venerdì 16 marzo 2012

Rosco e Sonny e la leggenda di Bigfoot


Una nuova avventura di Rosco e Sonny è in edicola ne Il Giornalino n. 12, quello di questa settimana. Il titolo è La leggenda di Bigfoot e, nella tradizionale onestà titolatrice che talvolta mi contraddistingue, ha a che fare con il misterioso ominide che popola le zone montuose e boschive del Nord America (o almeno ci piace pensare che le popoli). Per scrivere la storia non mi è servito aver visto diversi film su Bigfoot - noto anche come Sasquatch - ma li ho visti lo stesso volentieri (e di alcuni di loro ne ho dato conto nel mio Dizionario dei film horror). I disegni sono come sempre del bravissimo Rodolfo Torti.

sabato 10 marzo 2012

P.O.E. Poetry of Eerie


Edgar Allan Poe ha goduto delle attenzioni del cinema soprattutto negli anni ’60, quando Corman costruì un intero ciclo di pellicole sui suoi racconti, ma anche in altri periodi non sono mancati film ispirati alle sue opere, dai tempi de La caduta della casa Usher (1928) di Jean Epstein ai giorni nostri, con esempi come l’ineffabile Ligeia (2009) di Michael Staininger. Questa presenza massiccia, nonostante le difficoltà insite nella trasposizione cinematografica dei racconti tutt’altro che cinematografici di Poe, è un segno evidente del fascino che lo scrittore ha sempre esercitato.

Normalmente, dato che i racconti di Poe sono brevi e spesso più interiori che esteriori nella narrazione, il metodo per trarne dei film è quello di rimpolparli al punto che della materia originale rimane ben poco. Per ovviare a questo problema si è talvolta puntato su film a episodi invece che su lungometraggi tratti da un singolo racconto. Lo ha fatto Corman con I racconti del terrore e lo hanno fatto, tra gli altri, Dario Argento e George A. Romero con Due occhi diabolici. Ma anche quando si è scelta questa via, il materiale aggiunto si è spesso rivelato preponderante. Nel caso di questo nuovo film indipendente, P.O.E. Poetry of Eerie (2011), diretto da un gruppo di promettenti e giovani autori, la scelta è stata quella, ancora più radicale, di episodi molto brevi. Questa brevità avrebbe potuto consentire - se ciò effettivamente fosse possibile e, soprattutto, fosse stato l’obiettivo degli autori - di restare piuttosto fedeli a Poe. Ma invece, in prevalenza, si è preferito prendere spunto dai racconti per trattare d’altro. Dopo anni e anni di Poe al cinema non si può dire che la scelta sia astrattamente sbagliata. Il problema è che ciò può talvolta tradursi in una banalizzazione del materiale e nella difficoltà nel trovare il senso dell’operazione, di trovare cioè Poe all’interno delle nuove storie raccontate.

In questo e anche in altro, ogni episodio fa comunque storia a sé. Il complesso è quello che gli americani definiscono una mixed bag, con momenti riusciti che si alternano ad altri meno riusciti: il destino praticamente inevitabile dei film a episodi, soprattutto quando sono di autori diversi.

Il primo episodio è Silence, di Angelo e Giuseppe Capasso. Un uomo si sveglia ansimante, al suo fianco una donna sdraiata di lato che sembra dormire. Va in bagno, lo specchio ha un sussulto. Prende un caffè, gli casca la tazzina e si rompe. Chiama Annabel, come se pensasse fosse lei o il suo fantasma all’origine del suo turbamento. In bagno c’è del sangue nella vasca, assieme a frammenti di vetro. Ombre che passano, musica sinistra e avvolgente, camera sul personaggio, tensione sui dettagli: l’episodio è un classico esercizio di stile sulla paranoia e sull’ossessione, ben condotto, forse un po’ troppo debitore del cinema spettrale giapponese. Non c’è molta trama e nemmeno molto di nuovo, ma si lascia vedere con interesse. Stilisticamente promettente.

