lunedì 28 luglio 2014

Il Dizionario dei film horror e Corte del Fontego

Ogni tanto (e magari dovrei farlo ogni spesso) mi pare giusto riportare l'attenzione sul mio Dizionario dei film horror, anche perché la seconda edizione riveduta e ampliata è ancora in circolazione e chi non l'ha ancora acquistata (sembra strano - lo ripeto ancora - ma chi non l'ha acquistata è la gran parte della popolazione italiana, per non parlare degli stranieri). L'occasione è buona perché Corte del Fontego, l'editore del libro, ha un nuovo sito, molto interessante, in cui potete trovare notizie e dettagli sui suoi libri, tra i quali mi sembra più che opportuno segnalare la collana Occhi aperti su Venezia che vanta ormai decine di titoli e si è occupata di argomenti topici e di grande attualità storico-sociale-urbanistica in relazione al mitico e magico capoluogo veneto. D'altronde, non occorre che lo dica, non di solo cinema o di soli fumetti ci si può interessare se si vuole mantenere una mente sana, aperta e aggiornata.

Ma Corte del Fontego è anche, come ho detto, l'editore del Dizionario dei film horror e quindi, nel suo sito, non poteva mancare una sezione dedicata a quel valoroso librone. Se volete andare a vederla, basta che clicchiate qui.

Oltre che in libreria e nei consueti siti di e-commerce librario, naturalmente, il Dizionario dei film horror potete anche acquistarlo direttamente dall'editore, con le modalità indicate nel sito, in particolare per le regioni italiane non coperte dalla distribuzione.

Potete seguire Corte del Fontego anche su Facebook.

martedì 8 luglio 2014

Ancora su Desktop

Desktop è uscito ed è possibile vederlo a questo link, che mi ha gentilmente segnalato l'autore. Dopo quello che ho scritto nel post precedente sul film mi pare quantomeno ovvio che vi inviti a dargli un'occhiata: merita.

Come dice Enrico Ghezzi, buona visione.

La scelta sul Messaggero dei Ragazzi

Nel numero di luglio del Messaggero dei Ragazzi, storica rivista a cui ho avuto il piacere di collaborare a lungo nel secolo scorso e agli albori di questo secolo, compare una storia a fumetti che ho scritto per gli ottimi disegni di Davide Perconti, valente disegnatore bonelliano (e non solo).

Il titolo della storia è La scelta e si occupa di una questione importante e di attualità e cioè l’alcolismo giovanile, in particolare quello che riguarda gli adolescenti. Il taglio cerca di non essere didattico, ma di inserire la problematica in un contesto narrativo brillante e vivace, lasciando ai lettori l’opportunità di farsi un’idea e di valutare, appunto, una “scelta” consapevole, quale che sia.








mercoledì 2 luglio 2014

Desktop di Michele Pastrello

Michele Pastrello è un giovane filmmaker indipendente autore di diversi cortometraggi molto interessanti. Di alcuni di questi (Inhuman Resources e Ultracorpo) ho già parlato in questo blog. Ora ne è in uscita un altro, Desktop, breve - quattro minuti scarsi che riescono a racchiudere molto - e fulminante.

Il film comincia con una citazione da Paulo Coelho che detta le coordinate emotive della vicenda. Le immagini livide di solitudini contrapposte in ambienti antitetici si susseguono a segnalare una ideale separazione. Il parallelo delle vestizioni per obiettivi diversi scandisce il ritmo della giornata. Il parallelo tra il caminetto virtuale e la
molto concreta stufa a legna descrive invece in un istante la distanza tra l’apparenza e la realtà, tra il benessere asettico e la concreta durezza della vita vera. Anche se poi ciò che è davvero concreto e ciò che è invece virtuale si confonde con enigmatica ironia. 

La sensazione che il corto trasmette è particolare, come particolare è il punto di contatto tra i due protagonisti. Un punto di contatto che rappresenta anche la sorpresa finale del racconto e ne chiude in modo esemplare e immaginifico la parabola emozionale.


