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Per presentare al meglio il mio nuovo libro uscito da poco - Il cinema dell’eccesso Vol. 1 Europa (Crac Edizioni) - mi sembra opportuno dare un’indicazione abbastanza precisa del suo contenuto. Così chi dovesse essere interessato all’argomento può sapere se, in linea di massima, il libro può rispondere alle sue esigenze.
Il libro si occupa del cinema di exploitation - genere trasversale che percorre molti generi, ma ha profonde radici nell’horror e in altri generi estremi - attraverso alcuni dei suoi autori principali. Ho scelto questo approccio per seguire e sottolineare il percorso autoriale di questi registi, dando loro la massima attenzione critica. Ho esaminato quanti più film possibile cercando di delineare la parabola creativa di ciascuno.
Detto questo, mi sembra giusto dedicare un post a ciascuno dei capitoli di cui si compone il libro, partendo dal primo, che si occupa di Pete Walker, regista inglese, noto soprattutto per i suoi feroci horror che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del genere anche se non sono stati premiati da un adeguato successo commerciale.

Nel primo capitolo del libro ripercorro gli inizi di Walker nel cinema erotico, le incursioni nel noir e nel thriller fino ad arrivare all’esplosione horror e alle indecisioni finali. Il tutto nell’arco di una carriera durata una qundicina danni: non molti, ma intensi. Alla base c’è il mio articolo della serie Kings of Exploitation pubblicato su Segnocinema ormai 13 anni fa, ma proprio il tempo trascorso mi ha permesso di allargare il campo d’analisi a film che all’epoca non avevo potuto vedere (e di rivisitare laddove necessario quelli già visti). Ci sono quindi film come, per esempio, Man of Violence, Strip Poker o Home Before Midnight, quest’ultimo un curioso ritorno a tematiche sexploitative in chiave melodrammatica. Ma naturalmente non mancano i film più celebrati, da Nero Criminale a La casa del peccato mortale, horror indimenticabili che hanno precorso i tempi. Pochi autori sono riusciti a coniugare critica sociale e horror feroce in modo così efficace restando fermamente all’interno di un realismo dal quale ogni concessione al soprannaturale è sostanzialmente bandita. Le belve sono tra noi, era infatti il sottotitolo italiano di Nero criminale.
Inoltre, c’è un’intervista esclusiva a David McGillivray condotta appositamente per questo libro. McGillivray è stato lo sceneggiatore con cui Walker ha stretto un fortunato sodalizio creativo proprio per i suoi celebrati horror e anche per questo è stato un piacere poterlo intervistare. Ma oltre agli horror per Walker, McGillivray ha sceneggiato altri film interessanti - dentro e fuori dall’horror - oltre ad aver avuto una carriera intensa, tutt’ora in corso, in praticamente tutti i media. Per cui, credo, l'intervista - che non si limita solo al suo lavoro con Walker - si presenta di particolare interesse. Ho colto l'occasione, tra l'altro, nella parte introduttiva all'intervista, di occuparmi di un interessante cortometraggio horror del 1980 (The Errand), scritto da McGillivray e, direi, non molto noto.
Personaggio interessante e unico anche nella sua parabola umana, Walker è un regista da scoprire e riscoprire, così come i suoi film sono da vedere e rivedere. Spero che il libro possa servire anche a questo.
Come da oggetto, è uscito il mio nuovo libro. Si intitola Il cinema dell'eccesso - vol. 1 Europa (da cui i più arguti intuiranno che non è finita qui) ed è edito da Crac Edizioni (318 pagine, € 24). Tornerò a scriverne abbondantemente nei prossimi giorni. Per il momento mi preme segnalare che, oltre che in libreria, il libro è acquistabile presso la casa editrice e presso i consueti siti di vendita on line, tra cui Amazon, Ibs, Mondadori e Libreria Universitaria.
