Dopo l’orrore cosmico e soprannaturale del lovecraftiano Cieco sordo muto, l’infaticabile Lorenzo Lepori approda allo slasher con il suo nuovo film, Kopis: allo slasher, ma declinato in versione giallo all’italiana degli anni d’oro, con la riproposizione riveduta e ragionata degli stilemi tipici di quel periodo.
La giovane Francesca (Aurora Bastia), youtuber aspirante al successo d’immagine, organizza con le amiche Alice (Gaia Nardozza) e Luisa (Beatrice Nardini), un weekend che si preannuncia orgiastico e sfrenato nella villa di famiglia, approfittando del fatto che i suoi genitori, Paolo (Robert Madison) e Ida (Simona Vannelli), saranno fuori per i loro rispettivi impegni. Ad accogliere le ragazze c’è il tuttofare/custode Andrea (Andrea Bonella), chiaramente molto devoto a Francesca. Ma ci sono anche i genitori che, prima di partire, hanno il tempo per le ultime raccomandazioni. Raccomandazioni che naturalmente le ragazze non hanno la minima intenzione di seguire, dato che ben presto sono raggiunte da tre ragazzi - Ivano (Matteo Zanotti), Alessandro (Luca Pianta) e Roberto (Niccolò Riggioni) - con cui intendono spassarsela alla grande. E così, di fatto, iniziano a fare. Solo che entra improvvisamente in scena una misteriosa assassina che indossa una particolare maschera realizzata sulle fattezze di Francesca e utilizza per uccidere un antico pugnale sacrificale che ha trafugato allo psicologo (Pascal Persiano) di cui era paziente. Il primo a cadere vittima è Alessandro, ma ben presto la situazione precipita e i ragazzi si trovano nei guai.
La storia è molto tipica, nella presentazione dei personaggi e delle situazioni, aderendo in modo compiaciuto alla formula collaudata dei giallo-movies, che Lepori e lo specialista Antonio Tentori, autori della sceneggiatura, ben conoscono, sapendo perfettamente come calibrarne gli elementi e le suggestioni. In questo caso, Lepori sfrutta anche molto bene l’ambientazione nella villa isolata per dare vita a una tensione claustrofobica di buona efficacia, senza trascurare, come è elemento fondamentale del suo cinema (e anche di quello degli anni d’oro del thriller-horror italiano cui fa sempre riferimento), l’aspetto erotico che serve a dare colore morboso alla vicenda e anche spessore ai personaggi. Se l’identità dell’assassino non è certo, quando viene svelata (e anche prima), una sorpresa, è però molto interessante lo svelamento del suo movente che suggerisce una curiosa e non banale riflessione sul confronto e generazionale e sul peso della genitorialità, mantenendo nel contempo quel tipico grado di assurdità psicopatologica che è sempre stato proprio dei gialli argentiani, nonché di quelli pre e post-argentiani.
Ma interessante è anche l’utilizzo del doppio assassino in modalità operativa non sinergica anche se talvolta convergente negli effetti. Interessante non solo per gli sviluppi narrativi che consente, ma anche per la tipologia motivazionale che in entrambi i casi fa riferimento alla relazione emotiva (e non solo) con la medesima persona che si trova così a essere, in modo almeno apparentemente involontario, il vero motore dei delitti e il fulcro fondamentale di tutto quanto.
Apprezzabile è anche la concisione del racconto che in questo modo limita quanto più possibile i tempi morti (che pure, un po’, ci sono). La regia di Lepori è sicura e sempre più attenta, anche nella scelta delle inquadrature, aiutata dalla fotografia ricca di atmosfera di Federico Giammattei. Positivo, nel complesso, anche il comparto attoriale. Aurora Bastia se la cava bene nel non facile ruolo della protagonista, mentre Simona Vannelli e Robert Madison offrono la loro solida professionalità, molto utile a dare credibilità ai loro ruoli, così come l’intenso Andrea Bonella. Simpatica e incisiva la prova di Roberta Riccio, nel ruolo dell’amante di Paolo decisa a spigliata nella lotta per la vita. Da segnalare anche la sicura performance dell'esperto e sempre affidabile Pascal Persiano, protagonista dell’efficace prologo..
sabato 28 marzo 2026
Kopis
martedì 16 luglio 2024
Cieco sordo muto
David è un affermato scrittore con la caratteristica di essere cieco, sordo e muto. Intende scrivere un nuovo romanzo e la location adatta viene individuata in una villa solitaria dove lo scrittore si installa con la fedele coppia di assistenti, Pio e Simona, che lo segue e supporta da tempo. David scrive di buona lena, ispirato dal luogo, ma proprio il luogo, nei sotterranei, nasconde dei segreti oscuri che non tardano a riverberare il loro malefico influsso sulle tre persone che sono venute a dimorarvi. Con conseguenze, ovviamente, orribili.