Pastrello mostra una notevole capacità di focalizzarsi sui dettagli per raccontare l’insieme. Dettagli che raccontano cose che restano implicite: una foto su un comodino, la scritta “Still alive” su ogni giorno conquistato nel calendario. Riesce anche a realizzare una perfetta ed efficace fusione tra immagine e suono, grazie a una colonna sonora suggestiva.


Si nota una grande e matura padronanza del mezzo espressivo, con inquadrature sempre azzeccate, montaggio fluido e preciso, composizione ispirata, ottimo controllo degli attori - Viviana Leoni e Stefano Negrelli - che forniscono una bella prova aiutati ovviamente dall’assenza di dialoghi, ma capaci di fornire la fisicità e l’espressività giuste per i ruoli. 


A volte criptico, con la giusta ambiguità dell’opera complessa (pur nella sua brevità), ma sinceramente emozionale.



Qui sopra un frame dal film.

martedì 17 giugno 2014

Le origini del male

La gloriosa Hammer è da qualche anno tornata a produrre film rinverdendo un passato glorioso e ricco di successi. Chi ricorda i film con Peter Cushing, Christopher Lee e tutte le altre icone del cinema hammeriano farà un po' fatica a ricollegare quel cinema a quello prodotto adesso dalla casa britannica, ma qualche elemento di continuità c'è e del resto i tempi sono cambiati e fare quello che si faceva una volta non sarebbe più possibile, se non altro perché Peter Cushing e Terence Fisher non ci sono più (Christopher Lee, invece, fortunatamente c'è ancora e difatti ha di nuovo collaborato con la Hammer per il film The Resident nel 2011).

Un importante elemento di continuità (anche se per la verità la Hammer che fu si distinse per l'estrema varietà dei generi affrontati) è che la Hammer produce film horror anche adesso. Tra questi, è in uscita in Italia Le origini del male (in originale The Quiet Ones) di John Pogue. Chi vuole leggere cosa ne penso, può leggere la mia recensione su MYmovies a questo link. Il tema, non nuovissimo ma sempre affascinante, è una ricerca sul paranormale compiuta attraverso un esperimento scientifico.

Qui sopra un'immagine dal film con Jared (figlio di Richard) Harris e Olivia Cooke.

venerdì 30 maggio 2014

1303 3D

Sembrava un po' decaduta la tendenza di rifare gli horror giapponesi, ma forse erano solo terminati quelli di alto livello e c'è stato un momento di smarrimento alla ricerca delle seconde linee. Sta di fatto che 1303 3D, il nuovo film di Michael Taverna, è il remake di Apartment 1303, un horror giapponese del 2007 che vede al centro - guarda un po' - lo spettro di una ragazza dai capelli neri. Dell'originale giapponese ho scritto sul Dizionario dei film horror, di questo remake potete leggere la mia recensione, se volete, qui su MYmovies.

Tra le protagoniste c'è nientemeno che Rebecca De Mornay (la potete vedere nella foto qui sopra), che un tempo - molto tempo fa - venne addirittura scelta da Roger Vadim quale nuova Brigitte Bardot per il remake americano di E Dio creò la donna. Nella sua carriera, qualche film di un certo impegno in cui ha dato buona prova di sé (A 30 secondi dalla fine, In viaggio verso Bountiful) e un paio di grossi successi di cassetta come Risky Business e La mano sulla culla, quest'ultimo un ottimo thriller che forse rappresenta la sua migliore prova d'attrice.


domenica 25 maggio 2014

Bob Dylan 73

Come di consueto, ma questa volta per cambiare con un giorno di ritardo, celebriamo il genetliaco di Bob Dylan con qualche considerazione sparsa, la prima delle quali è che il nostro fortunatamente è sempre sulla breccia, con un'energia e una vitalità che mi sento di invidiare. La caratteristica più saliente e positiva è che la voce - che indubbiamente aveva mostrato segni di logoramento - si è rivelata nell'anno appena trascorso sorprendentemente migliore che negli scorsi anni. Che sia per l'adozione di un modo di cantare più pacato, che sia per un miglioramento effettivo delle corde vocali, il risultato è notevole soprattutto nei frangenti più espressivi. Consiglio l'ascolto, a questo proposito, di una qualsiasi delle versioni di Huck's Tune dai recenti concerti giapponesi.

