Proseguo nella presentazione del contenuto del mio ultimo libro, Il cinema dell’eccesso vol. 2 - Stati Uniti e Resto del mondo (Crac edizioni) arrivando al terzo capitolo, dedicato a una strana coppia dell’exploitation, formata dai coniugi Findlay, Michael e Roberta. Difficile trovare qualcosa di più strano. Negli anni in cui hanno formato un sodalizio, lui fungeva da regista e spesso da attore protagonista, mentre lei, ben più giovane, era la sua musa, interpretava spesso parti di contorno e talvolta co-firmava la regia. Siamo all’interno dell’exploitation più selvaggia, nell’ambito dei cosiddetti roughies, quel genere di film succeduti ai nudies puri e semplici, nel quale anche Doris Wishman, di cui ho parlato nel capitolo 2, si era cimentata. Come la Wishman, ma forse anche di più, Michael Findlay era un regista del tutto anomalo, particolare. Sicuramente non un regista per il quale era fondamentale girare in modo elegante, ma altrettanto sicuramente un regista capace di sorprendere per la bizzarria delle sue opere (in uno dei suoi primi film c’è persino Yoko Ono come attrice!). Talvolta grezzo, tirato via, ma spesso ricco di un fascino morboso, il suo cinema passa da nefandezze paradossali (come i suoi film “vendicativi” e misogini appartenenti alla cosiddetta Trilogia della carne) a curiosissime riflessioni erotico-bucolico-filosofiche come Mnasidika. La sua carriera, dalle prospettive diventate sempre più asfittiche col passare del tempo, ha seguito la consueta parabola dei registi di exploitation di quegli anni, caduta nel porno compresa, ma è stata segnata alla fine da un destino decisamente avverso: prima la strana vicenda del film Snuff (“read all about it”, come dicevano gli strilloni una volta, nel libro) e poi l’improvvisa morte in un incidente d’elicottero dai contorni incredibili.
Roberta, dalla quale Michael era già separato all’epoca della morte, ha proseguito la sua carriera da sola dimostrando un maggiore pragmatismo e probabilmente una minore originalità d’autrice. Insediatasi comodamente nella scena porno, come regista, ne ha fatto parte per parecchio tempo senza particolari problemi o ripensamenti, riposizionandosi poi nel cinema “normale” con diversi piccoli horror di qualità altalenante, ma senza che anche nei momenti buoni l’altalena si elevasse più di tanto. Poi, a un certo punto, si è fermata senza rimpianti: la scena in cui operava semplicemente non esisteva più e lei, resasene conto, si è fatta da parte. In sostanza, un’altra vicenda umana e autoriale da approfondire possibilmente attraverso la lettura del libro.
Qui sopra un'immagine da L'oracolo di Roberta Findlay.
Visualizzazione post con etichetta exploitation. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta exploitation. Mostra tutti i post
sabato 30 luglio 2016
venerdì 8 maggio 2015
Il cinema dell’eccesso (CRAC Edizioni): cosa c’è dentro. Cap. 3 Jesus Franco
Dato che non c’è due senza tre, soprattutto in un libro con sei capitoli, proseguo nell’opera di presentazione del contenuto del mio nuovo libro, Il cinema dell’eccesso - Vol. 1 Europa (Crac Edizioni), occupandomi, dopo i primi due dedicati a Pete Walker e Jean Rollin, al terzo capitolo che ha per oggetto Jesus Franco.
Franco è forse il paradigma del regista di exploitation perché nessun altro come lui è andato sino in fondo al significato stesso della parola, realizzando un numero incredibile di film e spaziando per ogni genere e sottogenere, in produzioni che con il passare degli anni hanno visto i budget assottigliarsi sempre più - tranne qualche rara eccezione - arrivando a livelli quasi da cinema amatoriale, sempre senza perdere l’aplomb del regista in qualche modo comunque “autore”.
