venerdì 24 febbraio 2012
Pactum sceleris e Corpi freddi
Un mio racconto, intitolato Pactum sceleris (giusto per far capire che ho studiato anche il latino, a suo tempo...), si è classificato al quinto posto nel concorso Corpi Freddi 2012, organizzato dal sito Corpi Freddi - Itinerari Noir. Il concorso era riservato ai racconti giallo/noir/thriller e il mio direi che appartiene ai thriller. Qui trovate la classifica completa. Naturalmente, ringrazio gli organizzatori che si sono sobbarcati l'onere del concorso a cui ho partecipato con piacere e vi invito a dare un'occhiata a Corpi Freddi, un luogo virtuale molto ricco di notizie e di letture interessanti sul lato noir della cultura.
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lunedì 16 gennaio 2012
Bob Dylan: Blind Willie McTell per Martin Scorsese
Nel corso dei decenni, le partecipazioni televisive di Bob Dylan sono sempre state in bilico tra il memorabile e il fallimentare, con larga prevalenza della prima tipologia sulla seconda, ma con altrettanto larga controversia sull’annessione delle singole fattispecie a ciascuna categoria, in larga parte in dipendenza della sensibilità, chiamiamola così, dello spettatore. Ne ho scritto diffusamente ne Il cinema di Bob Dylan e ne scrivo volentieri ancora.
Oggi infatti le cose sono abbastanza (ma non del tutto) cambiate e le apparizioni televisive, rare come al solito ma non rarissime, di Dylan sono caratterizzate da riuscite pressoché universali, anche se non sempre la riuscita è colta da tutti. Infatti, ogni volta Dylan si presenta come una sorta di Ufo calato da un altra dimensione rispetto a ciò che si vede - di musicale, in particolare, ma non solo - sul piccolo schermo e ogni volta riafferma, con la sola presenza, la sua carismatica diversità. Ed essendo diverso può provocare ammirazione oppure sconcerto.
Questo è puntualmente avvenuto qualche giorno fa nella serata in onore di Martin Scorsese (Martin Scorsese Critics’ Choice tribute), nella quale Dylan è intervenuto eseguendo Blind Willie McTell, uno dei suoi capolavori. Tanto grande da essere stato lasciato fuori dall’album Infidels (1983) per il quale era stato registrato e da essere pubblicato solo anni dopo in The Bootleg Series (1991), peraltro in una versione acustica (pur ottima) inferiore a quella elettrica, stratosferica e ancora inedita.
Bob Dylan si è esibito con la sua solita band - diversamente da quanto fatto in altre recenti circostanze televisive (alla Casa Bianca - ne ho parlato qui - e nel documentario The People Speak su History Channel, con una toccante versione di Do Re Mi di Woody Guthrie) - e senza cappello, rispettando in questo caso la sua consuetudine televisiva. Ha interpretato Blind Willie McTell in una versione più light e ritmata, meno straziante e blues, ma comunque potente ed evocativa - con tre assoli di armonica suggestivi e magistrali - ben allineata alla forza di un testo che ripercorre momenti topici della storia americana per trarne una verità incontrovertibile. Nessuno canta il blues come Blind Willie McTell. Sofferenza e dolore generano la capacità di comprendere la realtà e di trasfigurarla in arte, magari senza saperlo o senza elucubrarci sopra. Come Blind Willie McTell. Ma se quella è la verità evidente, altre sono più elusive, in un gioco di rimandi e stimoli che è tipico delle grandi canzoni di Dylan. Confidente e disinvolto come negli ultimi tempi in concerto, meno tetragono e più aperto, Dylan sembra aver raggiunto invece la piena consapevolezza di sé e delle sue capacità. La voce roca e spezzata del Dylan attuale è perfetta per una canzone che parla di soprusi e di violenza, ma è stato davvero curioso vedere il contrasto tra le parole della canzone (e il loro significato) e il contesto rutilante di divi dello spettacolo che, eleganti, ascoltavano e parlottavano tra loro. Di Caprio - maestro di cerimonia - ha chiesto poi la standing ovation, che è avvenuta di riflesso, ma non saprei dire quanto spontaneamente. L’Ufo era atterrato e come Michael Rennie aveva portato notizie sulla realtà che il mondo dorato non sempre riesce a cogliere nella sua vera essenza limitandosi spesso a proporne dei - come dicono i giornalisti sportivi televisivi - riflessi filmati. Martin Scorsese però sembrava realmente colpito e ammirato. Del resto, dall’Ultimo valzer a No Direction Home, ha avuto modo di capire cosa può aspettarsi da Dylan.
