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giovedì 27 aprile 2017

Jonathan Demme (1944-2017)

Anche Jonathan Demme se n'è andato, prematuramente. Che poi, in fondo, quando si muore è quasi sempre prematuramente perché in linea di massima si vorrebbe restare il più possibile o comunque ancora un po'.

Ma pur essendosene andato troppo presto, Demme ha lasciato una traccia ben consistente del suo passaggio su questa Terra. Un corpus autoriale, come si dice, impressionante per qualità e anche per quantità.  Se scorro la sua filmografia mi rendo subito conto di quanti dei suoi film mi sono piaciuti. A partire dai primi film cormaniani tra cui il classico dell'exploitation Femmine in gabbia che accoppiava una fantastica Roberta Collins (presenza insostituibile in quel sottogenere) a una stralunata ed efficacissima Barbara Steele. Per non parlare della meyeriana Erica Gavin e dell'angelicamente perversa Cheryl Smith della quale tanto ho scritto qui e là (era la protagonista del cult assoluto Lemora la metamorfosi di Satana). Che cast: impensabile metterlo insieme adesso. E Demme aveva realizzato un film unico che traeva spunto dalla reinvenzione operata da Jack Hill, ma la manipolava da par suo. Ma anche Fighting Mad, uno stranissimo revenge movie con Peter Fonda, è un film che non si dimentica. E infatti non l'ho dimenticato pur avendolo visto una volta sola moltissimi anni fa. O l'hitchockiano perfetto che è Il segno degli Hannan con un Roy Schedier ancora in palla.

Poi, certo, ci sono i film più importanti, quello che l'hanno reso famoso e che spesso erano dei gioielli assoluti. Come Qualcosa di travolgente o, ancor più, Una vedova allegra... ma non troppo che è riuscito a trascendere il suo orrendo titolo italiano e nel quale brillava un altro super cast capitanato da quell'attore sensazionale che è sempre stato Dean Stockwell e con la partecipazione di una deliziosa Nancy Travis (che credevo sarebbe diventata una grande star) e di una brava Michelle Pfeiffer.

E tanti altri film che hanno fatto epoca e che è inutile segnalare perché li ricordano tutti.

Potrei ricordarlo comunque per un film perfetto come Il silenzio degli innocenti, che, anche visto il genere, mi è caro e di cui ricordo ancora il piacere che mi diede quando lo vidi al cinema al momento dell'uscita: qualcosa di nuovo, di diverso. E molto di classe.

Ma preferisco ricordarlo con un film delicato, per la televisione, che Demme diresse nel 1982 e di cui ho recentemente scritto su Segnocinema nell'ambito del mio articolo su Kurt Vonnegut e il cinema. Who Am I This Time? infatti è tratto da un racconto di Vonnegut e presenta anch'esso un ottimo cast ottimamente diretto nel quale spiccano un Christopher Walken come lo si è visto di rado e una Susan Sarandon perfettamente in parte. Una riflessione sull'identità e su come crediamo di essere. Una riflessione sulla vita.

Qui sopra una scena da Who Am I This Time?

lunedì 11 maggio 2015

Kurt Vonnegut e il cinema su Segnocinema 193

Ci sono delle volte in cui mi sembra che fare una certa cosa tocchi a me a causa delle mie competenze e preferenze. Come quando, per esempio, ho scritto Il cinema di Bob Dylan. Essendo un ammiratore di Bob Dylan sin dai primi anni '70 e occupandomi da molto tempo di cinema, il compito di, come dicono gli inglesi, set the record straight sul suo opus cinematografico e televisivo, sempre secondo il mio pensiero naturalmente, non poteva che spettare a me. O anche a me, non rivendico esclusive, ma non potevo esimermi. Era un compito naturale.

Su scala ridotta, quella di un articolo invece di un libro, lo stesso è capitato con Kurt Vonnegut. Credo di aver letto, talvolta anche più volte, tutto quello che Vonnegut ha scritto. Perciò toccava per forza a me scrivere del suo rapporto con il cinema. E l'ho fatto. L'articolo che ho scritto - si intitola Kurt Vonnegut e il cinema - Convergenze (im)possibili - lo trovate, se volete, sul numero 193 di Segnocinema (maggio-giugno 2015) attualmente in distribuzione.

Lo spunto di partenza mi è venuto dalla lettura del fondamentale volume Letters, di cui ho scritto qui. Attraverso quanto scritto da Vonnegut nelle sue lettere e, soprattutto, attraverso la visione dei film in cui è stato coinvolto, da quelli noti (Mattatoio 5) a quelli meno noti (Between Time and Timbuktu) mi è stato possibile tracciare il percorso accidentato della fascinazione reciproca tra Vonnegut e il cinema, una fascinazione dai risultati assai vari e spesso poco entusiasmanti, ma comunque molto interessante, almeno per me.

