limita solo al suo lavoro con Walker - si presenta di particolare interesse. Ho colto l'occasione, tra l'altro, nella parte introduttiva all'intervista, di occuparmi di un interessante cortometraggio horror del 1980 (The Errand), scritto da McGillivray e, direi, non molto noto.

Personaggio interessante e unico anche nella sua parabola umana, Walker è un regista da scoprire e riscoprire, così come i suoi film sono da vedere e rivedere. Spero che il libro possa servire anche a questo.

lunedì 9 marzo 2015

Il cinema dell'eccesso (CRAC Edizioni): il mio nuovo libro

Come da oggetto, è uscito il mio nuovo libro. Si intitola Il cinema dell'eccesso - vol. 1 Europa (da cui i più arguti intuiranno che non è finita qui) ed è edito da Crac Edizioni (318 pagine, € 24). Tornerò a scriverne abbondantemente nei prossimi giorni. Per il momento mi preme segnalare che, oltre che in libreria, il libro è acquistabile presso la casa editrice e presso i consueti siti di vendita on line, tra cui Amazon, Ibs, Mondadori e Libreria Universitaria.

A titolo informativo, riporto quanto è contenuto nella scheda sul volume, così potete avere un'idea di cosa contiene:

"Alieni proteiformi e assassini coinvolti in strani ménage a trois ad alto tasso erotico, casalinghe col vizio del cannibalismo e la passione per il trapano elettrico, prigioni femminili in località tropicali con torride rivoluzionarie contro il potere, irsuti licantropi ispano-polacchi contro i samurai nel Giappone medievale, vampire di ogni ordine e grado assetate di sangue (e non solo), giustizieri della notte privati della parola ma non della capacità di reagire con violenza inaudita, bizzarre riletture fumettistiche e metacinematografiche della figura dell’agente segreto, psicopatici e psicopatiche di vario tipo, ognuno con il suo trauma (infantile e non), irriverenti rivisitazioni ucroniche della storia di Giovanna la Pazza, improbabili rock band contro Dracula...
Di questo e molto altro sono fatti i film di exploitation, un genere trasversale che attraversa tutti i generi - dall’horror alla fantascienza, dal thriller all’action, dal noir all’erotico - e fa del profitto la sua stessa ragione di vita. Però, usando una materia così “vile” come mezzo di espressione, un drappello di spavaldi registi ha avuto la libertà di realizzare anche opere profonde, complesse e artisticamente uniche.
Questo libro - il primo di due volumi separati - compie un affascinante viaggio tra una moltitudine di film autenticamente originali, ripercorrendo con rispetto e rigore critico la carriera di alcuni dei maggiori autori di questo “super genere”, presente nelle cinematografie di tutto il mondo.
Il secondo volume si occuperà dei registi appartenenti al cosiddetto “Resto del Mondo”, a voler essere un po’ eurocentrici. In questo primo volume, invece, sono di scena i registi europei, di ciascuno dei quali viene tracciata la parabola artistica in modo ampio e articolato: Pete Walker (La casa del peccato mortale), alfiere dell’horror politico e crudele; Jesus Franco (Vampyros Lesbos), infaticabile autore di circa 200 film, alcuni inguardabili, altri sublimi; José Ramón Larraz (Symptoms l’incubo dei sensi), fumettista passato con successo al cinema; Jean Rollin (Fascination), poeta dell’exploitation erotica; Paul Naschy/Jacinto Molina (El caminante), il licantropo che volle farsi regista; Norman J. Warren (Inseminoid), abile e tenace rielaboratore di trame fantahorror.
In appendice al capitolo su Pete Walker, un’intervista esclusiva a David McGillivray, sceneggiatore dei migliori horror di Walker e non solo, oltre che saggista, commediografo, attore e molto altro ancora."



mercoledì 4 marzo 2015

The Night We Called It a Day: il nuovo video di Bob Dylan

Il nuovo video di Bob Dylan è dedicato alla canzone The Night We Called It a Day, tratta dall’album di standard sinatriani Shadows in the Night, ed è un divertito omaggio al mondo del noir, del quale recupera le scelte figurative, con un bianco e nero modulato in ombre e luci, e i personaggi tipici, non esclusa la dark lady, che del noir è presenza caratteristica e quasi imprescindibile.

Come ho scritto più volte, anche nel mio Il cinema di Bob Dylan, Dylan ha spesso mostrato interesse per il cinema e per il cinema noir in particolare. Già una volta aveva tentato di utilizzarne stili e contenuti per un video, ma quella volta l’esperimento era sostanzialmente fallito, pur se i presupposti sembravano ideali. Il regista prescelto infatti era Paul Schrader, un autore di tutto rilievo, avvezzo ad aggirarsi nei meandri esistenziali dei thriller neo-noir. Anche la canzone prescelta quella volta (Tight Connection to My Heart) era “giusta” perché ricca in sé di riferimenti a quel mondo con citazioni bogartiane o comunque hard-boiled e una “storia” che era un film in miniatura, opaca e sfuggente come quelle dei noir. E tutto l’album da cui quella canzone era tratta (Empire Burlesque) si segnalava per un gioco di rimandi e citazioni cinematografiche. La scarsa convinzione di Schrader e un approccio forse troppo moderno e di (volontaria o involontaria) parodia portarono alla scarsa riuscita del tentativo, all’interno del quale Bob Dylan, come “attore”, risultava spaesato.

