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martedì 29 settembre 2020

Segnocinema 225: tutti i film dell'anno

 

Il numero attualmente in distribuzione di Segnocinema, vale a dire il n. 225 (settembre-ottobre 2020), è il consueto e del tutto imperdibile numero che, come sempre di questi tempi, fa il resoconto della stagione cinematografica appena trascorsa recensendo tutti i film distribuiti. Ogni recensione è accompagnata da una foto e c'è anche il consueto panel di critici che esprimono la loro cinquina di film preferiti, da cui poi si estrapola la classifica dei film preferiti dell’anno. A questa consultazione ho partecipato anch’io indicando i miei cinque film preferiti.

Insomma, molto da leggere al fine anche di ricordare quanto si è visto e di appuntarsi quanto si è perso, con il proposito magari di recuperarlo: una guida, va da sé, insostituibile.

Ho contribuito anch'io con 10 recensioni relative a questi film: Doctor Sleep, Scary Stories to Tell in the Dark, Annabelle 3, Almost Dead, La bambola assassina, Eat Local, The Grudge, Isabelle, Zombieland - Doppio colpo, Ma).

giovedì 18 gennaio 2018

Segnocinema 209 e Ugo Liberatore

Certe volte le coincidenze guidano le nostre azioni. Mi è capitato tempo fa di tirare fuori una videocassetta che avevo registrato dalla televisione quasi vent'anni prima e, quasi senza sapere cosa c'era dentro, di inserirla nel videoregistratore (sì, ce l'ho ancora, ovviamente, più d'uno) e di vedere, di conseguenza, Love Maker - L'uomo per fare l'amore. Il titolo un po' fuorviante mi aveva tenuto distante dal film - che però aveva registrato volontariamente - ma vedendolo mi sono reso conto che era un film particolare e decisamente più interessante di quel che pensavo.

Naturalmente il nome di Ugo Liberatore non mi era ignoto e nei primi anni '70 ricordavo che era stato assai in voga per i suoi film erotico-esotico-esistenziale che ero troppo giovane per poter vedere (erano tutti vietati ai 18). Per una ragione o per l'altra negli anni successivi non li avevo recuperati e quindi l'unico Liberatore che avevo visto era Nero veneziano, il suo horror. Pertanto, dopo aver visto Love Maker mi sono reso conto che c'era molto da (ri)scoprire. Per quanto la sua carriera di regista sia stata breve e avara di titoli, Liberatore ha lasciato il segno, secondo me, e questo segno ho voluto ripercorrerlo dopo tanti anni dall'uscita di quei film.

Il risultato è l'articolo Il cinema di Ugo Liberatore - Un regista tipicamente atipico che i più volenterosi e interessati possono trovare sul n. 209 (gennaio-febbraio 2018) di Segnocinema, attualmente in distribuzione. Magari vi viene voglia, leggendolo, di vedervi qualche film di Liberatore. Non sarebbe male.

Con l'occasione, tra gli altri ottimi articoli che come sempre popolano le pagine di Segnocinema, mi piace segnalare di Ilaria Franciotti e Valerio Sbravatti Shining: King vs. Kubrick che mette a confronto la versione cinematografica di Kubrick con la miniserie televisiva voluta da King.

martedì 18 ottobre 2016

Il premio Nobel Bob Dylan e il cinema


Per restare in argomento, segnalo il corposo articolo che ho scritto per MYmovies: in occasione del Nobel a Bob Dylan e alla moderata controversia che ne è nata (ben più grande è stato il plauso, com'è giusto), ripercorro il rapporto tra Dylan e il cinema, che di controversie ne ha suscitate ben di più. L'argomento è quello del mio libro Il cinema di Bob Dylan, ça va sans dire, ma questo articolo può essere un'utile introduzione e compendio. L'articolo potete leggerlo qui, sul sito di MYmovies.

Qui sopra un'immagine da Masked and Anonymous.

sabato 25 gennaio 2014

Superman sullo schermo nello Spazio Bianco

Lo so che lo spazio generalmente non è bianco, soprattutto lo spazio nel quale si trova a volare di tanto in tanto Superman, ma, nel caso di specie, Lo Spazio Bianco è un multiforme sito fumettistico per il quale, come ormai da tradizione annuale, ho scritto un articolo dedicato alle avventure cinetelevisive di un super eroe. Questa volta, dopo i Fantastici 4 e l'Uomo Ragno, è toccato a Superman, che sullo schermo è comparso più e più volte, anche molto recentemente.