Il secondo episodio è The Sphinx di Alessandro Giordani. In uno squallido appartamento all’interno di un bunker in disfacimento, un uomo di una certa età studia degli insetti. Sua figlia cerca invano di lavarsi: non c’è acqua. Fuori invece c’è il mare. Ma anche una misteriosa pestilenza. La ragazza va fuori a prendere l’acqua anche se il padre gliel’aveva proibito per la possibile contaminazione. La ragazza nega che esista l’epidemia, vuole costringere il padre a bere l’acqua. Uno dei più curiosi e meno noti tra i racconti di Poe, che magnifica l’attenzione per il dettaglio che fa perdere di vista la realtà d’insieme (ne feci addirittura una versione a fumetti una quarantina di anni fa). Il contrasto tra le immagini cupe e claustrofobiche del bunker e quelle sognanti della spiaggia, di una luminosità soffusa, si accompagna a una musica dissonante e a dialoghi declamati fuori campo. L’effetto è interessante, straniante, ma non conduce a molto.

Il terzo episodio è Glasses di Matteo Corazza. Ginevra, una giornalista amante della mondanità, va con secondi fini a una festa invitata da un ex, Ruggero, che ha mollato. La ragazza è molto miope e alla festa gli occhiali le cadono e non li trova più. Ruggero si offre di cercarli e nel frattempo le presenta il fratello Riccardo di cui lei vede solo confusamente i lineamenti. Ne rimane comunque affascinata. Peggio per lei. Il racconto di Poe era in sostanza un’elaborata gag. Qui lo spunto degli occhiali è solo un pretesto all’interno di un quadro vendicativo di maniera che non presenta sorprese e si conclude in modo telefonato.

Il quarto episodio è Valdemar di Edo Tagliavini. Un medico, grazie all’aiuto di un esperto, mesmerizza Valdemar, un uomo affetto da tisi, quando sta per morire. L’esperimento riesce, ma il mesmerizzatore muore accidentalmente. Trovarne un altro si rivela impossibile, quindi il medico si trova in difficoltà, con Valdemar intrappolato tra la vita e la morte. Uno dei racconti di Poe più amati dal cinema - due le versioni di rilievo (Corman e Romero) - è stravolto a fini umoristici con esiti che si fanno apprezzare anche se talvolta più per lo spirito che per la pratica.

Il quinto episodio è The Tell-Tale Heart di Manuela Sica. Una donna visita una casa, mentre una voce legge la vicenda. Poi la donna stessa legge. Il racconto di Poe rimane nelle parole. Le immagini sembrano raccontare qualcos’altro. Ma non saprei dire cosa. Il collegamento più che negli occhi di chi guarda è in quelli di chi ha realizzato il film.

Il sesto episodio è Gordon Pym di Giovanni Pianigiani e Bruno Di Marcello. Gordon Pym, un marinaio, è imprigionato sotto coperta e costretto a mangiare scarafaggi per l’assenza di cibo. Un vecchio che lo chiama “padrone” cerca di ucciderlo, ma il marinaio, benché rimasto ferito, riesce a ucciderlo prima lui. Poi si nasconde ed è testimone di un pranzo cannibalesco. Ma i cannibali si accorgono di lui. L’unico romanzo di Poe diventa spunto per un raccontino claustrofobico con piccolo colpo di scena finale che vede la partecipazione di un giovane Poe alle prese con la sua creatura. La realizzazione privilegia le immagini alle parole - compendiando alcuni elementi del romanzo - ma non trova un colpo d’ala che renda quelle immagini capaci di vivere significativamente di luce propria.

Il settimo è The Black Cat di Paolo Gaudio. Forse il racconto di Poe più popolare al cinema, con svariate versioni molto significative, da Ulmer a Corman, a Dario Argento. Questa, realizzata in animazione, è simpatica, piuttosto burtoniana, ma con qualità sufficienti a garantirle un autonomo valore. Mettere Poe nel ruolo del protagonista di un suo racconto non è una novità, ma è decisamente appropriato. L’essenza del racconto è colta con bravura.

L’ottavo episodio è Ligeia di Simone Barbetti. Il ménage di una coppia è turbato dal ricordo di Ligeia, precedente e defunta moglie dell’uomo. Si turba ancora di più quando il ricordo si materializza in una figura fantasmatica. Corman aveva fatto di questo racconto un turgido e ambiguo melodramma gotico. Qui si resta alla sostanza dell’incubo per catturarne gli elementi più caratteristici, ma la passione per Ligeia resta un po’ troppo sulla carta, data per presupposta. Un tentativo comunque non banale, condotto con convinzione.