I Love You Like a Twist

Il panorama del cinema indipendente, spesso caratterizzato da low e no-budget e molto entusiasmo, propone più di qualche volta incursioni nel campo dell’horror, probabilmente non a caso uno dei generi più frequentati dai giovani registi. Talvolta, seguendo la spinta alla contaminazione dei generi che accompagna la sperimentazione e la voglia di affastellare tutte o quasi le proprie ispirazioni, l’horror non è il genere di assoluto riferimento, ma è un ingrediente forte di un cocktail che contiene anche altro. Di Lorenzo Lepori avevo visto Il vangelo secondo Taddeo, un horror esuberante e scombinato che inseriva elementi da pulp tarantiniano in un contesto orrorifico a suo modo tradizionale (come, del resto, si sa, aveva fatto lo stesso Tarantino sceneggiatore di Dal tramonto all’alba).
I Love You Like a Twist, il nuovo film di Lepori, segue in parte la stessa strada ma segna un deciso passo in avanti rispetto a Taddeo, facendo piazza (quasi) pulita delle imprecisioni e degli errori di inesperienza del film precedente. Anche in questo caso, gli elementi narrativi sono una sorta di noir da periferia degradata e un horror ancor più tradizionale. Solo che stavolta, la prevalenza è nella crime story e l’horror fa da contorno.
Dino Strano (Pio Bisanti) fa il killer, dopo essere evaso dal carcere dov’era rinchiuso. Dopo un’esecuzione di massa in un bar, si porta via nel baule dell’auto una ragazza (Valentina Poddighe) che, nel corso della sparatoria, l’aveva ferito con un colpo di pistola. Senza spiegazioni, consegna la macchina al suo amico Charlie (Stefano Boni) incaricandolo di portarla a un appuntamento dove qualcuno che sa cosa c’è nel baule se lo prenderà in consegna. Charlie - che non sa cosa contiene il bagagliaio - esegue, ma per sicurezza porta con sé due amici sbulinati: uno violento e l’altro strafatto. Il violento è seccato perché la sua ragazza non si fa viva da tre giorni: i tre amici ne approfittano per disquisire sulla natura poco fedele e comprensiva delle donne. Nel frattempo, Dino va a farsi curare da una sorta di cinese. Ma naturalmente ha anche altro in mente. Fatta la consegna, Charlie e i suoi scoprono che il “pacco” è una ragazza e che chi lo riceve è una setta satanica dalle intenzioni programmaticamente poco raccomandabili.