Se volete leggere l'articolo - che è stato suddiviso in due parti - dovete andare a questo e questo link.

Qui sopra uno dei mitici Superman dello schermo, Kirk Alyn.

giovedì 6 settembre 2012

George A. Romero su Segnocinema 177

Nel numero 177 (settembre-ottobre 2012) di Segnocinema attualmente in distribuzione nelle librerie c'è il mio consueto articolone annuale che, com'è avvenuto l'anno scorso con Terence Fisher, si occupa dei film cosiddetti "minori" di uno dei miei registi preferiti, in questo caso George A. Romero.

Più che di film minori, in effetti, meglio è definirli semplicemente "altri", cioè diversi da quelli che costituiscono il canone romeriano più comunemente celebrato e criticamente studiato, vale a dire i film con i nostri cari morti viventi.

Diversamente da Fisher, alcuni dei film che ho preso in esame hanno una loro notorietà e sono circolati con buona distribuzione (Creepshow, per esempio, ma anche Monkey Shines e altri ancora), ma comunque hanno incontrato un destino commerciale generalmente avverso e non sono stati sufficientemente compresi.

Altri, comunque, sono rimasti delle vere e proprie oscurità. Mi riferisco in particolare a There's Always Vanilla di cui, forse per primo, ho trattato diffusamente nel mio ormai stagionato articolo romeriano su Amarcord n. 17-18 (novembre 1999), quando ancora qui in Italia lo si dava generalmente come un film "perduto". E ancora, in ogni caso, attende una distribuzione italiano, almeno in dvd. Oppure Knightriders, film di assoluto interesse e di assoluta importanza per chiunque voglia comprendere la poetica di Romero.

Di tutto questo - e di altro ancora - scrivo nell'articolo in questione, che mi ha permesso di occuparmi di nuovo del buon vecchio George, in attesa, magari chissà, di dedicargli un bel librone e nella speranza che il mio articolo possa essere di spunto per qualcuno per andare a vedersi i film, scoprendo, se già non la conosce, l'altra faccia di questo poliedrico regista curiosamente conosciuto soprattutto per una sola parte della sua opera.

Oltre al mio articolo - che per sua stessa natura è imperdibile - in questo numero di Segnocinema c'è il consueto e ancor più imperdibile speciale con tutti i film dell'anno catalogati e recensiti (ho già detto che è da non perdere? Be', come dicono gli americani... don't dare to miss it! Non osate perderlo!).

giovedì 24 novembre 2011

I Fantastici 4 e i loro film


Avevo già parlato qui delle mega celebrazioni in corso nel sito Lo Spazio Bianco e relative ai Fantastici Quattro. Se avete seguito il programma giornaliero avrete visto quante belle cose sono uscite, sia dal punto di vista grafico sia da quello "scritto". Se non avete invece seguito potete usufruire degli indubbi vantaggi di internet e recuperare in un botto solo la cornucopia di tutti questi giorni.

In ogni caso, segnalo che oggi è uscito (ma non rientrerà molto presto per cui avete comodamente tutto il tempo per leggervelo) il mio modesto contributo che, come forse avevo già preannunciato, si occupa di cinema e si intitola
I "Fantastici" tre film dei Fantastici Quattro, dove l'uso delle virgolette mi fa venire in mente Prima pagina di Billy Wilder (e chi l'ha visto puà capire perché, sempre che non sia passato un bel po' di tempo da quando l'ha visto e non si sia conseguentemente dimenticato tutto nel frattempo). Per leggere il mio contributo, basta che andiate qui.

Qui sopra un'immagine dal primo film dei Fantastici Quattro: è solo una mia impressione o Mr. Fantastic assomiglia molto a Fiorello?

mercoledì 13 luglio 2011

The Frankenstein Syndrome


Un giorno qualcuno dovrebbe contare i film dedicati, ispirati o riconducibili alla creazione di Mary Shelley, Frankenstein. Considerando quanta gente c'è al mondo è probabile che qualcuno lo abbia già fatto, ma di certo non me l'ha detto. In ogni caso, quel qualcuno dovrebbe continuare a contare perché di film ricollegabili a Frankenstein continuano a prodursene. Uno degli ultimi è The Frankenstein Syndrome a cui è dedicata la nuova puntata della mia rubrica Horror Frames su MyMovies. Se volete leggere cosa ho scritto, cliccate qui.

