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domenica 4 ottobre 2026

L'atlante sommerso

 


Dopo le suggestioni da Edgar Allan Poe esplorate in The Trick, Stefano Simone torna con il suo nuovo film L’atlante sommerso ai toni più leggeri e giovanilistici che caratterizzavano i precedenti Omicidio al cimitero e, soprattutto, Il fantasma di Alessandro Appiani.
Marco (Marco Delli Carri) e Camilla (Camilla Prencipe) sono due fratelli dodicenni, adottati entrambi dopo un periodo all’orfanotrofio. Marco ha uno spirito indomito e avventuroso, ma si ritrova a essere bersaglio di due bulli - Cassandra (Chiara D’Amato) ed Ettore (Simone Balta) - che lo prendono in giro e lo accusano di essere un fifone. Camilla cerca di rincuorarlo, mentre la sorellastra maggiore Federica (Rossella Castigliego) lo stimola a pensare ad altro raccontandogli di un misterioso libro, detto l’atlante sommerso, che potrebbe essere nascosto nella biblioteca comunale. Marco decide allora di dedicarsi alla ricerca, subito supportato da Camilla: i due si intrufolano così nella biblioteca restandovi nascosti oltre l’orario di chiusura. Si trovano però in compagnia proprio di Cassandra ed Ettore, oltre che di Francesco (Francesco Quitadamo), che è un’altra loro vittima: anche loro sono alla ricerca dell’atlante e vorrebbero battere sul tempo Marco e Camilla. Dopo qualche scontro, il gruppetto decide di unire le forze, sia pure obtorto collo, cominciando a seguire gli indizi via via che si presentano. La ricerca però si fa sempre più difficile e complessa, portando fuori dalla biblioteca sino al bosco dove dimora un pericoloso lupo.
Il film inizia con toni realistici raccontando una classica situazione nella quale il bullismo è evidenziato come problema endemico che chi ne è vittima deve cercare in qualche modo di affrontare senza poter contare su un confronto dialettico e costruttivo con la controparte per l’evidente insipienza e protervia dei bulli. Poi però il registro narrativo, non senza qualche forzatura e qualche difficoltà dal punto di vista puramente espressivo dovuta chiaramente anche a limiti di budget, cambia progressivamente e diventa più astratto e fiabesco, con l’introduzione di situazioni che si allontanano sempre più dal contesto realistico e assumono valenze simboliche e metaforiche. Abbiamo così vari riferimenti alla fiaba di Cappuccetto Rosso (che Camilla afferma essere la loro fiaba del cuore), con il lupo (realizzato in digitale), il cacciatore che funge da deus ex machina, la misteriosa casa nel bosco e così via, trasformando, per i due fratellini, la ricerca del misterioso libro in una sorta di viaggio alla scoperta di loro stessi e della verità nascosta sulla loro origine. Non sempre l’ambizione del concetto è supportata dall’efficacia nella sua realizzazione, ma si possono apprezzare lo sforzo e anche una certa originalità nell’approccio. Il lungo spiegone melodrammatico che svela l’arcano è un po’ forzato nei toni, ma rappresenta una conclusione adeguata e una premessa per un finale aperto che prelude alla necessità di un’ulteriore ricerca in un momento di passaggio di quello che si è in fondo rivelato essere un romanzo di formazione per i due giovani protagonisti.
La caratteristica favolistica della narrazione - la sceneggiatura è di Giovanni Casalino - soprattutto nella seconda parte consente di passare sopra ad alcune svolte che altrimenti potrebbero sembrare incongrue e poco credibili. Simone muove molto la camera per rendere vivace la narrazione sotto l’aspetto visuale, ma non mancano tempi morti e una sensazione di lentezza e ripetitività nel procedere della vicenda.
Gli interpreti sono volenterosi: a emergere sono soprattutto la convincente Camilla Prencipe e Tonino Potito, nel ruolo di un anziano ex impiegato della biblioteca che la sa lunga. Sotto il profilo caratteriale, è interessante il personaggio di Federico che aspira a diventare regista e funge, oltre che da possibile alter ego del regista, da testimone, più che da attivo protgonista, di quanto accade, registrandolo e dando simbolicamente corpo alla funzione stessa del regista quale tramite tra la storia e lo spettatore. Luca Auriemma si conferma una colonna portante dei film di Simone, anche questa volta fornendo delle musiche che arricchiscono notevolmente la visione.
 

lunedì 6 ottobre 2025

The Trick

 


Il nuovo film di Stefano Simone rielabora e aggiorna le tematiche di un paio di famosi racconti di Edgar Allan Poe (Il barile di Amontillado e Il cuore rivelatore), accuratamente rivisitati nella sceneggiatura di Giovanni Casalino, anche protagonista del film.

Kevin (Giovanni Casalino), un giovane piuttosto sfaccendato, viene assunto per svolgere per una notte il ruolo di guardiano notturno in una scuola. Dovrà occuparsi di uno dei due plessi dell’istituto, mentre l’anziano Antonio (Tonino Potito) si occupa dell’altro. Kevin si mostra cordiale e servizievole, ma ha un preciso piano in testa. Mette fuori gioco l’anziano Antonio narcotizzandolo con un liquore “corretto” e poi invita l’amico Diego (Mr Carnacki), apparentemente per fare due chiacchiere. Diego lavora ai servizi sociali del Comune, ma è anche un grande appassionato di giochi di prestigio e di escapismo, alla Houdini. Kevin lo sfida invitandolo ad accompagnarlo in cimitero, nella notte, per fare i giochi che facevano un tempo. Diego si lascia convincere, non intuendo che si tratta di una trappola.