In questo caso il mio articolo su Segnocinema, pubblicato nell’ormai lontanissimo 2000, ha fornito poco più di una traccia e il capitolo, che è decisamente il più lungo del libro, è stato oggetto di una notevole riscrittura e di un altrettanto notevole ampliamento, per coprire non solo la produzione successiva di Franco, ma anche e soprattutto quella antecedente che allora non avevo potuto vedere. Sembra difficile immaginarlo adesso, infatti, ma in questi 15 anni la quantità di film che sono riemersi dal dimenticatoio dei magazzini cinematografici è soprendente e pellicole che si pensava non sarebbero più state visibili sono tornate più belle e più superbe che pria. Nel 2000, ricordo, già pareva molto poter accedere alle vhs della Redemption, ma poi si sono aperte le cateratte. Per fortuna, inutile aggiungere. Un giorno bisognerà fare una riflessione ampia e articolata sull’importanza del passaggio al dvd che si è rivelato un formato assai più cinefilo rispetto al vhs (e se qualcuno questa riflessione l’ha già fatta, magari me la sono persa o l’ho dimenticata).
Rientro in tema per sottolineare che il capitolo ripercorre con dovizia in oltre 100 pagine la straordinaria carriera di Franco dagli albori spagnoli all’epilogo un po’ malinconico e altrettanto spagnolo (con film come Paula-Paula e Al Pereira vs. the Alligator Ladies, da vedere per credere), con parecchio girovagare in mezzo, da ogni paese europeo agli Stati Uniti. Dalle commedie come Vampiresas 1930 ai primi horror come Il diabolico dott. Satana e il notevole Sinfonia per un sadico, dai noir crepuscolari come La spia sulla città al “west” singolarissimo di Sfida selvaggia, da deliri pop fumettistici di Agente speciale L.K. a quelli ancora più pop e sensuali di Rote lippen a quelli esistenzial-godardiani di Delirium. Per poi passare ai fasti del periodo dei film prodotti da Harry Alan Towers - chi si ricorda la Justine con Romina Power? (tutti, penso) - al cosiddetto periodo Dietrich e via via, senza trascurare l’importanza delle sue muse, da quella olimpica e inarrivabile (Soledad Miranda) a quella più carnale e disponibile e per questo forse meno apprezzata dai più (Lina Romay).
Ma qui non posso nemmeno provare a tracciare un percorso che nel libro invece compio con una certa dovizia: troppi sono i film, troppe le suggestioni, troppi i temi e gli spunti di un regista capace di dirigere film antitetici su temi analoghi come Il conte Dracula, Dracula contro Frankenstein e Vampyros Lesbos. Nel cinema di Franco il “troppo” è forse l’elemento caratterizzante, ma a segnalare un eccesso voluto e di per se stesso da considerarsi una sfida al destino e alle convenzioni. Anticonvenzionale e anticonformista, Franco non ha voluto conformarsi alla moderazione e ha filmato contro ogni moderazione, anche, forse, contro il suo stesso interesse, sminuendo in parte, con una convulsa filmografia affastellata di titoli anche trascurabili, la sua caratura di autore costruita con pellicole invece di indubbio interesse che testimoniavano anche un rigore artistico e delle invenzioni non comuni.
Figura controversa ma certamente non trascurabile, Franco ha riassunto in sé gli splendori e le miserie dell’exploitation, ma è stato, forse anche per questo, un autore a tutto tondo. Un autore capace, per tanti motivi, di grandi squilibri qualitativi all’interno della sua produzione e in questo senso, forse, questo capitolo può essere utile, oltre a chi lo conosce e lo apprezza, anche a chi voglia cominciare ad approfondire la sua opera.
Inutile dire che la copertina del libro è dedicata proprio a Jesus Franco.
Franco è forse il paradigma del regista di exploitation perché nessun altro come lui è andato sino in fondo al significato stesso della parola, realizzando un numero incredibile di film e spaziando per ogni genere e sottogenere, in produzioni che con il passare degli anni hanno visto i budget assottigliarsi sempre più - tranne qualche rara eccezione - arrivando a livelli quasi da cinema amatoriale, sempre senza perdere l’aplomb del regista in qualche modo comunque “autore”.