Il nono episodio è The Raven di Rosso Fiorentino. La poesia di Poe, è stata alla base - se così si può dire - di I maghi del terrore di Corman. Qui la lettura della poesia è illustrata, in modo alternativamente ossequioso e inquieto se non inquietante, da sequenze che restano sulla superficie della meditazione sulla morte.

Il decimo episodio è The Man of the Crowd di Paolo Fazzini. Un uomo osserva la folla e segue uno sconosciuto che ha attirato il suo interesse. L’attualizzazione all’odierno contesto urbano non è forzata, sembra quasi naturale, per la valenza extratemporale della tematica. La misteriosità della notte cittadina e l’inestricabile viluppo dei destini umani e della casualità che spesso li regola sono rese in modo sommario, ma efficace. Il finale tenta una sorpresa non del tutto conseguente: l’insieme è comunque inquieto e interessante.

L’undicesimo episodio è Berenice di Giuliano Giacomelli. Un uomo è affranto per la morte dell’amata moglie e la veglia. Ma lei, forse, non è morta. Tentativo di recuperare le atmosfere del gotico italiano dei tempi che furono, con un uso del colore e delle ambientazioni che si richiamano in parte a quella stagione, crea una discreta aura macabra seguendo l’esteriorità del racconto di Poe senza avere il tempo e forse la forza di catturare la sua ossessione.

Il dodicesimo episodio è Maelzel’s Chess Automaton di Domiziano Cristopharo ed è il migliore del lotto. Una partita a scacchi con un automa potrebbe essere l’occasione per rivalutare un’esistenza e Mr. Gray non vuole perderla. L’estetica dell’automa giocatore di scacchi è un elemento vincente che, con la sua aria rétro, si adatta molto bene - per contrasto - all’ambientazione luminosa e moderna. La partita a scacchi (e più in generale il gioco) vista come metafora della vita (e della morte) ha sempre il suo fascino e la sua validità, ma è il modo in cui è condotto il racconto a essere vincente. L’allucinata visione del predominio delle macchine sull’uomo è resa in modo elegante e visivamente raffinato ed efficace. L’assoluta (e vana, oltre che vacua) astrazione rappresentata dal gioco si evidenzia come il fine ultimo per un’umanità incapace di uscire dai propri limiti e difetti. Buona anche l’interpretazione di Luca Canonici e Angelo Campus.

Il tredicesimo episodio è Song di Yumiko “Sakura” Itou. In un’ambientazione giapponese, un’esecuzione rituale e uno spartito insanguinato. Direi che va un tantino sul criptico.

La durata complessiva è generosa (oltre un’ora e cinquanta) e l’impresa ambiziosa e nel complesso non priva di meriti, senz’altro da sostenere.

lunedì 5 marzo 2012

Segnocinema 174


Il nuovo numero di Segnocinema, il n° 174 (marzo-aprile 2012), è uscito e si presenta come sempre molto interessante. In particolare, è da segnalare lo speciale - come di consueto molto ampio e argomentato - che si intitola Trailer contro Trailer 2.0 e si occupa di uno dei fenomeni più suggestivi e singolari del mondo del cinema, quello di quei minifilm condensati che servono per spingere a vedere i film cui si riferiscono (ma spesso sortiscono l'effetto contrario, soprattutto quando raccontano così tanto del film che uno preferisce restarsene a casa). Mi corre luogo di segnalare anche che lo speciale - a cura di Mauro Antonini - contiene un mio micro-intervento, motivo già di per sé sufficiente per acquistare la rivista (almeno per i miei familiari e amici). A parte gli scherzi, già che ci sono, segnalo anche un paio di articoli che mi sembrano di particolare interesse, accomunati da un argomento catastrofico-cinematografico che di questi tempi mi attira molto: il primo si intitola The End (sulla fine del mondo cinematografica) ed è scritto da Mauro Caron, mentre l'altro si intitola A prova di orrore (sul cinema atomico), scritto da Roberto Lasagna.