A titolo informativo, riporto quanto è contenuto nella scheda sul volume, così potete avere un'idea di cosa contiene:
"Alieni proteiformi e assassini coinvolti in strani ménage a trois ad alto tasso erotico, casalinghe col vizio del cannibalismo e la passione per il trapano elettrico, prigioni femminili in località tropicali con torride rivoluzionarie contro il potere, irsuti licantropi ispano-polacchi contro i samurai nel Giappone medievale, vampire di ogni ordine e grado assetate di sangue (e non solo), giustizieri della notte privati della parola ma non della capacità di reagire con violenza inaudita, bizzarre riletture fumettistiche e metacinematografiche della figura dell’agente segreto, psicopatici e psicopatiche di vario tipo, ognuno con il suo trauma (infantile e non), irriverenti rivisitazioni ucroniche della storia di Giovanna la Pazza, improbabili rock band contro Dracula...
Di questo e molto altro sono fatti i film di exploitation, un genere trasversale che attraversa tutti i generi - dall’horror alla fantascienza, dal thriller all’action, dal noir all’erotico - e fa del profitto la sua stessa ragione di vita. Però, usando una materia così “vile” come mezzo di espressione, un drappello di spavaldi registi ha avuto la libertà di realizzare anche opere profonde, complesse e artisticamente uniche.
Questo libro - il primo di due volumi separati - compie un affascinante viaggio tra una moltitudine di film autenticamente originali, ripercorrendo con rispetto e rigore critico la carriera di alcuni dei maggiori autori di questo “super genere”, presente nelle cinematografie di tutto il mondo.
Il secondo volume si occuperà dei registi appartenenti al cosiddetto “Resto del Mondo”, a voler essere un po’ eurocentrici. In questo primo volume, invece, sono di scena i registi europei, di ciascuno dei quali viene tracciata la parabola artistica in modo ampio e articolato: Pete Walker (La casa del peccato mortale), alfiere dell’horror politico e crudele; Jesus Franco (Vampyros Lesbos), infaticabile autore di circa 200 film, alcuni inguardabili, altri sublimi; José Ramón Larraz (Symptoms l’incubo dei sensi), fumettista passato con successo al cinema; Jean Rollin (Fascination), poeta dell’exploitation erotica; Paul Naschy/Jacinto Molina (El caminante), il licantropo che volle farsi regista; Norman J. Warren (Inseminoid), abile e tenace rielaboratore di trame fantahorror.
In appendice al capitolo su Pete Walker, un’intervista esclusiva a David McGillivray, sceneggiatore dei migliori horror di Walker e non solo, oltre che saggista, commediografo, attore e molto altro ancora."


Il nuovo video di Bob Dylan è dedicato alla canzone The Night We Called It a Day, tratta dall’album di standard sinatriani Shadows in the Night, ed è un divertito omaggio al mondo del noir, del quale recupera le scelte figurative, con un bianco e nero modulato in ombre e luci, e i personaggi tipici, non esclusa la dark lady, che del noir è presenza caratteristica e quasi imprescindibile.
Come ho scritto più volte, anche nel mio Il cinema di Bob Dylan, Dylan ha spesso mostrato interesse per il cinema e per il cinema noir in particolare. Già una volta aveva tentato di utilizzarne stili e contenuti per un video, ma quella volta l’esperimento era sostanzialmente fallito, pur se i presupposti sembravano ideali. Il regista prescelto infatti era Paul Schrader, un autore di tutto rilievo, avvezzo ad aggirarsi nei meandri esistenziali dei thriller neo-noir. Anche la canzone prescelta quella volta (Tight Connection to My Heart) era “giusta” perché ricca in sé di riferimenti a quel mondo con citazioni bogartiane o comunque hard-boiled e una “storia” che era un film in miniatura, opaca e sfuggente come quelle dei noir. E tutto l’album da cui quella canzone era tratta (Empire Burlesque) si segnalava per un gioco di rimandi e citazioni cinematografiche. La scarsa convinzione di Schrader e un approccio forse troppo moderno e di (volontaria o involontaria) parodia portarono alla scarsa riuscita del tentativo, all’interno del quale Bob Dylan, come “attore”, risultava spaesato.
Gli ultimi video mostrano invece un Dylan più a suo agio, fermamente intenzionato a divertirsi impersonando dei cliché che gli sono evidentemente cari. Nash Edgerton, regista di tutti gli ultimi video di Dylan, sembra aver trobvato la chiave giusta per valorizzarlo con una sapiente miscela di anticonformismo, ironia ed eleganza formale, spesso all’insegna di una violenza che nel caso del video di Duquesne Whistle era “realistica” e metaforica e qui è invece chiaramente ironica e, se può esserlo la violenza, nostalgica.