In questo caso il mio articolo su Segnocinema, pubblicato nell’ormai lontanissimo 2000, ha fornito poco più di una traccia e il capitolo, che è decisamente il più lungo del libro, è stato oggetto di una notevole riscrittura e di un altrettanto notevole ampliamento, per coprire non solo la produzione successiva di Franco, ma anche e soprattutto quella antecedente che allora non avevo potuto vedere. Sembra difficile immaginarlo adesso, infatti, ma in questi 15 anni la quantità di film che sono riemersi dal dimenticatoio dei magazzini cinematografici è soprendente e pellicole che si pensava non sarebbero più state visibili sono tornate più belle e più superbe che pria. Nel 2000, ricordo, già pareva molto poter accedere alle vhs della Redemption, ma poi si sono aperte le cateratte. Per fortuna, inutile aggiungere. Un giorno bisognerà fare una riflessione ampia e articolata sull’importanza del passaggio al dvd che si è rivelato un formato assai più cinefilo rispetto al vhs (e se qualcuno questa riflessione l’ha già fatta, magari me la sono persa o l’ho dimenticata).
Rientro in tema per sottolineare che il capitolo ripercorre con dovizia in oltre 100 pagine la straordinaria carriera di Franco dagli albori spagnoli all’epilogo un po’ malinconico e altrettanto spagnolo (con film come Paula-Paula e Al Pereira vs. the Alligator Ladies, da vedere per credere), con parecchio girovagare in mezzo, da ogni paese europeo agli Stati Uniti. Dalle commedie come Vampiresas 1930 ai primi horror come Il diabolico dott. Satana e il notevole Sinfonia per un sadico, dai noir crepuscolari come La spia sulla città al “west” singolarissimo di Sfida selvaggia, da deliri pop fumettistici di Agente speciale L.K. a quelli ancora più pop e sensuali di Rote lippen a quelli esistenzial-godardiani di Delirium. Per poi passare ai fasti del periodo dei film prodotti da Harry Alan Towers - chi si ricorda la Justine con Romina Power? (tutti, penso) - al cosiddetto periodo Dietrich e via via, senza trascurare l’importanza delle sue muse, da quella olimpica e inarrivabile (Soledad Miranda) a quella più carnale e disponibile e per questo forse meno apprezzata dai più (Lina Romay).
Ma qui non posso nemmeno provare a tracciare un percorso che nel libro invece compio con una certa dovizia: troppi sono i film, troppe le suggestioni, troppi i temi e gli spunti di un regista capace di dirigere film antitetici su temi analoghi come Il conte Dracula, Dracula contro Frankenstein e Vampyros Lesbos. Nel cinema di Franco il “troppo” è forse l’elemento caratterizzante, ma a segnalare un eccesso voluto e di per se stesso da considerarsi una sfida al destino e alle convenzioni. Anticonvenzionale e anticonformista, Franco non ha voluto conformarsi alla moderazione e ha filmato contro ogni moderazione, anche, forse, contro il suo stesso interesse, sminuendo in parte, con una convulsa filmografia affastellata di titoli anche trascurabili, la sua caratura di autore costruita con pellicole invece di indubbio interesse che testimoniavano anche un rigore artistico e delle invenzioni non comuni.
Figura controversa ma certamente non trascurabile, Franco ha riassunto in sé gli splendori e le miserie dell’exploitation, ma è stato, forse anche per questo, un autore a tutto tondo. Un autore capace, per tanti motivi, di grandi squilibri qualitativi all’interno della sua produzione e in questo senso, forse, questo capitolo può essere utile, oltre a chi lo conosce e lo apprezza, anche a chi voglia cominciare ad approfondire la sua opera.
Inutile dire che la copertina del libro è dedicata proprio a Jesus Franco.
domenica 29 marzo 2015
Il cinema dell’eccesso (CRAC Edizioni): cosa c’è dentro. Cap. 1 Pete Walker
Per presentare al meglio il mio nuovo libro uscito da poco - Il cinema dell’eccesso Vol. 1 Europa (Crac Edizioni) - mi sembra opportuno dare un’indicazione abbastanza precisa del suo contenuto. Così chi dovesse essere interessato all’argomento può sapere se, in linea di massima, il libro può rispondere alle sue esigenze.
