Nel numero 85 (marzo 2013) dell’elegante trimestrale Fumetto pubblicato dall’Associazione Nazionale Amici del Fumetto e dell’Illustrazione (ANAFI) c’è un bell’articolo su Rosco e Sonny scritto da Luigi Marcianò, una delle colonne dell’Associazione e, anche, della rivista (la cui copertina - un bellissimo disegno originale di Rodolfo Torti - è dedicata proprio a Rosco e Sonny).
L’articolo si intitola Rosco e Sonny: due poliziotti... in pensione?, dove il punto di domanda è beneaugurante per un sia pur assai difficile ritorno della coppia. Oltre a ripercorrere brevemente, ma non banalmente, la storia dei due poliziotti, Marcianò ha anche condotto un’interessantissima intervista a quattro coinvolgendo gli autori della serie, dai due originari creatori (Claudio Nizzi per i testi e Giancarlo Alessandrini per i disegni) a quelli che hanno preso il testimone, chi prima (Rodolfo Torti ai disegni) chi dopo (io, ai testi). Le mie risposte le conoscevo (ma magari a chi segue questo blog potrà incuriosire leggerle), perciò il mio interesse è andato soprattutto sulle risposte degli altri, sempre puntuali, ricche di notazioni curiose e aneddoti simpatici (io, per esempio, non sapevo che Alessandrini si era ritratto nel personaggio di Sonny), ma soprattutto piene di passione e simpatia per i personaggi e la loro storia. Anche le illustrazioni seguono un apprezzabile percorso filologico: sono presenti le copertine del Giornalino che presentava il primo episodio della serie e di quello che presentava l’ultimo, nonché la prima pagina del primo episodio e l’ultima dell’ultimo, a racchiudere non solo simbolicamente la parabola di questi due personaggi che sono durati molto, ma, se mi è permesso dirlo (e direi di sì, perché qui sono a casa mia), potevano durare ancora. L’articolo si chiude con la cronologia completa di tutti gli episodi di Rosco & Sonny, con tutte le indicazioni del caso (ho avuto ulteriore conferma, quindi, che l’episodio L’ultimo round, il cinquantaduesimo che avevo scritto, non me l’ero perso, ma proprio non era stato pubblicato e, penso, nemmeno disegnato).
Complimenti quindi a Luigi Marcianò per aver dedicato il suo tempo così proficuamente a Rosco & Sonny e un ringraziamento da parte mia anche agli autori che hanno realizzata la serie: Claudio Nizzi, Giancarlo Alessandrini e, ultimo ma non infine, Rodolfo Torti con cui ho condiviso così tante storie e che non ha mai deluso le mie aspettative (anzi). Un ringraziamento, inoltre, a Gino D'Antonio - un grande autore di cui conservo i preziosi insegnamenti - che, quella volta, ha scelto me per scrivere i testi della coppia.
L’occasione è buona anche per ricordare l’attività dell’ANAFI che, dapprima in veste di ANAF, è sulla breccia da lunghissimo tempo (la mia prima tessera di socio, che ancora conservo, risale al 1972, ma loro c’erano già da prima) e ha anche, per me, l’indiscusso merito di avermi conferito, nel 2002, l’unico premio della mia carriera fumettistica. A parte questo, chi si interessa di fumetti, non può non trovare interessante l’attività dell’ANAFI: per avere le sue pubblicazioni (quattro numeri della rivista Fumetto - una rivista il cui formato più che grande è gigantesco - oltre a due volumi che, per il 2013, sono particolarmente interessanti: L’Asso di picche dall’Argentina di Alberto Ongaro e Hugo Pratt e Paperino, le inedite follie inglesi, il tutto a soli 75 euro). Per maggiori dettagli vi invito a dare un’occhiata al sito dell’ANAFI.
lunedì 29 aprile 2013
lunedì 15 aprile 2013
Ancora su Rosco e Sonny
Segnalo con piacere questo interessante articolo di Carlo Scaringi comparso oggi sul benemerito sito fumettistico afNews.info. Lo segnalo perché parla di Rosco e Sonny, i personaggi che per molti anni ho scritto per Il Giornalino, dopo aver raccolto il testimone da Claudio Nizzi, precedente sceneggiatore della serie nonché suo creatore. Qui sopra una vignetta (la stessa che trovate anche su afNews) da un'avventura di Rosco e Sonny scritta da me e disegnata dal bravissimo Rodolfo Torti, che a sua volta prese il testimone (ma ben prima di me) dal precedente disegnatore Giancarlo Alessandrini.
I miei fumetti e Bob Dylan (3)
Una delle particolarità della miniserie supereroistica Rave che ho scritto nel 1998 - ne ho già parlato qui - è che il titolo dei suoi singoli episodi, sei in tutto, sono citazioni dalle più varie fonti. Presa questa decisione citazionistica, non mi sono potuto esimere dall’inserire un rimando dylaniano. Così il titolo del quarto episodio è I tried my best to love you, but I cannot play this game, che si adattava molto bene al contenuto narrativo e proviene, come ben pochi potrebbero immaginare data la scarsa popolarità della canzone, da Angelina, un pezzo del 1981 appartenente alle sessioni dell’album Shot of Love (un album non troppo amato persino dai dylaniani, ma invece non privo di meriti), ma rimasto inedito sino al 1991 quando è stato inserito in The Bootleg Series vol. 1-3, la prima cornucopia di quella serie. (Tra parentesi, lo so che la citazione non è correttissima, ma ero andato a memoria)
È uno dei grandi misteri dylaniani: perché Angelina non trovò immediatamente posto in quell’album - magari assieme a Caribbean Wind, un altro grande inedito di quel periodo. Caribbean Wind, almeno, vide la luce prima, nel 1985, all’interno della raccolta Biograph (tra l’altro, ricordo che, all’epoca, quando Shot of Love non era ancora uscito, avevo letto su una rivista musicale che il titolo del nuovo album di Dylan sarebbe stato proprio Caribbean Wind: quando l’album uscì, di Caribbean Wind non c’era traccia, ma il titolo mi rimase in mente) - considerato che si tratta di una delle migliori canzoni di sempre scritte da Dylan? Enigmatica, suggestiva, profonda, piena di versi fulminanti: se non la conoscete, ascooltatela (magari non scambiandola per Farewell Angelina, che è tutt’altra canzone).