Bob Dylan, in un ruolo affabilmente bogartiano, è affiancato in modo godibile da un veterano di Hollywood come Robert Davi (Trappola di cristallo e moltissimi altri film), faccia giusta da gangster se mai ve ne sono state, e si esibisce in un simpatico intreccio da doppio-triplo gioco, cui si presta anche una bionda dark lady dallo sguardo assassino, interpretata in modo più che adeguato da Tracy Phillips.
L’effetto complessivo è gradevole e a volte spiazzante. La ricerca formale non è tanto rivolta a una ricreazione esatta del noir degli anni ‘40, quanto a quella della sua “idea”, del suo “mito” e in questo senso si giustificano anacronismi e apparenti imprecisioni filologiche. Come nel caso di Duquesne Whistle, ciò che accade nel video non ha diretto collegamento con la canzone, ma se in quel caso esprimeva comunque in un certo modo l’anima dell’album da cui era tratta (Tempest), in questo caso rimanda al mondo fumoso e torbido dei night club cui The Night We Called It a Day comunque appartiene.
Il video è facilmente vedibile su YouTube.
Come ho già scritto altre volte in questo blog, non mi pare il caso di segnalare le varie ristampe di mie storie disneyane, qui e là, in Italia e all'estero. Però talvolta, per un motivo o per l'altro, faccio delle eccezioni. Questa - come scriveva Lee Falk in alcune storie dell'Uomo Mascherato - è una di quelle volte. Non tanto per la storia, quanto per le due pagine che mi hanno gentilmente dedicato all'interno del volume, ripercorrendo la mia carriera, disneyana e no. Non c'è, né poteva esserci, tutto, ma è richiamato molto di quello che ho fatto nel corso del tempo.
Parlo, come i più avvertiti avranno intuito dal titolo di questo post, del primo numero della nuova Topolino Story che è uscito oggi assieme al Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport (vi lascio indovinare quale dei due ho comperato io). La vecchia serie si era fermata al 1978, proprio l'anno in cui ho cominciato a collaborare a Topolino (anche se la mia prima storia è stata pubblicata l'anno successivo). Questa serie inizia con il 1980, forse perché piaceva il numero tondo a inizio decade. Il 1979, comunque, verrà allegato al secondo numero, quello del 1981. Una iniziativa interessante, curata da Gianni Bono, che è sempre garanzia di qualità. Tra gli autori dei testi anche l'ottimo Luca Boschi. Le due pagine dedicate a me, leggo dal colophon, le ha scritte Gabriele Ferrero, che ringrazio.
Nel volume c'è anche una mia storia, Topolino e la banda del black-out che ricordo con piacere perché l'ha disegnata Giovan Battista Carpi, uno dei grandi dell'empireo disneyano. Rileggendola, mi è venuto in mente di quando l'ho scritta e mi è sembrato sia avvenuto qualche era geologica fa. In effetti.

Le autobiografie dei personaggi dello spettacolo possono essere una lettura estremamente interessante perché ci permettono di conoscere qualcosa della vita e delle motivazioni che li hanno spinti a scegliere e a percorrere la loro strada. Nel caso di registi o sceneggiatori ci permettono di comprendere meglio le loro opere e che cosa vi era dietro (la bellissima autobiografia di Roman Polanski è un esempio calzante, ma ancora più mirabile ho trovato quella di Akira Kurosawa). Nel caso degli attori ci permettono di scoprire l’uomo (o la donna) dietro il simulacro che ci ha catturato sullo schermo. Le autobiografie di Christopher Lee e Peter Cushing, per esempio, pur se scritte con il naturale riserbo britannico (oltre che con lo humour altrettanto britannico), raccontano parecchio della personalità di quei due campioni dello schermo.