Il libro si occupa del cinema di exploitation - genere trasversale che percorre molti generi, ma ha profonde radici nell’horror e in altri generi estremi - attraverso alcuni dei suoi autori principali. Ho scelto questo approccio per seguire e sottolineare il percorso autoriale di questi registi, dando loro la massima attenzione critica. Ho esaminato quanti più film possibile cercando di delineare la parabola creativa di ciascuno.
Detto questo, mi sembra giusto dedicare un post a ciascuno dei capitoli di cui si compone il libro, partendo dal primo, che si occupa di Pete Walker, regista inglese, noto soprattutto per i suoi feroci horror che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del genere anche se non sono stati premiati da un adeguato successo commerciale.
Nel primo capitolo del libro ripercorro gli inizi di Walker nel cinema erotico, le incursioni nel noir e nel thriller fino ad arrivare all’esplosione horror e alle indecisioni finali. Il tutto nell’arco di una carriera durata una qundicina danni: non molti, ma intensi. Alla base c’è il mio articolo della serie Kings of Exploitation pubblicato su Segnocinema ormai 13 anni fa, ma proprio il tempo trascorso mi ha permesso di allargare il campo d’analisi a film che all’epoca non avevo potuto vedere (e di rivisitare laddove necessario quelli già visti). Ci sono quindi film come, per esempio, Man of Violence, Strip Poker o Home Before Midnight, quest’ultimo un curioso ritorno a tematiche sexploitative in chiave melodrammatica. Ma naturalmente non mancano i film più celebrati, da Nero Criminale a La casa del peccato mortale, horror indimenticabili che hanno precorso i tempi. Pochi autori sono riusciti a coniugare critica sociale e horror feroce in modo così efficace restando fermamente all’interno di un realismo dal quale ogni concessione al soprannaturale è sostanzialmente bandita. Le belve sono tra noi, era infatti il sottotitolo italiano di Nero criminale.
Inoltre, c’è un’intervista esclusiva a David McGillivray condotta appositamente per questo libro. McGillivray è stato lo sceneggiatore con cui Walker ha stretto un fortunato sodalizio creativo proprio per i suoi celebrati horror e anche per questo è stato un piacere poterlo intervistare. Ma oltre agli horror per Walker, McGillivray ha sceneggiato altri film interessanti - dentro e fuori dall’horror - oltre ad aver avuto una carriera intensa, tutt’ora in corso, in praticamente tutti i media. Per cui, credo, l'intervista - che non si limita solo al suo lavoro con Walker - si presenta di particolare interesse. Ho colto l'occasione, tra l'altro, nella parte introduttiva all'intervista, di occuparmi di un interessante cortometraggio horror del 1980 (The Errand), scritto da McGillivray e, direi, non molto noto.
Personaggio interessante e unico anche nella sua parabola umana, Walker è un regista da scoprire e riscoprire, così come i suoi film sono da vedere e rivedere. Spero che il libro possa servire anche a questo.
lunedì 9 marzo 2015
Il cinema dell'eccesso (CRAC Edizioni): il mio nuovo libro
Come da oggetto, è uscito il mio nuovo libro. Si intitola Il cinema dell'eccesso - vol. 1 Europa (da cui i più arguti intuiranno che non è finita qui) ed è edito da Crac Edizioni (318 pagine, € 24). Tornerò a scriverne abbondantemente nei prossimi giorni. Per il momento mi preme segnalare che, oltre che in libreria, il libro è acquistabile presso la casa editrice e presso i consueti siti di vendita on line, tra cui Amazon, Ibs, Mondadori e Libreria Universitaria.
A titolo informativo, riporto quanto è contenuto nella scheda sul volume, così potete avere un'idea di cosa contiene:
"Alieni proteiformi e assassini coinvolti in strani ménage a trois ad alto tasso erotico, casalinghe col vizio del cannibalismo e la passione per il trapano elettrico, prigioni femminili in località tropicali con torride rivoluzionarie contro il potere, irsuti licantropi ispano-polacchi contro i samurai nel Giappone medievale, vampire di ogni ordine e grado assetate di sangue (e non solo), giustizieri della notte privati della parola ma non della capacità di reagire con violenza inaudita, bizzarre riletture fumettistiche e metacinematografiche della figura dell’agente segreto, psicopatici e psicopatiche di vario tipo, ognuno con il suo trauma (infantile e non), irriverenti rivisitazioni ucroniche della storia di Giovanna la Pazza, improbabili rock band contro Dracula...
