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domenica 19 luglio 2015

The Transparent Woman di Domiziano Cristopharo

A causa di problemi finanziari, la coppia formata da Anna (Roberta Gemma) e Carlo (Arian Levanael) deve riposizionarsi: abbandonato l’appartamento in città, i due traslocano in una vecchia casa in campagna, dove un tempo Carlo abitava. Anna - che è cieca - non è contenta del cambiamento, ma Carlo la circonda d’affetto per farle superare i problemi di ambientamento. Carlo però deve lasciare sola Anna per impegni di lavoro. La donna sa badare a se stessa, anche grazie all’ausilio del suo telefonino, e non si preoccupa troppo. Ma qualcosa inizia a turbare la sua sicurezza: il disco che ascolta si interrompe, telefonate a vuoto. Piccole cose. Il ritorno di Carlo la sera rasserena l’ambiente. Ma nel cuore della notte Anna si sveglia e trova Carlo intento a fare qualcosa di misterioso. Le telefonate a vuoto si ripetono. Strani rumori incombono. Quando Anna comincia a spaventarsi, Carlo ricompare. Ma è chiaro che le cose non sono per niente tranquille. Anche perché c’è una stanza, la “sua” stanza, in cui Anna non dovrebbe entrare.

The Transparent Woman è il nuovo film di Domiziano Delvaux Cristopharo - giovane regista indipendente italiano di cui ho scritto spesso in questo blog - ed è sceneggiato da Andrea Cavaletto (che per Cristopharo ha già scritto Doll Syndrome), su soggetto dello stesso Cristopharo, Francesco Massaccesi (sceneggiatore, tra l’altro, di Weekend tra amici di Stefano Simone) ed Elio Mancuso (che per Cristopharo è stato attore nel segmento da lui diretto di E.N.D. The Movie, oltre ad aver scritto The Museum of Wonders).


L’inizio del film è rilassato, quasi circospetto: mostra i due personaggi mentre affrontano la nuova vita facendo leva sul loro affiatamento. La regia esplora la casa assieme ai protagonisti cercando di misurarne gli spazi e le oscurità. Gli elementi di disturbo, com’è tradizione degli horror ambientati in luoghi chiusi, vengono introdotti poco alla volta, dapprima come accenni.


Il ritmo è molto lento. La routine quotidiana della vita solitaria di Anna, rimasta sola dopo la partenza del marito, è mostrata senza fretta, con grande utilizzo di musica di accompagnamento per creare un’atmosfera languida e, per certi versi, serena. Anche l’uso del vinile, invece del digitale, dà un’impronta rétro, di cose perdute, come la musica suonata, ma ha una sua funzione narrativa sia per l’aspetto visuale del braccio e della puntina che scorre sul disco sia per la possibilità - utilizzata - di una interruzione brusca e preoccupante.


Cristopharo si concentra sulle immagini più che sulla storia - decisamente esile - e produce un insieme di immagini affascinanti e visualmente eleganti, con uno stile perfettamente riconoscibile, ma meno confrontazionale rispetto ai suoi film più controversi ed “estremi” (per le tematiche).
I dialoghi per larghi tratti sono ridotti all’osso per lasciare spazio al suggestivo mélange di immagini, colori e musica. L’atmosfera creata è sospesa, misteriosa. Il tempo però passa, ma i personaggi non vengono più di tanto approfonditi. Si resta nella superficie della loro psicologia e questo non aiuta a creare coinvolgimento nello spettatore.


La situazione della donna priva di vista e soggetta a oscure minacce rimanda a thriller di molti anni fa da Terrore cieco a Gli occhi della notte, mentre la situazione della moglie vittima di strane circostanze fa venire in mente miriadi di thriller, tra cui, non so perché, mi è passato per la testa Latidos de panico. La stanza chiusa, che nasconde segreti, rimanda - per la presenza di un rapporto di coppia in pericolo e la presenza di un pregresso misterioso - ex multis al classico di Fritz Lang, Dietro la porta chiusa. Ma la cecità rende la protagonista in un certo senso più pronta a fronteggiare gli inganni, poiché a volte la vista è un inganno in più.


