Investito da un’auto e perciò ricoverato in ospedale per cure e rieducazione, l’indaffarato architetto Massimo coglie l’occasione per leggere in anteprima il romanzo scritto dalla moglie, ancora in forma di manoscritto. Il titolo del romanzo è Gli scacchi della vita e racconta di una vita decisa da una partita a scacchi. Senza sapere come, Massimo si ritrova in un non-luogo e in un non-tempo, intento a giocare una partita a scacchi con uno sconcertante personaggio che gli ha promesso che alla fine della partita avrà tutte le risposte che cerca. E che però a ogni pedina mangiata dovrà rispondere a una domanda, potendo comunque fare altrettanto. Incuriosito e in ogni caso senza scelta, Massimo accetta e comincia la partita, rivivendo nell’occasione i momenti salienti e dolorosi della propria vita. E un terribile segreto che aveva cercato di dimenticare.
Dopo una serie di prove in crescendo (culminate con Weekend tra amici), per il suo nuovo film, Gli scacchi della vita, tratto da un racconto di Gordiano Lupi, il giovane regista Stefano Simone cambia registro narrativo e si addentra in una riflessione metafisica sul senso della vita e, probabilmente, sulla possibilità di riscatto e resipiscenza che ognuno, qualunque siano le sue colpe, mantiene. La materia è quindi di quelle complesse, difficile da affrontare e, soprattutto, da rendere senza incorrere nello scontato e nel già visto: il viaggio metafisico nell’esistenza e la partita a scacchi come simbolo del rapporto tra la vita e la morte in un gioco surreale dove qua e là trapela qualche indiretta eco bergmaniana e qualche rimando, forse, al Tornatore di Una pura formalità.
Di sicuro è un film ambizioso, per i temi trattati e per il fatto d’averli voluti trattare. Si tratta di argomenti di spessore, spesso affrontati con difficoltà dal cinema e solo talvolta con efficacia. Il risultato, diversamente da quanto era successo con il precedente film di Simone, non è all’altezza delle ambizioni, ma anche le ambizioni sono in questo caso maggiori. Pur confermando buone qualità nella messa in scena e nella scelta delle immagini, Simone non riesce a evitare le secche di una certa schematicità e prevedibilità (il sottofinale, per fare un esempio, è piuttosto telefonato, anche se sicuramente in linea con lo sviluppo e le intenzioni della storia).
I ricordi giovanili del personaggio - con il trauma di essere figlio di una prostituta - sono un po’ troppo monocordi e insistiti nel ribadire il concetto dell’isolamento del personaggio. Lo sviluppo della situazione riesce comunque a delineare efficacemente le motivazioni all’origine delle scelte da lui compiute e alcune svolte hanno un apprezzabile effetto drammatico. Alcune lungaggini nella narrazione rallentano però un po’ troppo il procedere della storia, forse perché non c’è abbastanza materia narrativa per sostenere un lungometraggio.
Nonostante la tematica, il film rifugge le tenebre e privilegia atmosfere assolate, contrastate e quasi iperrealistiche, anche nella scelta dei colori. La scelta di privilegiare, nelle ambientazioni, contorni periferici, dismessi o capannoni industriali deserti è azzeccata e rende il senso del degrado e dell’abbandono.
La recitazione è un po’ diseguale negli esiti se non nell’impegno. Per la misura e la naturalezza dell’interpretazione, nel cast si segnala soprattutto Michael Segal, la cui esperienza recitativa (vanta già un buon numero di film al suo attivo, tra cui, in campo horror, alcuni diretti da Ivan Zuccon) si fa sentire nell’efficacia dei risultati. Buona anche la prova di Antonio Potito nel ruolo di un barbone amante degli scacchi che cerca senza troppa fortuna di consigliare per il meglio il protagonista da giovane. Filippo Totaro, alle prese con il ruolo probabilmente più difficile, tende talvolta ad andare un po’ sopra le righe, ma nel complesso riesce a rendere con sufficiente abilità la cruciale ambiguità del suo personaggio. Libero Troiano, nel ruolo di Massimo giovane, alterna momenti di efficacia ad altri di minore resa drammatica, probabilmente per inesperienza.
In generale, parte del cast risente forse della difficoltà dei ruoli. Talvolta la materia è troppo impegnativa e insidiosa e, per una buona resa drammatica, avrebbe richiesto una recitazione più professionale. O magari un uso diverso del montaggio e delle inquadrature per ovviare al problema e cercare di minimizzarlo. Difetti di esperienza. Infatti le sequenze migliori sono quelle, soprattutto nella seconda parte del film, in cui la narrazione è lasciata all’interazione tra le immagini e la colonna sonora, generalmente efficace nel rendere il respiro drammatico della storia.
