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venerdì 15 ottobre 2010

Beasts in the Cellar di John Hamilton


Tony Tenser (1920-2007) è stato un personaggio chiave del cinema inglese di genere. Uomo d’affari molto attento al lato economico, ma appassionato di cinema, ha saputo coniugare entrambi questi aspetti con una fertile attività produttiva che ha lasciato il segno.

Il libro
Beasts in the Cellar - The Exploitation Film Career of Tony Tenser (FAB Press) di John Hamilton pubblicato nel 2005 ne traccia la vicenda lavorativa in modo esemplare, condensandola in 304 pagine di grande formato riccamente illustrate (in bianco e nero nel testo, più un consistente inserto fuori testo a colori), tracciando contemporaneamente, com’era inevitabile, una vivida parabola dell’industria cinematografica britannica del periodo e dando ancora una volta un esempio di come si possono e si dovrebbero fare i libri sul cinema. La casa editrice è la FAB Press, che della qualità ha fatto una sua prerogativa sin dai tempi della memorabile rivista Flesh and Blood (dal cui acronimo viene il nome della casa editrice).

Tenser ha legato principalmente il suo nome a due case di produzione che ha contribuito a fondare: la Compton Films (assieme a Michael Klinger) e la ben nota Tigon, il cui emblema era appunto uno strano animale metà tigre e metà leone). Per far comprendere la sua importanza, basta ricordare che la Compton è la casa che ha permesso a Roman Polanski di sfondare nel cinema occidentale con
Repulsion e Cul-de-sac. Ma sono targati Compton anche alcuni horror di un certo interesse: La morte nera e Laser X: Operazione uomo.

La Tigon ha avuto vita più lunga e variegata, ma si è distinta in particolare nell’horror. Tenser si era molto legato alla giovane promessa del cinema inglese, Michael Reeves, producendogli
Il killer di Satana (curiosamente, nello staff tecnico c’era anche, a dare una mano, nientemeno che Raquel Welch) e Il grande inquisitore: il secondo è tuttora considerato uno dei migliori horror di sempre. Altri erano in cantiere, ma Reeves morì giovanissimo ad appena 25 anni per un’accidentale overdose di barbiturici, mettendo fine a una carriera di cui si possono solo immaginare i possibili esiti.

Con la Tigon, Tenser ha prodotto horror di vari tipi con risultati assai diversi. Qualche titolo può aiutare a identificare la linea della casa:
Il mostro di sangue con Peter Cushing, Il buio di Michael Armstrong, Black Horror - Le messe nere con il trio Karloff-Lee-Steele, il dirompente (per l’epoca) La pelle di Satana con Linda Hayden, lo zombie-romance Né mare né sabbia. Uno degli ultimi è stato il complesso e affascinante Il terrore viene dalla pioggia, un film fuori tempo diretto da Freddie Francis e interpretato da Peter Cushing e Christopher Lee (ma a brillare è anche Lorna Heilbron).

Tenser ha anche prodotto
1917, il cortometraggio di esordio di un altro all’epoca giovanissimo regista: Stephen Weeks, la cui carriera (o non carriera) è stata comunque unica. Su di lui credo che tornerò in un prossimo post.

La Tigon è stata comunque una casa che agiva ad ampio raggio e per fare solo un esempio ha anche prodotto il curioso western di Burt Kennedy,
La texana e i fratelli penitenza con Raquel Welch.

Significativamente, l’ultimo credit di Tony Tenser è stato un horror giunto agli sgoccioli della stagione dell’horror britannico:
Nero criminale - Le belve sono tra noi di Pete Walker, un film epocale per un’epoca che non c’era più.

Ricco e tranquillo, Tenser si è poi dedicato con successo alla compravendita di immobili e, una volta in pensione, al golf, sorprendendosi che i suoi film fossero ancora ricordati.

Il libro è in inglese, of course.

domenica 8 agosto 2010

I maggiori incassi horror dell’ultima stagione cinematografica


L’aspetto commerciale del cinema mi ha sempre incuriosito e interessato. Sapere quanto un film aveva incassato e se aveva calamitato l’interesse del pubblico mi è sempre sembrato qualcosa di relativamente importante. Le pagine centrali del Giornale dello Spettacolo - tutte cifre, con il commento stringato ma puntuale e centrato di Ferraù - sono state per molti anni una lettura a cui non potevo rinunciare. Per questo motivo nel Dizionario dei film horror, laddove disponibili e significativi, ho messo i dati degli incassi. Anche se è ovvio che i film che mi piacciono di più - anche non in campo horror - non sono necessariamente (anzi, non sono quasi mai) quelli che incassano di più, il fatto che un film abbia avuto successo non significa automaticamente che sia triviale e “commerciale” nel senso deteriore della parola (ma Doris Wishman diceva che tutti i film sono commerciali - dai suoi fatti con due soldi ai blockbuster ai film impegnati - perché tutti mirano a essere visti da spettatori paganti). Però gli incassi ci dicono ugualmente qualcosa. Ci dicono soprattutto qualcosa sui gusti del pubblico, su come cambiano, su come un film abbia saputo intercettarli, magari con un budget ridotto, azzeccando una formula o un’idea vincente. E ci dicono anche il contrario, quando ci mostrano come filmoni costruiti per spaccare il mondo vengono rifiutati dal pubblico.