Tomas Milian è un attore dalle grandissime capacità, che ha posto al servizio di film di ogni genere, interpretando ogni tipo di ruoli. Seguendo la sua carriera nel corso degli anni - credo che il suo primo film che vidi fu Vamos a matar compañeros (in un cinema di Rovereto che naturalmente non esiste più; il cinema, non Rovereto) qualcosa come più di 40 anni fa, eppure lui me lo ricordo ancora, in quel film - mi ero fatto l’idea di un attore impegnato, serio, capace di agire per sottrazione quando serviva, che poi si era prestato al cinema commerciale con piacere ma anche per necessità, privilegiando quando poteva i ritorni al cinema “alto”. Leggere la sua autobiografia, Monnezza amore mio (Rizzoli, 302 pagg., € 18,50) - scritta con Manlio Gomarasca, grande esperto di cinema di genere e co-fondatore di quella strabiliante anomalia del mercato editoriale che è la rivista Nocturno - mi ha permesso di scoprire che, almeno in parte, mi sbagliavo. Milian traccia con ammirevole e sorprendente candore la sua parabola artistica lasciando capire come sia sempre stato un “naturale”, una persona nata per recitare, un istintivo nelle sue scelte e per nulla un intellettuale (almeno non nel senso che si dà comunemente alla parola). Se per i critici i film di Monnezza sono quasi un peccato da cui lui debba emendarsi in qualche modo - o sia stato emendato dalle altre cose più impegnate che ha fatto (e curiosamente proprio in questi giorni leggevo una recensione a uno dei film di Nico Giraldi su un vecchio numero della Rivista del Cinematografo in cui il recensore biasimava che Milian fosse tornato a quelle bassezze dopo aver fatto pensare a una rinascita con la sua partecipazione al bertolucciano La luna) - per Milian sono in un certo senso l’apice della sua carriera, non solo per il personaggio (ma molto anche per quello), ma anche perché, in quanto popolarissimi, hanno segnato la sublimazione del suo ruolo di attore, grazie all’incontro con il grande pubblico.
Ed è curioso anche l’utilizzo di Monnezza stesso - in una sorta di sdoppiamento della personalità - quale controcanto, espresso nel romanesco che tutti ci immaginiamo nella dizione di Ferruccio Amendola (il doppiatore di MIlian in quei film), a commentare e controbattere le affermazioni di Milian nel libro. L’effetto è spesso spiazzante, talvolta petulante, ma comunque originale.
Milian ripercorre le varie fasi della sua carriera soffermandosi sui momenti per lui più significativi con aneddoti sempre molto affascinanti e caratterizzati da una schiettezza a volte anche cruda, senza mai cercare l’autoincensamento, ma semmai talvolta sminuendo i propri esiti. Da Antonioni (per cui Milian interpretò in modo estremamente sobrio ed efficace Identificazione di una donna: la sobrietà di Milian in quel film mi ha sempre ricordato quella di Nicholson, altro mattatore dello schermo, in Professione: reporter sempre di Antonioni) a Dennis Hopper (con il suo delirante The Last Movie), a Bombolo (partner in molti film), sono molti i personaggi tratteggiati in modo vivido e inedito, dando spazio anche ai drammi umani che hanno segnato la sua vita.
Viene anche spiegata in qualche modo la sua “fuga” dall’Italia con l’approdo - o meglio, il ritorno - in America per una nuova fase della sua carriera che lo ha fatto in qualche modo uscire dai radar del pubblico italiano, per tornarvi solo occasionalmente con alcuni film di maggior risalto anche qui da noi, come Traffic di Soderbergh od Oltre ogni rischio di Abel Ferrara. Purtroppo l’ampiezza della carriera di Milian e lo spazio ristretto del libro lasciano fuori molte delle sue interpretazioni (per esempio mi sarebbe piaciuto sapere qualcosa di più sulla sua partecipazione a quel curioso film di Damiani, Gioco al massacro, in cui faceva coppia con Elliott Gould), ma questo era inevitabile.
Scorrevole e ricco di fatti e considerazioni, è un libro di grande interesse che vale senz’altro la pena di leggere, per incontrare di persona un attore che abbiamo visto così tante volte - e sempre con ammirazione - sullo schermo.
L'accoppiata composta da Alexandre Aja e Grégory Levasseur - qui nel ruolo rispettivamente di produttore e regista (esordio nel ruolo per Levasseur) - ci propone La piramide, da oggi nelle sale, un nuovo film che trae spunto dall'affascinante e ricca mitologia dell'antico Egitto, lasciando perdere le mummie, ma facendo ampio uso di molto altro.
Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies non ha che da cliccare qui, come al solito. Non mi dilungo quindi in questa sede sul film se non per sottolineare come, in un momento di evidente riflusso del formato del found-footage, se ne cominci a fare un uso "imbastardito", cercando di trarre vantaggio dalle sue peculiarità senza essere penalizzato dalle sue evidenti limitazioni a lungo andare. Una nuova tendenza di cui prendere atto, per il momento. Vedremo se avrà sviluppi.
Qui sopra, Ashley Hinshaw, la protagonista femminile del film.

Devo ammettere che ho sempre avuto un debole per i film basati sulla vendetta. Il meccanismo è elementare: azione e reazione. Dapprima il torto, poi la ragion fattasi. A livello narrativo, non si può sbagliare. La catarsi emozionale è conseguente. Sempre che, naturalmente, ci si sia giocati bene le carte con una chiara definizione di situazioni e personaggi. Il cinema ci ha giocato da sempre con risultati svariatissimi, talvolta cercando di trovare le ragioni psicologiche e di valutarne la caratura morale, talaltra abbandonandosi alla voluttà della rivincita. La fontana della vergine di Bergman è basato su una vendetta, L'ultima casa a sinistra di Craven anche, oltre tutto in sostanza sulla "stessa" vendetta: eppure, si tratta di film diversissimi, come filosofia e come esiti. Benché preferisca di gran lunga il film di Bergman, ho apprezzato anche quello di Craven, per motivi opposti. Ma il cinema di Hong Kong, tanto per cambiare latitudini, è stato definito cinema of vengeance, proprio perché gran parte delle storie del suo periodo più classico è basato sulla vendetta. La vendetta talvolta sconfina nel giustizialismo e si entra in territori minati dal punto di vista sociopolitico-morale, ma ciò non toglie che il meccanismo non cessa di funzionare a livello puramente emozionale.
Tutto questo per dire che ne sta arrivando un altro, di film di questo genere. Si tratta di John Wick e pur prendendo molto da molti altri film mantiene caratteristiche abbastanza particolari. Se volete leggere la recensione che ne ho scritto per MYmovies non avete che da cliccare qui.
Lo dirige Chad Stahelski e il protagonista è Keanu Reeves. Qui sopra un'immagine di Adrianne Palicki, protagonista femminile.
C'è stato un periodo - un periodo durato anni e anni - in cui l'arrivo dell'estate portava sempre buone nuove per gli amanti dell'horror. Infatti, la stagione morta dell'esercizio italiano si popolava di film dell'orrore della più varia provenienza che invece generalmente faticavano a trovare posto nei mesi più lucrosi.
Generalmente si trattava di prime visioni che era possibile vedere in cinema opportunamente semivuoti: la situazione ideale per vedere un horror. La cosa mi è recentemente successa per un horror di adesso - ero il solo spettatore - ed è stato come vederlo nel salotto di casa, ma con condizioni audio/video migliori.
Il terrore viene dalla pioggia - il flano risale all'agosto 1973 - lo vidi invece in un cinema (il cinema Corso, che naturalmente non c'è più da molti anni) relativamente gremito. Il film ebbe infatti un discreto successo: capitava anche allora che ci fossero i cosiddetti sleeper, quei film su cui non si puntava, ma che per le loro qualità emergevano in qualche misura coaugulando interesse e generando discreti incassi. Lo stesso sarebbe successo, per citarne uno, per Horror Express. E cito Horror Express perché interpretato dalla stessa grande coppia di Il terrore viene dalla pioggia: Christopher Lee e Peter Cushing. Potevi star certo: se c'erano loro due (o anche uno solo di loro), valeva sempre la pena di vedere un film (anche solo per vedere loro, naturalmente).

Il terrore viene dalla pioggia - di cui parlo ovviamente nel mio Dizionario dei film horror a cui rimando per maggiori dettagli - è un film che vi consiglio assolutamente di vedere, se vi capita. E se non vi capita, cercatelo. Il regista è Freddie Francis: non sarà come Terence Fisher, ma quando azzeccava il film era un grande. E in Il terrore viene dalla pioggia non ha sbagliato quasi niente. Per cui, in segno di ammirazione, doppio flano.