Di questo e molto altro sono fatti i film di exploitation, un genere trasversale che attraversa tutti i generi - dall’horror alla fantascienza, dal thriller all’action, dal noir all’erotico - e fa del profitto la sua stessa ragione di vita. Però, usando una materia così “vile” come mezzo di espressione, un drappello di spavaldi registi ha avuto la libertà di realizzare anche opere profonde, complesse e artisticamente uniche.
Questo libro - il primo di due volumi separati - compie un affascinante viaggio tra una moltitudine di film autenticamente originali, ripercorrendo con rispetto e rigore critico la carriera di alcuni dei maggiori autori di questo “super genere”, presente nelle cinematografie di tutto il mondo.
Il secondo volume si occuperà dei registi appartenenti al cosiddetto “Resto del Mondo”, a voler essere un po’ eurocentrici. In questo primo volume, invece, sono di scena i registi europei, di ciascuno dei quali viene tracciata la parabola artistica in modo ampio e articolato: Pete Walker (La casa del peccato mortale), alfiere dell’horror politico e crudele; Jesus Franco (Vampyros Lesbos), infaticabile autore di circa 200 film, alcuni inguardabili, altri sublimi; José Ramón Larraz (Symptoms l’incubo dei sensi), fumettista passato con successo al cinema; Jean Rollin (Fascination), poeta dell’exploitation erotica; Paul Naschy/Jacinto Molina (El caminante), il licantropo che volle farsi regista; Norman J. Warren (Inseminoid), abile e tenace rielaboratore di trame fantahorror.
In appendice al capitolo su Pete Walker, un’intervista esclusiva a David McGillivray, sceneggiatore dei migliori horror di Walker e non solo, oltre che saggista, commediografo, attore e molto altro ancora."
A titolo informativo, riporto quanto è contenuto nella scheda sul volume, così potete avere un'idea di cosa contiene:
"Alieni proteiformi e assassini coinvolti in strani ménage a trois ad alto tasso erotico, casalinghe col vizio del cannibalismo e la passione per il trapano elettrico, prigioni femminili in località tropicali con torride rivoluzionarie contro il potere, irsuti licantropi ispano-polacchi contro i samurai nel Giappone medievale, vampire di ogni ordine e grado assetate di sangue (e non solo), giustizieri della notte privati della parola ma non della capacità di reagire con violenza inaudita, bizzarre riletture fumettistiche e metacinematografiche della figura dell’agente segreto, psicopatici e psicopatiche di vario tipo, ognuno con il suo trauma (infantile e non), irriverenti rivisitazioni ucroniche della storia di Giovanna la Pazza, improbabili rock band contro Dracula...
Di questo e molto altro sono fatti i film di exploitation, un genere trasversale che attraversa tutti i generi - dall’horror alla fantascienza, dal thriller all’action, dal noir all’erotico - e fa del profitto la sua stessa ragione di vita. Però, usando una materia così “vile” come mezzo di espressione, un drappello di spavaldi registi ha avuto la libertà di realizzare anche opere profonde, complesse e artisticamente uniche.
Questo libro - il primo di due volumi separati - compie un affascinante viaggio tra una moltitudine di film autenticamente originali, ripercorrendo con rispetto e rigore critico la carriera di alcuni dei maggiori autori di questo “super genere”, presente nelle cinematografie di tutto il mondo.