Alcuni difetti dovuti chiaramente a problematiche tecniche probabilmente insormontabili (la fossa è davvero troppo poco profonda per essere credibile in relazione al suo scopo) e un ritmo narrativo poco serrato non minano in modo decisivo la gradevolezza complessiva della visione che resta discreta soprattutto nelle fasi del confronto dialettico tra i due protagonisti, con l’interessante e "filosofica" insistenza sui trucchi di prestidigitazione e sulla capacità di Diego di liberarsi da ogni situazione di costrizione. Se l’ambientazione nell’istituto scolastico deserto ha una sua buona funzionalità, è quando il film, nella sua seconda metà, si trasferisce nel cimitero che Simone riesce a trovare le migliori atmosfere, sinistramente cupe e caratterizzate da significativi giochi di ombre e di luci. La storia è piuttosto semplice e la motivazione delle azioni del giovane protagonista è chiara sin dall’inizio, ma nel complesso la vicenda si lascia seguire con interesse, con qualche svolta di buon effetto, pur forse con un eccesso di spiegazioni nella parte conclusiva. La forte connotazione morale del confronto tra i protagonisti fornisce un supporto adeguato, se non sempre del tutto credibile, allo svolgersi dei fatti, così come è abbastanza riuscito il tono ambiguo della narrazione, sempre in bilico tra realtà e suggestioni soprannaturali, dando poi conto di tutto nella soluzione finale. Giovanni Casalino, in un ruolo oggettivamente difficile, si mostra a suo agio soprattutto nelle parti più discorsive e “leggere”. Il resto del cast è mediamente di buona efficacia, con una particolare menzione per il bravo Govanni Scopece nel ruolo del commissario. Come sempre, suggestive e appropriate le musiche di Luca Auriemma.

venerdì 19 aprile 2024

Omicidio al cimitero


Omicidio al cimitero
è il nuovo film di Stefano Simone. Come il precedente Il fantasma di Alessandro Appiani, si tratta di un giallo dai toni leggeri, improntati alla juvenile detection, con un mistero iniziale e il tortuoso procedimento deduttivo per arrivare alla sua soluzione.
Il giovane Christian (Giovanni Casalino), in visita all’isolato cimitero di un paesino pugliese, scopre nella cappella il cadavere di Ivan (Filippo Totaro), il custode. Dà subito l’allarme alle altre persone presenti, in tutto cinque: i fratelli Gabriel (Matteo Mangiacotti) e Nora (Rosella Castigliego), la ribelle Mia (Giada Latronica), il pavido Alan (Bruno Simone) e l’altezzosa Victoria (Luigia Riccardi). I telefonini non prendono, le auto con cui alcuni di loro sono arrivati al cimitero sono in panne perché qualcuno ha misteriosamente perforato i serbatoi, per cui non è possibile avvisare la polizia e non resta quindi che attendere l’arrivo del pullman per tornare in paese. Pullman che però è atteso solo dopo un’ora. Perciò, con il dubbio che l’assassino sia ancora nei pressi e che magari possa essere uno di loro, i giovani iniziano a indagare, prendendo spunto da quanto riescono a ricavare dal cellulare della vittima, che esaminano con cura.
Scritto da Roberto Lanzone, il film risente di un’impostazione un po’ teatrale, racchiusa in un unico spazio, con i dialoghi a definire non solo il procedere della storia, ma anche le caratterizzazioni dei personaggi, che si precisano un po’ alla volta, ma restano un po’ schematiche. La situazione di base è un po’ improbabile - con i protagonisti che non si preoccupano più di tanto di alterare la scena del crimine e di impossessarsi del telefonino del morto - e gli sviluppi, benché non manchi una certa arguzia nel dipanare la matassa delle indagini, si susseguono in modo piuttosto piatto, senza suscitare particolare tensione, ma insistendo soprattutto sul gioco deduttivo, con tanto di classici spiegoni davanti ai possibili colpevoli riuniti nel medesimo luogo, come nei classici del giallo di una volta. Rispetto a Il fantasma di Alessandro Appiani, manca un po’ di verve e di varietà nella messa in scena. Così il film procede senza scossoni sino alla conclusione come in un classico whodunit in cui tutto è incentrato sulla scoperta dell’omicida, sulla soluzione dell’enigma. Quando arriva, questa soluzione è apprezzabile e anche ben motivata, ma il viaggio per arrivarci non è stato particolarmente avvincente.
Il cast è volenteroso. Il più professionale è Filippo Totaro, incisivo nel ritratto del custode. Sempre appropriate e capaci di dare la giusta atmosfera le musiche di Luca Auriemma.

lunedì 15 gennaio 2024

Dolceamaro


Dolceamaro
è il cortometraggio di esordio della giovane e promettente regista Sara Strafile. Il film si concentra su una situazione che funge da pretesto per sviluppare un dialogo, un confronto, alla ricerca di una possibile soluzione a un malessere esistenziale. Una giovane donna è stata improvvisamente abbandonata dal suo fidanzato e cerca di capirne la ragione, oppressa da uno strisciante senso di colpa. Ne parla con la barista, che poco può fare più di esprimere una bonaria solidarietà. Ne parla però soprattutto con un’altra persona, seduta a un tavolino, cercando di approfondire le cose e le ragioni della fine del rapporto, sino a una conclusione forse non del tutto inaspettata, ma sicuramente efficace e significativa.
Mantenuto saggiamente nei limiti di una concisione che non toglie nulla allo sviluppo del racconto, ma gli evita ridondanze e ripetizioni, il film scorre con buon ritmo e mostra buone qualità di regia sia nella gestione della vicenda sia nella direzione degli attori. L’ambientazione nel bar permette di mantenere la giusta intimità al confronto di idee, sino all’apertura all’esterno dove la storia acquista respiro e un’atmosfera quasi metafisica. Da segnalare le musiche di Luca Auriemma, molto appropriate e capaci di creare un’atmosfera sospesa e suggestiva. Il montaggio, sobrio ed efficiente, è di Stefano Simone, regista che chi segue questo blog ben conosce. Tra gli interpreti si possono segnalare i protagonisti Maria Riccardi e Giovanni Casalino, anche autore della sceneggiatura assieme a Roberto Lanzone.


giovedì 5 gennaio 2023

 Il fantasma di Alessandro Appiani


Il fantasma di Alessandro Appiani
è il nuovo film di Stefano Simone, un po’ diverso dai precedenti, per tono e tematica. Tratto da un romanzo di Gordiano Lupi, il film è infatti un giallo giovanilistico dalle tinte tenui, con qualche richiamo paranormale e la paventata presenza sullo sfondo di una figura fantasmatica.