venerdì 24 febbraio 2012

Rosco e Sonny e la corsa all'oro


Nuova avventura di Rosco e Sonny, i dinamici agenti per i quali scrivo le storie. Questa è la centottantaduesima che ho scritto e si intitola Come ai tempi della corsa all'oro. L'ambientazione è infatti il Klondike di oggi addobbato per essere come quello di ieri, ma naturalmente il problema per i protagonisti non è quello e, in una cornice per loro insolita, si troveranno di fronte pericolo e azione. I disegni sono sempre di Rodolfo Torti, dinamico nel segno almeno quanto Rosco e Sonny.
La storia compare nel numero del Giornalino in edicola in questi giorni (il n° 9). Mi fa piacere ricordare ancora una volta che Rosco e Sonny sono stati creati da Claudio Nizzi e da Giancarlo Alessandrini.

Pactum sceleris e Corpi freddi

Un mio racconto, intitolato Pactum sceleris (giusto per far capire che ho studiato anche il latino, a suo tempo...), si è classificato al quinto posto nel concorso Corpi Freddi 2012, organizzato dal sito Corpi Freddi - Itinerari Noir. Il concorso era riservato ai racconti giallo/noir/thriller e il mio direi che appartiene ai thriller. Qui trovate la classifica completa. Naturalmente, ringrazio gli organizzatori che si sono sobbarcati l'onere del concorso a cui ho partecipato con piacere e vi invito a dare un'occhiata a Corpi Freddi, un luogo virtuale molto ricco di notizie e di letture interessanti sul lato noir della cultura.

lunedì 16 gennaio 2012

Bob Dylan: Blind Willie McTell per Martin Scorsese



Nel corso dei decenni, le partecipazioni televisive di Bob Dylan sono sempre state in bilico tra il memorabile e il fallimentare, con larga prevalenza della prima tipologia sulla seconda, ma con altrettanto larga controversia sull’annessione delle singole fattispecie a ciascuna categoria, in larga parte in dipendenza della sensibilità, chiamiamola così, dello spettatore. Ne ho scritto diffusamente ne Il cinema di Bob Dylan e ne scrivo volentieri ancora.

Oggi infatti le cose sono abbastanza (ma non del tutto) cambiate e le apparizioni televisive, rare come al solito ma non rarissime, di Dylan sono caratterizzate da riuscite pressoché universali, anche se non sempre la riuscita è colta da tutti. Infatti, ogni volta Dylan si presenta come una sorta di Ufo calato da un altra dimensione rispetto a ciò che si vede - di musicale, in particolare, ma non solo - sul piccolo schermo e ogni volta riafferma, con la sola presenza, la sua carismatica diversità. Ed essendo diverso può provocare ammirazione oppure sconcerto.

Questo è puntualmente avvenuto qualche giorno fa nella serata in onore di Martin Scorsese (Martin Scorsese Critics’ Choice tribute), nella quale Dylan è intervenuto eseguendo Blind Willie McTell, uno dei suoi capolavori. Tanto grande da essere stato lasciato fuori dall’album Infidels (1983) per il quale era stato registrato e da essere pubblicato solo anni dopo in The Bootleg Series (1991), peraltro in una versione acustica (pur ottima) inferiore a quella elettrica, stratosferica e ancora inedita.