Recentemente ho letto un’intervista a Herschell Gordon Lewis (su Videoscope #73, Winter 2010) nella quale il creatore dello splatter dava tre consigli agli aspiranti registi: 1) tenere l’ego fuori dalla porta; 2) non girare con la macchina a mano; 3) non dare a parenti e amici ruoli da protagonista solo perché sono parenti e amici. Sui consigli 1 e 3 non posso garantire, ma di certo Lepori ha dato in gran parte retta al secondo consiglio - pur senza magari averlo ricevuto - perché le inquadrature e i movimenti di macchina sono spesso sobri e rilassati, soprattutto rispetto al delirium tremens di Taddeo, senza che ne abbia a soffrire la tensione narrativa. Anzi. La scelta del bianco e nero è vincente dal punto di vista figurativo perché dà alla storia il sordido realismo e l’austerità di cui aveva bisogno, smussando le limitazioni scenografiche che il colore avrebbe evidenziato. L’umorismo e l’ironia sono spesso ben giocati e ci sono alcuni momenti da teatro dell’assurdo che si sposano senza fatica con la caratterizzazione fumettistica dei personaggi. I dialoghi sono generalmente simpaticamente tosti e pulp: “Un orgasmo di frattaglie” vagheggia speranzoso uno dei satanisti; “Ti ha reso una schifezza” commenta amaramente l’amico violento vedendo lo strafatto ridotto a scheletro. I momenti di splatter sono molto più ridotti - sempre rispetto a Taddeo, la mia pietra di paragone - e anche questo è un bene, per molti motivi, non ultimo dei quali il fatto che la storia non ne necessitava. C’è un maggiore citazionismo cinefilo, ma anche questo è autoironico: per esempio, all’inizio uno dei gangster trucidato parla con dialoghi formati da titoli di vecchi film. Nei titoli di coda, poi, c’è una lunga elencazione che a vario titolo presenta nomi indicativi delle preferenze e dei riferimenti del regista. Tra i molti: Larry Buchanan (mitico autore di Zontar: The Thing from Venus) e i Blue Oyster Cult, per i quali scrisse alcuni testi Michael Moorcock, il creatore di Jerry Cornelius. Poi altri nomi assortiti dell’exploitation (e non) da Di Leo a John Agar, da Roger Corman al Dizionario Stracult di Marco Giusti. Il film, inoltre, è dedicato alla memoria di Kevin McCarthy, Leslie Nielsen, Bobby Farrel, Juan Piquer Simon e Tura Satana. I titoli di coda sono quindi un momento di affermazione delle proprie radici e debiti culturali.
Non mancano i difetti, com’è forse inevitabile. Certi episodi apertamente parodistici - come quello del cinese - non funzionano del tutto, perché l’iperbole si scontra con l’inadeguatezza e non ne risulta vincitrice, anche se, pure lì, non mancano momenti divertenti. La mescolanza tra noir urbano e horror si compie nella parte finale in modo abbastanza naturale, ma, per quanto lo sbocco non sia forzato, la parte horror risente di qualche goffaggine nella messa in scena che la parte thriller riesce quasi sempre a evitare. Il mostro - figurativamente più suggestivo che efficace, ma non male - è un richiamo agli horror sparagnini del primo Corman e a quelli che li hanno imitati, da The Monster of Piedras Blancas a tanti altri. Il suo ingresso in scena porta il film in un’altra dimensione, ma non in quella migliore. Mostro e satanismo sono la faccia più sbrigativa del film, ancorché non priva di interesse.
Il vero colpo di scena del film è la comparsa nel finale di Gianni Dei, icona di decenni dell’exploitation italiana. Il confronto finale è da melodramma, anzi da feuilleton, ma dà al film una chiusa adeguatamente tragica e un senso compiuto. Sempre nell’ottica di un’ironia che è il tratto caratteristico del film e gli evita la caduta nel trucido.
Stranezze caratteriali e curiosità comportamentali si amalgamano in un insieme il cui collante è la musica - prevalentemente rock, ma non solo - che accompagna quasi incessantemente le immagini non sempre riuscendo a evitare di sovrapporsi in modo preponderante al parlato.
Buono il montaggio, abbastanza stringente, e apprezzabile nel complesso la recitazione che - a parte il veterano Dei - ha punte di buon esito soprattutto nel protagonista Pio Bisanti. Ma tutti gli attori principali si dimostrano adatti al ruolo e piuttosto disinvolti, da Stefano Boni a Roberto Cardelli al trasognato Andrea Di Vita. Anche la regia mostra una crescita e una maggiore maturità rispetto al film precedente, con una buona attenzione compositiva.
La sceneggiatura è di Valentina Vannelli, apprezzabile nei dialoghi e nella scansione dei fatti. Forse una maggiore definizione - a livello del soggetto - della parte horror avrebbe potuto darle più originalità e migliorare la sua fusione con il resto della storia. Curiosamente, per essere un film sceneggiato da una donna, quello del film è un universo totalmente maschile e in parte misogino (anche se probabilmente ciò discende dalla caratterizzazione e dalla tipologia dei personaggi), in cui le donne sono una presenza del tutto marginale e, più o meno, solo come vittime. A parte la “strega”, la satanista - che peraltro è un personaggio del tutto di maniera - mancano figure femminili forti.