La cosa strana è che, diversamente da altri grandi inediti degli anni ‘80 (penso a Blind Willie McTell, per esempio, di cui peraltro resta ancora inedita la magnifica versione “elettrica”), che di riffe o di raffe arrivarono alle orecchie dei collezionisti via bootleg di varia natura, Angelina proruppe nel mondo dylaniano nel 1991 senza prima essere nota ad alcuno. Un po’ come sarebbe successo, decadi più tardi, a Red River Shore, che però, almeno di nome, si sapeva che esisteva.
Qui sopra la prima pagina del quarto episodio di Rave, disegnato da Giuliano Piccininno - the man who made a name for himself and still has it - e arricchito, come si può facilmente notare, da un’altra citazione dylaniana, risalente stavolta agli anni ‘70.
È uno dei grandi misteri dylaniani: perché Angelina non trovò immediatamente posto in quell’album - magari assieme a Caribbean Wind, un altro grande inedito di quel periodo. Caribbean Wind, almeno, vide la luce prima, nel 1985, all’interno della raccolta Biograph (tra l’altro, ricordo che, all’epoca, quando Shot of Love non era ancora uscito, avevo letto su una rivista musicale che il titolo del nuovo album di Dylan sarebbe stato proprio Caribbean Wind: quando l’album uscì, di Caribbean Wind non c’era traccia, ma il titolo mi rimase in mente) - considerato che si tratta di una delle migliori canzoni di sempre scritte da Dylan? Enigmatica, suggestiva, profonda, piena di versi fulminanti: se non la conoscete, ascooltatela (magari non scambiandola per Farewell Angelina, che è tutt’altra canzone).
La cosa strana è che, diversamente da altri grandi inediti degli anni ‘80 (penso a Blind Willie McTell, per esempio, di cui peraltro resta ancora inedita la magnifica versione “elettrica”), che di riffe o di raffe arrivarono alle orecchie dei collezionisti via bootleg di varia natura, Angelina proruppe nel mondo dylaniano nel 1991 senza prima essere nota ad alcuno. Un po’ come sarebbe successo, decadi più tardi, a Red River Shore, che però, almeno di nome, si sapeva che esisteva.
Qui sopra la prima pagina del quarto episodio di Rave, disegnato da Giuliano Piccininno - the man who made a name for himself and still has it - e arricchito, come si può facilmente notare, da un’altra citazione dylaniana, risalente stavolta agli anni ‘70.
venerdì 22 marzo 2013
La madre
In questi giorni è uscito La madre, film d'esordio nel lungometraggio (si potrà ancora dire così ora che non si usa più la pellicola?) di Andy Muschietti. Si tratta di un horror ed è presentato da Guillermo del Toro, autore di notevole rilievo nel genere sia per le opere che ha realizzato come regista (Cronos, Hellboy, La spina del diavolo e anche Il labirinto del fauno che non è un horror, ma è comunque bello), sia per quelle che ha in qualche modo incentivato (The Orphanage, Con gli occhi dell'assassino eccetera).
Ne ho scritto la recensione per MyMovies e chi vuole leggerla può trovarla qui.
Una nota a margine: vale la pena, prima o dopo (ma non durante) la visione di La madre, dare un'occhiata a Mamà, il cortometraggio (soli tre minuti) di Muschietti che ha dato origine al tutto. Cercando, lo si trova facilmente in rete (anche su YouTube, direi).
Nella foto, la protagonista Jessica Chastain.
Ne ho scritto la recensione per MyMovies e chi vuole leggerla può trovarla qui.
Una nota a margine: vale la pena, prima o dopo (ma non durante) la visione di La madre, dare un'occhiata a Mamà, il cortometraggio (soli tre minuti) di Muschietti che ha dato origine al tutto. Cercando, lo si trova facilmente in rete (anche su YouTube, direi).
Nella foto, la protagonista Jessica Chastain.
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mercoledì 20 marzo 2013
Frammenti tardivi su Chronicles Vol. 1 di Bob Dylan
L’avevo già letto, naturalmente, appena era uscito, nella versione originale in inglese. Però recentemente l’ho riletto, nella traduzione italiana di Alessandro Carrera: la maggiore familiarità con la lingua mi ha permesso una lettura più distesa e rilassata. Gran bel libro. Parlo, come si capisce dal titolo di questo post, del volume autobiografico Chronicles Vol. 1 di Bob Dylan, ma non ci torno sopra per una recensione ormai fuori tempo massimo (tra parentesi, la lettura è consigliata a tutti, ovviamente, ma questo ça va sans dire). Ne parlo qui solo per fare un paio di osservazioni su due punti particolari, entrambi verso la fine del libro. Non che siano più brillanti o acuti di altri, ma, sapete com’è, c’è sempre qualcosa che ti colpisce di più. E se non è un randello, è di solito una cosa positiva.