Bob Dylan si è esibito con la sua solita band - diversamente da quanto fatto in altre recenti circostanze televisive (alla Casa Bianca - ne ho parlato qui - e nel documentario The People Speak su History Channel, con una toccante versione di Do Re Mi di Woody Guthrie) - e senza cappello, rispettando in questo caso la sua consuetudine televisiva. Ha interpretato Blind Willie McTell in una versione più light e ritmata, meno straziante e blues, ma comunque potente ed evocativa - con tre assoli di armonica suggestivi e magistrali - ben allineata alla forza di un testo che ripercorre momenti topici della storia americana per trarne una verità incontrovertibile. Nessuno canta il blues come Blind Willie McTell. Sofferenza e dolore generano la capacità di comprendere la realtà e di trasfigurarla in arte, magari senza saperlo o senza elucubrarci sopra. Come Blind Willie McTell. Ma se quella è la verità evidente, altre sono più elusive, in un gioco di rimandi e stimoli che è tipico delle grandi canzoni di Dylan. Confidente e disinvolto come negli ultimi tempi in concerto, meno tetragono e più aperto, Dylan sembra aver raggiunto invece la piena consapevolezza di sé e delle sue capacità. La voce roca e spezzata del Dylan attuale è perfetta per una canzone che parla di soprusi e di violenza, ma è stato davvero curioso vedere il contrasto tra le parole della canzone (e il loro significato) e il contesto rutilante di divi dello spettacolo che, eleganti, ascoltavano e parlottavano tra loro. Di Caprio - maestro di cerimonia - ha chiesto poi la standing ovation, che è avvenuta di riflesso, ma non saprei dire quanto spontaneamente. L’Ufo era atterrato e come Michael Rennie aveva portato notizie sulla realtà che il mondo dorato non sempre riesce a cogliere nella sua vera essenza limitandosi spesso a proporne dei - come dicono i giornalisti sportivi televisivi - riflessi filmati. Martin Scorsese però sembrava realmente colpito e ammirato. Del resto, dall’Ultimo valzer a No Direction Home, ha avuto modo di capire cosa può aspettarsi da Dylan.

I Love You Like a Twist


Il panorama del cinema indipendente, spesso caratterizzato da low e no-budget e molto entusiasmo, propone più di qualche volta incursioni nel campo dell’horror, probabilmente non a caso uno dei generi più frequentati dai giovani registi. Talvolta, seguendo la spinta alla contaminazione dei generi che accompagna la sperimentazione e la voglia di affastellare tutte o quasi le proprie ispirazioni, l’horror non è il genere di assoluto riferimento, ma è un ingrediente forte di un cocktail che contiene anche altro. Di Lorenzo Lepori avevo visto Il vangelo secondo Taddeo, un horror esuberante e scombinato che inseriva elementi da pulp tarantiniano in un contesto orrorifico a suo modo tradizionale (come, del resto, si sa, aveva fatto lo stesso Tarantino sceneggiatore di Dal tramonto all’alba).

I Love You Like a Twist, il nuovo film di Lepori, segue in parte la stessa strada ma segna un deciso passo in avanti rispetto a Taddeo, facendo piazza (quasi) pulita delle imprecisioni e degli errori di inesperienza del film precedente. Anche in questo caso, gli elementi narrativi sono una sorta di noir da periferia degradata e un horror ancor più tradizionale. Solo che stavolta, la prevalenza è nella crime story e l’horror fa da contorno.

Dino Strano (Pio Bisanti) fa il killer, dopo essere evaso dal carcere dov’era rinchiuso. Dopo un’esecuzione di massa in un bar, si porta via nel baule dell’auto una ragazza (Valentina Poddighe) che, nel corso della sparatoria, l’aveva ferito con un colpo di pistola. Senza spiegazioni, consegna la macchina al suo amico Charlie (Stefano Boni) incaricandolo di portarla a un appuntamento dove qualcuno che sa cosa c’è nel baule se lo prenderà in consegna. Charlie - che non sa cosa contiene il bagagliaio - esegue, ma per sicurezza porta con sé due amici sbulinati: uno violento e l’altro strafatto. Il violento è seccato perché la sua ragazza non si fa viva da tre giorni: i tre amici ne approfittano per disquisire sulla natura poco fedele e comprensiva delle donne. Nel frattempo, Dino va a farsi curare da una sorta di cinese. Ma naturalmente ha anche altro in mente. Fatta la consegna, Charlie e i suoi scoprono che il “pacco” è una ragazza e che chi lo riceve è una setta satanica dalle intenzioni programmaticamente poco raccomandabili.