Visualizzazione post con etichetta Weekend tra amici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Weekend tra amici. Mostra tutti i post
mercoledì 8 aprile 2015
sabato 27 luglio 2013
Weekend tra amici
Gianni, Marco, Stefano e Fabrizio sono quattro amici di vecchia data con in comune una grande passione calcistica (per squadre diverse, mai nominate esplicitamente). Alcuni di loro hanno difficoltà di vario genere, ma le superano pur di godersi in santa pace in Tv - come fanno ogni anno - un weekend calcistico in una villetta fuori mano affittata appositamente: l’occasione, come sempre, è un torneo quadrangolare con le squadre per cui, rispettivamente, fanno il tifo. Solo che la pace è più presunta che reale: antiche recriminazioni, problemi quotidiani e tifo calcistico creano tensione. Il torneo subisce un imprevisto rinvio e i quattro anticipano la cena in attesa dell’inizio. Ma le cose non vanno come era previsto e la violenza dilaga.
La situazione di partenza è abbastanza tipica: un gruppo di amici cerca la serenità e una pausa dalle angustie quotidiane in un rito calcistico-amichevole che però ormai è corrotto dal passare del tempo e forse non è mai stato così innocente. Il calcio è l’unica cosa che li unisce ancora, ma proprio il calcio più che una vera passione è in fondo un pretesto: ai quattro non interessa più molto, è solo un modo per vivere in forma vicaria lotte e vendette che si vorrebbero tenere lontane dalla realtà. Finché è possibile. Le ripicche, le delusioni, le invidie sono infatti un ostacolo alla riemersione dell’antica familiarità. Il regista Stefano Simone inscena con abilità l’inquietudine crescente, la tensione strisciante, tra tentativi di familiarizzare e battute infelici e cattive che colpiscono duro proprio chi è più in difficoltà. La ferocia esplode improvvisa, però quasi inevitabile. Ma se il primo delitto risulta credibile nella sua dinamica e nella sua esplosiva causalità, diverso è il caso del secondo delitto che, se pur astutamente giocato sull’inversione delle aspettative, risulta piuttosto forzato. è però il segnale della natura di thriller “filosofico” del film. La credibilità della conclusione dipende molto dall’atteggiamento del singolo spettatore verso questa caratteristica. La svolta, comunque, è nel complesso ben gestita, nei limiti del possibile, anche se il finale manca del colpo d’ala e risulta sostanzialmente ineluttabile.
Discreta nel complesso la prova degli attori, con una menzione particolare per Matteo Perillo che affronta con convinzione il personaggio forse più complesso. Valida la sceneggiatura di Francesco Massaccesi, articolata e brillante nei dialoghi. Il soggetto presenta invece delle forzature proprio per la necessità di dare corpo alla “filosofia” del film.
Stefano Simone - del suo precedente film ho scritto qui - realizza sicuramente il suo miglior film sino a oggi e il fatto che la crescita qualitativa delle sue opere sia costante fa ben sperare per il futuro. La sua regia è fluida e sicura, le inquadrature sono sempre ben scelte e rifuggono dalla forzata sperimentalità dell’esordiente.
La situazione di partenza è abbastanza tipica: un gruppo di amici cerca la serenità e una pausa dalle angustie quotidiane in un rito calcistico-amichevole che però ormai è corrotto dal passare del tempo e forse non è mai stato così innocente. Il calcio è l’unica cosa che li unisce ancora, ma proprio il calcio più che una vera passione è in fondo un pretesto: ai quattro non interessa più molto, è solo un modo per vivere in forma vicaria lotte e vendette che si vorrebbero tenere lontane dalla realtà. Finché è possibile. Le ripicche, le delusioni, le invidie sono infatti un ostacolo alla riemersione dell’antica familiarità. Il regista Stefano Simone inscena con abilità l’inquietudine crescente, la tensione strisciante, tra tentativi di familiarizzare e battute infelici e cattive che colpiscono duro proprio chi è più in difficoltà. La ferocia esplode improvvisa, però quasi inevitabile. Ma se il primo delitto risulta credibile nella sua dinamica e nella sua esplosiva causalità, diverso è il caso del secondo delitto che, se pur astutamente giocato sull’inversione delle aspettative, risulta piuttosto forzato. è però il segnale della natura di thriller “filosofico” del film. La credibilità della conclusione dipende molto dall’atteggiamento del singolo spettatore verso questa caratteristica. La svolta, comunque, è nel complesso ben gestita, nei limiti del possibile, anche se il finale manca del colpo d’ala e risulta sostanzialmente ineluttabile.
Discreta nel complesso la prova degli attori, con una menzione particolare per Matteo Perillo che affronta con convinzione il personaggio forse più complesso. Valida la sceneggiatura di Francesco Massaccesi, articolata e brillante nei dialoghi. Il soggetto presenta invece delle forzature proprio per la necessità di dare corpo alla “filosofia” del film.
Stefano Simone - del suo precedente film ho scritto qui - realizza sicuramente il suo miglior film sino a oggi e il fatto che la crescita qualitativa delle sue opere sia costante fa ben sperare per il futuro. La sua regia è fluida e sicura, le inquadrature sono sempre ben scelte e rifuggono dalla forzata sperimentalità dell’esordiente.
Iscriviti a:
Post (Atom)