Nel complesso, il film è simpatico, si vede volentieri e costituisce un buon auspicio per i prossimi.
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venerdì 13 gennaio 2012
Segnocinema 173

È uscito il nuovo numero, quello di gennaio-febbraio, del bimestrale Segnocinema, una rivista che consiglio sempre di leggere al di là (o nonostante) il fatto che mi onori di essere tra i suoi collaboratori. Lo speciale che contraddistingue questo numero - ogni numero di Segnocinema, a parte rubriche, recensioni e servizi diversi, è caratterizzato da un approfondito speciale di argomento cinematografico - si intitola Qui finisce l’avventura (a cura di Roy Menarini) ed è una interessante riflessione su uno dei generi cinematografici (e non solo) un tempo più frequentati e ora sottoposto a mimesi varie per sopravvivere in un’epoca di avventurieri più che di avventurosi.
Di particolare interesse anche l’articolo di Paolo Cherchi Usai su Il lungo addio del 35 millimetri. Se ci pensate tra i cambiamenti epocali questo è uno dei più significativi, per tanti versi, eppure sta avvenendo (è avvenuto) senza che quasi ce ne si sia accorti. O quantomeno senza che se ne sia accorto lo spettatore medio, quella figura mitica che in quanto “media” è forse in sé quasi inesistente, ma comunque pietra di paragone per qualunque cosa. In ogni caso, consiglio vivamente la lettura dell’articolo che affronta in modo stimolante e puntuale l’argomento dell’avvento del digitale anche sul grande schermo.
Ci sono anche un paio di miei microcontributi in questo numero: uno nella rubrica Q & A e l’altro nello speciale sull’avventura.
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giovedì 12 gennaio 2012
Flani (13): Cyborg anno 2087 metà uomo metà macchina... programmato per uccidere

Per la consueta rassegna di vecchi flani, questa volta un film del 1966 che uscì in Italia con quasi dieci anni di ritardo e scomparve nel nulla senza lasciare traccia, ma che, sotto sotto, ha una sua valenza perché se vi capita di guardarlo vi sarà subito evidente quanto la sua trama sia simile a quella di Terminator, con la differenza che lo precede di una ventina d’anni. Anche qui abbiamo un cyborg proveniente dal futuro con il compito di uccidere un terrestre in modo da modificare il futuro. Il cyborg non è muscoloso come Schwarzie, ma ha il look severo e alieno di Michael Rennie, protagonista di uno degli extraterrestri più iconici e famosi della fantascienza classica, quello di Ultimatum alla Terra (sì, proprio quello di “Klaatu barada nikto” o giù di lì, vado a memoria).
La regia è di Francis D. Lyon, specialista in telefilm, ma l’apporto più significativo è quello dello sceneggiatore Arthur C. Pierce, sceneggiatore anche di L’invasione - Marte attacca Terra che ha la peculiarità d’essere sempre del 1966 e di essere uscito in Italia con grande ritardo ma assieme a Cyborg anno 2087. Insomma, hanno fatto pacchetto con la differenza che L’invasione - Marte attacca Terra è so-bad-it’s-very-very-bad, mentre Cyborg sfiora la categoria del so-bad-it’s-good, per la peculiarità della trama e dello svolgimento. Dimenticavo, anche Marte attacca Terra è di Lyon e, non sorprendentemente, anche la casa di produzione è la medesima. Che tempi. I numeri di telefono erano ancora senza prefisso per chi chiamava dalla città e l’aria condizionata era un asset decisivo in piena estate.