La prima è una riflessione che ben si attaglia allo stato d’animo con cui mi sembra di seguire le vicende dell’attualità, politica e non. Scrive Bob Dylan, riferendosi al se stesso dei primi anni ‘60: “Perfino le notizie dell’attualità mi rendevano nervoso. Mi piacevano di più le notizie vecchie. Tutte le notizie nuove erano brutte. Meno male che non le dovevo sopportare per tutta la giornata. Ventiquattr'ore al giorno di notizie continue sarebbero state un inferno”. Non è condivisibile? Il fascino delle notizie vecchie è insuperabile: dato che sono successe da tempo, hanno perso l’urgenza e la pericolosità, fanno parte dell’ineluttabile. Mi capita spesso, quando vedo un vecchio giornale o una vecchia rivista di tanti anni fa: sfogliandolo, penso a quante brutture quelli che lo stavano leggendo al momento della prima uscita o lo avevano scritto si erano risparmiati sino a quel punto, a quante cose detestabili sarebbero accadute in seguito e avrebbero potuto essere evitate. Ovvio che questo accada soprattutto ha l'età per ricordare con maggiore affezione epoche passate, ma credo ci sia anche un fondo di verità incontestabile e cioè che le cose vanno sempre peggio. Del resto, chi apprezza Bob Dylan ricorderà anche questi versi di Caribbean Wind: “Every new messenger bring evil report/’bout armies on the march and times that is short/And famines and earthquakes and train wrecks and the tearin’ down of the wall”. Quali immagini migliori per il telegiornale della fine del mondo? C'è da immaginarseli i giornalisti frenetici per dare per primi le notizie del collasso finale per poi collassare anche loro insieme a tutti e tutto. Naturalmente, quello che paventava Dylan nel suo libro - i notiziari 24 ore su 24 - si è poi verificato (ma questo il Dylan scrittore lo sapeva bene e l'ironia non è casuale).
L’altro aspetto è una curiosità, tale soprattutto per chi segue (e, seguendolo, ogni tanto lo raggiunge) questo blog e quindi ha qualche familiarità con il cinema dell’orrore. Scrive Bob Dylan, riferendosi all’ondata di ribellione che avrebbe sconvolto la seconda metà degli anni ‘60: “Di lì a pochi anni una vera e propria bufera di merda si sarebbe scatenata. Tutto avrebbe cominciato a bruciare, reggiseni, cartoline precetto, bandiere americane, e anche i ponti alle spalle. Tutti a sognare un’eccitazione senza fine. La psiche dell’intera nazione stava per cambiare e in molti modi sarebbe stata simile alla notte dei morti viventi”. Nella versione originale Dylan fa riferimento espresso a Night of the Living Dead: lo scrive con le iniziali maiuscole, come se fosse un titolo (anche se non lo scrive in corsivo, come vengono invece indicati i titoli, anche nel suo libro), proprio il titolo dell’influente e fondamentale film di Romero. Avrà visto il film? Si sarà riferito proprio a quello? L’ipotesi è suggestiva perché indicare proprio il film di Romero come metafora dell’America di quegli anni sarebbe proprio in linea con la lettura che del film hanno dato i critici (me, umilmente, compreso). Chissà. Bob Dylan è interessato al cinema e ha citato varie volte film horror - anche piuttosto oscuri - nella sua trasmissione radiofonica, per cui tutto è possibile. Ricordo che in occasione della prima edizione del mio Dizionario dei film horror (Corte del Fontego) per un certo periodo avevo accarezzato l’idea di mettere sul retro copertina una citazione dylaniana pertinente. E cioè: “Welcome to the land of the living dead”. Tratta da Brownsville Girl, naturalmente. Curiosamente, Land of the Dead (La terra dei morti viventi, nella traduzione italiana) è diventato il titolo del quarto film di Romero sui morti viventi. Strani intrecci.
La prima è una riflessione che ben si attaglia allo stato d’animo con cui mi sembra di seguire le vicende dell’attualità, politica e non. Scrive Bob Dylan, riferendosi al se stesso dei primi anni ‘60: “Perfino le notizie dell’attualità mi rendevano nervoso. Mi piacevano di più le notizie vecchie. Tutte le notizie nuove erano brutte. Meno male che non le dovevo sopportare per tutta la giornata. Ventiquattr'ore al giorno di notizie continue sarebbero state un inferno”. Non è condivisibile? Il fascino delle notizie vecchie è insuperabile: dato che sono successe da tempo, hanno perso l’urgenza e la pericolosità, fanno parte dell’ineluttabile. Mi capita spesso, quando vedo un vecchio giornale o una vecchia rivista di tanti anni fa: sfogliandolo, penso a quante brutture quelli che lo stavano leggendo al momento della prima uscita o lo avevano scritto si erano risparmiati sino a quel punto, a quante cose detestabili sarebbero accadute in seguito e avrebbero potuto essere evitate. Ovvio che questo accada soprattutto ha l'età per ricordare con maggiore affezione epoche passate, ma credo ci sia anche un fondo di verità incontestabile e cioè che le cose vanno sempre peggio. Del resto, chi apprezza Bob Dylan ricorderà anche questi versi di Caribbean Wind: “Every new messenger bring evil report/’bout armies on the march and times that is short/And famines and earthquakes and train wrecks and the tearin’ down of the wall”. Quali immagini migliori per il telegiornale della fine del mondo? C'è da immaginarseli i giornalisti frenetici per dare per primi le notizie del collasso finale per poi collassare anche loro insieme a tutti e tutto. Naturalmente, quello che paventava Dylan nel suo libro - i notiziari 24 ore su 24 - si è poi verificato (ma questo il Dylan scrittore lo sapeva bene e l'ironia non è casuale).