Tra gli interpreti il grande Ed Lauter (chi se lo ricorda nel
Giustiziere della notte 3? A questa domanda so rispondere: io! E me lo ricordo anche nel King Kong con Jeff Bridges e Jessica Lange e in un sacco di altri film) e la bomba sexy Tiffany Shepis che qui rimane però del tutto inesplosa.

Qui sopra una foto dal film (no, quella nella foto non è Tiffany Shepis: è Patti Tindall, bravina).

mercoledì 29 giugno 2011

Vanishing On 7th Street


Sopravvivere a un'apocalisse planetaria e ritrovarsi a disposizione il mondo è uno dei pensieri che ogni appassionato di fantascienza e horror ha avuto almeno una volta. L'ipotesi è affascinante, a patto di essere il sopravvissuto di turno. Al cinema abbiamo visto situazioni del genere diverse volte. Recentemente ci ha provato Brad Anderson e al suo Vanishing On 7th Street è dedicata la nuova puntata di Horror Frames, la rubrica che scrivo per MyMovies. Chi vuole leggere cosa ho scritto, deve andare qui. Buona lettura.

Qui sopra Hayden Christensen, protagonista del film. A titolo di curiosità, Christensen ha interpretato il controverso simil-Dylan in Factory Girl, un film di cui ho lungamente scritto in Il cinema di Bob Dylan.

lunedì 24 agosto 2009

Il cinema di Bob Dylan

Non c’è modo migliore di cominciare il mio blog che parlando del mio ultimo libro, con la precisazione che ultimo non è da intendersi nel senso che non ne farò più - questo non mi sento di assicurarlo - ma in quello di più recente.


Il libro è Il cinema di Bob Dylan, 320 pagine + 12 pagine a colori di illustrazioni. È uscito di recente, pubblicato da Le Mani. Questa è la pagina relativa sul sito dell’editore. Chi sia interessato all’acquisto può trovarlo più o meno ovunque sul web, anche qui, per esempio. Gli intrepidi che ancora si avventurano nel mondo reale possono trovarlo nelle migliori librerie, per usare un’espressione antica.


Chi non mi conosce personalmente - credetemi, un bel mucchio di persone - può trovare singolare che abbia fatto seguire al mio Dizionario dei film horror (del quale avremo modo di riparlare) un libro di argomento tanto diverso, ma chi mi conosce sa che la cosa è perfettamente naturale. Come mi sono sempre interessati i film horror, così Bob Dylan è sempre stato uno dei miei autori di riferimento, forse l’autore di riferimento in assoluto, nonostante lo abbia mancato nei suoi anni di maggior fulgore come artista di tendenza. Negli anni ‘60, in Italia Dylan era passato quasi inosservato: giusto qualche versione in italiano di alcune sue canzoni e qualche lp di importazione. Mi ricordo d’aver visto Tito Schipa jr cantare in una trasmissione Tv la sua versione in italiano di Mr. Tambourine Man, trasformato correttamente ma con assai meno fascino in Signor Tamburino. Prima ancora ricordo d’aver comperato all’Upim il mini 45 giri (sì, sono esistiti anche quelli!) di Mr. Tambourine Man nella versione dei Byrds, della quale ricordo mi piaceva l’attacco di chitarra e poco altro. Poi nel 1973, ero in attesa di partire per una vacanza in moto con gli amici, ma avevo alcuni minuti di tempo. Ero a casa da solo e ho acceso la radio, un sontuoso mobile Philips in radica di noce, perfetto reperto (tuttora esistente, lo dico per chi fosse preoccupato) degli anni ‘50. Era il fortunato periodo in cui trasmettevano le canzoni senza che ci fossero fastidiosi deejay a parlare tra i brani e/o in mezzo ai brani (da farli a brani loro, sarebbe). Il programma era targato Rai, naturalmente. Era un programma tappabuchi a basso costo che avevo sentito altre volte senza molto interesse, strutturato semplicemente nella trasmissione di alcune canzoni senza che venisse detto nulla se non alla fine quando uno speaker con la voce metallica elencava titoli e interpreti. La canzone che trasmettevano in quel momento era l’ultima. Non appena l’ho sentita mi sono reso conto che era qualcosa di completamente diverso da quello cui ero abituato. Non capivo praticamente nulla delle parole e quindi non era il testo ad attirarmi. Erano la voce, il modo di cantare, la musica suggestiva, l’arrangiamento spartano ma per nulla povero, l’armonica suonata in maniera originalissima. Nonostante cominciassi a essere quasi in ritardo aspettai sino a che la voce metallica - e anche disinteressata - dello speaker mi disse che si trattava di Mr. Tambourine Man cantata da Bob Dylan. Proprio la canzone che non mi era sembrata niente di che nelle versioni succitate. Da quel momento, sono andato alla scoperta di Dylan e del suo repertorio passato, recuperando tutto, compresa l’edizione italiana dell’album John Wesley Harding con il bizzarrissimo strillo in copertina su Drifter’s Escape trionfatore a Bandiera Gialla, il programma radiofonico di Boncompagni che allora era il top della musica “giovane”. Poi ho seguito Dylan nel corso degli anni attraverso continui cambiamenti, trovando sempre il suo lavoro un’ottima fonte di ispirazione. Caso più unico che raro, Dylan ha saputo trovare nel cambiare delle epoche e dell’età gli spunti creativi per una produzione artistica sempre in linea con i tempi e allo stesso modo quasi senza tempo. Ho trovato molto significativo quanto ha detto Richard Marquand - il regista di Hearts of Fire - in una dichiarazione riportata anche in Il cinema di Bob Dylan. Marquand ha detto in sostanza che poteva ricordarsi benissimo quando aveva visto e sentito la prima volta Bob Dylan da quanta era stata l’impressione che gli aveva suscitato e che da quel momento in poi gli era sembrato che Dylan lo avesse accompagnato per tutte le cose creative che aveva fatto nella sua professione. Marquand aveva poi coronato il suo sogno arrivando appunto a dirigere Dylan in un suo film, Hearts of Fire. Ma è morto subito dopo e il film è stato un fallimento, per cui non so se il suo sia un esempio da imitare.