Curioso il titolo italiano che di fronte alla stringatezza di quello originale (Cyborg 2087) aggiunge parole su parole nel dubbio che magari qualche spettatore potesse non capire di cosa si trattava. Mancava poco che nel titolo ci fosse tutta la trama.
giovedì 29 dicembre 2011
Rosco e Sonny e la notte del lupo

Nel n. 1 datato 1° gennaio 2012 del Giornalino - attualmente in edicola - c'è una nuova avventura di Rosco e Sonny, i dinamici poliziotti dei quali scrivo le storie. Questa nuova storia - la n. 180 tra quelle che ho scritto io - si intitola La notte del lupo e vede i due intrepidi agenti in un paesino dell'Est europeo alle prese con qualcosa di decisamente inquietante.
I disegni sono come sempre dell'ottimo Rodolfo Torti e qui sopra ne potete vedere un esempio.
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domenica 18 dicembre 2011
Recensione di Francesco Troiano su La Stampa al Dizionario dei film horror

Nel quotidiano La Stampa di ieri e in particolare nel glorioso inserto Tuttolibri, Francesco Troiano - che ringrazio per l'attenzione - si occupa tra l'altro della nuova edizione ampliata e riveduta del mio Dizionario dei film horror (Corte del Fontego). Qui sopra una scansione della recensione.
domenica 4 dicembre 2011
Dizionario dei film horror nuova edizione: il regista più presente

Come scrivevo in questo post, l’indice dei registi contenuto nel mio Dizionario dei film horror (Corte del Fontego) è utile non solo per ricostruire filmografie e seguire i percorsi nel genere compiuti dai registi che l’hanno percorso, ma anche per piccole ricerche statistiche un po’ futili, ma divertenti (almeno per me, che, ribadisco, mi diverto anche con poco, ma più spesso ancora non mi diverto affatto). In quel post (e ripeto, se volete leggerlo, andate in quel post, senza reconditi doppi sensi ma in senso puramente letterale), rinviavo a un post successivo lo svelamento del risultato matematico che, partendo da quell’indice, consentiva di ricavare il regista più presente nel Dizionario.
È passato abbastanza tempo (quasi 20 mesi) perché chiunque si sia dimenticato di quello che avevo scritto allora, perciò posso tornare sull’argomento e rivelare il nome del regista in questione, conscio che ormai non interessa più a nessuno, se mai a qualcuno è interessato. Questo è quindi un esempio di informazione del tutto libera (nei fini) e gratuita (sotto tutti i profili). Ma c’è di più: allora avrei potuto dire chi era il regista con più film nel vecchio Dizionario, mentre ora posso dire qual è quello che ha più film nella nuova edizione del Dizionario, che come ben sapete è assai più ampia e corposa.
Se avessi dovuto dare una risposta prima di dare un’occhiata all’indice, avrei detto che il regista più presente era David DeCoteau, ma pur essendo ben piazzato con i suoi 20 film, il regista canadese non è al primo posto: è che vedere i suoi film è stato spesso così soporifero che mi sono sembrati un numero impressionante. Anche Wes Craven ha 20 titoli all’attivo, ma di ben altro spessore, almeno mediamente. Il terzo che può vantare 20 film è Lucio Fulci, maestro dell’horror italiano. Più film di questo terzetto ce li ha Freddie Francis, grandissimo direttore della fotografia e buon regista con punte di eccellenza: 21 dei suoi film sono compresi nel Dizionario dei film horror (Terence Fisher, altro maestro britannico - di qualità superiore, va detto - si ferma a 18). Ma il vincitore, il più presente, non poteva che essere Jesus Franco, inarrivabile a 28 titoli: dire che è prolifico sarebbe sottovalutare la quantità della sua produzione. Non ho fatto conteggi precisi, ma non escluderei che sia in assoluto il regista con il maggior numero di film all’attivo (e, diciamocelo, con qualcuno anche al passivo) della storia del cinema. A titolo di curiosità, posso rilevare, tra i molto presenti, anche due coppie padre-figlio. Lamberto Bava batte (numericamente) il suo glorioso papà Mario per 16 a 14, mentre René Cardona sr batte il suo omonimo junior per 9 a 5.