L’altro aspetto è una curiosità, tale soprattutto per chi segue (e, seguendolo, ogni tanto lo raggiunge) questo blog e quindi ha qualche familiarità con il cinema dell’orrore. Scrive Bob Dylan, riferendosi all’ondata di ribellione che avrebbe sconvolto la seconda metà degli anni ‘60: “Di lì a pochi anni una vera e propria bufera di merda si sarebbe scatenata. Tutto avrebbe cominciato a bruciare, reggiseni, cartoline precetto, bandiere americane, e anche i ponti alle spalle. Tutti a sognare un’eccitazione senza fine. La psiche dell’intera nazione stava per cambiare e in molti modi sarebbe stata simile alla notte dei morti viventi”. Nella versione originale Dylan fa riferimento espresso a Night of the Living Dead: lo scrive con le iniziali maiuscole, come se fosse un titolo (anche se non lo scrive in corsivo, come vengono invece indicati i titoli, anche nel suo libro), proprio il titolo dell’influente e fondamentale film di Romero. Avrà visto il film? Si sarà riferito proprio a quello? L’ipotesi è suggestiva perché indicare proprio il film di Romero come metafora dell’America di quegli anni sarebbe proprio in linea con la lettura che del film hanno dato i critici (me, umilmente, compreso). Chissà. Bob Dylan è interessato al cinema e ha citato varie volte film horror - anche piuttosto oscuri - nella sua trasmissione radiofonica, per cui tutto è possibile. Ricordo che in occasione della prima edizione del mio Dizionario dei film horror (Corte del Fontego) per un certo periodo avevo accarezzato l’idea di mettere sul retro copertina una citazione dylaniana pertinente. E cioè: “Welcome to the land of the living dead”. Tratta da Brownsville Girl, naturalmente. Curiosamente, Land of the Dead (La terra dei morti viventi, nella traduzione italiana) è diventato il titolo del quarto film di Romero sui morti viventi. Strani intrecci.
lunedì 11 marzo 2013
Pactum sceleris in e-book
Qualche tempo fa, in un apposito post avevo dato conto del buon esito che un mio racconto (intitolato Pactum sceleris) aveva avuto in un concorso organizzato dal sito Corpi Freddi e non a caso intitolato (il concorso) appunto Corpi freddi.
Adesso, a poco più di un anno di distanza, quel racconto è uscito in formato e-book pubblicato dalla Chichily Agency. Chi vuole può trovarlo su Amazon in formato per il kindle (al prezzo di € 1,49) oppure anche qui e qui, al medesimo prezzo, in formato epub per coprire una varietà di lettori e-reader. La lingua indicata è il tedesco (l'editore è tedesco e l'e-book è nato per quel mercato), ma sul sito di Corpi freddi (nei commenti al post che annuncia la pubblicazione) si assicura che il testo è in italiano (io, in effetti, posso assicurare d'averlo scritto in italiano, benché, devo ammetterlo, col titolo in latino).
Il racconto è molto nero e sono piuttosto soddisfatto di come è venuto. Per cui chi dovesse essere interessato (e chi potrebbe non esserlo?) a scoprire un altro aspetto del mio lavoro, non dovrebbe, credo e spero, restarne deluso. Queste di seguito sono le parole con cui il racconto è presentato:
"Arnoldo non ama il suo nome.
Arnoldo non ama la sua vita.
Arnoldo non ama il suo lavoro.
Arnoldo non ama sua moglie.
Ma soprattutto non ama le sorprese e invece, tornando a casa dal lavoro, ne trova una che lo aspetta tranquillamente seduta su una poltrona del salotto.
Arnoldo non ama le sorprese perché sa che di solito non sono buone sorprese. Ha ragione. Anche questa non è una buona sorpresa. Sangue, orrore e morte sono in attesa. Assieme ad altre sorprese."
Sono parole piuttosto appropriate (anche perché le ho scritte io), tenuto conto che, come in ogni buon trailer, la lotta è tra l'esigenza di rendere interessante il racconto e quella di non dare via svolte narrative importanti.
Ricordo che gli autori degli altri racconti selezionati in quel concorso sono questi: Simone Togneri, Sam Stoner, Riccardo Carli Ballola, Paolo Bartolozzi, Luca Rinarelli, Federico Pergolini, Fabio Giofrè, Damiano Celestini, Antonino Fazio, Afra Tresoldi. Ognuno di questi racconti è uscito in un e-book per cui a chi ama il genere la notizia potrà senz'altro interessare.
Adesso, a poco più di un anno di distanza, quel racconto è uscito in formato e-book pubblicato dalla Chichily Agency. Chi vuole può trovarlo su Amazon in formato per il kindle (al prezzo di € 1,49) oppure anche qui e qui, al medesimo prezzo, in formato epub per coprire una varietà di lettori e-reader. La lingua indicata è il tedesco (l'editore è tedesco e l'e-book è nato per quel mercato), ma sul sito di Corpi freddi (nei commenti al post che annuncia la pubblicazione) si assicura che il testo è in italiano (io, in effetti, posso assicurare d'averlo scritto in italiano, benché, devo ammetterlo, col titolo in latino).
Il racconto è molto nero e sono piuttosto soddisfatto di come è venuto. Per cui chi dovesse essere interessato (e chi potrebbe non esserlo?) a scoprire un altro aspetto del mio lavoro, non dovrebbe, credo e spero, restarne deluso. Queste di seguito sono le parole con cui il racconto è presentato:
"Arnoldo non ama il suo nome.
Arnoldo non ama la sua vita.
Arnoldo non ama il suo lavoro.
Arnoldo non ama sua moglie.
Ma soprattutto non ama le sorprese e invece, tornando a casa dal lavoro, ne trova una che lo aspetta tranquillamente seduta su una poltrona del salotto.
Arnoldo non ama le sorprese perché sa che di solito non sono buone sorprese. Ha ragione. Anche questa non è una buona sorpresa. Sangue, orrore e morte sono in attesa. Assieme ad altre sorprese."
Sono parole piuttosto appropriate (anche perché le ho scritte io), tenuto conto che, come in ogni buon trailer, la lotta è tra l'esigenza di rendere interessante il racconto e quella di non dare via svolte narrative importanti.
Ricordo che gli autori degli altri racconti selezionati in quel concorso sono questi: Simone Togneri, Sam Stoner, Riccardo Carli Ballola, Paolo Bartolozzi, Luca Rinarelli, Federico Pergolini, Fabio Giofrè, Damiano Celestini, Antonino Fazio, Afra Tresoldi. Ognuno di questi racconti è uscito in un e-book per cui a chi ama il genere la notizia potrà senz'altro interessare.