Kurt Vonnegut è il mio scrittore contemporaneo preferito (è morto nel 2007). Non dico che sia il migliore in assoluto perché non ho letto tutti gli scrittori contemporanei né (per quanto ciò possa sorprendere) intendo leggerli. È uno dei pochi autori di cui possa dire d’aver letto tutto. E non ha scritto poco. Per fortuna, aggiungo. È stato una delle tre o quattro grandi influenze su di me (e accetto battute sugli effetti pratici di questa influenza sulla mia modesta produzione: in ogni caso non è stata colpa sua).
Una delle cose che più mi piacciono dei romanzi di Vonnegut sono le digressioni personali che sconfinano dalle trame e si aprono improvvise a riflessioni solo apparentemente ultronee e comunque molto interessanti e rivelatrici. Proprio per questo ho anche molto apprezzato i suoi libri non di narrativa, che raccoglievano testi sparsi, discorsi, conferenze e cose del genere. Palm Sunday, per esempio.
Quel Vonnegut arguto, brillante e spesso amaro non solo capace di discutere su tutto ma anche desideroso di farlo è ben presente in un libro che ho scoperto per caso fosse uscito e racchiude un’ampia scelta delle molte lettere che lo scrittore americano ha scritto nella sua lunga vita. Il libro è Kurt Vonnegut - Letters, Delacorte Press, 2012, 428 pagine (per il momento solo in inglese, ma mi auguro che qualcuno ne faccia un'edizione italiana). Dan Wakefield - scrittore e soprattutto (per quel che qui importa) amico di Vonnegut - le ha raccolte e ordinate suddividendole per decadi e facendo precedere ciascuna decade da una presentazione che inquadra la vita di Vonnegut nel periodo. Inoltre, molto opportunamente, ha inserito, quando servivano, annotazioni informative a precedere le singole lettere spiegando chi fossero i destinatari o le persone o i fatti citati nelle lettere.
Si dispiega così nel corso degli anni un ritratto composito di un artista che ha vissuto di stenti per lungo tempo prima che, quasi improvvisamente, il suo talento venisse riconosciuto con il successo di Mattatoio 5, quando ormai Vonnegut era quasi cinquantenne. Con la necessità di mantenere una famiglia numerosa (composta anche dai tre figli della sorella morta giovane) di cui era l’unico sostentamento, Kurt Vonnegut ha fatto di tutto per sopravvivere, anche il venditore di Saab, con esiti fallimentari peraltro, in quel caso (da qui la gag in epoca tarda: Vonnegut sosteneva di non aver vinto il Nobel perché gli svedesi ancora ce l’avevano con lui per il suo fallimento con la Saab). È struggente vedere nelle lettere del periodo come, pur pervaso dal suo tipico pessimismo cosmico, non si sia mai arreso.
Ma anche nei decenni successivi, quando il successo arriva impetuoso e duraturo, non mancano problemi e amarezze, anche per questioni familiari. Soprattutto la vecchiaia che arriva inesorabile sembra un prezzo da pagare troppo alto, con il corollario di un’avvertita perdita di brillantezza creativa e la sensazione di aver fatto tutto quello che era nelle sue forze fare. Un po’, ricorda più volte, come i marinai di Mellville che in Moby Dick non dicono più niente perché hanno già speso nelle loro vite tutte le parole che avevano da dire. Emblematico è il caso del suo ultimo romanzo, Timequake, in lavorazione per anni (di fronte alla relativa rapidità degli altri esiti), con la sensazione di non avere la costanza e la capacità di rendere giustizia a un’idea che lui stesso riteneva molto brillante. E su tutto la sensazione di aver diritto a ritenere terminato il proprio compito. In una delle sue lettere degli anni '90, a proposito di un résumé della sua lunga carriera, dice che la sua sensazione era: “Per favore, adesso posso tornare a casa?”.
Ciononostante emerge anche il lato combattivo e orgoglioso di Vonnegut nelle sue lettere per rivendicare il proprio ruolo e il valore delle sue opere, soprattutto quando scrive a chi le aveva bandite dalle proprie scuole ritenendole diseducative. Così come emergono anche le sue convinzioni politiche e sociali che del resto non passano inosservate neanche nei suoi libri. Ma c'è un po' di tutto: dai consigli di scrittura alle riflessioni sul cinema e sui film tratti dai suoi libri (compresa una lettera a Jack Nicholson). Il libro è una miniera per ogni appassionato di Vonnegut e chi non è appassionato di Vonnegut dovrebbe diventarlo, ovviamente.