Detto questo, i numeri sono solo numeri: quello che conta è vedere i film e, ça va sans dir, leggere il Dizionario dei film horror (o almeno comperarlo, va bene lo stesso).
venerdì 25 novembre 2011
Witchcraft through the Ages

La figura di Benjamin Christensen mi ha sempre incuriosito, almeno a partire da quando, molti anni fa, ho visto La stregoneria attraverso i secoli al locale cineclub. Un film stranissimo, inquietante e unico: un reperto del cinema muto (è del 1922) che regge ancora oggi senza aver subito gli oltraggi del passare degli anni. Un docudrama si direbbe adesso, ma per la sua particolare natura un film in realtà indefinibile, anticipatore del realismo e del neorealismo per certi aspetti eppure immaginifico e visionario quanto pochi altri.
Withcraft through the Ages - The Story of Haxan, the World’s Strangest Film and the Man Who Made It di Jack Stevenson (FAB Press, 128 pagg., £ 6.99) ripercorre la creazione di questo capolavoro - in originale Haxan e cioè La strega - la sua realizzazione e distribuzione, il suo esito al botteghino, la sua accoglienza critica e le sue innumerevoli resurrezioni, come quella prodotta (e rimaneggiata) da Anthony Balch (Diario proibito di un collegio femminile) con un posticcio commento audio letto niente meno che da William Burroughs, nel ‘68.
Ma il libro ripercorre anche e soprattutto la vicenda artistica e umana (anche se dell’uomo, della sua vita privata, si sa molto poco e i dettagli noti sono spesso sfuggenti) di Benjamin Christensen, artista riconosciuto e assolutamente libero al momento della realizzazione di Haxan - un film nato senza condizionamenti e realizzato esattamente come voleva il suo autore - e poi vittima di compromessi e pregiudizi, a partire dalla sua avventura hollywoodiana, nel corso della quale ha realizzato l’altro film per il quale è ancora oggi ricordato (Sette passi verso Satana, ovvero Seven Footprints to Satan) e che è finita nel più curioso dei modi in un bizzarro anticlimax.
Il libro traccia, anche attraverso documenti e recensioni dell’epoca, il faticoso ritorno al cinema in Danimarca, con la realizzazione di quattro film, l’insuccesso dell’ultimo dei quali conclude l’avventura realizzativa di Christensen, contento di finire tranquillamente e nell’agiatezza la sua vita gestendo un cinema. Parabola unica e non priva di insegnamenti, di un artista che ha osato l’inosabile e ha innovato più di quanto fosse consentito, un po’ come Orson Welles con Quarto potere, un altro film rivoluzionario realizzato esattamente secondo gli intendimenti dell’autore, ma a caro prezzo. Un prezzo che sarebbe stato pagato dopo e per sempre.
giovedì 24 novembre 2011
I Fantastici 4 e i loro film

Avevo già parlato qui delle mega celebrazioni in corso nel sito Lo Spazio Bianco e relative ai Fantastici Quattro. Se avete seguito il programma giornaliero avrete visto quante belle cose sono uscite, sia dal punto di vista grafico sia da quello "scritto". Se non avete invece seguito potete usufruire degli indubbi vantaggi di internet e recuperare in un botto solo la cornucopia di tutti questi giorni.
In ogni caso, segnalo che oggi è uscito (ma non rientrerà molto presto per cui avete comodamente tutto il tempo per leggervelo) il mio modesto contributo che, come forse avevo già preannunciato, si occupa di cinema e si intitola I "Fantastici" tre film dei Fantastici Quattro, dove l'uso delle virgolette mi fa venire in mente Prima pagina di Billy Wilder (e chi l'ha visto puà capire perché, sempre che non sia passato un bel po' di tempo da quando l'ha visto e non si sia conseguentemente dimenticato tutto nel frattempo). Per leggere il mio contributo, basta che andiate qui.
Qui sopra un'immagine dal primo film dei Fantastici Quattro: è solo una mia impressione o Mr. Fantastic assomiglia molto a Fiorello?