La scaletta "bloccata" - un'eresia se consideriamo che la varietà e l'imprevedibilità delle scalette sono sempre state una caratteristica saliente dei concerti di Bob Dylan (almeno dal cosiddetto Never Ending Tour in poi), tale da renderli sempre unici - ha lasciato spazio a qualche variante sorprendente, come appunto l'inserimento, qua e là, di questa canzone, scritta per il film di Curtis Hanson Le regole del gioco (ne ho parlato diffusamente nel mio Il cinema di Bob Dylan), non troppo conosciuta, ma sicuramente una delle migliori degli anni 2000.

L'altra grande novità, che lascia aperte interessanti prospettive per l'immediato futuro, è la canzone Full Moon & Empty Arms, che si può ascoltare nel sito di Bob Dylan e che dovrebbe essere l'apripista di un album in uscita (forse) quest'estate, dal titolo (forse) di Shadows in the Night, che (forse) sarà solo di cover (forse) di Sinatra (o di altri). La canzone - portata al successo proprio da Sinatra nel 1945, è gradevole e ricca di atmosfera. Dylan canta con voce perfetta da crooner e anche questa è una buona conferma dello stato di salute delle sue corde vocali.

Restiamo in attesa dell'album: certo, preferisco gli album con materiale originale (l'ottimo Tempest è stato l'ultimo, nel 2012), ma se anche fosse di cover, andrebbe bene comunque. Come diceva Dylan di Gregory Peck, sarei in ogni caso (idealmente) in fila per l'acquisto.

sabato 3 maggio 2014

La stirpe del male

Ebbene sì, un altro cosiddetto found footage movie, ovvero uno di quei film fatti di riprese video apparentemente amatoriali che convenzione del genere vuole crediamo siano "vere". Questo filone - la cui idea fondante molti fanno risalire addirittura al mitico Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato - è stato usato per vari generi, ma sembra aver attecchito soprattutto nell'horror, dove ha dato vita anche ad alcune franchise.

La stirpe del male prosegue la tendenza - che per la verità, stando agli incassi americani, sta lentamente scemando - applicandola alla più volte raccontata vicenda dell'Anticristo. Gli autori sono un paio di volenterosi registi provenienti dai cortometraggi e da un film collettivo di qualche risonanza, VHS. Se volete leggere cosa penso del film, potete leggere la mia recensione su MyMovies, a questo link.

Qui sopra un'immagine della brava protagonista Allison Miller, che sicuramente ricorderete tra i protagonisti di The Last Vampire - Creature del male, assieme a Gianna Jun, la indimenticabile star di My Sassy Girl, la mia commedia coreana preferita (e non pensate che sia l'unica che ho visto).

sabato 29 marzo 2014

Flani (17) - Oscar Insanguinato

Chi di noi non ha mai sofferto, poco o tanto, della sindrome di Edward Lionheart? Il nome è quello del protagonista di questo bel film di Douglas Hickox del 1973 - film di cui parlo ovviamente anche nel mio Dizionario dei film horror - interpretato in modo sublime da Vincent Price che si diverte a fare una summa dell’opera shakespeariana, esagerando il giusto.

La sindrome di cui sopra è quella di chi si senta sottovalutato per la sua opera e pretermesso a favore di altri meno meritevoli. Trattandosi di Vincent Price nel ruolo di un attore è evidente che l’operato dei critici teatrali nella storia raccontata da questo film non può che essere censurato e considerato riprovevole: nessuno potrebbe meritare il premio più di Lionheart, in effetti, dato che Lionheart è un Vincent Price al massimo dello splendore. Però il concetto è interessante ed è facile immedesimarsi nella vicenda di questa versione più letteraria e meno pop de L’abominevole Dr. Phibes.

La frase di lancio del film è abbastanza pertinente, ma in realtà, come sa chi ha visto il film e come saprà chi avrà il piacere di scoprirlo per la prima volta, la mente che inventa le tipologie delittuose non è altri che quella del grande Bardo in persona e questo rende il tutto molto più culturalmente rilevante, mantenendo comunque intatto il divertimento.

martedì 25 marzo 2014

Fidanzato Vampiro: la serie

Poco meno di un anno fa avevo segnalato in questo blog il fumetto Fidanzato Vampiro con cui Tiziana De Piero aveva vinto il concorso Vampiri a fumetti tenutosi a Valdagno.