Silvia (Rosa Vairo) è una giovane ragazza con una capacità particolare, quella di sentire le voci a distanza. Lo confida al giovane amico Carlo (Simone Balta), che ne è impressionato. Silvia è interessata dalla figura di Alessandro Appiani, un nobile che si dice sia stato ucciso dalla moglie nel 1590 con l’aiuto di alcuni amici. Il castello che fu suo sta per essere demolito, mentre nello stabile dove aveva sede il liceo locale si pensa di realizzare un museo. Lanfranchi (Bruno Simone), un giovane scrittore borioso, vorrebbe che Silvia intercedesse presso sua madre insegnante perché presentasse il suo ultimo romanzo a scuola, ma Silvia, che disprezza bonariamente l’evidente ignoranza di Lanfranchi, non ci sente. È più interessata alle opere di Mario Luisi (Carlo Cinque), storico locale molto attento alla leggenda di Appiani, di cui vuole riabilitare la memoria. Nel frattempo avvengono strane morti: l’assessore che ha deciso la demolizione del castello e un operaio che stava lavorando alla ristrutturazione del liceo. Silvia e Carlo, assieme all’amico Luigi (Matteo Mangiacotti), si recano nottetempo al castello per cercare delle prove sull’eventuale esistenza del fantasma. Trovano solo un ospitale senzatetto, Bill (Moussa Camara), che del castello disabitato ha fatto la sua dimora. I ragazzi, fatte quattro chiacchiere, se ne vanno tranquilli, ma il giorno dopo apprendono che anche Bill è morto. Chi è stato?


Il tono, come detto, è leggero, quasi da commedia giovanile. L’andamento della storia è molto tranquillo, senza suscitare suspense. Ci sono grandi camminate duranti le quali i protagonisti si producono in dialoghi espositivi e si cerca di approfondire il rapporto tra di loro. Le transizioni sono un po’ lente e tendono talvolta alla ripetitività, con le situazioni che ritornano e gli incontri che si moltiplicano. Il mistero non è impenetrabile e la risoluzione avviene in modo molto veloce senza dar tempo alla vicenda di rendersi drammatica. Ma non è evidentemente questo ciò che si prefigge Stefano Simone che invece sembra voler realizzare un giallo alla Nancy Drew, con la protagonista, caratterizzata da una sorta di super potere (come lo definisce il suo piccolo amico), alla ricerca della soluzione e anche alla ricerca di se stessa e del suo rapporto con gli altri. Significativo per la sua caratterizzazione è, in questo senso, il modo in cui si rapporta, o meglio non si rapporta, con un fratello che non vediamo mai (e di cui alla fine non ci viene detto cosa gli è successo con un cammello nella sua vacanza in Tunisia). Più di maniera, ma comunque ben tratteggiato, è il rapporto d’amicizia che ha con Luigi, aspirante fidanzato destinato a rimanere tale (aspirante, cioè). Ma il personaggio più interessante è senza dubbio il Lanfranchi interpretato in modo efficace e curioso da Bruno Simone: un personaggio complesso e divertente. I siparietti con l’ispettore. Franceschini (molto bravo Pasquale Tricarico) sono apertamente comici e in questo senso svolgono bene la loro funzione. I giovani protagonisti si impegnano con discreti risultati, ma hanno talvolta qualche incertezza: Rosa Vairo dimostra comunque buone potenzialità. Di qualità la musica con Luca Auriemma con un paio di simpatici rap di Clever Joe e Robb MC.


giovedì 3 dicembre 2020

L'uomo col cilindro


Le amiche Natalie (Natalie La Torre) e Rosa (Rosa Fariello) stanno lavorando a un progetto fotografico con il quale concorrere per un premio di tremila euro che a loro farebbe molto comodo. Il bando scade tra poco e per migliorare il progetto e renderlo imbattibile servirebbero ulteriori fotografie da scattarsi a Villa Rosa, un grande edificio abbandonato e degradato sul quale girano strane voci e leggende oscure. Natalie e Rosa non si fanno condizionare e si recano nella villa anche se Rosa ha da tempo strani incubi e visioni. E anche se su tutto aleggia la strana figura di un misterioso uomo col cilindro.

Dopo una nutrita filmografia fatta di film di vari generi, Stefano Simone si cimenta con un lungometraggio che, sia pure con le sue particolarità, può essere ascritto al genere horror; genere nel quale Simone aveva iniziato anni fa con il format del cortometraggio. E forse non è un caso che il problema principale del film è che, pur durando all’incirca ottanta minuti, consta di una materia narrativa che sarebbe stata più adatta per un mediometraggio. Questo si traduce in una certa lentezza nel procedere, con l’insistere sulle pause e sui paesaggi (peraltro suggestivi e filmati in modo efficace), a volte contro la tensione che la storia suggerisce. L’ambientazione nella villa diroccata e abbandonata è interessante e riesce a dare il senso di una misteriosa desolazione e della minaccia incombente, anche se l’uomo col cilindro, a livello iconico, non è particolarmente incisivo.

Se il film soffre di un eccesso di dilatazione della storia, qualche buona atmosfera c’è e tutto è giocato sulle attese e sui momenti sospesi. Simone riprende in questo senso i toni del suo mediometraggio Il passaggio segreto, anch’esso interpretato dalle protagoniste di questo film, Natalie La Torre e Rosa Fariello che confermano il loro affiatamento e danno discreta credibilità ai loro personaggi, profondamente radicati nel territorio. La parte conclusiva, sostanzialmente senza parole, almeno prima del sottofinale, è la migliore e la più incisiva anche a livello visuale, con qualche riuscito gioco ottico, così da chiudere in modo efficace un film che avrebbe guadagnato da una maggiore articolazione della vicenda o da una riduzione della durata. Resta, comunque, il fascino di un mistero oscuro dai contorni metafisici ed esistenziali con il quale le ragazze si trovano inaspettatamente a confrontarsi, inermi e attonite. Notevoli, come sempre, le musiche di Luca Auriemma. Buone le prove di Diego Carli e di Antonio Del Nobile nei loro brevi, ma incisivi ruoli. Il film è stato prodotto da Massimo Bezzati, tra l’altro encomiabile organizzatore del festival cinematografico La Selva Nera.

Qui sopra, Natalie La Torre e Rosa Fariello in una scena dal film.

giovedì 27 agosto 2020

Il passaggio segreto




Il passaggio segreto è il nuovo mediometraggio con cui il regista Stefano Simone torna sui territori  di arcano mistero che negli ultimi lavori aveva abbandonato per tematiche di carattere più sociale.

