venerdì 28 ottobre 2011

Insidious


Oggi esce nei cinema Insidious, il nuovo film di James Wan, quello di Saw, per intenderci. Stavolta si occupa, sostanzialmente, di fantasmi e, se volete sapere cosa ne penso, potete leggere la recensione che ho scritto per MyMovies. Questo è il link alla recensione.

Qui sopra un’immagine dal film, con Lin Shaye in evidenza.

I Fantastici Quattro: tempo di anniversari


Sul sito fumettistico Lo Spazio Bianco sta per avviarsi la celebrazione del cinquantenario dei Fantastici Quattro. Questo è il link all’articolo di presentazione dell’iniziativa, scritto dal prode Davide Occhicone. Leggetelo perché vi troverete i dettagli della lunga celebrazione, che durerà per tutto il mese di novembre e anche oltre, rilasciando quotidianamente omaggi grafici (a comporre qualcosa di decisamente singolare) e articoli in tema. I collaboratori sono di primo piano e alcuni di loro sono già svelati nell’articolo di Davide: non li anticipo qui per non rovinare la sorpresa.

Ci sarà anche un mio modesto contributo alla causa il cui argomento, non sorprendentemente, è, per dirla in sintesi, “I Fantastici 4 al cinema”, inteso non nel senso di una descrizione dei film che i Fantastici Quattro vanno a vedere al cinema, se e quando ci vanno, né in quello di una descrizione del loro comportamento in una sala cinematografica, sempre se e quando ci vanno: è invece, anche qui non sorprendentemente, una trattazione dei film dedicati al quartetto. Magari quando esce lo segnalo anche qui. Però chi apprezza i Fantastici Quattro farà bene a fiondarsi all’istante sul link di cui sopra.

martedì 18 ottobre 2011

Recensione di Gordiano Lupi al Dizionario dei film horror


Gordiano Lupi - che colgo l'occasione per ringraziare - ha scritto una recensione alla nuova edizione ampliata e aggiornata del mio Dizionario dei film horror (Corte del Fontego). Se volete leggerla, la trovate qui.

Quella qui sopra è come sempre la gloriosa copertina del Dizionarione.

venerdì 14 ottobre 2011

Rosco e Sonny sui pattini


Sul numero 42 del Giornalino - quello attualmente in edicola - c'è una nuova avventura di Rosco e Sonny intitolata Sui pattini e, poiché un buon titolo non deve mai mentire (se non quando è utile che lo faccia), i due dinamici agenti vanno veramente sui pattini, sempre alla caccia di malviventi.

I disegni, come di consueto, sono dell'ottimo Rodolfo Torti e la sceneggiatura è mia (per l'esattezza,
Sui pattini è la centosettantottesima avventura di Rosco e Sonny che ho scritto: quando si dice la precisione, eh?). Buona lettura a chi deciderà di leggerla. Quanto agli altri, Amedeo Nazzari docet.

Qui sopra un paio di vignette.

mercoledì 12 ottobre 2011

The Museum of Wonders


Dell’esordio di Domiziano Christopharo nel lungometraggio - House of Flesh Mannequins - ho parlato nella nuova edizione del Dizionario dei film horror. Questo secondo film, The Museum of Wonders, conferma le qualità stilistica del regista in un contesto figurativamente più compatto e narrativamente più equilibrato. Il risultato è una affascinante rilettura felliniana di Freaks, senza la devastante potenza eversiva e la carica rivoluzionaria del film di Browning, la cui trama è nei fatti basilari simile, ma con una trasognata riflessività che rende il film comunque originale e interessante, ambientato com’è in una sorta di teatro-circo-cabaret dove vive una moltitudine di personaggi strani e curiosi.

Il nano Marcel (Fabiano Lioi) sta per sposarsi con Olimpia (Adele Tirante), ma ama la bella Salomè (Valentina Mio), che gli spilla soldi approfittando della sua passione e suscitando la gelosia della promessa sposa. Il rude e forzuto Sansone (Francesco Venditti) abbandona bruscamente l’amareggiata compagna per coltivare la relazione con Salomè e approfittare dei generosi lasciti di Marcel. Sansone si chiede però come mai Marcel sia così ricco. Quando scopre che si tratta della pingue eredità della nonna di Marcel, pensa a come impossessarsene assieme a Salomè. Il modo è semplice: Salomè dovrà sposare Marcel, con tutto quel che ne consegue. Ma l’avidità non potrà che portare dolore e sangue.