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sabato 19 novembre 2011
Flani (12): Blacula

Era da un po' che non postavo qualche vecchio flano e quindi lo faccio adesso, visto che ci sono. Il flano di questa volta riguarda un vecchio esempio di blaxploitation (quella particolare variante dell'exploitation caratterizzata dal fatto di essere interpretata da cast di colore e diretta prevalentemente a un pubblico di colore), realizzato proprio nel momento di massima espansione del fenomeno. Un fenomeno assai interessante che ha visto la partecipazione di registi di assoluto livello come Jack Hill e Larry Cohen e ha creato alcuni divi di notevole spessore come Pam Grier, Fred Williamson, Richard Roundtree e altri ancora che non nomino perché sicuramente li conoscete tutti.
Blacula sarebbe la contrazione di Black Dracula (lo dico per quelli che non si dilettano di enigmistica) ed è un film simpatico con alcune particolarità: il suicidio del vampiro, per esempio, e la storia d'amore che prelude a quella del Dracula coppoliano (uno dei film più sopravvalutati o sottovalutati della storia del cinema, a seconda di quali valutazioni andiamo a prendere in considerazione). William Marshall è un ottimo attore con voce imponente e modi solenni. Il contesto è un po' meno solenne, ma il film diverte comunque. Basta accontentarsi ed essere nella giusta disposizione d'animo (non chiedetemi quale, però).
Il flano, per non sbagliarsi, va alla grande con l'enfasi. Mi ricordo che quando il film è uscito credevo, con quel titolo, che fosse una parodia. Poi quando sono andato a vederlo mi ha fatto piacere constatare che non lo era (che fosse quella la disposizione d'animo giusta?), ma di certo non si è avverata la solenne profezia del flano e il film non è stato annoverato tra i classici del terrore. Non ancora, almeno. E dato che la profezia non ha una data di scadenza non è da escludere che il film possa essere considerato un classico nel futuro, chissà tra qualche secolo magari quando l'essere derivativo sarà ritenuto un pregio assoluto. Di sicuro, però, Blacula non è diventato il padrone del mondo, né nella realtà né nel film (e nemmeno nel seguito Scream, Blacula, Scream, inedito in Italia). Assetato, però, lo era certamente e su questo il flano non si sbaglia.
Bei tempi, quando si vedevano flani del genere e uscivano al cinema cose di questo tipo. C'era se non altro più varietà. Comunque, se vi capita dategli un'occhiata: nel Dizionario dei film horror gli ho dato due stellette e mezza, non male.
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Leo & Lou

Per una serie di ragioni, non leggo molti fumetti ultimamente, ma ho letto questo volume e ne sono rimasto favorevolmente impressionato, perciò mi sembra opportuno segnalarvelo. Il titolo è Leo & Lou (come i più avvertiti avranno anticipato dal titolo del post) e l’autrice è Agata Matteucci: 82 pagine in bianco e nero, grande formato, brossurato, Edizioni Il Foglio.
I due del titolo sono fidanzati e la particolarità del fumetto, articolato in pagine singole con gag finale, è quella di vederli sempre in camera da letto, prevalentemente a letto, mentre parlano di questo e di quello. La tradizione è quindi quella del fumetto comico-intellettuale che una volta trovava spazio nelle riviste di fumetti che adesso sostanzialmente non ci sono più. L’autrice, nell’interessante postfazione, rivela le proprie ispirazioni, che vanno da Watterson a Schulz a, in particolare, Claire Bretecher. Segue quindi la tradizione alla quale ho accennato prima, ma lo fa con sufficiente garbo e inventiva da smarcarsene proponendo un piccolo universo del tutto personale. Il segno grafico è semplice, ma accattivante e ben eseguito: ci sono qua e là reminiscenze manga e la cosa non stona nel contesto. I testi sono spesso brillanti, con battute conclusive che riescono quasi sempre a dare un senso compiuto e spiazzante alla fase preparatoria. Anche se il tono è di frequente disilluso, le vicende sono pervase da un’umanità che le positivizza e le allontana, per esempio, dal pessimismo funzionale ed efficace, ma programmatico, della Bretecher. La lettura è piacevole e seguire la dialettica tra questi due personaggi - in parte schematici ma ben tratteggiati nel contrasto - fa desiderare, una volta concluso il libro, che possano tornare in un’altra serie di avventure immobili.
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