Natalie (Natalie La Torre) incontra casualmente al bar l’amica d’infanzia Rosa (Rosa Fariello). Dopo i prevedibili convenevoli, la conversazione si sposta su un argomento un po’ scomodo, un ricordo dei vecchi tempi rimasto in qualche modo irrisolto: un passaggio segreto nel quale, secondo quanto credevano da ragazzine, chiunque fosse andato da solo non sarebbe mai tornato. Detto fatto, nonostante entrambe ritengano sia una sciocchezza, le due ragazze decidono di affrontare separatamente il passaggio segreto senza portare con sé i cellulari (“Altrimenti sarebbe troppo facile”). Rosa, più paurosa, attende che Natalie compia il tragitto misterioso per prima, ma le cose non filano lisce.

 Il tema un po’ kinghiano dei patti tra ragazzi, da rispettare anche da adulti, e dell’amicizia che si perpetua anche e soprattutto di fronte ali pericolo, vero o immaginato, è esplorato con un profondo radicamento sul territorio supportato da location di discreta suggestione e unito a un'interessante riflessione su quanto
ciò che vediamo è reale e quanto invece non lo è. L’andamento è molto lento, come se tutto fosse rallentato per dare solennità al tentativo di attraversare il fantomatico e misterioso passaggio. Il mistero, per quanto bizzarro, è ben posto e suscita una certa curiosità e una certa tensione nell’attesa di scoprire il suo svelamento, che è quello sulla cui efficacia poi si deve inevitabilmente misurare, data la struttura narrativa, l’efficacia del film nel suo insieme.

La soluzione, dopo una lunga conversazione che cerca di riportare le cose sul piano della razionalità e della normalità, ma è piuttosto protratta e piatta, torna ad appoggiarsi alle immagini e alla narrazione senza parole in modo efficacemente evasivo,  richiamando, per certi aspetti, Picnic ad Hanging Rock, anche se qui atmosfere e tematiche sono ben diverse.

Buona la prova delle due protagoniste, Rosa Fariello e Natalie La Torre, che danno intensità ai loro ruoli. Positivo anche l’apporto della suggestiva musica di Luca Auriemma che contribuisce a creare un’efficace atmosfera sospesa.

Il film è disponibile su Amazon Prime.

sabato 16 novembre 2019

Cattive storie di provincia




Cattive storie di provincia è il nuovo film di Stefano Simone, regista di cui mi sono occupato più volte in questo blog, e rappresenta il suo ritorno al thriller dopo alcuni film nei quali erano state tematiche di impegno sociale a prevalere. Tratto liberamente dall’omonimo lavoro letterario di Gordiano Lupi, il film segue un percorso narrativo articolato, ma piuttosto semplice e lineare.

Giacomo Lupi (Luigi Armiento) è un giovane scrittore in difficoltà. Sono passati tre anni dal suo ultimo romanzo - che peraltro non ha nemmeno avuto un particolare successo - ed è in totale crisi creativa, del tutto paralizzato e incapace di creare qualcosa di nuovo. La moglie Mara (Rosa Fariello) non manca di manifestargli il proprio disprezzo sia perché la trascura sia perché non è in grado di garantirle un adeguato tenore di vita. L’editore (Filippo Totaro) lo sollecita a produrre dandogli una sorta di ultimatum: se non gli porterà qualcosa entro due mesi risolverà il contratto. Giacomo non sa che pesci pigliare. In suo soccorso arriva un amico che gli consiglia di guardarsi intorno e di trarre spunti dalla realtà che lo circonda. Incapace di trovare alternative, Giacomo segue il consiglio dell’amico e osserva. Il metodo sembra funzionare e arrivano i primi spunti permettendo a Giacomo di ricominciare a scrivere di buona lena. Ma qualche conseguenza c’è.

La storia presenta motivi di interesse e tratteggia in modo convincente l’arco psicologico del personaggio principale che da inerte diventa osservatore e poi sempre più partecipe agli avvenimenti. Le cose che non vengono spiegate o vengono presentate, per così dire, in lontananza con la conseguente (e preziosa) ambiguità danno un tono adeguatamente misterioso alla vicenda. Si alternano sequenze mute - in genere le più efficaci anche per la capacità di Simone nella scelta delle inquadrature e del contesto scenico - ad altre molto dialogate che spiegano la situazione sin troppo nei dettagli (pur senza, opportunamente, dire tutto) e sono talvolta un po’ piatte e meramente funzionali.

Ma il difetto principale del film è la sua lentezza che, unita a un’eccessiva lunghezza (quasi due ore), rallenta troppo il ritmo dilatando gli avvenimenti oltre quanto sarebbe opportuno per rendere del tutto avvincente e godibile la visione. Eppure, il montaggio (a cura di Simone) di alcune sequenze - veloce, con molti stacchi ripetuti - evidenzia una capacità narrativa che, se applicata anche al resto del film, lo avrebbe reso, a mio avviso, migliore. In questo senso, è esemplare in senso positivo la parte conclusiva, soprattutto la sequenza chiave del film, risolta quasi senza parole - con il solo monologo molto efficace di Rosa Fariello - e con un azzeccato uso della colonna sonora, in modo da massimizzare l’efficacia e da garantire un’economia narrativa altrove assente.

Gli interpreti hanno un’efficacia perlopiù variabile: a volte (più spesso, per la verità) si dimostrano efficaci e in parte, altre volte denotano incertezze dovute probabilmente a inesperienza. Il più continuo ed efficace è Filippo Totaro, aiutato anche dal fatto che il suo ruolo è giocato su toni ironici e sopra le righe che gli sono congeniali. Oltre alla regia e al montaggio, Simone cura anche la fotografia - molto buona e con ottima scelta dei colori - e scrive la sceneggiatura. Efficace ed espressiva la colonna sonora di Luca Auriemma.

Nell’insieme, il film è interessante e fa buon uso delle ambientazioni, ma gli avrebbe giovato una maggiore severità nel montaggio conclusivo, in modo da ridurne la durata e rendere più concisa e veloce la narrazione.

venerdì 18 gennaio 2019

L'accordo


L’accordo è il nuovo lungometraggio di Stefano Simone, un giovane regista di cui ho scritto più volte in questo blog. La storia che racconta il film è molto semplice e lineare.