Il secondo volume si occuperà dei registi appartenenti al cosiddetto “Resto del Mondo”, a voler essere un po’ eurocentrici. In questo primo volume, invece, sono di scena i registi europei, di ciascuno dei quali viene tracciata la parabola artistica in modo ampio e articolato: Pete Walker (La casa del peccato mortale), alfiere dell’horror politico e crudele; Jesus Franco (Vampyros Lesbos), infaticabile autore di circa 200 film, alcuni inguardabili, altri sublimi; José Ramón Larraz (Symptoms l’incubo dei sensi), fumettista passato con successo al cinema; Jean Rollin (Fascination), poeta dell’exploitation erotica; Paul Naschy/Jacinto Molina (El caminante), il licantropo che volle farsi regista; Norman J. Warren (Inseminoid), abile e tenace rielaboratore di trame fantahorror.
In appendice al capitolo su Pete Walker, un’intervista esclusiva a David McGillivray, sceneggiatore dei migliori horror di Walker e non solo, oltre che saggista, commediografo, attore e molto altro ancora."
venerdì 15 ottobre 2010
Beasts in the Cellar di John Hamilton

Tony Tenser (1920-2007) è stato un personaggio chiave del cinema inglese di genere. Uomo d’affari molto attento al lato economico, ma appassionato di cinema, ha saputo coniugare entrambi questi aspetti con una fertile attività produttiva che ha lasciato il segno.
Il libro Beasts in the Cellar - The Exploitation Film Career of Tony Tenser (FAB Press) di John Hamilton pubblicato nel 2005 ne traccia la vicenda lavorativa in modo esemplare, condensandola in 304 pagine di grande formato riccamente illustrate (in bianco e nero nel testo, più un consistente inserto fuori testo a colori), tracciando contemporaneamente, com’era inevitabile, una vivida parabola dell’industria cinematografica britannica del periodo e dando ancora una volta un esempio di come si possono e si dovrebbero fare i libri sul cinema. La casa editrice è la FAB Press, che della qualità ha fatto una sua prerogativa sin dai tempi della memorabile rivista Flesh and Blood (dal cui acronimo viene il nome della casa editrice).
Tenser ha legato principalmente il suo nome a due case di produzione che ha contribuito a fondare: la Compton Films (assieme a Michael Klinger) e la ben nota Tigon, il cui emblema era appunto uno strano animale metà tigre e metà leone). Per far comprendere la sua importanza, basta ricordare che la Compton è la casa che ha permesso a Roman Polanski di sfondare nel cinema occidentale con Repulsion e Cul-de-sac. Ma sono targati Compton anche alcuni horror di un certo interesse: La morte nera e Laser X: Operazione uomo.
La Tigon ha avuto vita più lunga e variegata, ma si è distinta in particolare nell’horror. Tenser si era molto legato alla giovane promessa del cinema inglese, Michael Reeves, producendogli Il killer di Satana (curiosamente, nello staff tecnico c’era anche, a dare una mano, nientemeno che Raquel Welch) e Il grande inquisitore: il secondo è tuttora considerato uno dei migliori horror di sempre. Altri erano in cantiere, ma Reeves morì giovanissimo ad appena 25 anni per un’accidentale overdose di barbiturici, mettendo fine a una carriera di cui si possono solo immaginare i possibili esiti.
Con la Tigon, Tenser ha prodotto horror di vari tipi con risultati assai diversi. Qualche titolo può aiutare a identificare la linea della casa: Il mostro di sangue con Peter Cushing, Il buio di Michael Armstrong, Black Horror - Le messe nere con il trio Karloff-Lee-Steele, il dirompente (per l’epoca) La pelle di Satana con Linda Hayden, lo zombie-romance Né mare né sabbia. Uno degli ultimi è stato il complesso e affascinante Il terrore viene dalla pioggia, un film fuori tempo diretto da Freddie Francis e interpretato da Peter Cushing e Christopher Lee (ma a brillare è anche Lorna Heilbron).
Tenser ha anche prodotto 1917, il cortometraggio di esordio di un altro all’epoca giovanissimo regista: Stephen Weeks, la cui carriera (o non carriera) è stata comunque unica. Su di lui credo che tornerò in un prossimo post.
La Tigon è stata comunque una casa che agiva ad ampio raggio e per fare solo un esempio ha anche prodotto il curioso western di Burt Kennedy, La texana e i fratelli penitenza con Raquel Welch.