Nel frattempo, Fidanzato Vampiro è diventato una serie, edita in versione e-book da Wannaboo ed è interessante notare come si è sviluppata a partire da quel primo racconto.

Il tono si è mantenuto lieve e gradevole, segnato da un umorismo non invadente che si concretizza spesso in battute sommesse a punteggiare storie soprattutto situazionali, semplici ma non superficiali.
Il disegno resta l’aspetto più caratterizzante e riuscito della serie: un curioso e personale insieme del Bonvi fantahorror degli anni ’70 con l’ingannevole ingenuità grafica del manga.


L’insieme si articola in pagine di lettura accattivante nelle quali è sempre chiara la metafora della diversità a segnalare le difficoltà del rapporto di coppia o di gruppo, quando il difficile è farsi accettare per quello che si è ed è anche difficile comprendere come mediare le differenze per arrivare a un rapporto soddisfacente. 


Non sempre è facile serializzare un’idea trasformandola da one shot in moltitudine, ma in questo caso Tiziana De Piero ci è riuscita senza apparente sforzo sviluppando gli spunti in modo naturale e simpatico: ha ampliato il numero dei personaggi per evitare l’asfitticità dell’iterazione, ma allo stesso tempo ha sempre tenuto presente l’importanza di focalizzarsi sui due protagonisti.

Uno degli elementi più simpatici è l’erotismo, trattato sempre con leggerezza e ironia, che di solito resta sullo sfondo, ma talvolta prende in qualche misura il sopravvento, come nel terzo episodio, forse il migliore per scorrevolezza e interesse. Ma un’altra cosa da rimarcare è che gli ultimi due episodi sono migliori dei primi, guadagnando in coerenza narrativa ed equilibrio degli elementi e segnalando una continua crescita che promette cose sempre più buone nel futuro, anche grazie a un affinamento della continuity e della dialettica tra i personaggi principali.

Chi è interessato a leggere Fidanzato Vampiro lo può agevolmente acquistare, per esempio, qui.

mercoledì 19 febbraio 2014

Bob Dylan e la Chrysler

Bob Dylan ha fatto da testimonial per la Chrysler (una fabbrica d’auto, per chi non lo sapesse) in uno spot mandato in onda per la prima volta negli USA durante il Super Bowl e quindi con la massima audience possibile. La cosa, naturalmente, ha suscitato grande interesse e notevoli polemiche da parte di chi pretende di misurare la moralità altrui senza in genere considerare la propria.
In sostanza, l’accusa prevalente è di essersi venduto, come se un artista non si vendesse ogni volta che una sua opera viene offerta al pubblico per l’acquisto. A parte le boutades, è chiaro che in questo caso lo “scandalo” è stato quello della commercializzazione della propria immagine da parte di un mito dell’integrità morale, politica e sociale come Bob Dylan è ritenuto essere da qualcuno. Quanto sia vetero-integralista una posizione del genere e quanto poco ci sia di svendita morale nel fare un po’ di pubblicità lo lascio alla sensibilità personale di ciascuno. Mi sembra piuttosto interessante valutare lo spot per quel che è e vedere che cosa può aver stimolato Dylan a parteciparvi (a parte il cachet, quello sì leggendario a quanto pare).


Lo spot riesce a essere al tempo stesso imbarazzante a tratti (anche per i ritocchi  all’immagine di Bob Dylan che, per quanto lo riguarda, non ha paura di mostrarsi vecchio, ma è stato evidentemente ringiovanito per motivi - presumo - di marketing) e geniale in altri punti per come è spiazzante e, a suo modo, originale. Ma soprattutto rimette al centro dell’attenzione il lavoro, una delle tematiche che ha percorso l’opera di Bob Dylan, anche se magari in modo discontinuo e talvolta  sotterraneo. In particolare, il lavoro manuale, operaio, quello di cui già Woody Guthrie si era fatto paladino rapportandolo all’operato di coloro che ti derubano con la penna stilografica (d’accordo, si parlava di Pretty Boy Floyd, ma il concetto è quello).