Stefano (Daniele Baldassarre) e Marta (Natalie La Torre) sono una coppia in crisi e questa crisi si ripercuote anche su Serena (Flory Di Bari), la loro figlioletta, che soffre per il clima teso in famiglia. Marta, perciò, affronta Stefano dicendogli che la separazione è l’unica cosa ormai possibile. I due vanno quindi dall’avvocato Rocchi (Tonino Pesante), che come prima cosa li richiama a soffermarsi sulla scelta per verificarne la bontà e soprattutto l’ineluttabilità. Marta è decisa, mentre Stefano ha più dubbi e dice d’essere stato costretto da lei ad andare via di casa. Lui è senza lavoro e non ha i soldi per pagarle l’affitto perciò ha deciso, anche per il bene della bambina, d’essere lui quello che se ne va (dai genitori). L’avvocato, saggio e comprensivo, nonché figlio di genitori separati e perciò capace di comprendere la situazione, invita i coniugi a soppesare bene le cose, le reciproche ragioni e la situazione della figlia. Anche Alessia (Gabriella Spagnuolo), la segretaria dell’avvocato, nelle lunghe pause che, per un motivo o per l’altro, interrompono la seduta dall’avvocato, cerca di dare buoni consigli ai due coniugi, essendo anche lei passata per l’esperienza della separazione.

Il film prosegue il percorso intrapreso negli ultimi tempi da Simone verso un cinema impegnato in problematiche sociali (Fuoco e fumo), teso ad affrontare aspetti del vivere comune. Più ancora degli ultimi film questo sembra voler affrontare in modo diretto l’argomento - la separazione tra i coniugi e la bigenitorialità - senza affidarsi a una storia esemplificativa da cui trarre una morale o un significato, ma raccontando in modo semplice e senza fronzoli proprio una separazione tra due coniugi davanti a un avvocato, seguendone le varie fasi e interlacciandole con altre esperienze analoghe che servono, raccontate da alcuni dei personaggi, a titolo di confronto. Inoltre, a rimarcare il tono quasi documentaristico, vi è anche spazio per testimonianze di vita,
staccate dal racconto.

Il film cerca di presentare la situazione in tutte le sue sfaccettature e ciò è commendevole, però lo fa in modo piuttosto statico, non drammatico, situazionale, lasciato in massima ai dialoghi, scontando in ciò una certa lentezza e didascalicità. Pur se, va detto a merito, si avverte l’intenzione di presentare in modo onesto le ragioni di entrambi, sottolineando la possibilità di affrontare in modo civile un momento di crisi così significativo nella vita di una famiglia. Un cinema di servizio, quindi, che si appiattisce un po' sulla propria tematica, ma che sicuramente, comunque, riesce nel suo scopo di rendere un servizio. Sotto il profilo del cinema didattico, infatti, questo film potrà di certo svolgere la sua funzione. E si capisce che questo era l’intento. Dal punto di vista dello spettatore non particolarmente interessato alla problematica, invece, si avverte una certa carenza di costruzione narrativa. In sostanza, c’è molta esposizione e poco racconto.

Il cast, alle prese con una grande quantità di dialoghi, mostra qualche incertezza, ma anche una sostanziale buona volontà che sopperisce a qualche lacuna interpretativa dovuta all’inesperienza. Tonino Pesante, attore ricorrente nei film di Simone, è il più sicuro e uniforme nella sua prova, pienamente in grado di abitare la sua parte. Si avverte anche la verve a tratti messa in mostra da Gabriella Spagnuolo nel ruolo della segretaria dell’avvocato. Più diseguale la prova dei due protagonisti - Daniele Baldassarre e Natalie La Torre - che comunque trovano buoni momenti.

giovedì 21 settembre 2017

Il cielo sopra Piombino

Non sono mai stato a Piombino: consapevole della sua esistenza, il suo nome mi richiamava alla memoria giusto Lido Vieri.
Per Gordiano Lupi, invece, Piombino è qualcosa di molto di più, di molto presente. Scrittore, critico cinematografico, editore, con un curriculum così denso, meritevole e corposo da far pensare che il suo sia il nom de plume di una moltitudine (non è così), Lupi è l’autore del testo che accompagna il film documentario Il cielo sopra Piombino, diretto da Stefano Simone, un regista di cui ho più volte scritto in questo blog.

Non è documentario turistico. Non mostra in modo elegiaco e invitante le bellezze di Piombino. Se ci sono e si vedono, mostrarle non è comunque lo scopo principale del film. Piuttosto, sembra un atto d’amore verso la città che è stata e che forse non è più, tra le immagini sempre irrequiete e mobili e le parole che richiamano i tempi passati, guidate dalla memoria di quello che fu. Memoria nella quale si scava, ma senza cercare aiuti esterni. “Non sarebbe giusto tradire la memoria naturale con quella artificiale” dice infatti il narratore, Federico Guerri, con le parole della sceneggiatura di Lupi.

La dicotomia tra la voce narrante che racconta il passato personale legato alla città e le immagini che percorrono incessantemente strade e luoghi della città com’è oggi assieme a una donna, Dargys Ciberio, moglie di Lupi, che cammina guidandoci alla scoperta del posto, è interessante come se parole e immagini andassero ciascuna per proprio conto, rappresentando invece due facce della stessa realtà, solo separata dal tempo. L’uso di immagini di repertorio potrebbe ridurre questa distanza, ma in realtà la distanza rimane anche in questo caso perché il parlato si mantiene volutamente distante dalla parafrasi di ciò che si vede e che sarebbe superfluo descrivere.

È perciò in fondo un film sul cambiamento, su come i luoghi della memoria siano inevitabilmente più belli di quelli della realtà attuale. Inevitabilmente, perché il ricordo è imbattibile per quanto è struggente, ma il sospetto è che in questo caso, come in molti casi, la cosa sia inevitabile anche perché i cambiamenti sono quasi sempre per il peggio, almeno per chi è nato in un certo periodo e deve vederne un altro. In questo senso, è un film su Piombino, ma potrebbe adattarsi anche ad altri posti, in un’universalità che ha a che fare con il mutamento della società italiana, soprattutto quella provinciale. Una bella parte dei ricordi è dedicata proprio al cinema, uno degli elementi più significativi del cambiamento, e al fascino perduto dei cinemini di quartiere e dei film di genere che ne costituivano il grosso della programmazione.