All’origine c’è un racconto di H.P. Lovecraft, uno dei suoi racconti che possiamo definire minori, ma non per questo privo di interesse, anzi: in poche pagine presenta infatti una situazione particolare e la porta a una conclusione per certi versi sorprendente e metafisica. Lorenzo Lepori e il suo esperto collaboratore Antonio Tentori adattano il racconto prendendone gli spunti più significativi e immergendoli, soprattutto dopo la fase iniziale preparatoria, in quell’humus fatto di sangue e di torbido erotismo che è stato proprio dell’horror italiano degli anni d’oro, un horror che è chiaramente uno dei punti di riferimento principali di Lepori, come dimostra la sua ormai ricca filmografia.
Se la prima parte del film, nel presentare l’inconsueta figura dello scrittore cieco, sordo e muto, si prende i suoi tempi e procede a un ritmo rallentato per descrivere in modo preciso il particolare modus operandi dell’uomo e la sua calibrata interazione con i suoi assistenti, una volta definita la situazione la storia si inabissa nella profondità di una fase mediana in cui le parole perdono di centralità e sono le immagini a farla da padrone in lunghe sequenze onirico-erotiche caratterizzate da efficaci giochi di colori e supportate da musiche suggestive in un insieme capace di creare un’atmosfera significativamente morbosa e torrida.
La parte conclusiva è ricca di sangue e violenza in un crescendo di buona spettacolarità che mantiene le connotazioni tipiche del cinema di Lepori e incorpora, tra mostri tentacolati e oscure e sfuggenti presenze, il più tipico immaginario lovecraftiano che risulta quindi ben richiamato e presente. Meno riuscite appaiono forse alcune svolte narrative un po’ forzate e sbrigative, meramente funzionali, con personaggi secondari appena abbozzati, ma nell’insieme il film tiene e intrattiene, rappresnetando un nuovo convincente capitolo nella crescita autoriale del regista.
David Brandon, tra le sue molte qualità, è una figura iconica dell’horror italiano (Deliria, Le foto di Gioia e altri ancora sino al relativamente recente Neverlake) per cui la sua presenza è di per sé un valore aggiunto a livello di puro carisma. Ma è anche e soprattutto attore finissimo e di grande espressività: la sua efficace e sentita interpretazione dà alla figura del protagonista uno spessore e una credibilità notevoli di cui il film si avvantaggia sensibilmente. Un’intensa Simona Vannelli e un sofferto Pio Bisanti, attori ricorrenti nel cinema di Lepori, lo supportano con bravura e dedizione.
martedì 2 agosto 2022
Grida dalla palude
Grida dalla palude è il nuovo horror dell’infaticabile Lorenzo Lepori, un piccolo film indipendente ambientato in prevalenza in suggestivi esterni naturali, che forniscono una cornice efficace a una vicenda adeguatamente truce.
Angela (Simona Vannelli) è disperata dopo la morte come conseguenza di un incidente del marito e del figlioletto. La donna si è convinta che il vero responsabile della sua perdita sia il medico ospedaliero Max (Lorenzo Lepori), apprezzato professionista. Indagando su di lui, Angela scopre che dietro l’apparenza di uomo di famiglia integerrimo, con moglie e due figlioletti, c’è qualcosa di terribile. Con due colleghi -Alan (Antonio Tentori) e Ivan (Pio Bisanti) - Max, infatti, si dedica al brutale omicidio di donne inermi utilizzate come selvaggina in particolari battute di caccia realizzate per appagare istinti perversi e sadici. Angela capisce che per risolvere la situazione non c’è che da rivolgersi al soprannaturale.
Il film riprende il famoso spunto originato dal racconto La partita più pericolosa di Richard Connell, uno dei racconti più usati e influenti della storia del cinema, con in evidenza i cacciatori di carne umana, ma lo usa proprio solo come spunto, inserendolo nel più classico schema del revenge movie (e anche rape & revenge, se vogliamo) per confluire poi con un’ulteriore svolta nel filone stregonesco-demoniaco in un ibrido tutto sommato simpatico e ricco della tipica spavalderia energetica di Lorenzo Lepori. La regia è vivace, le inquadrature dinamiche e il montaggio serrato e creativo: Lepori affronta di petto e senza remore tematiche un po’ diverse dal solito, ma, a dare flesh and blood alla vicenda, resta lo spiritaccio estremo dei fumetti horror erotici dei bei tempi che, rivisitato e rimodernato, resta la stella polare del cinema leporiano.