Piccola digressione sistematica. Il film è un thriller-horror claustrofobico su una donna vulnerabile in pericolo. Il format è noto. Su tutto c’è un problema di base. Quando ci sono solo due personaggi, sostanzialmente, non è facile reggere un racconto basato su un mistero che si frappone tra i due. Sarebbe necessario alimentare una tensione sotterranea, un clima di reale incertezza che ci renda partecipi delle dinamiche relazionali, che ci faccia temere per una o entrambe le parti del rapporto o ci faccia dubitare di loro o di una di loro. Non è impossibile farlo, ma non è facile. Il problema è proprio di tecnica narrativa. Quando fai un thriller o un horror con un numero limitato di personaggi e un mistero sulla cui risoluzione punti tutto ai fini narrativi è molto difficile riuscire a trovare una soluzione che sia sorprendente, che cioè il pubblico non si aspetti: è una questione quasi matematica. Per questo esistono i red herrings e i falsi red herrings. Per questo si cerca di solito di mescolare le carte, ma se le carte sono poche (nel senso di personaggi) non è facile. Allora serve la soluzione del tutto a sorpresa. Un piccolo vecchio horror anni ’80 diretto da Arthur Allan Seidelman era tipico sotto questo profilo: La morte avrà i suoi occhi. Pretestuoso, certo, ma con un finale che spiazzava. Non da prendere a esempio, naturalmente, ma indicativo di un tentativo di superare il problema. Lì, peraltro, c’era Malcolm McDowell. Anche un film come Gli insospettabili - non certo un horror - resta un paradigma in questo senso, ma lì il gioco è tutto di sceneggiatura. 


Cristopharo, come già accennato, è molto più interessato agli aspetti visuali e sotto questo profilo mostra una notevole maturità muovendo con discrezione ed efficacia la camera, senza strafare inutilmente, ricercando inquadrature efficaci, anche insolite quando serve, cambiando angolature per dare respiro e imprevedibilità alla visione. Anche l’uso del colore non è mai banale e costituisce sempre un valore aggiunto, che impreziosisce l’immagine. In sostanza, il regista manifesta uno stile sicuro e inventivo. Alcune sequenze sono particolarmente riuscite sotto questo profilo, come la ricerca delle perle da parte di Anna. Anche l’utilizzo del telefonino a descrivere le immagini alla donna non vedente è ingegnoso e porta al miglior momento del film, a livello di sorpresa.


La storia prende corpo soltanto verso la fine del film, quando cominciano a precisarsi i contorni del mistero che lega Carlo al suo passato, ma la sostanza non è molta e il ritmo narrativo non decolla, tendendo ad assecondare una visione estetizzante che se conferma, come detto, le qualità visuali di Cristopharo non risolve il problema dell’esilità della storia che sfocia in un finale che, arricchito da qualche dettaglio gore, è adeguato, ma non sorprendente.


Padre Mario è il classico elemento di dissonanza, di disturbo, non un vero red herring, ma qualcosa che gli assomiglia per il fatto di allargare, sia pure di poco, il parco dei personaggi in modo da instillare qualche incertezza. Anche perché Padre Mario, interpretato con esuberanza da Giovanna Nocetti, è davvero una presenza singolare, un piccolo colpo di genio di casting, che esprime una natura dissonante e disturbante in modo discreto senza che quasi lo spettatore se ne accorga. Il disagio, nel vederlo, è curioso e insinuante. Ha chiaramente la funzione di fornire informazioni (allo spettatore e alla protagonista), ma lo fa in modo inquietante. I due protagonisti sono in parte e garantiscono una resa funzionale dei loro personaggi.


Molto interessante e appropriata la colonna sonora (con musica originale di Salvatore Sangiovanni, Susan Dibona e musica addizionale Giovanna Nocetti), capace di arricchire in modo sinuoso ed efficace l’atmosfera. All’inizio, con i suoi fraseggi vocali di accompagnamento, sembra fare il verso ai thriller italiani degli anni ’70.


Molto belli anche i titoli di testa (e di coda) di Alessandro Redaelli (autore di uno degli episodi di Shock - My Abstraction of Death), con giochi di geometrie quasi a ricordare Saul Bass.

mercoledì 19 febbraio 2014

Doll Syndrome di Domiziano Cristopharo

Dopo Red Krokodil, Domiziano Cristopharo prosegue il suo particolare percorso nella psiche disturbata degli esseri umani, con la dedizione dell’entomologo che disseziona l’oggetto dei suoi studi per farne emergere gli umori più acri. Doll Syndrome, scritto da Andrea Cavaletto con cui Cristopharo ha stretto un proficuo sodalizio, è la seconda parte di una trilogia iniziata appunto con Red Krokodil.