Il cielo sopra Piombino risulta quindi particolare e interessante negli intenti e nella realizzazione, forse soltanto un po’ troppo lungo per la sua tipologia.

Le musiche, appropriate, sono di Federico Botti. Stefano Simone dirige con mano sicura, soffermandosi talvolta su immagini suggestive, ma evitando sempre l’effetto cartolina e cercando soprattutto di dare dinamismo alla visione.

Il dvd del film - un “documentario letterario”, come viene definito -  è edito da Il Foglio, la casa editrice di Lupi (casa editrice che - sia detto per inciso - per gli appassionati di cinema riveste particolare interesse per la collana di cinema diretta da Fabio Zanello).


lunedì 6 febbraio 2017

Fuoco e fumo di Stefano Simone

Il bullismo è un fenomeno particolarmente odioso (e lo è anche il suo parente stretto, il cosiddetto nonnismo, presente in particolare nelle caserme quando c’era il servizio di leva, soprattutto: lo spirito è lo stesso, l’isolamento del singolo più debole e la sopraffazione). Me ne sono occupato anche come sceneggiatore di fumetti proprio perché penso che sia doveroso farlo. E forse anche utile.

Il nuovo film di Stefano Simone si intitola Fuoco e fumo e proprio di bullismo tratta. Il titolo viene da una frase di Benjamin Disraeli, uomo politico e scrittore dell’800, riportata all’inizio del film: “Il coraggio è fuoco, il bullismo è fumo”. Citazione che non conoscevo, ne prendo volentieri atto.


La storia è ambientata in un istituto tecnico di Manfredonia (tutto il film è girato a Manfredonia) ed esordisce all’inizio di un nuovo anno scolastico, tra presentazioni piene di buoni propositi (del preside) e conoscenze e amicizie che si allacciano. Stefano (Gianmarco Carbone) è un bravo ragazzo perfettamente inserito e mentalmente aperto e positivo. Fa amicizia con Silvana (Desiree Manzella), una ragazza che gli piace, e con il suo amico Dino (Michele Renzullo), ragazzo gay socievole e simpatico. Mentre Stefano e Silvana sono in classe insieme, però, Dino si ritrova come compagni di classe quattro bulli trucidi e volgari (Antonio Rignanese, Luca Nobile, Enzo Misuriello, Luca Ferrandino) che, assieme a una bulla (Giorgia Croce) che fa da mosca cocchiera, non perdono occasione per deriderlo e minacciarlo. Dino si fa forza con l’amicizia di Stefano e Silvana, oltre che di Giovanni (Luca Cioffreda), altro ragazzo preso di mira, e di Adriana (Melissa Salvemini), la sua compagna di banco. Nonostante tutto, però, le cose precipitano e finiscono in dramma.


I vari aspetti della questione vengono presentati con equilibrio e completezza. I genitori di Dino sono solidali e comprensivi nei suoi confronti, non hanno alcun problema con lui e lo accettano in pieno. Le istituzioni scolastiche, una volta messe a parte del problema, sono anch’esse comprensive e benintenzionate. Il guaio è che, in sostanza, tutto questo non basta e non si traduce in un impatto effettivo sulla questione, ad affrontare la quale le vittime restano in sostanza da sole. C’è di fondo, quindi, l’incapacità di governare il problema al di là delle belle parole. La reazione dei professori è comunque diversa e, se quella di una professoressa è di sostanziale indifferenza, spicca il comportamento deciso del professor Colombo (molto buona la prova di Filippo Totaro, già visto in altri film di Simone, Gli scacchi della vita e Weekend tra amici). Emerge però, come detto, soprattutto la difficoltà da parte dei ragazzi - vittime e loro amici - di venire a capo del problema per il senso di impunità che i bulli cavalcano con soddisfazione.
Il personaggio più interessante è, non a caso, quello di Dino, abbastanza sfaccettato e capace di rendere in modo efficace la persecuzione continua che si trova a subire.


La conseguenza del bullismo, come detto, nella vicenda raccontata dal film è tragica. Ma è interessante che nemmeno la tragedia provochi una resipiscenza da parte dei bulli che anzi sembrano trarne spunto per un salto di qualità nelle loro azioni. 


La soluzione finale pare denotare una profonda sfiducia nella possibilità delle istituzioni e della società di venire a capo del problema. In sostanza sembra ridurre la questione alla necessità, o inevitabilità, di uno scontro fisico, di una reazione giustizialista del singolo o dei singoli. E' vero che tale assunto è temperato da un parziale recupero della giustizia istituzionale, ma qualche piccola perplessità resta anche perché nella realtà pare improbabile che lo scontro fisico possa concludersi come quello del film. In ogni modo è chiaro che lo scopo del film è quello di denunciare il bullismo e il risultato è di certo raggiunto.


Qualche didascalismo di troppo tradisce le “necessità” del messaggio e, a mio avviso, alcuni dialoghi difettano di magniloquenza: in particolare, i dialoghi dei ragazzi “buoni” sono un po’ troppo ingessati (soprattutto quelli del protagonista) e poco spontanei, troppo letterari e forbiti, lontani dalla normale parlata giovanile. E la cosa mette un po’ in difficoltà i giovani attori che non sempre riescono a reggerli con disinvoltura, pur non difettando certo di impegno e di buona volontà. Paradossalmente - o forse no, in fondo la storia del cinema è piena di villain che risultano più briosi degli “eroi” - sono più vivaci, brillanti e appropriati i dialoghi dei bulli. Senza voler fare graduatorie di merito che potrebbero fare torto a interpreti che ce l’hanno messa tutta, si può segnalare comunque, tra i ragazzi, la buona prova di Michele Renzullo in un ruolo certo non facile.


In alcuni momenti Simone - che cura anche fotografia e montaggio - ritrova lo stile del thriller, come quando inscena con buona gestione della tensione il tentativo di aggressione ad Adriana da parte del gruppo dei bulli. Lì montaggio, riprese a mano e azione sono ben gestiti, quasi un momento di libertà creativa rispetto agli obblighi dell’impegno sociale dipendente dal tema affrontato. Anche il brano in cui, stile Arancia meccanica, i bulli si danno da fare con le maschere sul volto è più rappresentativo dello stile figurativo di Simone.