Recentemente ho letto un’intervista a Herschell Gordon Lewis (su Videoscope #73, Winter 2010) nella quale il creatore dello splatter dava tre consigli agli aspiranti registi: 1) tenere l’ego fuori dalla porta; 2) non girare con la macchina a mano; 3) non dare a parenti e amici ruoli da protagonista solo perché sono parenti e amici. Sui consigli 1 e 3 non posso garantire, ma di certo Lepori ha dato in gran parte retta al secondo consiglio - pur senza magari averlo ricevuto - perché le inquadrature e i movimenti di macchina sono spesso sobri e rilassati, soprattutto rispetto al delirium tremens di Taddeo, senza che ne abbia a soffrire la tensione narrativa. Anzi. La scelta del bianco e nero è vincente dal punto di vista figurativo perché dà alla storia il sordido realismo e l’austerità di cui aveva bisogno, smussando le limitazioni scenografiche che il colore avrebbe evidenziato. L’umorismo e l’ironia sono spesso ben giocati e ci sono alcuni momenti da teatro dell’assurdo che si sposano senza fatica con la caratterizzazione fumettistica dei personaggi. I dialoghi sono generalmente simpaticamente tosti e pulp: “Un orgasmo di frattaglie” vagheggia speranzoso uno dei satanisti; “Ti ha reso una schifezza” commenta amaramente l’amico violento vedendo lo strafatto ridotto a scheletro. I momenti di splatter sono molto più ridotti - sempre rispetto a Taddeo, la mia pietra di paragone - e anche questo è un bene, per molti motivi, non ultimo dei quali il fatto che la storia non ne necessitava. C’è un maggiore citazionismo cinefilo, ma anche questo è autoironico: per esempio, all’inizio uno dei gangster trucidato parla con dialoghi formati da titoli di vecchi film. Nei titoli di coda, poi, c’è una lunga elencazione che a vario titolo presenta nomi indicativi delle preferenze e dei riferimenti del regista. Tra i molti: Larry Buchanan (mitico autore di Zontar: The Thing from Venus) e i Blue Oyster Cult, per i quali scrisse alcuni testi Michael Moorcock, il creatore di Jerry Cornelius. Poi altri nomi assortiti dell’exploitation (e non) da Di Leo a John Agar, da Roger Corman al Dizionario Stracult di Marco Giusti. Il film, inoltre, è dedicato alla memoria di Kevin McCarthy, Leslie Nielsen, Bobby Farrel, Juan Piquer Simon e Tura Satana. I titoli di coda sono quindi un momento di affermazione delle proprie radici e debiti culturali.

Non mancano i difetti, com’è forse inevitabile. Certi episodi apertamente parodistici - come quello del cinese - non funzionano del tutto, perché l’iperbole si scontra con l’inadeguatezza e non ne risulta vincitrice, anche se, pure lì, non mancano momenti divertenti. La mescolanza tra noir urbano e horror si compie nella parte finale in modo abbastanza naturale, ma, per quanto lo sbocco non sia forzato, la parte horror risente di qualche goffaggine nella messa in scena che la parte thriller riesce quasi sempre a evitare. Il mostro - figurativamente più suggestivo che efficace, ma non male - è un richiamo agli horror sparagnini del primo Corman e a quelli che li hanno imitati, da The Monster of Piedras Blancas a tanti altri. Il suo ingresso in scena porta il film in un’altra dimensione, ma non in quella migliore. Mostro e satanismo sono la faccia più sbrigativa del film, ancorché non priva di interesse.

Il vero colpo di scena del film è la comparsa nel finale di Gianni Dei, icona di decenni dell’exploitation italiana. Il confronto finale è da melodramma, anzi da feuilleton, ma dà al film una chiusa adeguatamente tragica e un senso compiuto. Sempre nell’ottica di un’ironia che è il tratto caratteristico del film e gli evita la caduta nel trucido.

Stranezze caratteriali e curiosità comportamentali si amalgamano in un insieme il cui collante è la musica - prevalentemente rock, ma non solo - che accompagna quasi incessantemente le immagini non sempre riuscendo a evitare di sovrapporsi in modo preponderante al parlato.

Buono il montaggio, abbastanza stringente, e apprezzabile nel complesso la recitazione che - a parte il veterano Dei - ha punte di buon esito soprattutto nel protagonista Pio Bisanti. Ma tutti gli attori principali si dimostrano adatti al ruolo e piuttosto disinvolti, da Stefano Boni a Roberto Cardelli al trasognato Andrea Di Vita. Anche la regia mostra una crescita e una maggiore maturità rispetto al film precedente, con una buona attenzione compositiva.