Un uomo che vive solo, alienato e quasi robotico (con gli occhi sbarrati come quelli, appunto, di una bambola) nel suo rifiuto della socialità, rimane colpito dalla visione di una ragazza che fa colazione in un bar all’aperto. Lontano com’è dall’idea di tentare rapporti umani, benché faccia in modo di vederla più volte, non prova nemmeno un approccio alla ragazza e preferisce passare direttamente a un succedaneo: una bambola gonfiabile su cui proietta la sua ossessione. Però continua a spiare la ragazza e quando la vede in compagnia del fidanzato ne resta turbato. Come il problematico protagonista di Indecent Desires (1968) di Doris Wishman (la Godard in drag, secondo la definizione di John Waters), il protagonista vuole possedere ciò che non potrebbe assolutamente avere, ma diversamente da quello non vive la comparsa del fidanzato della donna come una sorta di tradimento, ma piuttosto come un’opportunità.


Incapace di esprimere emozioni e sentimenti, il protagonista, in una scena curiosa ma significativa, modella il suo volto con le dita per esprimere un sorriso. Come uno zombie, ogni mattina esce di casa vestito bene per andare al lavoro in un’apparente normalità che cela invece la più totale anormalità, intesa come comportamento antitetico a quello della maggioranza. Il fatto che abbia una lavanderia e lavori quindi nel luogo deputato alla pulizia fa da ironico contrasto con la sporca desolazione della sua vita. Uno dei suoi comportamenti frequenti è anche quello di vomitare, talvolta anche nei cassonetti dei rifiuti (non sono in grado di stabilire se lo faccia, correttamente, nel cassonetto dell’umido o se confermi il suo comportamento antisociale facendolo in quello della raccolta indifferenziata).


Il ritratto dell’alienazione è totalizzante: l’impossibilità di stabilire un contatto col mondo rinchiude sempre più il protagonista in un abisso di masochismo nel quale le autopunizioni fanno da valvola di sfogo sempre più estrema a un desiderio inespresso e inesprimibile. Privato di qualsiasi traccia di umanità, vaga all’interno della sua vita guidato da istinti primari larvatamente autodistruttivi, cercando di tenersi in vita con le sensazioni dolorose che ricerca con determinazione. L’unica volta che lo vediamo entusiasta è quando, in una delle poche immagini surreali di un film altrimenti assai realistico (dal punto di vista figurativo), si taglia il ventre (o immagina di farlo) in modo da creare una sorta di larga bocca dentata.


Più passano i film e meno il cinema di Cristopharo è interessato a “piacere” al pubblico. Le storie si fanno più dure e al tempo stesso più rarefatte e, a modo loro, austere. Come in Red Krokodil, anche qui il ritmo narrativo svicola da ogni convenzione e appartiene a una specie a sé stante, dove la lentezza asseconda la scelta di raccontare senza parole. Proprio questa assenza di parole è particolarmente efficace nel sottolineare la condizione psicologica del protagonista, incapace di comunicare o, meglio, non interessato a farlo. Stilisticamente, il film è ineccepibile. La scelta di raccontare tutto con le immagini - e soprattutto il successo di questa scelta - testimonia una maturità artistica innegabile, oltre a una padronanza dei mezzi espressivi.


Il film non è per tutti, non solo per la tematica, ma anche per la scelta di costellarlo di immagini insolitamente crude (e anche porno): è il lato provocatorio e anticensorio di Cristopharo, stavolta spinto anche oltre i precedenti confini tracciati. La visione è quindi una sorta di tour de force per lo spettatore impressionabile o facilmente turbato dall’esposizione a un immaginario sessuale per nulla gradevole agli occhi. In questo senso, benché si spinga all’estremo, il cinema di Cristopharo non è, attualmente, di exploitation, ma ne rappresenta l’antitesi. Costituisce una sfida a guardare, a reggere lo sguardo della visione.