Ma non andiamo troppo nel sociologico, restiamo nel tecnico, come avrebbe fatto il mitico e insostituibile Ferraù, senza alcuna pretesa di emularlo. La stagione cinematografica 2009/2010 si è praticamente conclusa con la consueta calma piatta dell’estate italiana. Negli ultimi anni sono stati fatti diversi tentativi per rendere anche i mesi estivi dei mesi cinematografici, ma non è che i risultati siano stati eclatanti. Perciò, a parte qualche possibile limatura negli ultimi scampoli, la classifica dovrebbe essere ormai più o meno definitiva. Ho esaminato la classifica dei Top 100 come potete trovarla nel sito di MyMovies (se volete dare uno sguardo d’insieme potete dargli un’occhiata: è piuttosto interessante). Poi da quella ho estrapolato gli horror e ne è venuta fuori questa classifica, dedicata esclusivamente al genere. La posizione tra parentesi è quella che il film occupa nella classifica generale dei Top 100 tanto per dare un’idea dell’impatto degli horror nella classifica complessiva.


1 (7) The Twilight Saga: New Moon € 16.451.801

2 (10) The Twilight Saga: Eclipse € 15.381.065

3 (29) Paranormal Activity € 6.474.554

4 (34) Dorian Gray € 5.734.280

5 (44) Wolfman € 4.356.908

6 (50) The Final Destination 3D € 3.664.274

7 (78) Saw VI € 1.888.366

8 (83) Il quarto tipo € 1.711.353

9 (84) The Hole in 3D € 1.708.485

10 (88) Solomon Kane € 1.675.677

11 (90) Predators € 1.481.881

12 (99) Il messaggero - The Haunting in Connecticut € 1.333.130


Le cifre ci dicono che l’horror rimane una consistente presenza in sala, con un discreto numero di rappresentanti nella classifica dei maggiori incassi, anche se è chiaro che, essendo un genere di nicchia, tende a essere maggiormente rappresentato nell’home video. Diversi dei film in classifica sono delle contaminazioni con altri generi. In particolare, i film della saga di Twilight, pur mantenendo una forte componente horror, vedono il loro tratto più significativo nel melodramma imparentato con la soap-opera che attira il pubblico femminile più giovane, quello che generalmente non va molto al cinema. È un fatto positivo? Per chi produce quei film sicuramente sì.


Il primo horror puro in classifica è Paranormal Activity, che rappresenta uno di quei “casi” che ogni tanto - vedi Blair Witch Project - smuovono le acque e dimostrano come anche con pochi soldi si possa, con un bel po’ di fortuna, generare incassi colossali. Dorian Gray e Wolfman sono due rivisitazioni di altrettanti miti dell’horror da lungo tempo presenti sugli schermi. Dorian Gray, il più glamour dei due, è andato inaspettatamente bene, mentre Wolfman ha avuto esito contrario: la scelta di fare un horror in costume non ha premiato. Probabilmente è stato considerato “vecchio” come approccio dal pubblico giovanile, che è poi quello che va al cinema. Bene è andato invece The Final Destination che ha tratto giovamento senz’altro dall’essere in 3D, come è avvenuto anche, in misura minore (ma in questo caso mancava il traino della serie), per The Hole, un film che ha riportato in sala il glorioso Joe Dante, reduce da alcuni flop che ne avevano in parte compromesso la carriera. L’esito di Saw VI dimostra come la serie cominci ad avere il fiato corto. Da Solomon Kane nessuno, credo, si aspettava di più e anche Il quarto tipo ha reso secondo le aspettative. Il messaggero, classica vicenda fantasmatica, e Predators chiudono la classifica: forse da quest’ultimo era lecito attendersi un incasso maggiore, ma l’uscita estiva non l’ha certo favorito. Nell’insieme, un gruppo variegato comprendente diverse tendenze e diversi aspetti dell’horror, da quello tradizionale a quello più moderno e “crudele” a quello contaminato con altri generi.