Qualche lentezza nella fase preparatoria del rituale abbassa un po’ il ritmo complessivo, che nell’insieme si mantiene comunque spedito grazie anche alla durata saggiamente contenuta del film. Le musiche in prevalenza elettroniche conferiscono un’aria un po’ vintage e si accompagnano bene alle immagini per creare la giusta atmosfera. Mancano grosse sorprese e lo svolgimento è abbastanza lineare e prevdibile, ma l’intrattenimento non manca e il tripudio gore del finale è ben condotto, con effetti speciali di buona efficacia,
Simona Vannelli offre un’interpretazione intensa e spiritata nella parte della protagonista di un film in cui si stenta a trovare un personaggio “normale”: i protagonisti sono di notevole ferocia e cattiveria e Angela è anche lei oltre ogni sanità mentale, tormentata com’è dalla perdita che ha subito e dall’odio che la rode. In questo modo, il film dipinge un mondo cupo e con poca speranza dove il tentativo della protagonista di trovare giustizia per vie legali viene inesorabilmente frustrato (assistiamo a un esemplare colloquio telefonico tra lei e il suo avvocato) e l’unico modo di ottenere non giustizia, ma vendetta è affidarsi alle forze dell’occulto con tutto ciò che ne consegue (il sorriso finale di Angela, benché enigmatico, è significativo). Lorenzo Lepori si ritaglia un altro di quei ruoli da personaggio abietto che sono nelle sue corde, ben coadiuvato dal bravo Pio Bisanti e dallo sceneggiatore Antonio Tentori (coautore anche della sceneggiatura di questo film insieme a Lepori) che sostiene con efficacia un ruolo più esteso dei camei che gli abbiamo visto fare in altri film. Da sottolineare anche il fondamentale coinvolgimento, quale direttore della fotografia (e non solo, oltre ad altri ruoli è anche coproduttore con la sua Empire Video), di Alex Visani, altra figura importante del panorama horror italiano.
In sostanza, un altro valido e divertente capitolo dell’avventura horror rappresentata dalla carriera di Lorenzo Lepori che porta avanti con tenacia lo spirito di un horror basilare e semplice, ma pieno di vigore e improntato al classico binomio sesso e violenza tipico del cinema di genere di qualche decennio fa. Il dvd (targato Digitmovies) contiene alcuni extra interessanti, tra cui un’appassionata disamina da parte di Lepori della mitica (e famigerata) serie Lucio Fulci presenta.
venerdì 15 ottobre 2021
Nati morti
Nati morti è il nuovo film di Alex Visani, un autore che ormai da decenni percorre una sua particolare strada nell’ambito dell’horror indipendente.
Luna (Ingrid Monacelli) abita da sola in un grande casale in campagna e si dedica con passione alla tassidermia. Un giorno mentre si aggira nel bosco alla ricerca di animali morti da impagliare si imbatte nel cadavere di una donna appena uccisa da uno spietato assassino, che scopriremo chiamarsi Tony (Lorenzo Lepori). L’uomo giace vicino alla sua vittima, gravemente ferito dalla stessa nell’ultimo sussulto prima d’essere sopraffatta. Luna porta entrambi nella sua casa. Tony si risveglia legato a una sedia e se la prende con Luna, che gli fa presente d'averlo curato e si aspetterebbe un po’ di riconoscenza. Luna non si fida molto di Tony, che mostra un temperamento selvaggio e crudele. Oltre che pieno di risorse. Infatti, Tony riesce a liberarsi, ma Luna non è da meno di lui e riesce a legarlo al cadavere della sua vittima, che giace sul tavolo da lavoro della tassidermista. Luna è chiaramente affascinata dalla morte e dalle trasformazioni che essa induce: “Niente muore. Tutto genera vita”. Ha dei piani che coinvolgerebbero Tony, ma ha anche dei problemi con Clizia (Corinna Coroneo), la seconda moglie del suo defunto e amatissimo padre. Clizia e il suo attuale compagno Luca (Edoardo Lazzari) si mettono in viaggio per il casale con l’intenzione di risolvere una questione legata alla vendita della casa, ma non sanno cosa li aspetta.
Un giorno qualcuno - se già non è stato fatto - dovrà scrivere un saggio sulla fascinazione del cinema horror per la tassidermia. L’essere imbalsamato è morte che imita la vita con tutto quel che ne consegue a livello simbolico. Visani pone al centro della storia un personaggio solitario che dedica la propria vita a lavorare su animali morti per riportarli a una vita apparente e raggelata. Il ritratto psicologico di Luna è variegato e approfondito: ispirata dalla figura del padre morto, Luna è una persona con chiari problemi di rapporto con la realtà e i suoi simili. E la sua relazione con il padre, come traspare dalle livorose parole di Clizia, aveva aspetti piuttosto torbidi che hanno generato traumi evidenti. Più tipico e funzionale è il personaggio del killer, di cui non vengono approfonditi retroterra, motivazioni e personalità: la sua funzione è quella di essere il catalizzatore delle pulsioni morbose della protagonista, di diventarne il complemento necessario al suo sviluppo personale. Il rapporto tra i due protagonisti, inizialmente giocato sul filo della diffidenza reciproca, trova un punto di incontro definitivo e cruciale nell’atto del sezionamento del cadavere della prima vittima, un atto nel quale le ossessioni dei due si realizzano entrambe compiutamente, convergendo in modo sinergico.