La storia segue un percorso logico e prevedibile, ma qualche svolta inconsueta la mantiene comunque interessante, anche se alcune lungaggini - come la festa a casa di Giovanni, insistita - e il generale tono didattico non aiutano a farla scorrere in modo fluido. Visualmente, certe ambientazioni nel degrado urbano forniscono uno scenario adeguato al degrado morale.

mercoledì 8 aprile 2015

Gli scacchi della vita di Stefano Simone

Investito da un’auto e perciò ricoverato in ospedale per cure e rieducazione, l’indaffarato architetto Massimo coglie l’occasione per leggere in anteprima il romanzo scritto dalla moglie, ancora in forma di manoscritto. Il titolo del romanzo è Gli scacchi della vita e racconta di una vita decisa da una partita a scacchi. Senza sapere come, Massimo si ritrova in un non-luogo e in un non-tempo, intento a giocare una partita a scacchi con uno sconcertante personaggio che gli ha promesso che alla fine della partita avrà tutte le risposte che cerca. E che però a ogni pedina mangiata dovrà rispondere a una domanda, potendo comunque fare altrettanto. Incuriosito e in ogni caso senza scelta, Massimo accetta e comincia la partita, rivivendo nell’occasione i momenti salienti e dolorosi della propria vita. E un terribile segreto che aveva cercato di dimenticare.

Dopo una serie di prove in crescendo (culminate con Weekend tra amici), per il suo nuovo film, Gli scacchi della vita, tratto da un racconto di Gordiano Lupi, il giovane regista Stefano Simone cambia registro narrativo e si addentra in una riflessione metafisica sul senso della vita e, probabilmente, sulla possibilità di riscatto e resipiscenza che ognuno, qualunque siano le sue colpe, mantiene. La materia è quindi di quelle complesse, difficile da affrontare e, soprattutto, da rendere senza incorrere nello scontato e nel già visto: il viaggio metafisico nell’esistenza e la partita a scacchi come simbolo del rapporto tra la vita e la morte in un gioco surreale dove qua e là trapela qualche indiretta eco bergmaniana e qualche rimando, forse, al Tornatore di Una pura formalità.


Di sicuro è un film ambizioso, per i temi trattati e per il fatto d’averli voluti trattare. Si tratta di argomenti di spessore, spesso affrontati con difficoltà dal cinema e solo talvolta con efficacia. Il risultato, diversamente da quanto era successo con il precedente film di Simone, non è all’altezza delle ambizioni, ma anche le ambizioni sono in questo caso maggiori. Pur confermando buone qualità nella messa in scena e nella scelta delle immagini, Simone non riesce a evitare le secche di una certa schematicità e prevedibilità (il sottofinale, per fare un esempio, è piuttosto telefonato, anche se sicuramente in linea con lo sviluppo e le intenzioni della storia).


I ricordi giovanili del personaggio - con il trauma di essere figlio di una prostituta - sono un po’ troppo monocordi e insistiti nel ribadire il concetto dell’isolamento del personaggio. Lo sviluppo della situazione riesce comunque a delineare efficacemente le motivazioni all’origine delle scelte da lui compiute e alcune svolte hanno un apprezzabile effetto drammatico. Alcune lungaggini nella narrazione rallentano però un po’ troppo il procedere della storia, forse perché non c’è abbastanza materia narrativa per sostenere un lungometraggio.


Nonostante la tematica, il film rifugge le tenebre e privilegia atmosfere assolate, contrastate e quasi iperrealistiche, anche nella scelta dei colori. La scelta di privilegiare, nelle ambientazioni, contorni periferici, dismessi o capannoni industriali deserti è azzeccata e rende il senso del degrado e dell’abbandono.


La recitazione è un po’ diseguale negli esiti se non nell’impegno. Per la misura e la naturalezza dell’interpretazione, nel cast si segnala soprattutto Michael Segal, la cui esperienza recitativa (vanta già un buon numero di film al suo attivo, tra cui, in campo horror, alcuni diretti da Ivan Zuccon) si fa sentire nell’efficacia dei risultati. Buona anche la prova di Antonio Potito nel ruolo di un barbone amante degli scacchi che cerca senza troppa fortuna di consigliare per il meglio il protagonista da giovane. Filippo Totaro, alle prese con il ruolo probabilmente più difficile, tende talvolta ad andare un po’ sopra le righe, ma nel complesso riesce a rendere con sufficiente abilità la cruciale ambiguità del suo personaggio. Libero Troiano, nel ruolo di Massimo giovane, alterna momenti di efficacia ad altri di minore resa drammatica, probabilmente per inesperienza.


In generale, parte del cast risente forse della difficoltà dei ruoli. Talvolta la materia è troppo impegnativa e insidiosa e, per una buona resa drammatica, avrebbe richiesto una recitazione più professionale. O magari un uso diverso del montaggio e delle inquadrature per ovviare al problema e cercare di minimizzarlo. Difetti di esperienza. Infatti le sequenze migliori sono quelle, soprattutto nella seconda parte del film, in cui la narrazione è lasciata all’interazione tra le immagini e la colonna sonora, generalmente efficace nel rendere il respiro drammatico della storia.

sabato 27 luglio 2013

Weekend tra amici

Gianni, Marco, Stefano e Fabrizio sono quattro amici di vecchia data con in comune una grande passione calcistica (per squadre diverse, mai nominate esplicitamente). Alcuni di loro hanno difficoltà di vario genere, ma le superano pur di godersi in santa pace in Tv - come fanno ogni anno - un weekend calcistico in una villetta fuori mano affittata appositamente: l’occasione, come sempre, è un torneo quadrangolare con le squadre per cui, rispettivamente, fanno il tifo. Solo che la pace è più presunta che reale: antiche recriminazioni, problemi quotidiani e tifo calcistico creano tensione. Il torneo subisce un imprevisto rinvio e i quattro anticipano la cena in attesa dell’inizio. Ma le cose non vanno come era previsto e la violenza dilaga.