Un film singolare, sui generis, totalmente svincolato da mode e tendenze attuali e, anche per ciò solo, spavaldo e coraggioso, strano e affascinante. Rievocare un classico maledetto come Freaks è un progetto ambizioso. Cristopharo lo realizza enfatizzando il melodramma e accompagnandosi a celebri arie liriche che incrementano in modo naturale il pathos. Riletture, ispirazioni, citazioni e richiami sono rielaborati in modo autonomo e la cifra stilistica di Cristopharo si precisa ulteriormente acquisendo ancora maggiore personalità rispetto al già notevole House of Flesh Mannequins che, dalla sua, aveva l’efficienza e il fascino dei meccanismi horror oltre a un consistente tasso di erotismo. Costellati di aforismi taglienti e fulminanti che è sempre un piacere sentire - “Certo che la fortuna esiste. Altrimenti come potremmo spiegare il successo degli altri?” (Jean Cocteau); “Se non avessimo difetti, non proveremmo tanto piacere a notare quelli degli altri” (François de La Rochefoucauld) - i dialoghi accompagnano con forbita eloquenza le immagini cercando la profondità e talvolta trovandola. L’uso delle canzoni - con Giovanna, indimenticata protagonista della canzone italiana, in evidenza - è cruciale nell’aumentare lo straniamento teatrale e nel commentare il procedere ineluttabile del dramma. Quello che comunque più si nota è l’incessante ricerca di giochi visuali, ricchi di simbolismi surreali, di una raffinatezza che pone su un piano astratto e senza tempo la riflessione sulla marginalità e sulle differenze, sull’amara non omologabilità dei diversi che costituisce il tema centrale del film. Resta qualche compiacimento di troppo, qualche lungaggine un po’ narcisistica in cui il film si specchia su se stesso e sulla bellezza delle sue immagini tralasciando il ritmo narrativo e prolungando il tempo di proiezione oltre quanto sarebbe utile e oltre quanto un montaggio più serrato e meno compiacente suggerirebbe. In questo, è compartecipe l’impostazione teatrale della rappresentazione, che si svolge sostanzialmente tutta in interni per aprirsi simbolicamente all’esterno solo nel finale. Ma sono difetti di esuberanza che non inficiano la bontà dell’insieme.

Il cast è notevole anche nei ruoli di contorno, con più di qualche illustre cameo (Maria Grazia Cucinotta e Ruggero Deodato in evidenza). Maria Rosaria Omaggio è una presenza di rilievo, mentre Valentina Mio dà cattiveria e fascino al personaggio di Salomè, la cui avidità si direbbe disumana se non fosse in realtà sin troppo umana. Le fanno da contraltare un adeguato Francesco Venditti, in un ruolo ricco di sfumature, tutt’altro che tipizzato e il bravo Fabiano Lioi. Giampiero Ingrassia e il glorioso Venantino Venantini offrono sapienti prove d’attore in ruoli analoghi che fungono da collante alla storia, commentandola, seguendola e presentandola.

Gli spettatori del museo delle meraviglie vengono a vedere le stranezze, le stupefazioni della marginalità, della diversità. Gli spettatori di questo film, in un gioco di rimandi, si trovano nella medesima situazione, ma senza, forse, lo stesso senso di colpa: li aspetta un viaggio nell’insolito che difficilmente li deluderà.

sabato 8 ottobre 2011

Final Destination 5


Il nuovo capitolo di questa saga, ormai abbonata al 3D, è uscito ieri nei cinema italiani e chi vuole può leggere la mia recensione su MyMovies: si trova qui.

Qui sopra il buon vecchio Tony Todd in un'immagine dal film (Tony
Candyman Todd è presente, in un modo o nell'altro, in quattro dei cinque film della serie).

venerdì 7 ottobre 2011

Unfacebook


Questa volta diamo uno sguardo all’horror indipendente, caratterizzato da low-budget e ferma determinazione.

Dopo diversi cortometraggi horror e un lungometraggio di carattere religioso (Una vita nel mistero), il giovane regista pugliese Stefano Simone si dedica al thriller con Unfacebook, interamente girato a Manfredonia e tratto da un racconto (Il prete) di Gordiano Lupi. La storia percorre i desolati sentieri del disagio urbano cospargendoli di sangue.