Forse, leggendo l'articolo a qualcuno verrà voglia di vedere qualcuno dei film di cui ho scritto (chissà, magari anche il simpatico Who Am I This Time? di Jonathan Demme), ma spero che qualcuno sia anche stimolato a prendere o riprendere in mano quello che Vonnegut ha scritto.

mercoledì 10 dicembre 2014

Kurt Vonnegut, Letters

Kurt Vonnegut è il mio scrittore contemporaneo preferito (è morto nel 2007). Non dico che sia il migliore in assoluto perché non ho letto tutti gli scrittori contemporanei né (per quanto ciò possa sorprendere) intendo leggerli. È uno dei pochi autori di cui possa dire d’aver letto tutto. E non ha scritto poco. Per fortuna, aggiungo. È stato una delle tre o quattro grandi influenze su di me (e accetto battute sugli effetti pratici di questa influenza sulla mia modesta produzione: in ogni caso non è stata colpa sua).

Una delle cose che più mi piacciono dei romanzi di Vonnegut sono le digressioni personali che sconfinano dalle trame e si aprono improvvise a riflessioni solo apparentemente ultronee e comunque molto interessanti e rivelatrici. Proprio per questo ho anche molto apprezzato i suoi libri non di narrativa, che raccoglievano testi sparsi, discorsi, conferenze e cose del genere. Palm Sunday, per esempio.

Quel Vonnegut arguto, brillante e spesso amaro non solo capace di discutere su tutto ma anche desideroso di farlo è ben presente in un libro che ho scoperto per caso fosse uscito e racchiude un’ampia scelta delle molte lettere che lo scrittore americano ha scritto nella sua lunga vita. Il libro è Kurt Vonnegut - Letters, Delacorte Press, 2012, 428 pagine (per il momento solo in inglese, ma mi auguro che qualcuno ne faccia un'edizione italiana). Dan Wakefield - scrittore e soprattutto (per quel che qui importa) amico di Vonnegut - le ha raccolte e ordinate suddividendole per decadi e facendo precedere ciascuna decade da una presentazione che inquadra la vita di Vonnegut nel periodo. Inoltre, molto opportunamente, ha inserito, quando servivano, annotazioni informative a precedere le singole lettere spiegando chi fossero i destinatari o le persone o i fatti citati nelle lettere.

Si dispiega così nel corso degli anni un ritratto composito di un artista che ha vissuto di stenti per lungo tempo prima che, quasi improvvisamente, il suo talento venisse riconosciuto con il successo di Mattatoio 5, quando ormai Vonnegut era quasi cinquantenne. Con la necessità di mantenere una famiglia numerosa (composta anche dai tre figli della sorella morta giovane) di cui era l’unico sostentamento, Kurt Vonnegut ha fatto di tutto per sopravvivere, anche il venditore di Saab, con esiti fallimentari peraltro, in quel caso (da qui la gag in epoca tarda: Vonnegut sosteneva di non aver vinto il Nobel perché gli svedesi ancora ce l’avevano con lui per il suo fallimento con la Saab). È struggente vedere nelle lettere del periodo come, pur pervaso dal suo tipico pessimismo cosmico, non si sia mai arreso.

Ma anche nei decenni successivi, quando il successo arriva impetuoso e duraturo, non mancano problemi e amarezze, anche per questioni familiari. Soprattutto la vecchiaia che arriva inesorabile sembra un prezzo da pagare troppo alto, con il corollario di un’avvertita perdita di brillantezza creativa e la sensazione di aver fatto tutto quello che era nelle sue forze fare. Un po’, ricorda più volte, come i marinai di Mellville che in Moby Dick non dicono più niente perché hanno già speso nelle loro vite tutte le parole che avevano da dire. Emblematico è il caso del suo ultimo romanzo, Timequake, in lavorazione per anni (di fronte alla relativa rapidità degli altri esiti), con la sensazione di non avere la costanza e la capacità di rendere giustizia a un’idea che lui stesso riteneva molto brillante. E su tutto la sensazione di aver diritto a ritenere terminato il proprio compito. In una delle sue lettere degli anni '90, a proposito di un résumé della sua lunga carriera, dice che la sua sensazione era: “Per favore, adesso posso tornare a casa?”.

Ciononostante emerge anche il lato combattivo e orgoglioso di Vonnegut nelle sue lettere per rivendicare il proprio ruolo e il valore delle sue opere, soprattutto quando scrive a chi le aveva bandite dalle proprie scuole ritenendole diseducative. Così come emergono anche le sue convinzioni politiche e sociali che del resto non passano inosservate neanche nei suoi libri. Ma c'è un po' di tutto: dai consigli di scrittura alle riflessioni sul cinema e sui film tratti dai suoi libri (compresa una lettera a Jack Nicholson). Il libro è una miniera per ogni appassionato di Vonnegut e chi non è appassionato di Vonnegut dovrebbe diventarlo, ovviamente.

Una considerazione finale si impone, comunque. Questo è un tipo di libro che andrà sempre più scomparendo e purtroppo non sarà un bene, dato che ci consente di vedere un altro lato, più privato ma comunque creativo, di un autore. Però, in questi tempi di twit, sms e verba che volant, chi scrive più lettere?