La situazione di partenza è abbastanza tipica: un gruppo di amici cerca la serenità e una pausa dalle angustie quotidiane in un rito calcistico-amichevole che però ormai è corrotto dal passare del tempo e forse non è mai stato così innocente. Il calcio è l’unica cosa che li unisce ancora, ma proprio il calcio più che una vera passione è in fondo un pretesto: ai quattro non interessa più molto, è solo un modo per vivere in forma vicaria lotte e vendette che si vorrebbero tenere lontane dalla realtà. Finché è possibile. Le ripicche, le delusioni, le invidie sono infatti un ostacolo alla riemersione dell’antica familiarità. Il regista Stefano Simone inscena con abilità l’inquietudine crescente, la tensione strisciante, tra tentativi di familiarizzare e battute infelici e cattive che colpiscono duro proprio chi è più in difficoltà. La ferocia esplode improvvisa, però quasi inevitabile. Ma se il primo delitto risulta credibile nella sua dinamica e nella sua esplosiva causalità, diverso è il caso del secondo delitto che, se pur astutamente giocato sull’inversione delle aspettative, risulta piuttosto forzato. è però il segnale della natura di thriller “filosofico” del film. La credibilità della conclusione dipende molto dall’atteggiamento del singolo spettatore verso questa caratteristica. La svolta, comunque, è nel complesso ben gestita, nei limiti del possibile, anche se il finale manca del colpo d’ala e risulta sostanzialmente ineluttabile.


Discreta nel complesso la prova degli attori, con una menzione particolare per Matteo Perillo che affronta con convinzione il personaggio forse più complesso. Valida la sceneggiatura di Francesco Massaccesi, articolata e brillante nei dialoghi. Il soggetto presenta invece delle forzature proprio per la necessità di dare corpo alla “filosofia” del film. 


Stefano Simone - del suo precedente film ho scritto qui - realizza sicuramente il suo miglior film sino a oggi e il fatto che la crescita qualitativa delle sue opere sia costante fa ben sperare per il futuro. La sua regia è fluida e sicura, le inquadrature sono sempre ben scelte e rifuggono dalla forzata sperimentalità dell’esordiente.





venerdì 7 ottobre 2011

Unfacebook


Questa volta diamo uno sguardo all’horror indipendente, caratterizzato da low-budget e ferma determinazione.

Dopo diversi cortometraggi horror e un lungometraggio di carattere religioso (Una vita nel mistero), il giovane regista pugliese Stefano Simone si dedica al thriller con Unfacebook, interamente girato a Manfredonia e tratto da un racconto (Il prete) di Gordiano Lupi. La storia percorre i desolati sentieri del disagio urbano cospargendoli di sangue.

Un bambino è testimone di un delitto a sangue freddo commesso da due giovani ai danni di un terzo. Anni dopo, un giovane prete svolge la sua missione in una zona popolare cittadina, trovandosi a confronto con indifferenza e miserie di quella realtà, sia insegnando a una classe di studenti svogliati e sviati sia raccogliendo torbidi segreti in confessionale. A un certo punto, la misura si colma e il prete prende a bersagliare i peccatori ricordando loro le colpe commesse. La conseguenza è un triplice e sanguinoso suicidio. Un commissario indaga pressato dal questore, mentre il prete prosegue nella sua opera e nasce una nuova misteriosa chat per i giovani chiamata Unfacebook, che è molto più di quel che sembra.

La buona volontà c’è e non mancano di evidenziarsi qualità soprattutto di regia, ma il film si scontra con alcuni difetti strutturali che ne minano in parte l’efficacia. Narrativamente, la materia sarebbe stata più adatta a un corto o mediometraggio, oppure, per essere adattata a lungometraggio, avrebbe avuto bisogno di un maggiore approfondimento di personaggi e situazioni. La sceneggiatura tralascia di curare la psicologia dei personaggi che restano appena sbozzati, anche quelli cruciali per la giustificazione del percorso narrativo. Non a caso, le sequenze migliori sono quelle di pura azione, svincolate dalle parole e dalle necessità narrative nelle quali la regia può dispiegarsi più liberamente: su tutte, quelle della aggressioni che punteggiano la fase centrale del film, risolte con buona tecnica e adeguata tensione. Superate le fasi introduttive ed esposte le premesse alla storia, infatti, il film acquista adeguati toni da incubo quotidiano e non mancano scene di suggestiva e crudele bellezza che dimostrano la buona mano di Simone. Le fasi espositive, con i loro lunghi dialoghi, sono in genere meno riuscite anche a causa di una recitazione non sempre all’altezza (un difetto, questo, endemico nelle produzioni indipendenti). Il film risulta quindi suddiviso tra sequenze raccontate quasi esclusivamente per immagini - generalmente efficaci e riuscite - e sequenze molto dialogate, meno centrate.

Lo spunto narrativo è interessante e richiama antichi e gloriosi precedenti nel cinema degli anni ’70 (da Pete Walker a diverso cinema italiano di genere) fondendoli con pulsioni "elettroniche" più aggiornate, ma, a parte lo schematismo caratteriale che riduce l’impatto e attenua il discorso morale, è sviluppato in modo talvolta sbrigativo. La soluzione dell’enigma - o meglio la traccia che porta alla soluzione - è un po’ tirata per i capelli, sembrando una scorciatoia semplicistica (basta una rivista di informatica per generare un sospetto) per arrivare al dunque.

Esteticamente, il film mostra segnali di ricercatezza. Il gioco con i colori trasfigura efficacemente la realtà, anche se è talvolta ripetitivo. La fotografia (dello stesso Simone) passa da un iperrealismo che tende volontariamente ad abbruttire e abbrutire a immagini più soffuse che ammantano di contorni sognanti il passato e altri aspetti del concreto: da segnalare la trasformazione quasi fumettistica di alcune sequenze urbane, figurativamente singolare e riuscita. L’uso della macchina a mano è talora eccessivo: asseconda la concitazione, ma la sottolinea sin troppo. L’ambientazione è molto azzeccata soprattutto nella scelta degli esterni, che accompagnano spesso con il degrado ambientale quello dell’anima. Tra gli interpreti si fanno notare per disinvoltura, in ruoli di supporto, Pia Conoscitore (anche coautrice della sceneggiatura) e Tonino Pesante, già protagonista di Una vita nel mistero. Da segnalare la musica di Luca Auriemma che dà alle immagini la giusta suggestione.

Nell’insieme un film non privo di pecche, ma che si fa vedere volentieri e le cui qualità segnano un ulteriore passo avanti nella maturazione del regista.