La sceneggiatura è di Valentina Vannelli, apprezzabile nei dialoghi e nella scansione dei fatti. Forse una maggiore definizione - a livello del soggetto - della parte horror avrebbe potuto darle più originalità e migliorare la sua fusione con il resto della storia. Curiosamente, per essere un film sceneggiato da una donna, quello del film è un universo totalmente maschile e in parte misogino (anche se probabilmente ciò discende dalla caratterizzazione e dalla tipologia dei personaggi), in cui le donne sono una presenza del tutto marginale e, più o meno, solo come vittime. A parte la “strega”, la satanista - che peraltro è un personaggio del tutto di maniera - mancano figure femminili forti.

Nel complesso, il film è simpatico, si vede volentieri e costituisce un buon auspicio per i prossimi.

venerdì 13 gennaio 2012

Segnocinema 173


È uscito il nuovo numero, quello di gennaio-febbraio, del bimestrale Segnocinema, una rivista che consiglio sempre di leggere al di là (o nonostante) il fatto che mi onori di essere tra i suoi collaboratori. Lo speciale che contraddistingue questo numero - ogni numero di Segnocinema, a parte rubriche, recensioni e servizi diversi, è caratterizzato da un approfondito speciale di argomento cinematografico - si intitola Qui finisce l’avventura (a cura di Roy Menarini) ed è una interessante riflessione su uno dei generi cinematografici (e non solo) un tempo più frequentati e ora sottoposto a mimesi varie per sopravvivere in un’epoca di avventurieri più che di avventurosi.

Di particolare interesse anche l’articolo di Paolo Cherchi Usai su Il lungo addio del 35 millimetri. Se ci pensate tra i cambiamenti epocali questo è uno dei più significativi, per tanti versi, eppure sta avvenendo (è avvenuto) senza che quasi ce ne si sia accorti. O quantomeno senza che se ne sia accorto lo spettatore medio, quella figura mitica che in quanto “media” è forse in sé quasi inesistente, ma comunque pietra di paragone per qualunque cosa. In ogni caso, consiglio vivamente la lettura dell’articolo che affronta in modo stimolante e puntuale l’argomento dell’avvento del digitale anche sul grande schermo.

Ci sono anche un paio di miei microcontributi in questo numero: uno nella rubrica Q & A e l’altro nello speciale sull’avventura.

giovedì 12 gennaio 2012

Flani (13): Cyborg anno 2087 metà uomo metà macchina... programmato per uccidere


Per la consueta rassegna di vecchi flani, questa volta un film del 1966 che uscì in Italia con quasi dieci anni di ritardo e scomparve nel nulla senza lasciare traccia, ma che, sotto sotto, ha una sua valenza perché se vi capita di guardarlo vi sarà subito evidente quanto la sua trama sia simile a quella di Terminator, con la differenza che lo precede di una ventina d’anni. Anche qui abbiamo un cyborg proveniente dal futuro con il compito di uccidere un terrestre in modo da modificare il futuro. Il cyborg non è muscoloso come Schwarzie, ma ha il look severo e alieno di Michael Rennie, protagonista di uno degli extraterrestri più iconici e famosi della fantascienza classica, quello di Ultimatum alla Terra (sì, proprio quello di “Klaatu barada nikto” o giù di lì, vado a memoria).

La regia è di Francis D. Lyon, specialista in telefilm, ma l’apporto più significativo è quello dello sceneggiatore Arthur C. Pierce, sceneggiatore anche di L’invasione - Marte attacca Terra che ha la peculiarità d’essere sempre del 1966 e di essere uscito in Italia con grande ritardo ma assieme a Cyborg anno 2087. Insomma, hanno fatto pacchetto con la differenza che L’invasione - Marte attacca Terra è so-bad-it’s-very-very-bad, mentre Cyborg sfiora la categoria del so-bad-it’s-good, per la peculiarità della trama e dello svolgimento. Dimenticavo, anche Marte attacca Terra è di Lyon e, non sorprendentemente, anche la casa di produzione è la medesima. Che tempi. I numeri di telefono erano ancora senza prefisso per chi chiamava dalla città e l’aria condizionata era un asset decisivo in piena estate.