Su Bob Dylan sono state scritti molti libri taluni dei quali decisamente acuti e brillanti. Tra quelli che vi si sono dedicati ci sono illustri studiosi che di solito si dedicano a John Milton o Keats, come l’insigne accademico Christopher Ricks (autore dell’ottimo tomone dylaniano Visions of Sin), del quale mi è sempre piaciuta l’affermazione - cito a memoria, con possibili imperfezioni - che non siamo noi che consideriamo Dylan un grande poeta a doverci giustificare per questo, ma dovrebbero essere quelli che non lo considerano tale a farlo. Detto in soldoni, chi non approfondisce l’opera di Bob Dylan non sa cosa si perde.


I libri però riguardano principalmente l’opera di Dylan come autore di canzoni e poesie, la parte preponderante della sua attività, quella in cui è un maestro riconosciuto. Dylan però ha fatto molto altro: dipinge, scrive prosa, ha fatto (mirabilmente) il deejay. E ha fatto cinema. Mi sono sempre interessato di cinema e mi sono sempre interessato di Bob Dylan: scrivere un libro sul cinema di Bob Dylan mi è sembrato naturale e doveroso. Anche perché mancava una trattazione organica dell’opera cinematografica dylaniana e pure all’estero i volumi specifici si contano sulle dita di una mano (o di una zampa anteriore, se preferite) di tirannosauro e c’è anche la possibilità che ne avanzi una (per chi non fosse ferrato in dinosauri, le dita di una zampa anteriore di tirannosauro sono due). Invece, l’apporto di Dylan al cinema è stato consistente: come regista, attore, musicista, sceneggiatore e altro ancora ha partecipato a parecchi film, lasciando su di loro la sua originale impronta. E anche in televisione le sue apparizioni sono spesso state indimenticabili (in senso buono o cattivo). Di tutto questo e di altro ancora parla il libro, dandone un quadro critico completo per il dylaniano e per chi non lo sia, ma abbia interesse a scoprire il mondo che c’è dietro al rapporto con il cinema di una delle figure culturali più complesse di questo e del secolo precedente e. In quest’ottica, si parla anche dei film in cui Dylan c’è senza esserci (Io sono qui) e quelli in cui non avrebbe mai voluto esserci, ma è richiamato fantasmaticamente (Factory Girl). Insomma, un viaggio attraverso più epoche cinetelevisive segnate da un personaggio sempre stimolante. Ne riparleremo.