Significativamente, l’ultimo credit di Tony Tenser è stato un horror giunto agli sgoccioli della stagione dell’horror britannico: Nero criminale - Le belve sono tra noi di Pete Walker, un film epocale per un’epoca che non c’era più.
Ricco e tranquillo, Tenser si è poi dedicato con successo alla compravendita di immobili e, una volta in pensione, al golf, sorprendendosi che i suoi film fossero ancora ricordati.
Il libro è in inglese, of course.
domenica 6 settembre 2009
Teruo Ishii su Segnocinema

È uscito il numero 159 (settembre-ottobre 2009) di Segnocinema che, come di consueto, comprende l’imperdibile speciale Tutti i film dell’anno, con la rassegna di tutto quanto è uscito nella stagione cinematografica appena terminata, un compendio completo, brillante e un appuntamento di cui la consuetudine non può diminuire l’importanza.
Ma, come di consueto, c’è anche il nuovo articolo della serie Kings of Exploitation che ormai da tempo scrivo per Segnocinema, una serie dedicata a registi che hanno dedicato la parte predominante della loro attività a quel genere trasversale ormai noto anche in Italia con il nome di exploitation (dall’inglese to exploit, sfruttare), il cinema più spiccatamente commerciale, che spesso però cela capolavori piccoli e grandi e autori di forte personalità.
La puntata di questa volta è dedicata a Teruo Ishii, illustre maestro giapponese la cui apparizione al Far East Film Festival di qualche anno fa è stata assolutamente folgorante. Morto nel 2005 a 81 anni, Ishii ha fatto fortunatamente in tempo a vedere la sua rivalutazione critica e penso (spero) che la cosa - anche se un certo ironico disincanto era una delle sue caratteristiche - gli abbia fatto piacere. Come altri autori di exploitation, Ishii ha anche avuto la brillantezza e l’inventiva per tornare al lavoro in tarda età sfornando ancora film molto interessanti, superando i confini del tempo cui sembrava destinata la sua opera e dimostrando di poter essere ancora al passo con l’epoca in cui viveva.
Super eroi alieni, noir urbani, torture e sevizie, samurai stoici, mostri deformi, belle e disinvolte spadaccine, bikers ribelli, antieroi esistenziali, sette pseudoreligiose da mandare all’inferno, bestie cieche e nani assassini: Teruo Ishii - scrivo su Segnocinema nella presentazione dell’articolo - non si è fatto (e non ci ha fatto) mancare niente, riuscendo a unificare generi tanto diversi con la sua personalità di autore indiscutibile. Un tratto unificante è il pessimismo di fondo nel mostrare come la sopraffazione e l’ingiustizia siano così profondamente radicati nella natura umana da lasciare poco spazio al riscatto. I suoi (anti)eroi devono difendersi dalla società oppure ne sono disgustati. È in genere la società criminale a essere raffigurata come governata da ingiustizia e regole spietate, ma poiché non v’è altra società nell’orizzonte, è chiaro che si tratta di una metafora della società in generale, governata dai potenti contro i deboli. C’è spesso compiacimento - un componente tipico dell’exploitation - nella raffigurazione di tale ferocia, ma l’atmosfera amara e cupa che accompagna le vicende conforta il punto di vista per nulla accondiscendente di Ishii, un autore che ha lasciato una mole imponente di film, molti dei quali ancora da riscoprire.
Per la cronaca elenco gli autori cui ho dedicato i capitoli precedenti della serie:
Jesus Franco (Segnocinema 104/2000)
Jean Rollin (Segnocinema 111/2001)
Pete Walker (Segnocinema 117/2002)
Jack Hill (Segnocinema 123 e 124/2003)
Doris Wishman (Segnocinema 129/2004)
Eddie Romero (Segnocinema 135/2005)
Paul Naschy (Segnocinema 141/2006)
René Cardona e Juan Lopez Moctezuma (Segnocinema 147/2007)
Michael e Roberta Findlay (Segnocinema 153/2008)
Etichette:
exploitation,
Kings of exploitation,
Segnocinema,
Teruo Ishii
Iscriviti a:
Post (Atom)