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martedì 19 febbraio 2013
Non aprite quella porta 3D
Qualcuno sentiva nostalgia per l'amichevole ronzio della sega a motore? Be', è ritornata in azione, come sempre governata dalle possenti mani di Leatherface, sì, quel tizio che ama maschere di tipo particolare. Inoltre, come si intuisce dal titolo del nuovo film (Non aprite quella porta 3D), c'è una dimensione in più.
Ricordo ancora quando ho visto il film originale, Non aprite quella porta, quello di Tobe Hooper, appena uscito, al cinema Ducale (un cinema che esiste ancora, ma ha radicalmente cambiato genere di programmazione). L'ho visto da solo in una sala semivuota e devo dire che l'effetto fu consistente, un po' come mi era capitato tre anni prima quando avevo visto La notte dei morti viventi (al cinema Roma, una sala che sarebbe di lì a poco divenuta un po' particolare).
Ma non è il momento dei ricordi: è il momento di segnalare, a chi fosse interessato, che del nuovo film ho scritto una recensione per MyMovies. La trovate, come al solito, qui.
Qui sopra un'immagine dal film: quella a sinistra è la protagonista Alexandra Daddario. Quella di destra è la supporting actress, Tania Raymonde.
Ricordo ancora quando ho visto il film originale, Non aprite quella porta, quello di Tobe Hooper, appena uscito, al cinema Ducale (un cinema che esiste ancora, ma ha radicalmente cambiato genere di programmazione). L'ho visto da solo in una sala semivuota e devo dire che l'effetto fu consistente, un po' come mi era capitato tre anni prima quando avevo visto La notte dei morti viventi (al cinema Roma, una sala che sarebbe di lì a poco divenuta un po' particolare).
Ma non è il momento dei ricordi: è il momento di segnalare, a chi fosse interessato, che del nuovo film ho scritto una recensione per MyMovies. La trovate, come al solito, qui.
Qui sopra un'immagine dal film: quella a sinistra è la protagonista Alexandra Daddario. Quella di destra è la supporting actress, Tania Raymonde.
sabato 16 febbraio 2013
Sinister
Il nuovo film di Scott Derrickson (vi ricordate The Exorcism of Emily Rose? Se ve lo ricordate, però, magari non vi ricordate di Hellraiser V - Inferno) si chiama Sinister ed è in uscita, tra breve, nelle sale italiane. Per il regista è un ritorno all'horror dopo la parentesi fantascientifica - non troppo celebrata - costituita dal remake di Ultimatum alla terra (uno dei classici meno bisognosi di remake, se mai è esistito un classico che ne avesse o ne avesse avuto bisogno).
Ne ho scritto una recensione per MyMovies e, se vi interessa, potete leggerla andando qui.
Qui sopra, invece, un'immagine dal film.
Ne ho scritto una recensione per MyMovies e, se vi interessa, potete leggerla andando qui.
Qui sopra, invece, un'immagine dal film.
martedì 29 gennaio 2013
Val Lewton - Il giardino delle ombre di Marco Chiani
Val Lewton è una figura chiave, pur nella sua marginalità, nella storia del cinema e la sua memoria va coltivata con cura e dedizione in un mondo che, naturalmente, tende a dimenticare. Era “solo” un produttore, non ha mai diretto un film, però la sua personalità permeava a tal punto i film che produceva da renderlo di fatto il loro vero autore, pur senza voler con questo sminuire il ruolo non secondario svolto dai registi di cui si è servito, alcuni dei quali - Jacques Tourneur e Robert Wise in testa - erano dei veri maestri.
I film di Lewton hanno introdotto un concetto nuovo di orrore. Sono opere sorprendentemente adulte, complesse, ricche di riferimenti a filosofia e psicanalisi, largamente anticipatrici anche se ben poco seguite nelle loro linee fondamentali, proprio perché particolarmente sofisticate in un genere che, nel suo corpus principale, privilegia la semplicità e la commerciabilità.
Marco Chiani dedica a Lewton un libro, Val Lewton - Il giardino delle ombre (Profondo Rosso, 2012, 256 pagine, € 25), analizzandone, film dopo film, la sua breve, ma intensa, carriera e delineandone la parabola creativa conclusasi con una morte prematura cui non devono essere state estranee le delusioni e i contrasti con un establishment produttivo che gli lasciava spazio e libertà solo se e fin quando generava utili. E che Lewton sia riuscito a generarne pur con opere così cupe, intense e pessimiste è uno di quei felici misteri che la qualità da sola non può spiegare. Il libro è agile ma non superficiale, scritto in modo scorrevole e ricco di riferimenti e approfondimenti: una lettura dotta e piacevole che svolge in pieno il ruolo che un critico, in fondo, dovrebbe cercare di avere, quello di dare al lettore riferimenti, contesto e interpretazioni valutative spingendolo, soprattutto, a vedere o rivedere i film, a propagare così la conoscenza diretta dell’oggetto dell’analisi. Perché Lewton è un autore unico che va conosciuto per quanto i suoi film - che non hanno perso nulla con il passare degli anni e anzi si rivelano sempre più moderni - possono dare (e dire) ancora oggi.
Completano il libro, oltre alla mia introduzione, una prefazione di Dario Argento, due interventi di Luigi Cozzi (un lungo articolo sulle principali attrici lewtoniane e una divertente e un po’ sfrontata reminiscenza sulla sua attività di distributore lewtoniano) e altri interventi di Antonio Fabio Familiari (sui registi formatisi alla scuola di Lewton e sull’eredità lasciata, nel cinema, da Lewton) e di Christian Oddos (su Jacques Tourneur).
Apprezzabile anche la cura grafica e la qualità delle molte illustrazioni in bianco e nero.