Gli ultimi video mostrano invece un Dylan più a suo agio, fermamente intenzionato a divertirsi impersonando dei cliché che gli sono evidentemente cari. Nash Edgerton, regista di tutti gli ultimi video di Dylan, sembra aver trobvato la chiave giusta per valorizzarlo con una sapiente miscela di anticonformismo, ironia ed eleganza formale, spesso all’insegna di una violenza che nel caso del video di Duquesne Whistle era “realistica” e metaforica e qui è invece chiaramente ironica e, se può esserlo la violenza, nostalgica.

Bob Dylan, in un ruolo affabilmente bogartiano, è affiancato in modo godibile da un veterano di Hollywood come Robert Davi (Trappola di cristallo e moltissimi altri film), faccia giusta da gangster se mai ve ne sono state, e si esibisce in un simpatico intreccio da doppio-triplo gioco, cui si presta anche una bionda dark lady dallo sguardo assassino, interpretata in modo più che adeguato da Tracy Phillips.

L’effetto complessivo è gradevole e a volte spiazzante. La ricerca formale non è tanto rivolta a una ricreazione esatta del noir degli anni ‘40, quanto a quella della sua “idea”, del suo “mito” e in questo senso si giustificano anacronismi e apparenti imprecisioni filologiche. Come nel caso di Duquesne Whistle, ciò che accade nel video non ha diretto collegamento con la canzone, ma se in quel caso esprimeva comunque in un certo modo l’anima dell’album da cui era tratta (Tempest), in questo caso rimanda al mondo fumoso e torbido dei night club cui The Night We Called It a Day comunque appartiene.



Il video è facilmente vedibile su YouTube.

martedì 24 febbraio 2015

Topolino Story

Come ho già scritto altre volte in questo blog, non mi pare il caso di segnalare le varie ristampe di mie storie disneyane, qui e là, in Italia e all'estero. Però talvolta, per un motivo o per l'altro, faccio delle eccezioni. Questa - come scriveva Lee Falk in alcune storie dell'Uomo Mascherato - è una di quelle volte. Non tanto per la storia, quanto per le due pagine che mi hanno gentilmente dedicato all'interno del volume, ripercorrendo la mia carriera, disneyana e no. Non c'è, né poteva esserci, tutto, ma è richiamato molto di quello che ho fatto nel corso del tempo.

Parlo, come i più avvertiti avranno intuito dal titolo di questo post, del primo numero della nuova Topolino Story che è uscito oggi assieme al Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport (vi lascio indovinare quale dei due ho comperato io). La vecchia serie si era fermata al 1978, proprio l'anno in cui ho cominciato a collaborare a Topolino (anche se la mia prima storia è stata pubblicata l'anno successivo). Questa serie inizia con il 1980, forse perché piaceva il numero tondo a inizio decade. Il 1979, comunque, verrà allegato al secondo numero, quello del 1981. Una iniziativa interessante, curata da Gianni Bono, che è sempre garanzia di qualità. Tra gli autori dei testi anche l'ottimo Luca Boschi. Le due pagine dedicate a me, leggo dal colophon, le ha scritte Gabriele Ferrero, che ringrazio.

Nel volume c'è anche una mia storia, Topolino e la banda del black-out che ricordo con piacere perché l'ha disegnata Giovan Battista Carpi, uno dei grandi dell'empireo disneyano. Rileggendola, mi è venuto in mente di quando l'ho scritta e mi è sembrato sia avvenuto qualche era geologica fa. In effetti.

domenica 22 febbraio 2015

Monnezza amore mio di Tomas Milian con Manlio Gomarasca

Le autobiografie dei personaggi dello spettacolo possono essere una lettura estremamente interessante perché ci permettono di conoscere qualcosa della vita e delle motivazioni che li hanno spinti a scegliere e a percorrere la loro strada. Nel caso di registi o sceneggiatori ci permettono di comprendere meglio le loro opere e che cosa vi era dietro (la bellissima autobiografia di Roman Polanski è un esempio calzante, ma ancora più mirabile ho trovato quella di Akira Kurosawa). Nel caso degli attori ci permettono di scoprire l’uomo (o la donna) dietro il simulacro che ci ha catturato sullo schermo. Le autobiografie di Christopher Lee e Peter Cushing, per esempio, pur se scritte con il naturale riserbo britannico (oltre che con lo humour altrettanto britannico), raccontano parecchio della personalità di quei due campioni dello schermo.

