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domenica 2 ottobre 2016

Red Net di Tiziano Cella

Una giovane hacker cracca un sistema di sicurezza e ottiene l’accesso a dei video nei quali un uomo (David White) è legato e torturato da una donna (Beatrice Gattai) perché non vuole rispondere alle sue domande. La donna carica la pistola con una sola pallottola e parte a formulare le domande: ogni volta che lui mentirà o non risponderà, premerà il grilletto, in una sorta di roulette russa ben poco volontaria. L’uomo ammette di chiamarsi Alex Spears e di essere a Roma per il suo lavoro alla Media Dab. La donna - che sa che lui è inglese ed è esperto di computer - vuole sapere di più sullo specifico cliente per il quale lui è a Roma. Alex spiega che si tratta di una persona che gli aveva chiesto di controllare il suo sistema di sicurezza. Ma la donna non ci crede e vuole conoscere che cosa lui sappia della Red Net. Si scopre che anche Julia (Claudia Marasca), compagna di Alex, è prigioniera, legata e imbavagliata. Lo scopo della sua prigionia è quello di fungere da stimolo ad Alex perché riveli quello che sa. Julia teme che i rapitori vogliano un riscatto perché lui lavora per una grande multinazionale, magari l’hanno scambiato per qualcuno di importante. Alex sembra non capirci nulla. Ma le cose sono destinate a complicarsi sempre più.

Dopo Subject 0: Shattered Memories, l’attore e regista Tiziano Cella (qui solo nella seconda veste: come attore lo ricordiamo in Doll Syndrome di Domiziano Cristopharo) torna con un nuovo film del tutto diverso. Il format è in sostanza quello del found footage movie, nel quale riprese “ritrovate” o “scoperte” rappresentano la “realtà” di ciò che è avvenuto. Il format è molto in voga negli ultimi anni, ma presenta vantaggi e svantaggi di natura strutturale che richiedono particolare cura e inventiva per arrivare a risultati positivi. Un difetto consueto è quello delle lungaggini determinate dalla mancanza di un montaggio di tipo tradizionale. Un altro è quello delle immagini volutamente mosse per mimare riprese amatoriali o comunque non professionali: alla lunga, per quanto possa essere verosimile che riprese del genere vengano effettuate così (ma verosimile sino a un certo punto: se si deve riprendere un interrogatorio è più probabile che si piazzi una camera fissa su un cavalletto, puntata sull’interrogato), dal punto di vista dello spettatore la cosa può essere un po’ stancante. Cella non evita questi difetti, ma cerca di neutralizzarli per quanto possibile puntando sulla creazione di un mistero e sul suo progressivo disvelarsi in una sorta di duello psicologico tra l’inquisitrice e l’inquisito nel quale ci si può aspettare ogni tipo di bugia. Lo sviluppo narrativo è un po’ lento e il gioco intellettuale tra i due presenta qualche momento di stanca, ma la vicenda mantiene, nel complesso, sufficientemente desta l’attenzione dello spettatore.

L’idea di realizzare una sorta di spy-movie con possibili riflessi catastrofici (c’è di mezzo un virus) come film da camera è piuttosto ambiziosa e curiosa, ma, come il McGuffin di Hitchcock, ogni motivo è buono per suscitare tensione (o, meglio, interesse a conoscere la soluzione) e creare un elemento di motivazione per il confronto. Inoltre, la tematica di fondo è suggestiva.

Austero e trattenuto anche nell’esposizione della violenza, il film si risolve in un confronto continuo tra gli antagonisti in cui le sorprese non sono estreme (l’identità della ragazza che nasconde il proprio volto non è tropo difficile da indovinare), ma il colpo di scena finale funziona. Tiziano Cella - che oltre a dirigere scrive la sceneggiatura insieme all'interprete principale David White - conferma buone doti di messa in scena, dovendo avere a che fare con un budget che si presume assai ridotto.