La storia è raccontata in modo lineare e semplice, con varie sequenze allucinatorie a fornire, nella prima parte soprattutto, il contenuto gore e splatter tipico del genere. Gore e splatter che la fanno da padrone soprattutto nel finale che è un tripudio di effetti sino a una conclusione simbolica e appropriata alla storia. Visani - che scrive anche la sceneggiatura, cura la fotografia, il montaggio e fa l’operatore alla macchina - dirige con buona padronanza e sicuro stile: interessante l’uso del colore che conferisce suggestione all’ambientazione autunnale. Raffinata e suggestiva anche la musica di Daniele Marinelli, che soprattutto nel redde rationem finale fornisce un contrappunto riflessivo e quasi elegiaco alla violenza delle immagini. Lorenzo Lepori e Ingrid Monacelli aderiscono con febbrile partecipazione ai loro personaggi.
domenica 13 dicembre 2020
Flesh Contagium
Nel 2029, una pandemia ha provocato migliaia di morti portando presto al collasso le strutture sanitarie nei vari stati del mondo. Le grandi case farmaceutiche hanno sprintato per produrre un vaccino che battesse il virus, ma, come si dice in Veneto, el tacon xe sta peso del sbrego. Prodotto in fretta, infatti, il vaccino ha causato effetti collaterali consistenti in orribili mutazioni negli esseri umani. I morti da migliaia sono divenuti milioni e per i sopravvissuti le cose sono state comunque terribili. L’economia ha collassato e sono fioriti regimi militari che hanno istituito gruppi armati denominati “esecutori”, incaricati di eliminare i mutanti. In preda alla fame e alla disperazione, la gente ha cercato rifugio e cibo nelle campagne, ma squadracce di esecutori battono anche quelle alla ricerca di esseri umani da eliminare. Poiché si tratta di un horror indipendente a basso budget, tutto questo ci viene raccontato in dense didascalie per poi concentrarsi sulla fuga di una coppia composta dal cinico Helmut (Lorenzo Lepori) e dall’esile e impaurita Ornella (Shiri Binder), incinta. Cercando rifugio in un casolare che sembrava abbandonato, i due sono vittima di una coppia di coniugi su cui gli effetti delle mutazioni virali si sono già fatti sentire pesantemente. Vera (Simona Vannelli) è diventata una demente cannibale: uccide Helmut e se ne ciba. Suo marito Udolfo (Pio Bisanti) invece cattura Ornella e, mentre le racconta come stanno le cose, la stupra un paio di volte. Udolfo ha una strana escrescenza sulla schiena: in sostanza, è una sorta di esserino dentuto e famelico generato in qualche modo con la moglie. L’esserino si ciba di sangue e l’idea di Udolfo è quella di dargli il sangue di Ornella che, dopo qualche iniziale e comprensibile esitazione, si dichiara disponibile. Ma le cose sono destinate a complicarsi.
Dopo Catacomba e Notte nuda, Lorenzo Lepori scrive (con gli esperti Antonio Tentori e Alex Visani), produce (con Visani e Luca Di Silverio), dirige e interpreta (in un ruolo di supporto) un nuovo horror piccolo, ma sincero. Lo spirito resta quello dei fumettacci horror erotici degli anni ’70 e ’80 cui Lepori aveva già reso omaggio più esplicitamente in Catacomba, uniti alla rivisitazione, forse più che dell’horror, del post-atomico italiano dei medesimi anni con qualche rimando naturalmente anche al romeriano La città verrà distrutta all’alba. Ne consegue una notevole insistenza su gore e frattaglie, sul nudo e sul politicamente scorretto, categoria quest’ultima che in quegli anni non esisteva nemmeno.
La storia è esile, ma con qualche svolta interessante. Il ritmo, pur con qualche cedimento nella fase centrale, è sostenuto. L’ultimo terzo del film vira decisamente verso il delirio, il che, dato il contesto e le finalità, può essere considerato un pregio. La creaturina, direi quasi henenlotteriana, è una mutazione simpatica e introduce un elemento disturbante nel già strano ménage a trois che si instaura tra Udolfo (nome che rimanda a una maestra del gotico d’epoca come Ann Radcliffe), la fragile Ornella e la delirante e affamata virago che è diventata Vera, la moglie di Udolfo. Lo scenario pandemico e apocalittico - piuttosto attuale, direi - è il pretesto per mettere in scena questo rapporto malato e seguirne gli sviluppi, con le complicazioni causate dall’intervento dei cosiddetti esecutori e anche dal sanguinoso distacco della creatura dal suo alveo. Alcune sequenze allucinate sono ben realizzate e l’apprezzabile fotografia di Visani aiuta molto la creazione di atmosfere macabre e suggestive soprattutto nelle scene in interni, con una buona scelta dei colori.