I film di Lewton hanno introdotto un concetto nuovo di orrore. Sono opere sorprendentemente adulte, complesse, ricche di riferimenti a filosofia e psicanalisi, largamente anticipatrici anche se ben poco seguite nelle loro linee fondamentali, proprio perché particolarmente sofisticate in un genere che, nel suo corpus principale, privilegia la semplicità e la commerciabilità.
Marco Chiani dedica a Lewton un libro, Val Lewton - Il giardino delle ombre (Profondo Rosso, 2012, 256 pagine, € 25), analizzandone, film dopo film, la sua breve, ma intensa, carriera e delineandone la parabola creativa conclusasi con una morte prematura cui non devono essere state estranee le delusioni e i contrasti con un establishment produttivo che gli lasciava spazio e libertà solo se e fin quando generava utili. E che Lewton sia riuscito a generarne pur con opere così cupe, intense e pessimiste è uno di quei felici misteri che la qualità da sola non può spiegare. Il libro è agile ma non superficiale, scritto in modo scorrevole e ricco di riferimenti e approfondimenti: una lettura dotta e piacevole che svolge in pieno il ruolo che un critico, in fondo, dovrebbe cercare di avere, quello di dare al lettore riferimenti, contesto e interpretazioni valutative spingendolo, soprattutto, a vedere o rivedere i film, a propagare così la conoscenza diretta dell’oggetto dell’analisi. Perché Lewton è un autore unico che va conosciuto per quanto i suoi film - che non hanno perso nulla con il passare degli anni e anzi si rivelano sempre più moderni - possono dare (e dire) ancora oggi.
Completano il libro, oltre alla mia introduzione, una prefazione di Dario Argento, due interventi di Luigi Cozzi (un lungo articolo sulle principali attrici lewtoniane e una divertente e un po’ sfrontata reminiscenza sulla sua attività di distributore lewtoniano) e altri interventi di Antonio Fabio Familiari (sui registi formatisi alla scuola di Lewton e sull’eredità lasciata, nel cinema, da Lewton) e di Christian Oddos (su Jacques Tourneur).
Apprezzabile anche la cura grafica e la qualità delle molte illustrazioni in bianco e nero.
sabato 19 gennaio 2013
Something else on the Rec saga
Come gli assassini dei film gialli di una volta sono tornato sul luogo della recensione di cui al post precedente e ho scritto un lungo approfondimento sull'insieme della saga di Rec, una tra le più interessanti del nuovo millennio e non solo perché appartiene a una cinematografia diversa da quella americana.
Chi vuole leggere il mio articolo, che si trova su MyMovies, può seguire questo link.
Buona lettura. La signora di sopra è, come l'altra volta, l'impavida Leticia Dolera.
Chi vuole leggere il mio articolo, che si trova su MyMovies, può seguire questo link.
Buona lettura. La signora di sopra è, come l'altra volta, l'impavida Leticia Dolera.
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lunedì 14 gennaio 2013
Rec 3 - La genesi
La franchise spagnolo ha sfornato il terzo episodio che presenta diverse novità, la prima delle quali è che è firmata alla regia dal solo Paco Plaza.
Naturalmente, non ho ptuto fare a meno di vederlo e se volete leggere la recensione che ho scritto per MyMovies, non avete che da andare qui.
Quella sul manifesto è Leticia Dolera, che se la cava niente male.
Naturalmente, non ho ptuto fare a meno di vederlo e se volete leggere la recensione che ho scritto per MyMovies, non avete che da andare qui.
Quella sul manifesto è Leticia Dolera, che se la cava niente male.
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lunedì 7 gennaio 2013
P.O.E. Project of Evil
Gli esiti dell’interessante P.O.E. Poetry of Eerie hanno generato un altro omnibus ispirato ai racconti di Poe, questa volta intitolato, per restare nel campo degli acronimi, P.O.E. Project of Evil. Come nel caso del film precedente, anche stavolta gli esiti, com’è proprio e inevitabile in un film a episodi, sono diversi, ma, più dell’altra volta, sembra cogliersi una spinta verso la ricerca espressiva pura piuttosto che verso la comunicativa, anche se non mancano le eccezioni più disponibili verso lo spettatore comune e in ogni caso la tendenza in sé non è da intendersi in senso negativo.
Il primo episodio è Il pozzo e il pendolo di Donatello Della Pepa, nel quale un uomo si ritrova da solo in una stanza completamente bianca. Sgomento, l’uomo cerca invano qualcun altro, una via d’uscita. Misura il luogo, si infuria, riflette, sporca il bianco immacolato con il suo sangue, dorme sperando inutilmente in un risveglio migliore. Qualcuno lo tiene d’occhio su un monitor: è la cavia di un esperimento. Un buco nero si apre sul pavimento, sempre più ampio e minaccioso, profondissimo: è il “pozzo”. Il pozzo e il pendolo è uno dei più famosi racconti di Poe ed è stato oggetto di diverse traduzioni cinematografiche - quelle di Corman e di Stuart Gordon sono forse le più famose - che hanno preferito esteriorizzare gli incubi di Poe privilegiandone il contorno (inventato nel caso di Corman, tratto dalla periferia del racconto - l’inquisizione - in quello di Gordon) e mantenendo il micidiale macchinario di morte quale chiaro riferimento allo scrittore. In questo caso, l’enfasi è sulla solitudine dell’individuo di fronte all’orrore, proprio come avveniva nel racconto, anche se l’abisso nel quale guarda impaurito il protagonista sembra provenire più da Nietzsche che da Poe. Azzeccata - e anche cinematograficamente più funzionale - l’ambientazione, invece che nel buio, in un bianco abbacinante. Stilisticamente l’esercizio convince, ma narrativamente è poco incisivo, con una chiusa non all’altezza.