Buona prova dei due protagonisti che devono reggere quasi da soli il film: in particolare Beatrice Gattai
, perfettamente a suo agio nel ruolo, mostra una buona gamma interpretativa. Suggestivo ed efficace il brano Last Dawn di Ross Bugden.

venerdì 4 dicembre 2015

Domiziano Cristopharo e Tiziano Cella in dvd


Mi è capitato qualche volta di recensire in questo blog dei film italiani di produzione indipendente non ancora usciti sul mercato dell’home video e quindi di difficile reperibilità. Mi sembra quindi opportuno segnalare la loro uscita in dvd e lo faccio adesso, raggruppandone un po’, di uscita più o meno recente, ma comunque ancora di pronta disponibilità, così chi è intenzionato a vederli sa come procurarseli.



Di Subject 0: Shattered Memories di Tiziano Cella ho scritto qui: adesso è uscito il dvd italiano e lo potete trovare, per esempio, su dvd-store, su Amazon, o su Bloodbuster.


Di Domiziano Cristopharo ho recensito diversi film che nel frattempo sono usciti in dvd: The Museum of Wonders, per esempio, disponibile su Amazon o su dvd-store; Shock - My Abstraction of Death (in collaborazione con Alessandro Redaelli) che potete trovare qui e qui, tra l'altro; nonché i film collettivi, cui ha partecipato, P.O.E. Project of Evil (lo trovate tra l'altro qui: attenzione che è il dvd tedesco con l'audio in tedesco o in inglese) e P.O.E. Poetry of Eerie (lo trovate per esempio qui e qui). I primi due li trovate anche su Bloodbuster.


Dopo questi consigli per gli acquisti, una breve considerazione: se questi film vi interessano, acquistate i dvd, non cercate scorciatoie. È anche questo un modo per supportare i loro autori e fare in modo che possano continuare a produrre film che ci interessa vedere.

venerdì 26 giugno 2015

Subject 0: Shattered Memories di Tiziano Cella

Una donna si sveglia felice sul suo letto dopo, evidentemente, una notte d’amore. Allunga la mano verso il suo partner, girato di lato, e la ritrae sporca di sangue: l’uomo è stato massacrato. La donna si chiama Lauren (Lauren Jane Matic) ed è la moglie di Robert Williams (David White) che, assieme al socio Giuseppe Torre (Giuseppe Ragone), è al momento impegnato in una trattativa per un misterioso prodotto che la sua società sta proponendo a un’interessata che rappresenta un governo straniero. Katia (Martina Palmitesta) e Daniel (Daniel Brooks) sono una coppia di fidanzati: Daniel vorrebbe che lei smettesse di lavorare, anche perché non gli piace il luogo in cui lavora né il suo datore di lavoro, Joshua Merlo (Tiziano Cella), sfasciacarrozze. Quando Robert arriva a casa, trova la moglie Lauren in lacrime e la polizia in loco. La polizia interroga Robert, che spiega d’essere stato al lavoro. Lauren è troppo scioccata per essere interrogata e così i poliziotti, per il momento, se ne vanno. Giuseppe telefona a Robert spiegando che c’è interesse per il loro progetto. Robert se ne compiace, ma vuole sapere dalla la moglie che cosa è successo. La rimprovera di mettere a repentaglio la sua carriera: è evidente che l’uomo trovato morto era il suo amante. Joshua, a casa, riceve le proteste di una vicina cinese per il rumore prodotto dalla televisione che sta tenendo accesa in sottofondo. Il morto si chiama Giorgio De Rosa, spiega la polizia interrogando Lauren alla presenza di Robert. Robert dice di non conoscerlo. Lauren invece ammette che era il suo amante da tempo. Robert è scagionato perché ha un alibi. La polizia, al momento, non ha indizi. Joshua trova Katia che sul lavoro bacia Daniel e la rimprovera Katia per essere in ritardo. Daniel reagisce bruscamente e Katia gli dice di andarsene, dopo aver detto a entrambi d’aver esagerato. Presto però anche Katia si rende conto che Joshua ha dei comportamenti strani e comincia ad averne paura. Lauren rivela a Robert di essere incinta, ma che lui non è il padre, perché lui è sterile. Il padre probabilmente è il morto. Robert le dice che lui l’ama ancora. Comunque, è molto preso dall’affare che sta cercando di condurre in porto e che è legato al controllo sugli altri. I delitti si susseguono e la connessione tra i vari personaggi rende evidente che c’è sotto qualcosa di terribile, che ha a che fare con ordini subliminali.