Sono stati questi i migliori horror che abbiamo avuto in sala in questa stagione? Ovviamente no. La città verrà distrutta all’alba avrebbe meritato di più e in fondo anche The Box, per non parlare di Diary of the Dead - Le cronache dei morti viventi (che però ha avuto una distribuzione meramente dimostrativa). Ma l’esito del botteghino è inappellabile e questo è quanto. Inoltre, almeno tra i film usciti in Italia al cinema in questa stagione, non c’è stato un capolavoro horror: una stagione interlocutoria nella quale, come accade spesso, i migliori film sono stati ignorati o sono usciti direttamente in dvd.


venerdì 8 gennaio 2010

A Heritage of Horror e A New Heritage of Horror


Uno dei pregi meno frequenti in chi scrive di cinema è la semplicità dell’esposizione. Quando poi la semplicità si unisce alla chiarezza, la casistica è ancor meno frequente. Se infine a quelle caratteristiche si unisce l’acutezza critica si arriva alla rarità. Una di queste rarità è A Heritage of Horror, un fondamentale saggio di David Pirie pubblicato nel 1973 da Gordon Fraser e diventato una sorta di totem della critica cinematografica nel campo dell’horror, uno dei libri più citati anche se forse non altrettanto letti.

Quando ero molto giovane e già mi interessavo di film horror - ma questo mi è capitato anche in altri settori di interesse, come i fumetti - non mi bastava che quei film mi piacessero, avrei anche voluto capire perché sentivo di avere ragione se li consideravo importanti e significativi quando tutti i critici che leggevo li consideravano spazzatura o al massimo onesto artigianato. Mi sarebbe cioè potuto trovare un supporto critico articolato e condivisibile che desse corpo al mio giudizio di allora, forzatamente un po’ semplicistico e forse entusiastico.

Comprai subito il libro di Pirie appena uscì perché si occupava dell’horror britannico - con particolare riguardo alla Hammer e a Terence Fisher, che erano per me erano all’epoca riferimenti molto importanti - e perché leggevo con molto interesse le recensioni che Pirie scriveva per il Monthly Film Bulletin, per molto tempo la mia rivista di cinema ideale: recensiva tutto quello che usciva in Gran Bretagna e c’erano praticamente solo recensioni, senza nemmeno una fotografia. Ora è confluita in Sight and Sound, che resta una rivista fondamentale. Entrambe edite dal British Film Institute, con tutto il prestigio conseguente. Nel Monthly Film Bulletin scriveva anche - di solito di B-movies - David McGillivray, futuro sceneggiatore di Pete Walker e altri ancora.

La lettura di A Heritage of Horror è stata per me fondamentale. Con uno stile semplice ma non banale e con ampi riferimenti alla letteratura e al contesto in cui la tradizione horror si inseriva, Pirie tracciava un quadro completo e criticamente stimolante della parabola dell’horror britannico che allora - ma nessuno poteva saperlo con certezza - vicino a una fase di assoluto nadir. Sostanzialmente per primo, Pirie riuscì a enucleare e apprezzare le qualità registiche di Terence Fisher, che per questo gli sarebbe stato molto grato nei suoi ultimi anni di vita. Quando, tre anni dopo, scrissi per Robot un lungo articolo in due puntate su Fisher, sapere l’opinione di Pirie mi fu di notevole conforto.

Chiarezza, semplicità, brillantezza critica, completezza del quadro d’insieme, assoluta assenza di pregiudizi, stile coinvolgente: A Heritage of Horror è un libro unico e decisivo per chi lo legge. Naturalmente, può capitare che uno non sia d’accordo sui singoli giudizi - come per la sbrigativa stroncatura di L’abominevole dr. Phibes - ma questo è tanto inevitabile quanto poco significativo.

Successivamente, Pirie, oltre a scrivere un altro bel libro (The Vampire Cinema), si è dedicato principalmente alla sceneggiatura, non trascurando qualche puntata nell’horror (come Mystery House del 2000, di cui potete trovare la scheda nel Dizionario dei film horror).

Oltre trent’anni dopo gli è però venuta voglia di riprendere in mano quella sua ormai vecchia creatura - ormai rarissima e mai ristampata - e ne ha scritto una nuova edizione intitolata non a caso A New Heritage of Horror (I.B. Tauris, 2008). Una nuova edizione piuttosto particolare perché, oltre all’aggiornamento temporale, è stato in gran parte riscritto anche il resto, alla luce delle nuove informazioni a cui Pirie nel frattempo ha avuto accesso.

Le qualità del primo ci sono ancora tutte e, per quanto non approfondita come quella del periodo d’oro del cinema horror britannico, è interessante anche la parte che aggiorna la storia sino ai nostri giorni. Certo, l’horror britannico oggi è meno centrale nel panorama internazionale, ma qualche nuovo autore - Neil Marshall su tutti - non manca. Ma più interessante è l’aggiornamento di notizie sul periodo d’oro della Hammer e delle case satelliti, soprattutto con riferimento alle tremende battaglie con la severa censura inglese del periodo che portarono tra l’altro all’abbandono del progetto di realizzare Night Creatures, adattamento di Richard Matheson del proprio romanzo Io sono leggenda (e scusate se è poco).

Se siete davvero interessati al cinema horror, leggetelo. La prima edizione è ormai introvabile (io per la verità la trovo facilmente, su uno scaffale a portata di mano). Questa è invece disponibile ed è ancora migliore. Ovviamente, solo in inglese.