Curioso il titolo italiano che di fronte alla stringatezza di quello originale (Cyborg 2087) aggiunge parole su parole nel dubbio che magari qualche spettatore potesse non capire di cosa si trattava. Mancava poco che nel titolo ci fosse tutta la trama.

giovedì 29 dicembre 2011

Rosco e Sonny e la notte del lupo


Nel n. 1 datato 1° gennaio 2012 del Giornalino - attualmente in edicola - c'è una nuova avventura di Rosco e Sonny, i dinamici poliziotti dei quali scrivo le storie. Questa nuova storia - la n. 180 tra quelle che ho scritto io - si intitola La notte del lupo e vede i due intrepidi agenti in un paesino dell'Est europeo alle prese con qualcosa di decisamente inquietante.

I disegni sono come sempre dell'ottimo Rodolfo Torti e qui sopra ne potete vedere un esempio.

domenica 18 dicembre 2011

Recensione di Francesco Troiano su La Stampa al Dizionario dei film horror


Nel quotidiano La Stampa di ieri e in particolare nel glorioso inserto Tuttolibri, Francesco Troiano - che ringrazio per l'attenzione - si occupa tra l'altro della nuova edizione ampliata e riveduta del mio Dizionario dei film horror (Corte del Fontego). Qui sopra una scansione della recensione.

domenica 4 dicembre 2011

Dizionario dei film horror nuova edizione: il regista più presente


Come scrivevo in questo post, l’indice dei registi contenuto nel mio Dizionario dei film horror (Corte del Fontego) è utile non solo per ricostruire filmografie e seguire i percorsi nel genere compiuti dai registi che l’hanno percorso, ma anche per piccole ricerche statistiche un po’ futili, ma divertenti (almeno per me, che, ribadisco, mi diverto anche con poco, ma più spesso ancora non mi diverto affatto). In quel post (e ripeto, se volete leggerlo, andate in quel post, senza reconditi doppi sensi ma in senso puramente letterale), rinviavo a un post successivo lo svelamento del risultato matematico che, partendo da quell’indice, consentiva di ricavare il regista più presente nel Dizionario.

È passato abbastanza tempo (quasi 20 mesi) perché chiunque si sia dimenticato di quello che avevo scritto allora, perciò posso tornare sull’argomento e rivelare il nome del regista in questione, conscio che ormai non interessa più a nessuno, se mai a qualcuno è interessato. Questo è quindi un esempio di informazione del tutto libera (nei fini) e gratuita (sotto tutti i profili). Ma c’è di più: allora avrei potuto dire chi era il regista con più film nel vecchio Dizionario, mentre ora posso dire qual è quello che ha più film nella nuova edizione del Dizionario, che come ben sapete è assai più ampia e corposa.

Se avessi dovuto dare una risposta prima di dare un’occhiata all’indice, avrei detto che il regista più presente era David DeCoteau, ma pur essendo ben piazzato con i suoi 20 film, il regista canadese non è al primo posto: è che vedere i suoi film è stato spesso così soporifero che mi sono sembrati un numero impressionante. Anche Wes Craven ha 20 titoli all’attivo, ma di ben altro spessore, almeno mediamente. Il terzo che può vantare 20 film è Lucio Fulci, maestro dell’horror italiano. Più film di questo terzetto ce li ha Freddie Francis, grandissimo direttore della fotografia e buon regista con punte di eccellenza: 21 dei suoi film sono compresi nel Dizionario dei film horror (Terence Fisher, altro maestro britannico - di qualità superiore, va detto - si ferma a 18). Ma il vincitore, il più presente, non poteva che essere Jesus Franco, inarrivabile a 28 titoli: dire che è prolifico sarebbe sottovalutare la quantità della sua produzione. Non ho fatto conteggi precisi, ma non escluderei che sia in assoluto il regista con il maggior numero di film all’attivo (e, diciamocelo, con qualcuno anche al passivo) della storia del cinema. A titolo di curiosità, posso rilevare, tra i molto presenti, anche due coppie padre-figlio. Lamberto Bava batte (numericamente) il suo glorioso papà Mario per 16 a 14, mentre René Cardona sr batte il suo omonimo junior per 9 a 5.

Detto questo, i numeri sono solo numeri: quello che conta è vedere i film e, ça va sans dir, leggere il Dizionario dei film horror (o almeno comperarlo, va bene lo stesso).