Un bambino è testimone di un delitto a sangue freddo commesso da due giovani ai danni di un terzo. Anni dopo, un giovane prete svolge la sua missione in una zona popolare cittadina, trovandosi a confronto con indifferenza e miserie di quella realtà, sia insegnando a una classe di studenti svogliati e sviati sia raccogliendo torbidi segreti in confessionale. A un certo punto, la misura si colma e il prete prende a bersagliare i peccatori ricordando loro le colpe commesse. La conseguenza è un triplice e sanguinoso suicidio. Un commissario indaga pressato dal questore, mentre il prete prosegue nella sua opera e nasce una nuova misteriosa chat per i giovani chiamata Unfacebook, che è molto più di quel che sembra.

La buona volontà c’è e non mancano di evidenziarsi qualità soprattutto di regia, ma il film si scontra con alcuni difetti strutturali che ne minano in parte l’efficacia. Narrativamente, la materia sarebbe stata più adatta a un corto o mediometraggio, oppure, per essere adattata a lungometraggio, avrebbe avuto bisogno di un maggiore approfondimento di personaggi e situazioni. La sceneggiatura tralascia di curare la psicologia dei personaggi che restano appena sbozzati, anche quelli cruciali per la giustificazione del percorso narrativo. Non a caso, le sequenze migliori sono quelle di pura azione, svincolate dalle parole e dalle necessità narrative nelle quali la regia può dispiegarsi più liberamente: su tutte, quelle della aggressioni che punteggiano la fase centrale del film, risolte con buona tecnica e adeguata tensione. Superate le fasi introduttive ed esposte le premesse alla storia, infatti, il film acquista adeguati toni da incubo quotidiano e non mancano scene di suggestiva e crudele bellezza che dimostrano la buona mano di Simone. Le fasi espositive, con i loro lunghi dialoghi, sono in genere meno riuscite anche a causa di una recitazione non sempre all’altezza (un difetto, questo, endemico nelle produzioni indipendenti). Il film risulta quindi suddiviso tra sequenze raccontate quasi esclusivamente per immagini - generalmente efficaci e riuscite - e sequenze molto dialogate, meno centrate.

Lo spunto narrativo è interessante e richiama antichi e gloriosi precedenti nel cinema degli anni ’70 (da Pete Walker a diverso cinema italiano di genere) fondendoli con pulsioni "elettroniche" più aggiornate, ma, a parte lo schematismo caratteriale che riduce l’impatto e attenua il discorso morale, è sviluppato in modo talvolta sbrigativo. La soluzione dell’enigma - o meglio la traccia che porta alla soluzione - è un po’ tirata per i capelli, sembrando una scorciatoia semplicistica (basta una rivista di informatica per generare un sospetto) per arrivare al dunque.

Esteticamente, il film mostra segnali di ricercatezza. Il gioco con i colori trasfigura efficacemente la realtà, anche se è talvolta ripetitivo. La fotografia (dello stesso Simone) passa da un iperrealismo che tende volontariamente ad abbruttire e abbrutire a immagini più soffuse che ammantano di contorni sognanti il passato e altri aspetti del concreto: da segnalare la trasformazione quasi fumettistica di alcune sequenze urbane, figurativamente singolare e riuscita. L’uso della macchina a mano è talora eccessivo: asseconda la concitazione, ma la sottolinea sin troppo. L’ambientazione è molto azzeccata soprattutto nella scelta degli esterni, che accompagnano spesso con il degrado ambientale quello dell’anima. Tra gli interpreti si fanno notare per disinvoltura, in ruoli di supporto, Pia Conoscitore (anche coautrice della sceneggiatura) e Tonino Pesante, già protagonista di Una vita nel mistero. Da segnalare la musica di Luca Auriemma che dà alle immagini la giusta suggestione.

Nell’insieme un film non privo di pecche, ma che si fa vedere volentieri e le cui qualità segnano un ulteriore passo avanti nella maturazione del regista.

lunedì 26 settembre 2011

Il Dizionario dei film horror nuova edizione e i film a cinque stelle


Le stellette sono state un’invenzione simpatica, ideale per una sintesi del giudizio critico che aveva tanto più valore quanto più il giudizio era forzatamente ridotto ai minimi termini, come nei paginoni dei quotidiani che presentavano l’elenco dei film in programmazione. Un’usanza, quella, propria soprattutto dei quotidiani della sera che, in un’epoca in cui gli aggiornamenti delle notizie non avevano ancora raggiunto lo spasmodico ritmo delle reti di sole news o di internet, avevano ancora una funzione. Mi divertivo a guardare le paginate della
Notte o del Corriere d’informazione per sapere le stellette di questo o di quel film e leggere la riga (o al massimo due) di commento. Ma dovevo stare attento: quella riga era spesso capace - soprattutto nel caso della Notte - di svelare il finale riassumendo tutto il film in una frase.