Pio Bisanti e Simona Vannelli, fedelissimi del regista, offrono buone prove, un po’ sopra le righe, ma tutto il film, intenzionalmente, lo è. Shiri Binder ha qualche momento di incertezza, ma il suo ruolo non era facile e lo svolge con impegno e discreti risultati. Il film conferma la vivacità e la personalità dell’approccio di Lepori al genere: forse talvolta eccede in entusiasmo e non sempre riesce a mantenersi focalizzato sul racconto, ma nel complesso ottiene il risultato di rivisitare e riproporre in modo efficace un cinema che era estinto.
sabato 28 gennaio 2017
Catacomba di Lorenzo Lepori e Roberto Albanesi
Negli anni ’70 e ’80, quale estrema conseguenza del proliferare dei cosiddetti fumetti neri, imperversò nelle edicole una serie di fumetti orrorifici di grana grossa che spesso - e sempre più con il trascorrere degli anni - accomunava all’horror l’erotismo, come del resto avveniva nel cinema già da tempo. La serie si chiamava «Oltretomba» e aveva carattere antoloigico, vi hanno collaborato parecchi disegnatori molto bravi (Tacconi, Pavone, Missaglia, Sammarini e molti altri, compreso il compianto Giuseppe Dalla Santa e anche diversi ottimi disegnatori spagnoli). Per poco non ci ho collaborato anch’io (per i testi, ovvio, non per i disegni): la Ediperiodici mi aveva chiesto delle sceneggiature (non so se per questa o per altre sue collane), ma poi la cosa non ha funzionato. Mi ricordo in particolare, come di considerevole qualità, la collana «Oltretomba colore» che, come dice il titolo, aggiungeva la novità del colore a fumetti che tradizionalmente erano sempre stati in bianco e nero. «Oltretomba» non era l’unica collana horror erotica - ce n’erano parecchie altre, sia antologiche sia con personaggi fissi - ma è di certo una di quelle che più è rimasta nell’immaginario collettivo (forse di un collettivo ristretto, ma comunque, per definizione, plurale).
Il giovane regista Lorenzo Lepori ha avuto l’idea di riprendere la tradizione ben poco politicamente corretta di quei fumetti e di trasporla in un film a episodi, Catacomba, coadiuvato da Roberto Albanesi che ha diretto l’episodio che fa da cornice agli altri. L’esito, diseguale come è destino di tutti i film antologici, è comunque interessante e va apprezzato, al di là dei suoi meriti effettivi, proprio per l’audacia produttiva e per l’idea in sé.
Nella storia cornice (Un diavolo per capello, scritta da Lepori e Albanesi e diretta da Albanesi), Simone (Simone Chiesa), mentre tenta di combinare con una certa Lorella per la serata, va all’appuntamento col parrucchiere, ma trova chiuso per lutto per cui si rivolge a un altro parrucchiere (Massimo Mas). Mentre in negozio aspetta il suo turno legge un albo a fumetti, «Catacomba», che trova sul tavolino.
La prima storia, Evil Tree (scritta da Antonio Tentori e Lepori e diretta da Lepori), vede uno sceneggiatore horror (Antonio Tentori) che, in un boschetto campestre, cerca l’ispirazione per la prossima storia. Però è disturbato dal rumore prodotto da una coppia di motociclisti. Quando si tolgono i caschi vede che sono motocicliste (Silvia Ercolini ed Eleonora Sinotti) piuttosto eccessive e dall’aspetto aggressivo che, in effetti, lo aggrediscono e lo legano a un albero, affermando d’essere le figlie predilette di Satana e d’averlo legato al cosiddetto albero della strega dove intendono sacrificarlo. E lo fanno, in modo truculento, con un sottofondo metal rock. Ma quando tutto sembra finito arriva il redde rationem ultraterreno, immotivato quanto cruento.
Quando sarebbe il turno di Simone, entra un tizio chiedendo di fare una telefonata e il parrucchiere lo accompagna nel retrobottega. Preso dalla lettura, Simone non si contraria.