Il tema del controllo delle altre persone in funzione anche omicida, per realizzare in modo vicario ciò che non si può o non si vuole fare di persona, è affascinante e il suo utilizzo risale agli albori del cinema, sin dai tempi de Il gabinetto del dottor Caligari. Jesus Franco ne ha fatto un uso intensivo con i suoi molti automi umani spesso telecomandati con parafernalia fantascientifici non lontani concettualmente dall’apparecchio usato in questo film, ma spesso più scanzonati nell’uso e nell’ideazione. Si può ricordare, tra i tanti, anche il curioso essere biomeccanico teleguidato del bizzarro film messicano Orlak, el infierno de Frankenstein.


Per il suo esordio nel lungometraggio, Tiziano Cella sceglie un approccio visuale realistico e inserisce il gimmick come motore motivazionale di una vicenda thriller nella quale si punta a una umanizzazione dell’incolpevole colpevole (viene in mente anche il classico fantapolitico Va’ e uccidi, anche se naturalmente contesto e situazioni non potrebbero essere più diversi), inconsapevole - sino a un certo punto - strumento del male altrui. La dinamica narrativa non sempre è persuasiva (l’elemento, per così dire, fantascientifico è dato forse troppo per scontato), ma si vedono ottimi momenti di cinema. Spesso ci sono sequenze orchestrate con notevole maestria visuale e le pause nella narrazione sono gestite con suggestione: in genere l’interazione dei personaggi è ben studiata. 


La storia però si presenta nella sostanza prevedibile negli sviluppi e talvolta un po’ debole. La concatenazione logica di alcune svolte, come quella che coinvolge il ragazzo delle pizze, è architettata con attenzione e funziona. La parte più debole, come spesso accade in questi casi, è quella delle indagini della polizia, ma è un difetto intrinseco per la necessità di spiegare, che invece le sequenze più immaginifiche dei delitti o della loro preparazione possono evitare: le parti investigative sono anche quelle nelle quali Cella sembra arrendersi al budget, inscenandole con una certa piattezza.

Scandito in giorni, il film è comunque in genere elegante e ben diretto. Nel complesso apprezzabile anche la prova del cast, nel quale si ritaglia una parte significativa il regista, che del resto ha già dato buone prove di interprete nel passato: chi legge questo blog può ricordare che ne ho parlato quando è stato protagonista assoluto di Doll Syndrome di Domiziano Cristopharo.


Curata la fotografia e in genere adeguati i valori di produzione sia pure nell’ambito di un budget che non dev’essere stato consistente, ma è stato ben utilizzato. Una nota di merito per la colonna sonora, varia e appropriata. E di grande importanza nell’economia della narrazione spesso affidata a sequenze senza parole accompagnate dalla musica significativa anche, talvolta, nelle sue dissonanze. Valido anche il montaggio (di Valerio Perini), preciso e accurato.


La dinamica sanguinosa dei delitti e l’utilizzo, in funzione eye candy, di qualche tocco di erotismo vouyeristico, rimandano alla tradizione dei thriller all’italiana degli anni ’70 e costituiscono un rimando che non dovrebbe essere sgradito allo spettatore.


Nell’insieme, un tentativo coraggioso e fondamentalmente riuscito a livello di intrattenimento, che avrebbe beneficiato da una più solida base narrativa, ma segnala in modo inequivocabile le doti di Cella nella messa in scena e vale senz'altro la pena di vedere.

mercoledì 19 febbraio 2014

Doll Syndrome di Domiziano Cristopharo

Dopo Red Krokodil, Domiziano Cristopharo prosegue il suo particolare percorso nella psiche disturbata degli esseri umani, con la dedizione dell’entomologo che disseziona l’oggetto dei suoi studi per farne emergere gli umori più acri. Doll Syndrome, scritto da Andrea Cavaletto con cui Cristopharo ha stretto un proficuo sodalizio, è la seconda parte di una trilogia iniziata appunto con Red Krokodil.