Oggi le stellette abbondano soprattutto nei Dizionari di cinema, ma restano comunque un divertissement. I critici seri e paludati spesso le aborrono perché sembrano come i voti dati a scuola e le opere d’arte non si meritano voti di quel genere. Io, che non sono per nulla paludato (ricordate, non vuol indicare qualcuno immerso in una palude) e che a volte mi diverto ancora, le ho regolarmente messe nel mio Dizionario dei film horror (Corte del Fontego). E non ho potuto fare a meno di notare come qui e là ci sia stata qualche piccola discussione su questo o quel numero di stellette assegnato. È normale e anche giusto. La cosa più difficile in questi casi è riuscire a garantire una certa uniformità di giudizio. Nel caso dei dizionari con più collaboratori questa uniformità mi pare una chimera. Nel caso dei dizionari, come il mio, scritti da un’unica persona questo dovrebbe essere più facile. E lo è, ma nonostante questo talvolta la deriva del momento può portare a premiare qualche film con una mezza stella in più e a penalizzare un altro con una mezza stella in meno.

Ricordo che alla presentazione della vecchia edizione al PesarHorror Fest (un bel festival di cui si sente la mancanza: spero che possa tornare), un lettore mi aveva fatto notare che il primo Halloween, per la sua importanza anche storica, era stato un po’ penalizzato con le su tre stelle e mezza. Avevo convenuto, promettendo di portarlo a quattro stelle nella successiva edizione. Cosa che ho fatto. Come questo, possono esserci altri casi e in effetti altri film sono stati soggetti a variazioni di stellette: invito però a ricordare che per la sua stessa natura il giudizio in stellette è solo una sintesi approssimativa, ciò che conta è quanto scritto prima delle stellette, da cui dovrebbero capirsi in modio più preciso limiti e qualità del film.

Detto questo, la gradazione in stellette consente anche di individuare il ristretto numero di film premiato con il massimo dei voti e anche questo ha avuto i suoi risvolti problematici, per me. Fermo restando che con due stellette un film è sufficiente, con tre è buono, con quattro è ottimo, con cinque (vale a dire eccezionale) dev’essere un capolavoro, non del singolo regista, ma in assoluto. E i capolavori, per la loro stessa natura, sono pochi. Quando ho dato le stellette non pensato a contingentare la categoria: ho dato le cinque stellette quando mi pareva giusto. Alla fine, mi è stato fatto notare da chi aveva fatto i conti che i film a cinque stelle della prima edizione erano venti (su 2404). Magari per qualcuno potevano esserci dei film al posto di altri, ma la percentuale, se si riferisce a capolavori, mi pare accettabile.

In questa seconda edizione, i film a cinque stelle diventano 22, con l’aggiunta di due titoli stagionati ma non comparsi nella prima edizione (erano e restano inediti in Italia). Si tratta di
Horrors of Malformed Men di Teruo Ishii e di Jigoku di Nobuo Nakagawa, due film giapponesi molto diversi ma egualmente importanti, che consiglio vivamente di vedere a ogni appassionato non tanto e non solo di horror quanto di cinema.

giovedì 22 settembre 2011

Camp Hope


La nuova puntata della mia rubrica Horror Frames su MyMovies si occupa di Camp Hope, un film di George VanBuskirk che cerca di toccare in chiave più o meno horror il tema dell'estrema ortodossia religiosa e delle sue possibili conseguenze. Se volete leggere cosa ne penso, basta che andiate qui.
Mi sembra solo il caso di aggiungere che nel cast ci sono un paio di vecchie volpi come Bruce Davison - il cui personaggio è centrale nella storia e lui lo interpreta molto bene - e Andrew McCarthy in quello che può essere classificato come un cameo esteso. Davison, per chi se lo fosse dimenticato, è stato, tra le tantissime sue interpretazioni, il Willard originale, quello di
Willard e i topi. McCarthy ha un pedigree meno illustre, ma qualche commedia simpatica lo ha visto tra i protagonisti (per esempio Weekend con il morto che all'epoca ebbe un sorprendente successo qui da noi).

lunedì 12 settembre 2011

I maggiori incassi horror della stagione cinematografica 2010/2011


L’avevo già fatto l'anno scorso e lo rifaccio anche quest’anno (non è che ogni anno rifaccio quello che ho fatto l’anno precedente, ma questa cosa sì) e quindi compilo la classifica degli incassi dei film horror nella stagione cinematografica da poco conclusa. Le motivazioni per questo genere di operazione sono contenute nel post dell’anno scorso che potete sempre trovare qui e pertanto non mi dilungo.