Il secondo episodio è Solo di Angelo e Giuseppe Capasso. Un uomo si risveglia legato a una sedia nello scantinato della fabbrica di sua proprietà, mentre un tizio - che lavora per lui proprio in quella fabbrica ed è stato gratificato di un nomignolo irridente - lo sorveglia sornione e si rifiuta di liberarlo. L’industriale, inquieto e arrabbiato, gli chiede cosa voglia da lui, ma scopre che le cose non sono per nulla semplici: rancore, invidia e risentimento sono montati negli anni, soprattutto a causa di una donna, Sara, attuale moglie dell’industriale. Il gioco psicologico tra la vittima e il carnefice è condotto attraverso dialoghi talvolta didascalici e non sempre credibili, anche per un’enfasi recitativa che non sempre aiuta. Il tentativo è quello di spiazzare lo spettatore, ma gli sviluppi narrativi conducono a un colpo di scena un po’ forzato e che si annuncia con troppa evidenza.
Il terzo episodio è Perdita di fiato di Edo Tagliavini. Giovanni va a trovare lo spavaldo Francesco, un attore (e pornostar) braccato dall’Ufficio Imposte, nella sua ottava casa e lo avvisa di non giocare con Manero perché è un tipo pericoloso. Con l’occasione, Giovanni informa anche Francesco che la sua attività come pornostar gli ha fatto perdere un ruolo “normale” cui aspirava. Francesco non la prende bene e, durante una performance porno, si ritrova letteralmente senza fiato, senza più respiro. In bianco e nero (tranne qualche sprazzo a colori) e prevalentemente muto, con le didascalie in luogo dei dialoghi, questo episodio cerca di creare un’atmosfera irreale, spiazzante e quietamente ossessiva, riprendendo il consistente lato grottesco ben presente in Poe. La curiosa trivialità del contesto rende bizzarra - ai limiti dell’insensato - la carneficina finale, tramutandola in una sorta di barzelletta crudele. Curiosa la ricerca stilistica che, in fondo, rende tutti i personaggi - non solo il protagonista (che infatti, in qualche modo, riacquista sonorità proprio una volta perso il fiato) - senza parole.
Il quarto episodio è I delitti della Rue Morgue di Alberto Viavattene. Dopo una scopata con due donne, un uomo le paga e se ne va. Le donne rimangono da sole nella loro stanza. Una delle due si fa una pera e, di conseguenza, va a vomitare in bagno. Nel mentre, la sua compagna è aggredita da un essere scimmiesco che la strazia abusandone sessualmente. La dopata, rientrando, è sconvolta dalla vista, ma lo è ancora di più quando lo scimmione rivolge su di lei le sue attenzioni. Immerso in fascinosi colori baviani e ricco di giochi di luce ricercati ed efficaci, il racconto assume toni da incubo realistico, rievocando liberamente uno dei più celebri racconti di Poe e cercando di coglierne nuovi significati mutandone la chiave di lettura. Elegante e crudele, è chiuso da una lunga scena a camera fissa che trasmette la desolazione e l’incertezza che seguono al massacro.
Il quinto episodio è Il cuore rivelatore di Nathan Nicholovitch. India. Un barbone, dopo un periodo di vagabondaggio nella miseria, si risistema e, tagliati barba e capelli, riacquisisce un aspetto più o meno urbano. Ma non basta. Privo di dialoghi e raccontato unicamente con le immagini, l’episodio dipana una torva parabola (probabilmente) sulla ricerca di un’improbabile redenzione. La narrazione - non troppo decifrabile, almeno da parte mia - non è scevra da sgradevolezze estetiche accoppiate a immagini affascinanti creando un contrasto visivo che non si dimentica. Criptico, a tratti reso interessante dall’ambientazione esotica.
Il sesto episodio è Il metodo del Dott. Catrame e Prof. Piuma di Domiziano Cristopharo (autore del quale ho già più volte parlato in questo blog). Elbasani, Albania, 1977. Poe, atteso, arriva in una strana clinica psichiatrica dove un uomo elegante e leggermente sinistro nella sua cortese cordialità lo accoglie, rivelandogli d’averlo visto in un sogno, con il volto devastato e pieno di vermi. Le grida degli internati si intromettono nel dialogo tra i due, ma la discussione procede tranquillamente, incentrata sul nuovo metodo di cura usato in quella sede. Ma a Poe è stato servito un bicchiere di Amontillado, un vino che può avere strani effetti collaterali in chi non lo beve abitualmente. Girato in un rigoroso bianco e nero, l’episodio riprende l’originaria riflessione del racconto (uno dei meno cinematograficamente frequentati: è il caso solo di ricordare comunque la buona versione di Juan Lopez Moctezuma, The Mansion of Madness) sulla confusione tra pazzia e normalità e sulla sostanziale contiguità delle due condizioni, ponendo, con un’interessante asincronia temporale, al centro della vicenda lo stesso Poe, visto come elemento di una improbabile normalità, l’unico cioè a trovare strano quanto sta succedendo. Ma è proprio questo uno dei punti di maggiore interesse perché la parte razionale di Poe è messa di fronte ai propri incubi, dei quali Poe stesso è protagonista in uno sdoppiamento fisico e caratteriale che simboleggia l’ambivalenza non solo sua, ma della natura umana. La buona recitazione - in particolare di Virgilio Olivari e di Dario Biancone nel ruolo di Poe - e un certo respiro narrativo assecondano le inquietudini suscitate dal racconto. Azzeccata anche l’ambientazione modernista e quasi techno, spoglia il giusto per rendere con efficacia la spettrale e spersonalizzante asetticità del luogo di (non) cura.
Il settimo episodio è La sepoltura prematura di Giuliano Giacomelli. Una persona si ritrova seppellita viva all’interno di una bara. Con un accendino rischiara la sua solitudine e riguarda una foto che lo ritrae assieme a una donna, la sua donna. Sente dei rumori, degli sballottamenti e chiede invano d’essere fatto uscire. Poi cerca disperatamente da sé una via di fuga. La situazione di partenza è ormai prototipica, però conduce a uno sviluppo interessante e a suo modo spiazzante, che rimanda simpaticamente agli horror di qualche tempo fa e non delude.