Un uomo che vive solo, alienato e quasi robotico (con gli occhi sbarrati come quelli, appunto, di una bambola) nel suo rifiuto della socialità, rimane colpito dalla visione di una ragazza che fa colazione in un bar all’aperto. Lontano com’è dall’idea di tentare rapporti umani, benché faccia in modo di vederla più volte, non prova nemmeno un approccio alla ragazza e preferisce passare direttamente a un succedaneo: una bambola gonfiabile su cui proietta la sua ossessione. Però continua a spiare la ragazza e quando la vede in compagnia del fidanzato ne resta turbato. Come il problematico protagonista di Indecent Desires (1968) di Doris Wishman (la Godard in drag, secondo la definizione di John Waters), il protagonista vuole possedere ciò che non potrebbe assolutamente avere, ma diversamente da quello non vive la comparsa del fidanzato della donna come una sorta di tradimento, ma piuttosto come un’opportunità.


Incapace di esprimere emozioni e sentimenti, il protagonista, in una scena curiosa ma significativa, modella il suo volto con le dita per esprimere un sorriso. Come uno zombie, ogni mattina esce di casa vestito bene per andare al lavoro in un’apparente normalità che cela invece la più totale anormalità, intesa come comportamento antitetico a quello della maggioranza. Il fatto che abbia una lavanderia e lavori quindi nel luogo deputato alla pulizia fa da ironico contrasto con la sporca desolazione della sua vita. Uno dei suoi comportamenti frequenti è anche quello di vomitare, talvolta anche nei cassonetti dei rifiuti (non sono in grado di stabilire se lo faccia, correttamente, nel cassonetto dell’umido o se confermi il suo comportamento antisociale facendolo in quello della raccolta indifferenziata).


Il ritratto dell’alienazione è totalizzante: l’impossibilità di stabilire un contatto col mondo rinchiude sempre più il protagonista in un abisso di masochismo nel quale le autopunizioni fanno da valvola di sfogo sempre più estrema a un desiderio inespresso e inesprimibile. Privato di qualsiasi traccia di umanità, vaga all’interno della sua vita guidato da istinti primari larvatamente autodistruttivi, cercando di tenersi in vita con le sensazioni dolorose che ricerca con determinazione. L’unica volta che lo vediamo entusiasta è quando, in una delle poche immagini surreali di un film altrimenti assai realistico (dal punto di vista figurativo), si taglia il ventre (o immagina di farlo) in modo da creare una sorta di larga bocca dentata.


Più passano i film e meno il cinema di Cristopharo è interessato a “piacere” al pubblico. Le storie si fanno più dure e al tempo stesso più rarefatte e, a modo loro, austere. Come in Red Krokodil, anche qui il ritmo narrativo svicola da ogni convenzione e appartiene a una specie a sé stante, dove la lentezza asseconda la scelta di raccontare senza parole. Proprio questa assenza di parole è particolarmente efficace nel sottolineare la condizione psicologica del protagonista, incapace di comunicare o, meglio, non interessato a farlo. Stilisticamente, il film è ineccepibile. La scelta di raccontare tutto con le immagini - e soprattutto il successo di questa scelta - testimonia una maturità artistica innegabile, oltre a una padronanza dei mezzi espressivi.


Il film non è per tutti, non solo per la tematica, ma anche per la scelta di costellarlo di immagini insolitamente crude (e anche porno): è il lato provocatorio e anticensorio di Cristopharo, stavolta spinto anche oltre i precedenti confini tracciati. La visione è quindi una sorta di tour de force per lo spettatore impressionabile o facilmente turbato dall’esposizione a un immaginario sessuale per nulla gradevole agli occhi. In questo senso, benché si spinga all’estremo, il cinema di Cristopharo non è, attualmente, di exploitation, ma ne rappresenta l’antitesi. Costituisce una sfida a guardare, a reggere lo sguardo della visione.


Va quindi precisato che il pubblico di riferimento è necessariamente ristretto: lo spettatore medio è allontanato dalla scelta di mostrare cruda violenza e (anti)erotismo hard. Quindi, le persone impressionabili o suscettibili di esserlo faranno bene ad astenersi dalla visione, strettamente riservata a persone adulte, mature, pronte a tutto, non facili a offendersi per questioni morali, aperte a ogni visione (anche e soprattutto quelle sgradevoli) e motivate. Sono necessarie queste scene? Naturalmente, in senso stretto, no: la storia filerebbe lo stesso anche senza e i concetti sarebbero comunque espressi con forza pur se il tasso di efferatezza fosse minore. Ma si tratta di una scelta espressiva e come tale lasciata alla discrezionalità e alla responsabilità dell’artista che la compie. A livello critico si può solo prenderne atto e giudicarne l’efficacia. Una scelta espressiva, comunque, volta a scioccare il pubblico e, come detto, ad allontanarne la gran parte (ma in ogni caso, vista la tematica, il film non è destinato al grande pubblico). La provocazione è spesso parte dell’espressione artistica e Cristopharo ne fa consapevolmente uso da tempo.