Tomas Milian è un attore dalle grandissime capacità, che ha posto al servizio di film di ogni genere, interpretando ogni tipo di ruoli. Seguendo la sua carriera nel corso degli anni - credo che il suo primo film che vidi fu Vamos a matar compañeros (in un cinema di Rovereto che naturalmente non esiste più; il cinema, non Rovereto) qualcosa come più di 40 anni fa, eppure lui me lo ricordo ancora, in quel film - mi ero fatto l’idea di un attore impegnato, serio, capace di agire per sottrazione quando serviva, che poi si era prestato al cinema commerciale con piacere ma anche per necessità, privilegiando quando poteva i ritorni al cinema “alto”. Leggere la sua autobiografia, Monnezza amore mio (Rizzoli, 302 pagg., € 18,50) - scritta con Manlio Gomarasca, grande esperto di cinema di genere e co-fondatore di quella strabiliante anomalia del mercato editoriale che è la rivista Nocturno - mi ha permesso di scoprire che, almeno in parte, mi sbagliavo. Milian traccia con ammirevole e sorprendente candore la sua parabola artistica lasciando capire come sia sempre stato un “naturale”, una persona nata per recitare, un istintivo nelle sue scelte e per nulla un intellettuale (almeno non nel senso che si dà comunemente alla parola). Se per i critici i film di Monnezza sono quasi un peccato da cui lui debba emendarsi in qualche modo - o sia stato emendato dalle altre cose più impegnate che ha fatto (e curiosamente proprio in questi giorni leggevo una recensione a uno dei film di Nico Giraldi su un vecchio numero della Rivista del Cinematografo in cui il recensore biasimava che Milian fosse tornato a quelle bassezze dopo aver fatto pensare a una rinascita con la sua partecipazione al bertolucciano La luna) - per Milian sono in un certo senso l’apice della sua carriera, non solo per il personaggio (ma molto anche per quello), ma anche perché, in quanto popolarissimi, hanno segnato la sublimazione del suo ruolo di attore, grazie all’incontro con il grande pubblico.

Ed è curioso anche l’utilizzo di Monnezza stesso - in una sorta di sdoppiamento della personalità - quale controcanto, espresso nel romanesco che tutti ci immaginiamo nella dizione di Ferruccio Amendola (il doppiatore di MIlian in quei film), a commentare e controbattere le affermazioni di Milian nel libro. L’effetto è spesso spiazzante, talvolta petulante, ma comunque originale.

Milian ripercorre le varie fasi della sua carriera soffermandosi sui momenti per lui più significativi con aneddoti sempre molto affascinanti e caratterizzati da una schiettezza a volte anche cruda, senza mai cercare l’autoincensamento, ma semmai talvolta sminuendo i propri esiti. Da Antonioni (per cui Milian interpretò in modo estremamente sobrio ed efficace Identificazione di una donna: la sobrietà di Milian in quel film mi ha sempre ricordato quella di Nicholson, altro mattatore dello schermo, in Professione: reporter sempre di Antonioni) a Dennis Hopper (con il suo delirante The Last Movie), a Bombolo (partner in molti film), sono molti i personaggi tratteggiati in modo vivido e inedito, dando spazio anche ai drammi umani che hanno segnato la sua vita.

Viene anche spiegata in qualche modo la sua “fuga” dall’Italia con l’approdo - o meglio, il ritorno - in America per una nuova fase della sua carriera che lo ha fatto in qualche modo uscire dai radar del pubblico italiano, per tornarvi solo occasionalmente con alcuni film di maggior risalto anche qui da noi, come Traffic di Soderbergh od Oltre ogni rischio di Abel Ferrara. Purtroppo l’ampiezza della carriera di Milian e lo spazio ristretto del libro lasciano fuori molte delle sue interpretazioni (per esempio mi sarebbe piaciuto sapere qualcosa di più sulla sua partecipazione a quel curioso film di Damiani, Gioco al massacro, in cui faceva coppia con Elliott Gould), ma questo era inevitabile.

Scorrevole e ricco di fatti e considerazioni, è un libro di grande interesse che vale senz’altro la pena di leggere, per incontrare di persona un attore che abbiamo visto così tante volte - e sempre con ammirazione - sullo schermo.

giovedì 19 febbraio 2015

La piramide

L'accoppiata composta da Alexandre Aja e Grégory Levasseur - qui nel ruolo rispettivamente di produttore e regista (esordio nel ruolo per Levasseur) - ci propone La piramide, da oggi nelle sale, un nuovo film che trae spunto dall'affascinante e ricca mitologia dell'antico Egitto, lasciando perdere le mummie, ma facendo ampio uso di molto altro.

Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies non ha che da cliccare qui, come al solito. Non mi dilungo quindi in questa sede sul film se non per sottolineare come, in un momento di evidente riflusso del formato del found-footage, se ne cominci a fare un uso "imbastardito", cercando di trarre vantaggio dalle sue peculiarità senza essere penalizzato dalle sue evidenti limitazioni a lungo andare. Una nuova tendenza di cui prendere atto, per il momento. Vedremo se avrà sviluppi.

Qui sopra, Ashley Hinshaw, la protagonista femminile del film.