Dedicato allo spettatore amante delle sperimentazioni più che dell’horror puro e semplice, il film contiene comunque abbastanza per incuriosire e interessare entrambe le tipologie.
Le immagini appartengono agli episodi I delitti della Rue Morgue e Il metodo del dott. Catrame e Prof. Piuma e sono tratte dal profilo Facebook del film, che vi invito a visitare.
Il primo episodio è Il pozzo e il pendolo di Donatello Della Pepa, nel quale un uomo si ritrova da solo in una stanza completamente bianca. Sgomento, l’uomo cerca invano qualcun altro, una via d’uscita. Misura il luogo, si infuria, riflette, sporca il bianco immacolato con il suo sangue, dorme sperando inutilmente in un risveglio migliore. Qualcuno lo tiene d’occhio su un monitor: è la cavia di un esperimento. Un buco nero si apre sul pavimento, sempre più ampio e minaccioso, profondissimo: è il “pozzo”. Il pozzo e il pendolo è uno dei più famosi racconti di Poe ed è stato oggetto di diverse traduzioni cinematografiche - quelle di Corman e di Stuart Gordon sono forse le più famose - che hanno preferito esteriorizzare gli incubi di Poe privilegiandone il contorno (inventato nel caso di Corman, tratto dalla periferia del racconto - l’inquisizione - in quello di Gordon) e mantenendo il micidiale macchinario di morte quale chiaro riferimento allo scrittore. In questo caso, l’enfasi è sulla solitudine dell’individuo di fronte all’orrore, proprio come avveniva nel racconto, anche se l’abisso nel quale guarda impaurito il protagonista sembra provenire più da Nietzsche che da Poe. Azzeccata - e anche cinematograficamente più funzionale - l’ambientazione, invece che nel buio, in un bianco abbacinante. Stilisticamente l’esercizio convince, ma narrativamente è poco incisivo, con una chiusa non all’altezza.
Il secondo episodio è Solo di Angelo e Giuseppe Capasso. Un uomo si risveglia legato a una sedia nello scantinato della fabbrica di sua proprietà, mentre un tizio - che lavora per lui proprio in quella fabbrica ed è stato gratificato di un nomignolo irridente - lo sorveglia sornione e si rifiuta di liberarlo. L’industriale, inquieto e arrabbiato, gli chiede cosa voglia da lui, ma scopre che le cose non sono per nulla semplici: rancore, invidia e risentimento sono montati negli anni, soprattutto a causa di una donna, Sara, attuale moglie dell’industriale. Il gioco psicologico tra la vittima e il carnefice è condotto attraverso dialoghi talvolta didascalici e non sempre credibili, anche per un’enfasi recitativa che non sempre aiuta. Il tentativo è quello di spiazzare lo spettatore, ma gli sviluppi narrativi conducono a un colpo di scena un po’ forzato e che si annuncia con troppa evidenza.
Il terzo episodio è Perdita di fiato di Edo Tagliavini. Giovanni va a trovare lo spavaldo Francesco, un attore (e pornostar) braccato dall’Ufficio Imposte, nella sua ottava casa e lo avvisa di non giocare con Manero perché è un tipo pericoloso. Con l’occasione, Giovanni informa anche Francesco che la sua attività come pornostar gli ha fatto perdere un ruolo “normale” cui aspirava. Francesco non la prende bene e, durante una performance porno, si ritrova letteralmente senza fiato, senza più respiro. In bianco e nero (tranne qualche sprazzo a colori) e prevalentemente muto, con le didascalie in luogo dei dialoghi, questo episodio cerca di creare un’atmosfera irreale, spiazzante e quietamente ossessiva, riprendendo il consistente lato grottesco ben presente in Poe. La curiosa trivialità del contesto rende bizzarra - ai limiti dell’insensato - la carneficina finale, tramutandola in una sorta di barzelletta crudele. Curiosa la ricerca stilistica che, in fondo, rende tutti i personaggi - non solo il protagonista (che infatti, in qualche modo, riacquista sonorità proprio una volta perso il fiato) - senza parole.
Il quinto episodio è Il cuore rivelatore di Nathan Nicholovitch. India. Un barbone, dopo un periodo di vagabondaggio nella miseria, si risistema e, tagliati barba e capelli, riacquisisce un aspetto più o meno urbano. Ma non basta. Privo di dialoghi e raccontato unicamente con le immagini, l’episodio dipana una torva parabola (probabilmente) sulla ricerca di un’improbabile redenzione. La narrazione - non troppo decifrabile, almeno da parte mia - non è scevra da sgradevolezze estetiche accoppiate a immagini affascinanti creando un contrasto visivo che non si dimentica. Criptico, a tratti reso interessante dall’ambientazione esotica.
Il settimo episodio è La sepoltura prematura di Giuliano Giacomelli. Una persona si ritrova seppellita viva all’interno di una bara. Con un accendino rischiara la sua solitudine e riguarda una foto che lo ritrae assieme a una donna, la sua donna. Sente dei rumori, degli sballottamenti e chiede invano d’essere fatto uscire. Poi cerca disperatamente da sé una via di fuga. La situazione di partenza è ormai prototipica, però conduce a uno sviluppo interessante e a suo modo spiazzante, che rimanda simpaticamente agli horror di qualche tempo fa e non delude.
Dedicato allo spettatore amante delle sperimentazioni più che dell’horror puro e semplice, il film contiene comunque abbastanza per incuriosire e interessare entrambe le tipologie.
Le immagini appartengono agli episodi I delitti della Rue Morgue e Il metodo del dott. Catrame e Prof. Piuma e sono tratte dal profilo Facebook del film, che vi invito a visitare.
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