Una considerazione finale si impone, comunque. Questo è un tipo di libro che andrà sempre più scomparendo e purtroppo non sarà un bene, dato che ci consente di vedere un altro lato, più privato ma comunque creativo, di un autore. Però, in questi tempi di twit, sms e verba che volant, chi scrive più lettere?
Navigando qua e là ho visto che Corte del Fontego, l'editore del mio Dizionario dei film horror, è approdato su Wikipedia, la colossale e meritoria enciclopedia libera online, con una pagina dedicata.
Mi sembra quindi giusto e opportuno segnalarvi la pagina dell'editore sull'enciclopedia: la potrete leggere cliccando qui. In questo modo potrete avere una visione d'insieme delle attività editoriali del marchio e magari trovare più di qualcosa di vostro interesse. Naturalmente, una piccola parte della storia dell'editore è costituita dalle due edizioni del Dizionario, ma proprio perché il Dizionario è una piccola parte di un tutto, il tutto è, ça va sans dire, assai più ampio e da scoprire.
Come si sa, la situazione dell'horror italiano non è delle migliori ed è lontana da periodi passati più o meno gloriosi, ma certamente, in linea di massima, più gloriosi dell'attuale. Perciò è sempre da segnalare l'uscita di nuovi film, in questo caso quella di The Perfect Husband di Lucas Pavetto che esce oggi nelle sale.
Chi vuole leggere la mia recensione, deve solo cliccare qui e fiondarsi sul sito di MYmovies.
Come potete leggere meglio nella recensione, il film nasce da un mediometraggio (38') di qualche anno fa diretto dallo stesso Pavetto. Anche La madre aveva avuto una genesi simile, ma in quel caso all'origine c'era un fulminante cortometraggio di pochi minuti, mentre in questo caso il mediometraggio è di più ampio respiro e costituisce già in sé una riuscita articolata ed efficace (non che il corto generatore di La madre non fosse bello, ma non complichiamoci la vita con i sofismi). Comunque, detto questo, sorge il problema di cosa sia meglio fare per approcciarsi a una situazione del genere: vedere prima il medio e poi il lungo? Vedere prima il lungo e poi il medio? Vedere solo il medio? Vedere solo il lungo? Non vederne neanche uno? La cosa che sconsiglio assolutamente di fare è di vederli entrambi contemporaneamente, sarebbe una discreta confusione.
A parte gli scherzi, da un punto di vista critico si tratta di una situazione interessante e vi dico cosa ho fatto io: ho adottato un criterio cronologico e ho visto prima il medio e poi il lungo. Anche perché in questo modo mi è risultato più chiaro - ed è stato interessante - il lavoro di adattamento della struttura narrativa per adattare e ampliare la storia alla maggiore durata. Il consiglio per una sana visione di puro intrattenimento, però, è quello di vedere il lungometraggio in modo che le varie sorprese della storia siano libere di presentarsi senza i condizionamenti che potrebbero sorgere in chi avesse già visto il mediometraggio. Poi, chi è interessato ad andare alla ricerca delle radici del film può approfondire con la versione primigenia.
Ogni tanto li fanno ancora i film di exploitation in forma di horror, con erotismo e gore in evidenza, e ogni tanto, ben più raramente, raggiungono le sale, magari in forma sporadica. Questo è il caso di Nurse 3-D, un film di Douglas Aarniokoski di recente uscita che vede la bella Paz de la Huerta al centro di una vicenda ospedaliera, per modo di dire, nel ruolo di un'infermiera non proprio "giusta". Come si sa, l'horror ospedaliero è quasi un sottogenere, se si considera quanti film sono stati prodotti con una tale ambientazione e, in quest'ambito, non sono mancati quelli che si sono concentrati su una professione così utile e meritoria. Questo si aggiunge al canone mantenendosi fermamente nell'alveo della dark comedy.
Chi vuole conoscere nei dettagli la mia opinione, però, deve trasferirsi qui, su MYmovies, e leggere la mia recensione.