Workingman’s Blues #2 (dall’album Modern Times, 2006) è significativa: “Some people never worked a day in their life/Don’t know what work even means”. E si capisce bene chi Dylan sta stigmatizzando: quelli che hanno i soldi e non hanno mai avuto bisogno di lavorare, in confronto a quelli che invece si guadagnano la vita con il lavoro. Nella crisi di oggi il lavoro è quello che è stato più duramente colpito e rimetterlo, con la sua dignità, al centro dell’attenzione è importante. La delocalizzazione non è altro che un sistema inventato dal capitalismo per svilire i lavoratori e riportare indietro l’orologio del tempo. A questo proposito, in molti nel difendere la scelta di Bob Dylan hanno richiamato la sua canzone Union Sundown del 1983 (dall’album Infidels) nella quale veniva evidenziato come la manifattura fosse stata spostata all’estero in modo da sottopagare (e quindi sfruttare) i lavoratori di quei luoghi, creando disoccupazione in America. In quella canzone, Bob Dylan indica la ragione di tutto ciò: l’avidità.


Ma Bob Dylan si era già occupato della cosa nel 1964 con North Country Blues (dall’album The Times They Are A-Changin’), quando nessuno se ne occupava, descrivendo una realtà che conosceva bene avendo visto da vicino il declino e la rovina - con la conseguente disoccupazione - della sua terra, il Minnesota, dopo la chiusura delle attività estrattive e industriali perché non convenivano più: “They complained in the East/They are paying too high/They say that your ore ain’t worth digging/That it’s much chepaer down/In the South American towns/Where the miners work almost for nothing”. Queste sono i versi del 1964. Questi invece sono quelli del 2006 di Workingman’s Blues #2: “They say low wages are a reality/If we want to compete abroad”. Gli anni sono passati, ma la situazione è solo peggiorata e a farne le spese sono sempre i lavoratori, mentre gli stipendi degli  executives sono schizzati a razzo sino su Marte.


Soprattutto in Europa, si è fatto però presente che l’impostazione “americana” dello spot è fasulla perché la Chrysler è della Fiat. Questo significa, a mio avviso, non aver colto il problema. Il problema non è sapere di chi sia la fabbrica, ma che la fabbrica esista e ci lavorino le persone del posto. Questo, credo, interessa ai lavoratori, non altro che la dignità del loro lavoro. Allo stesso modo in cui ai lavoratori italiani - magari quelli della Fiat - penso non interessi tanto chi sia a capo della società quanto che gli stabilimenti rimangano in Italia. E lo stesso, va da sé, interessa ai lavoratori delle altre nazioni: avere il lavoro e averlo dignitoso, non da sfruttati, senza corse al ribasso con i lavoratori di altre nazioni con la minaccia o il ricatto della delocalizzazione. Che un’azienda sia di proprietà italiana o americana e,
per massimizzare i profitti, abbia le fabbriche su Venere dove i lavoratori lavorano gratis, credo possa interessare agli azionisti e ai loro dividendi: ai lavoratori italiani o americani interessa che la fabbrica sia dove si trovano loro e fornisca lavoro a condizioni eque.
So much for critics.

 
In ogni caso, era solo uno spot.

Doll Syndrome di Domiziano Cristopharo

Dopo Red Krokodil, Domiziano Cristopharo prosegue il suo particolare percorso nella psiche disturbata degli esseri umani, con la dedizione dell’entomologo che disseziona l’oggetto dei suoi studi per farne emergere gli umori più acri. Doll Syndrome, scritto da Andrea Cavaletto con cui Cristopharo ha stretto un proficuo sodalizio, è la seconda parte di una trilogia iniziata appunto con Red Krokodil.