La seconda storia (Alien Lover, scritta e diretta da Lepori), sempre in ambito boschivo-campestre, vede una giovane coppia imbattersi in un essere mostruoso - un alieno o comunque definito tale - che uccide lui a coltellate e poi fa a fette anche lei. Intanto, il trucido Franco (Franco Bartoletti) pensa che la sua partner, Tamara (Simona Vannelli), lo tradisca. L’ha trovata infatti fuori di casa, nuda, in un misterioso stato di estasi. Lei farnetica d’essersi accoppiata con un alieno. Franco, vendicativo, vuole scoprire chi è l’amante per poi uccidere entrambi e dare la colpa al maniaco che sta uccidendo le coppiette. Nel frattempo la polizia sta dando la caccia al maniaco, che però è un osso duro. Un paio di amici di Franco si intromettono e gli esiti sono tragici.
Mentre Simone attende, il parrucchiere, nel retrobottega uccide e smembra il tizio che voleva telefonare. E Simone continua a leggere.
Nella terza storia (Una messa nera per Paganini, scritta da Tentori e Lepori, diretta da Lepori), Caterina (Stefania Vestri) presenta a suo marito Andrea (Moreno Fabbri) il violinista Pascal (Pascal Persiano), che, gli spiega, “condivide la tua stessa passione”. Per Paganini, s’intende. Andrea è un grande collezionista e possiede spartiti inediti di Paganini che Pascal brama vedere. Ma Pascal ha una tresca con Caterina e un piano ordito insieme a lei per arrivare ad avere tutto. Trova però ben più di quanto cercava.
Arriva finalmente il turno di Simone, ma, mentre il parrucchiere lavora, Simone ha agio di leggere l’ultima storia dell’albo.
La quarta storia (La maschera della morte rossa, scritta da Tentori e Lepori, diretta da Lepori) è condotta quasi senza l’ausilio delle parole, con il protagonista (Luigi Fedele) che, all’interno di una grande casa, va alla ricerca di una donna in rosso (Simona Vannelli) e fa un altro strano incontro, di carattere erotico, con Morella (Eleonora Sinotti). Incontro che presto trasuda sangue e violenza anche cannibalistica.
A parte i fumetti, un’evidente ispirazione è il cinema splatter di H.G. Lewis, per l’insistenza sui dettagli irrealistici e la prevalenza della ricerca della cruda sgradevolezza rispetto a quella della costruzione della storia e dei personaggi. Ciò è evidente soprattutto nel primo episodio, il più debole. Sconnesso, raccontato con poca brillantezza, un po’ greve, si riduce a una grottesca parata di orrori che è sì in linea con lo spirito di quei fumetti, ma non ne riproduce la veemenza narrativa. In sostanza, è gratuito, ma non ha lo spunto che giustifichi questa sua gratuità e si dipana in modo piuttosto banale. Antonio Tentori, noto critico e sceneggiatore, interpreta non tanto se stesso (immagino) quanto l’icona che rappresenta e lo fa con gusto. Del cast tecnico fa parte - e va segnalato - il grande Sergio Stivaletti.
Il secondo episodio è meglio strutturato e anche condotto con una migliore attenzione alla dinamica narrativa e ai personaggi, con una serie divertente di rivolgimenti e di colpi di scena. La demenzialità dei personaggi messi in scena non nuoce alla storia, che riprende bene lo spirito di quei fumetti. Le discussioni al bar e la descrizione di un gruppo di maschi dalle caratteristiche subumane - ma non poi così irreali - accompagnano una figura femminile che chiaramente è portata a preferire a quegli uomini moralmente mostruosi un mostro vero. Svelto e dinamico, è forse l’episodio migliore, anche se forse quello successivo è diretto con maggiore abilità compositiva.
Il terzo episodio riprende la figura leggendaria di Paganini già oggetto di vari horror e richiama più di un po’ anche un famoso episodio dell’horror a episodi della Amicus Il giardino delle torture (quello sull’uomo che collezionava Poe, interpretato da Jack Palance e Peter Cushing, nientemeno), inserendovi un classico triangolo amoroso per costruire una storia interessante e ben condotta oltre che ben recitata. Protagonista è Pascal Persiano, attore che ha preso parte a diversi horror del passato (tra cui appunto Paganini Horror) e che qui offre al personaggio che interpreta la sua sicura professionalità. (Tra parentesi, per un certo periodo ho scritto sceneggiature per fotoromanzi e in quel periodo - e anche in altri - Pascal Persiano era una star di quell’incredibile mondo). Il risvolto finale è forse un po’ troppo telefonato, ma accettabile. Efficace il look spettrale di Paganini (interpretato da Alessandro Mollo), opera di Alessandro Catalano.
Il quarto episodio è quello più visuale e a maggior tasso erotico. Sotto questo profilo non delude ed è condotto con buona mano, pur se non mancano alcuni difetti derivanti probabilmente dall’entusiasmo realizzativo che spinge all’eccesso. Gli effetti speciali truculenti sono realizzati in modo da assecondare questo gusto parossistico che non ricerca realismo e credibilità, ma, appunto, l’eccesso e lo trova in un’orgia di sangue che in qualche modo lascia il segno. Il richiamo a Poe è più nei nomi che nella sostanza, un omaggio al grande autore.