Va quindi precisato che il pubblico di riferimento è necessariamente ristretto: lo spettatore medio è allontanato dalla scelta di mostrare cruda violenza e (anti)erotismo hard. Quindi, le persone impressionabili o suscettibili di esserlo faranno bene ad astenersi dalla visione, strettamente riservata a persone adulte, mature, pronte a tutto, non facili a offendersi per questioni morali, aperte a ogni visione (anche e soprattutto quelle sgradevoli) e motivate. Sono necessarie queste scene? Naturalmente, in senso stretto, no: la storia filerebbe lo stesso anche senza e i concetti sarebbero comunque espressi con forza pur se il tasso di efferatezza fosse minore. Ma si tratta di una scelta espressiva e come tale lasciata alla discrezionalità e alla responsabilità dell’artista che la compie. A livello critico si può solo prenderne atto e giudicarne l’efficacia. Una scelta espressiva, comunque, volta a scioccare il pubblico e, come detto, ad allontanarne la gran parte (ma in ogni caso, vista la tematica, il film non è destinato al grande pubblico). La provocazione è spesso parte dell’espressione artistica e Cristopharo ne fa consapevolmente uso da tempo.


Nonostante veda film horror da un bel po’ di anni, personalmente non sono un patito degli eccessi sanguinolenti e non mi piace guardarli, ma posso capire il punto di vista del regista (che di certo non ha voluto fare un film “piacevole”): se da un punto di vista contenutistico si vuole affrontare lo scivoloso argomento della sensualità sadomaso, può essere ritenuto necessario affrontare di petto anche la questione della rappresentazione visiva del dolore. Cristopharo lo fa senza fermarsi davanti a nulla: electa una via, non datur recursus ad alteram, dicevano i romani relativamente ad altre faccende, ma il brocardo può andare bene anche qui. Scelta la strada del “mostrare” per far meglio capire, tutto viene mostrato. E la sensazione è che ciò che viene mostrato non venga mostrato per evidenziarne il carattere “malato”, ma per mostrare come anche questa estrema disumanità è fin troppo umana, pur se magari può spaventare che lo sia.


Nei film degli anni ’30 nei titoli di coda scrivevano “a good cast is worth repeating”, qui mi sento dire che l’avvertimento è meritevole d’essere ripetuto: guardate il film solo se  siete certi di poter affrontare l’esposizione esplicita della sua tematica.


Cinema della crudeltà, verso se stessi e gli altri. Cinema estremo, cattivo, che nella sua ultima parte rasenta l’insostenibilità in un parossismo di torture che nella sua insana ferocia richiama più certi horror giapponesi di qualche decennio fa (quelli di Kazuo Komizu, per esempio, anche se molto diversi nel tono) che i più recenti torture porn americani dedicati al grande pubblico. Ma per il suo sguardo apparentemente neutro e spersonalizzante, il film si distanzia molto da questi modelli di cinema estremo. Gli effetti speciali sono molto realistici, nella maggior parte dei casi, e il loro minimalismo li rende ancora più efficaci. Da notare che, mentre il contesto e la rappresentazione sono realistici, il protagonista chiaramente non lo è - né nel comportamento, né nell’atteggiamento - creando così un contrasto curioso, figurativamente interessante anche se, forse, narrativamente spiazzante.


La storia procede con studiata lentezza, non per consentire un approfondimento psicologico (che non c’è: i personaggi restano a una dimensione, protagonista compreso che non ha una progressione caratteriale, ma semmai una specificazione), ma per far emergere un po’ alla volta la vuota iterazione della vita del protagonista e dare un senso logico al suo sfociare in una svolta “sociale” di perversa condivisione, più che di sopraffazione. Il rimedio alla solitudine non è conformarsi agli altri, ma conformare gli altri a se stessi. Il punto più delicato e significante è proprio quello in cui la fusione di dolore e piacere dovrebbe realizzarsi compiutamente con la (forzata?) condivisione da parte della “vittima” del sistema di (dis)valori del protagonista.


Il concetto base sembra essere il fascino che può essere indotto dallo stretto legame tra dolore e piacere. Sotto questo aspetto il sottofinale anche senza parole speak volumes, come dicono gli inglesi. Invece di adattarsi al mondo e alla socialità, il protagonista cerca di formare un microcosmo di alienazione governato da regole autonome alla ricerca di una condivisione del proprio mondo. In questo modo, il nichilismo della storia si colora di sarcasmo proponendo la parodia di una situazione “normale”.


Efficace, ma soprattutto quasi eroico il protagonista Tiziano Cella, per la sua disponibilità nell’interpretare un personaggio assolutamente non facile per quanto è richiesto che faccia. Azzeccata la colonna sonora firmata da Il Cristo Fluorescente e Jarman, che asseconda bene l’atmosfera trasognata e desolata del film.


Qui sopra Aurora Kostova, tra i protagonisti del film.