Nonostante veda film horror da un bel po’ di anni, personalmente non sono un patito degli eccessi sanguinolenti e non mi piace guardarli, ma posso capire il punto di vista del regista (che di certo non ha voluto fare un film “piacevole”): se da un punto di vista contenutistico si vuole affrontare lo scivoloso argomento della sensualità sadomaso, può essere ritenuto necessario affrontare di petto anche la questione della rappresentazione visiva del dolore. Cristopharo lo fa senza fermarsi davanti a nulla: electa una via, non datur recursus ad alteram, dicevano i romani relativamente ad altre faccende, ma il brocardo può andare bene anche qui. Scelta la strada del “mostrare” per far meglio capire, tutto viene mostrato. E la sensazione è che ciò che viene mostrato non venga mostrato per evidenziarne il carattere “malato”, ma per mostrare come anche questa estrema disumanità è fin troppo umana, pur se magari può spaventare che lo sia.


Nei film degli anni ’30 nei titoli di coda scrivevano “a good cast is worth repeating”, qui mi sento dire che l’avvertimento è meritevole d’essere ripetuto: guardate il film solo se  siete certi di poter affrontare l’esposizione esplicita della sua tematica.


Cinema della crudeltà, verso se stessi e gli altri. Cinema estremo, cattivo, che nella sua ultima parte rasenta l’insostenibilità in un parossismo di torture che nella sua insana ferocia richiama più certi horror giapponesi di qualche decennio fa (quelli di Kazuo Komizu, per esempio, anche se molto diversi nel tono) che i più recenti torture porn americani dedicati al grande pubblico. Ma per il suo sguardo apparentemente neutro e spersonalizzante, il film si distanzia molto da questi modelli di cinema estremo. Gli effetti speciali sono molto realistici, nella maggior parte dei casi, e il loro minimalismo li rende ancora più efficaci. Da notare che, mentre il contesto e la rappresentazione sono realistici, il protagonista chiaramente non lo è - né nel comportamento, né nell’atteggiamento - creando così un contrasto curioso, figurativamente interessante anche se, forse, narrativamente spiazzante.


La storia procede con studiata lentezza, non per consentire un approfondimento psicologico (che non c’è: i personaggi restano a una dimensione, protagonista compreso che non ha una progressione caratteriale, ma semmai una specificazione), ma per far emergere un po’ alla volta la vuota iterazione della vita del protagonista e dare un senso logico al suo sfociare in una svolta “sociale” di perversa condivisione, più che di sopraffazione. Il rimedio alla solitudine non è conformarsi agli altri, ma conformare gli altri a se stessi. Il punto più delicato e significante è proprio quello in cui la fusione di dolore e piacere dovrebbe realizzarsi compiutamente con la (forzata?) condivisione da parte della “vittima” del sistema di (dis)valori del protagonista.


Il concetto base sembra essere il fascino che può essere indotto dallo stretto legame tra dolore e piacere. Sotto questo aspetto il sottofinale anche senza parole speak volumes, come dicono gli inglesi. Invece di adattarsi al mondo e alla socialità, il protagonista cerca di formare un microcosmo di alienazione governato da regole autonome alla ricerca di una condivisione del proprio mondo. In questo modo, il nichilismo della storia si colora di sarcasmo proponendo la parodia di una situazione “normale”.


Efficace, ma soprattutto quasi eroico il protagonista Tiziano Cella, per la sua disponibilità nell’interpretare un personaggio assolutamente non facile per quanto è richiesto che faccia. Azzeccata la colonna sonora firmata da Il Cristo Fluorescente e Jarman, che asseconda bene l’atmosfera trasognata e desolata del film.


Qui sopra Aurora Kostova, tra i protagonisti del film.