Un uomo che vive solo, alienato e quasi robotico (con gli occhi sbarrati come quelli, appunto, di una bambola) nel suo rifiuto della socialità, rimane colpito dalla visione di una ragazza che fa colazione in un bar all’aperto. Lontano com’è dall’idea di tentare rapporti umani, benché faccia in modo di vederla più volte, non prova nemmeno un approccio alla ragazza e preferisce passare direttamente a un succedaneo: una bambola gonfiabile su cui proietta la sua ossessione. Però continua a spiare la ragazza e quando la vede in compagnia del fidanzato ne resta turbato. Come il problematico protagonista di Indecent Desires (1968) di Doris Wishman (la Godard in drag, secondo la definizione di John Waters), il protagonista vuole possedere ciò che non potrebbe assolutamente avere, ma diversamente da quello non vive la comparsa del fidanzato della donna come una sorta di tradimento, ma piuttosto come un’opportunità.


Incapace di esprimere emozioni e sentimenti, il protagonista, in una scena curiosa ma significativa, modella il suo volto con le dita per esprimere un sorriso. Come uno zombie, ogni mattina esce di casa vestito bene per andare al lavoro in un’apparente normalità che cela invece la più totale anormalità, intesa come comportamento antitetico a quello della maggioranza. Il fatto che abbia una lavanderia e lavori quindi nel luogo deputato alla pulizia fa da ironico contrasto con la sporca desolazione della sua vita. Uno dei suoi comportamenti frequenti è anche quello di vomitare, talvolta anche nei cassonetti dei rifiuti (non sono in grado di stabilire se lo faccia, correttamente, nel cassonetto dell’umido o se confermi il suo comportamento antisociale facendolo in quello della raccolta indifferenziata).


Il ritratto dell’alienazione è totalizzante: l’impossibilità di stabilire un contatto col mondo rinchiude sempre più il protagonista in un abisso di masochismo nel quale le autopunizioni fanno da valvola di sfogo sempre più estrema a un desiderio inespresso e inesprimibile. Privato di qualsiasi traccia di umanità, vaga all’interno della sua vita guidato da istinti primari larvatamente autodistruttivi, cercando di tenersi in vita con le sensazioni dolorose che ricerca con determinazione. L’unica volta che lo vediamo entusiasta è quando, in una delle poche immagini surreali di un film altrimenti assai realistico (dal punto di vista figurativo), si taglia il ventre (o immagina di farlo) in modo da creare una sorta di larga bocca dentata.


Più passano i film e meno il cinema di Cristopharo è interessato a “piacere” al pubblico. Le storie si fanno più dure e al tempo stesso più rarefatte e, a modo loro, austere. Come in Red Krokodil, anche qui il ritmo narrativo svicola da ogni convenzione e appartiene a una specie a sé stante, dove la lentezza asseconda la scelta di raccontare senza parole. Proprio questa assenza di parole è particolarmente efficace nel sottolineare la condizione psicologica del protagonista, incapace di comunicare o, meglio, non interessato a farlo. Stilisticamente, il film è ineccepibile. La scelta di raccontare tutto con le immagini - e soprattutto il successo di questa scelta - testimonia una maturità artistica innegabile, oltre a una padronanza dei mezzi espressivi.


Il film non è per tutti, non solo per la tematica, ma anche per la scelta di costellarlo di immagini insolitamente crude (e anche porno): è il lato provocatorio e anticensorio di Cristopharo, stavolta spinto anche oltre i precedenti confini tracciati. La visione è quindi una sorta di tour de force per lo spettatore impressionabile o facilmente turbato dall’esposizione a un immaginario sessuale per nulla gradevole agli occhi. In questo senso, benché si spinga all’estremo, il cinema di Cristopharo non è, attualmente, di exploitation, ma ne rappresenta l’antitesi. Costituisce una sfida a guardare, a reggere lo sguardo della visione.


Va quindi precisato che il pubblico di riferimento è necessariamente ristretto: lo spettatore medio è allontanato dalla scelta di mostrare cruda violenza e (anti)erotismo hard. Quindi, le persone impressionabili o suscettibili di esserlo faranno bene ad astenersi dalla visione, strettamente riservata a persone adulte, mature, pronte a tutto, non facili a offendersi per questioni morali, aperte a ogni visione (anche e soprattutto quelle sgradevoli) e motivate. Sono necessarie queste scene? Naturalmente, in senso stretto, no: la storia filerebbe lo stesso anche senza e i concetti sarebbero comunque espressi con forza pur se il tasso di efferatezza fosse minore. Ma si tratta di una scelta espressiva e come tale lasciata alla discrezionalità e alla responsabilità dell’artista che la compie. A livello critico si può solo prenderne atto e giudicarne l’efficacia. Una scelta espressiva, comunque, volta a scioccare il pubblico e, come detto, ad allontanarne la gran parte (ma in ogni caso, vista la tematica, il film non è destinato al grande pubblico). La provocazione è spesso parte dell’espressione artistica e Cristopharo ne fa consapevolmente uso da tempo.