La storia cornice è simpatica e ben recitata, anche per la buona prova di Simone Chiesa (in particolare, ma anche Massimo Mas ha i suoi momenti) e l’ironia che la pervade. Il finale è un po’ d’obbligo, ma lo svolgimento e alcuni risvolti sono divertenti. Lo stile registico di Albanesi è meno irruento rispetto a quello di Lepori e si adatta bene al tipo di storia.
In conclusione, l’idea di resuscitare lo spirito indomito e sicuramente grossolano di quei vecchi fumetti è stata brillante e anche ambiziosa. Certo non è un horror inquieto e d’atmosfera quello cui ha mirato Lepori, ma non lo era nemmeno quello di quei fumetti e bisogna sempre giudicare un’opera in base a ciò che si prefiggeva l’autore. Di fatto è comunque un ulteriore e consistente passo avanti rispetto al film precedente (I Love You Like a Twist), come il film precedente era un consistente passo avanti rispetto a quelli prima ancora. Ciò fa ben sperare.
Nell’edizione per la vendita del dvd è contenuto anche un albo a fumetti che riproduce il contenuto di quello letto da Simone Chiesa nel film: una bella idea e un’ottima realizzazione, a cura di Lorenzo Lepori, omonimo del regista e già disegnatore nella vera serie di «Oltretomba».
Il dvd in vendita lo trovate anche qui, da Bloodbuster.
lunedì 16 gennaio 2012
I Love You Like a Twist

Il panorama del cinema indipendente, spesso caratterizzato da low e no-budget e molto entusiasmo, propone più di qualche volta incursioni nel campo dell’horror, probabilmente non a caso uno dei generi più frequentati dai giovani registi. Talvolta, seguendo la spinta alla contaminazione dei generi che accompagna la sperimentazione e la voglia di affastellare tutte o quasi le proprie ispirazioni, l’horror non è il genere di assoluto riferimento, ma è un ingrediente forte di un cocktail che contiene anche altro. Di Lorenzo Lepori avevo visto Il vangelo secondo Taddeo, un horror esuberante e scombinato che inseriva elementi da pulp tarantiniano in un contesto orrorifico a suo modo tradizionale (come, del resto, si sa, aveva fatto lo stesso Tarantino sceneggiatore di Dal tramonto all’alba).
I Love You Like a Twist, il nuovo film di Lepori, segue in parte la stessa strada ma segna un deciso passo in avanti rispetto a Taddeo, facendo piazza (quasi) pulita delle imprecisioni e degli errori di inesperienza del film precedente. Anche in questo caso, gli elementi narrativi sono una sorta di noir da periferia degradata e un horror ancor più tradizionale. Solo che stavolta, la prevalenza è nella crime story e l’horror fa da contorno.
Dino Strano (Pio Bisanti) fa il killer, dopo essere evaso dal carcere dov’era rinchiuso. Dopo un’esecuzione di massa in un bar, si porta via nel baule dell’auto una ragazza (Valentina Poddighe) che, nel corso della sparatoria, l’aveva ferito con un colpo di pistola. Senza spiegazioni, consegna la macchina al suo amico Charlie (Stefano Boni) incaricandolo di portarla a un appuntamento dove qualcuno che sa cosa c’è nel baule se lo prenderà in consegna. Charlie - che non sa cosa contiene il bagagliaio - esegue, ma per sicurezza porta con sé due amici sbulinati: uno violento e l’altro strafatto. Il violento è seccato perché la sua ragazza non si fa viva da tre giorni: i tre amici ne approfittano per disquisire sulla natura poco fedele e comprensiva delle donne. Nel frattempo, Dino va a farsi curare da una sorta di cinese. Ma naturalmente ha anche altro in mente. Fatta la consegna, Charlie e i suoi scoprono che il “pacco” è una ragazza e che chi lo riceve è una setta satanica dalle intenzioni programmaticamente poco raccomandabili.