Nonostante veda film horror da un bel po’ di anni, personalmente non sono un patito degli eccessi sanguinolenti e non mi piace guardarli, ma posso capire il punto di vista del regista (che di certo non ha voluto fare un film “piacevole”): se da un punto di vista contenutistico si vuole affrontare lo scivoloso argomento della sensualità sadomaso, può essere ritenuto necessario affrontare di petto anche la questione della rappresentazione visiva del dolore. Cristopharo lo fa senza fermarsi davanti a nulla: electa una via, non datur recursus ad alteram, dicevano i romani relativamente ad altre faccende, ma il brocardo può andare bene anche qui. Scelta la strada del “mostrare” per far meglio capire, tutto viene mostrato. E la sensazione è che ciò che viene mostrato non venga mostrato per evidenziarne il carattere “malato”, ma per mostrare come anche questa estrema disumanità è fin troppo umana, pur se magari può spaventare che lo sia.


Nei film degli anni ’30 nei titoli di coda scrivevano “a good cast is worth repeating”, qui mi sento dire che l’avvertimento è meritevole d’essere ripetuto: guardate il film solo se  siete certi di poter affrontare l’esposizione esplicita della sua tematica.


Cinema della crudeltà, verso se stessi e gli altri. Cinema estremo, cattivo, che nella sua ultima parte rasenta l’insostenibilità in un parossismo di torture che nella sua insana ferocia richiama più certi horror giapponesi di qualche decennio fa (quelli di Kazuo Komizu, per esempio, anche se molto diversi nel tono) che i più recenti torture porn americani dedicati al grande pubblico. Ma per il suo sguardo apparentemente neutro e spersonalizzante, il film si distanzia molto da questi modelli di cinema estremo. Gli effetti speciali sono molto realistici, nella maggior parte dei casi, e il loro minimalismo li rende ancora più efficaci. Da notare che, mentre il contesto e la rappresentazione sono realistici, il protagonista chiaramente non lo è - né nel comportamento, né nell’atteggiamento - creando così un contrasto curioso, figurativamente interessante anche se, forse, narrativamente spiazzante.


La storia procede con studiata lentezza, non per consentire un approfondimento psicologico (che non c’è: i personaggi restano a una dimensione, protagonista compreso che non ha una progressione caratteriale, ma semmai una specificazione), ma per far emergere un po’ alla volta la vuota iterazione della vita del protagonista e dare un senso logico al suo sfociare in una svolta “sociale” di perversa condivisione, più che di sopraffazione. Il rimedio alla solitudine non è conformarsi agli altri, ma conformare gli altri a se stessi. Il punto più delicato e significante è proprio quello in cui la fusione di dolore e piacere dovrebbe realizzarsi compiutamente con la (forzata?) condivisione da parte della “vittima” del sistema di (dis)valori del protagonista.


Il concetto base sembra essere il fascino che può essere indotto dallo stretto legame tra dolore e piacere. Sotto questo aspetto il sottofinale anche senza parole speak volumes, come dicono gli inglesi. Invece di adattarsi al mondo e alla socialità, il protagonista cerca di formare un microcosmo di alienazione governato da regole autonome alla ricerca di una condivisione del proprio mondo. In questo modo, il nichilismo della storia si colora di sarcasmo proponendo la parodia di una situazione “normale”.


Efficace, ma soprattutto quasi eroico il protagonista Tiziano Cella, per la sua disponibilità nell’interpretare un personaggio assolutamente non facile per quanto è richiesto che faccia. Azzeccata la colonna sonora firmata da Il Cristo Fluorescente e Jarman, che asseconda bene l’atmosfera trasognata e desolata del film.


Qui sopra Aurora Kostova, tra i protagonisti del film.