Recentemente ho letto un’intervista a Herschell Gordon Lewis (su Videoscope #73, Winter 2010) nella quale il creatore dello splatter dava tre consigli agli aspiranti registi: 1) tenere l’ego fuori dalla porta; 2) non girare con la macchina a mano; 3) non dare a parenti e amici ruoli da protagonista solo perché sono parenti e amici. Sui consigli 1 e 3 non posso garantire, ma di certo Lepori ha dato in gran parte retta al secondo consiglio - pur senza magari averlo ricevuto - perché le inquadrature e i movimenti di macchina sono spesso sobri e rilassati, soprattutto rispetto al delirium tremens di Taddeo, senza che ne abbia a soffrire la tensione narrativa. Anzi. La scelta del bianco e nero è vincente dal punto di vista figurativo perché dà alla storia il sordido realismo e l’austerità di cui aveva bisogno, smussando le limitazioni scenografiche che il colore avrebbe evidenziato. L’umorismo e l’ironia sono spesso ben giocati e ci sono alcuni momenti da teatro dell’assurdo che si sposano senza fatica con la caratterizzazione fumettistica dei personaggi. I dialoghi sono generalmente simpaticamente tosti e pulp: “Un orgasmo di frattaglie” vagheggia speranzoso uno dei satanisti; “Ti ha reso una schifezza” commenta amaramente l’amico violento vedendo lo strafatto ridotto a scheletro. I momenti di splatter sono molto più ridotti - sempre rispetto a Taddeo, la mia pietra di paragone - e anche questo è un bene, per molti motivi, non ultimo dei quali il fatto che la storia non ne necessitava. C’è un maggiore citazionismo cinefilo, ma anche questo è autoironico: per esempio, all’inizio uno dei gangster trucidato parla con dialoghi formati da titoli di vecchi film. Nei titoli di coda, poi, c’è una lunga elencazione che a vario titolo presenta nomi indicativi delle preferenze e dei riferimenti del regista. Tra i molti: Larry Buchanan (mitico autore di Zontar: The Thing from Venus) e i Blue Oyster Cult, per i quali scrisse alcuni testi Michael Moorcock, il creatore di Jerry Cornelius. Poi altri nomi assortiti dell’exploitation (e non) da Di Leo a John Agar, da Roger Corman al Dizionario Stracult di Marco Giusti. Il film, inoltre, è dedicato alla memoria di Kevin McCarthy, Leslie Nielsen, Bobby Farrel, Juan Piquer Simon e Tura Satana. I titoli di coda sono quindi un momento di affermazione delle proprie radici e debiti culturali.
Non mancano i difetti, com’è forse inevitabile. Certi episodi apertamente parodistici - come quello del cinese - non funzionano del tutto, perché l’iperbole si scontra con l’inadeguatezza e non ne risulta vincitrice, anche se, pure lì, non mancano momenti divertenti. La mescolanza tra noir urbano e horror si compie nella parte finale in modo abbastanza naturale, ma, per quanto lo sbocco non sia forzato, la parte horror risente di qualche goffaggine nella messa in scena che la parte thriller riesce quasi sempre a evitare. Il mostro - figurativamente più suggestivo che efficace, ma non male - è un richiamo agli horror sparagnini del primo Corman e a quelli che li hanno imitati, da The Monster of Piedras Blancas a tanti altri. Il suo ingresso in scena porta il film in un’altra dimensione, ma non in quella migliore. Mostro e satanismo sono la faccia più sbrigativa del film, ancorché non priva di interesse.
Il vero colpo di scena del film è la comparsa nel finale di Gianni Dei, icona di decenni dell’exploitation italiana. Il confronto finale è da melodramma, anzi da feuilleton, ma dà al film una chiusa adeguatamente tragica e un senso compiuto. Sempre nell’ottica di un’ironia che è il tratto caratteristico del film e gli evita la caduta nel trucido.
Stranezze caratteriali e curiosità comportamentali si amalgamano in un insieme il cui collante è la musica - prevalentemente rock, ma non solo - che accompagna quasi incessantemente le immagini non sempre riuscendo a evitare di sovrapporsi in modo preponderante al parlato.
Buono il montaggio, abbastanza stringente, e apprezzabile nel complesso la recitazione che - a parte il veterano Dei - ha punte di buon esito soprattutto nel protagonista Pio Bisanti. Ma tutti gli attori principali si dimostrano adatti al ruolo e piuttosto disinvolti, da Stefano Boni a Roberto Cardelli al trasognato Andrea Di Vita. Anche la regia mostra una crescita e una maggiore maturità rispetto al film precedente, con una buona attenzione compositiva.
La sceneggiatura è di Valentina Vannelli, apprezzabile nei dialoghi e nella scansione dei fatti. Forse una maggiore definizione - a livello del soggetto - della parte horror avrebbe potuto darle più originalità e migliorare la sua fusione con il resto della storia. Curiosamente, per essere un film sceneggiato da una donna, quello del film è un universo totalmente maschile e in parte misogino (anche se probabilmente ciò discende dalla caratterizzazione e dalla tipologia dei personaggi), in cui le donne sono una presenza del tutto marginale e, più o meno, solo come vittime. A parte la “strega”, la satanista - che peraltro è un personaggio del tutto di maniera - mancano figure femminili forti.
Nel complesso, il film è simpatico, si vede volentieri e costituisce un buon auspicio per i prossimi.