Come l’altra volta ho preso i dati dalla classifica dei Top 100 come potete trovarla nel sito di MyMovies (se vi interessa - e come può non interessarvi? - la trovate qui), estrapolando gli horror e tirandone fuori questa classifica: la posizione tra parentesi è quella che il film occupa nella classifica generale dei Top 100 tanto per dare un’idea dell’impatto degli horror nella classifica complessiva. Il periodo di riferimento è quello della classica stagione cinematografica che va dall’agosto a luglio e la classifica è questa:

1 (37)
Saw 3D € 5.360.768
2 (42)
Mordimi € 4.353.522
3 (44)
Resident Evil - Afterlife € 4.121.104
4 (49) Il rito € 3.543.708
5 (65) Paranormal Activity 2 € 2.791.283
6 (75) Dylan Dog - Il film € 2.379.964
7 (87) L’ultimo esorcismo € 1.828.254
8 (88) Cappuccetto rosso sangue € 1.825.722
9 (91) ESP - Fenomeni paranormali € 1.663.857

Paragonando la classifica attuale a quella dell’anno scorso risulta subito evidente il minore impatto del genere tra le uscite cinematografiche: è mancato il film fenomeno - come la stagione scorsa era stato
Paranormal Activity (il seguito ha avuto minore impatto) - e la presenza complessiva si è ridotta, arrivando ad appena nove titoli su 100. Inoltre, siamo orfani, per il momento, degli stratosferici incassi dei film romantico-vampireschi di Twilight (ma, per chi ne sente la mancanza, torneranno). Nessuno dei film in classifica presenta caratteristiche di particolare novità e questo non è un bene. Ci sono, ai primi posti, due capitoli di lunghe franchise ormai spompate - Saw e Resident Evil, entrambe esteticamente rivitalizzate dall’ormai quasi altrettanto spompato 3D - e una parodia dal fiato corto. Poi ci sono un paio di film esorcistici e ben tre reality horror (L’ultimo esorcismo appartiene a entrambe le tipologie ed è anche probabilmente il più interessante) a testimoniare i colpi di coda di un meccanismo narrativo ormai entrato in corto circuito. Cappuccetto rosso sangue cerca di rinnovare i fasti del sentimental horror attraverso una rivisitazione sin troppo poco iconoclasta di una classica fiaba. Dylan Dog rappresenta invece il solo horror tradizionale, facendo sorgere l’inevitabile domanda: era necessario scomodare un personaggio dei fumetti per denaturalizzarlo così tanto?
Altri film da cui ci si sarebbe aspettato di più hanno fallito l’ingresso nella top 100, primo fra tutti
Scream 4, che ha floppato anche negli USA segnalando come fosse un film uscito veramente fuori tempo massimo. L’incasso italiano (€ 1.276.000 è davvero poca cosa). Un’altra franchise storica che ha mancato l’ingresso nei top 100 è Nightmare, il cui reboot ci è arrivato comunque vicino (incasso di circa un milione e mezzo di euro) mancando il colpo per la mancanza di novità e del “vero” Freddy Krueger, Robert Englund. Ma se anche questi due film fossero in classifica non avrebbero cambiato ovviamente il giudizio complessivo sulla carenza di innovazione.
Speriamo di meglio in futuro e speriamo soprattutto che i distributori nostrani diano uno sguardo un po’ più ampio al panorama, scegliendo di distribuire qualcuno dei non pochi horror interessanti provenienti da varie parti del mondo.

mercoledì 7 settembre 2011

Alcune cose che si possono imparare dalle canzoni di Bob Dylan


L’altro giorno mi è capitato di leggere questo post in un blog, SometimesRhymes: il titolo è 10 Life Lessons from Bob Dylan. Mi ha incuriosito e l’ho trovato interessante: l’autore (R.T. Packard) trae dalle canzoni (e non solo) di Bob Dylan dieci “lezioni di vita” e spiega il motivo per il quale le considera tali. Ho pensato di farlo anch’io, per una specie di gioco, senza alcuna pretesa: non mi sono messo a elaborare teorie o a studiare i testi per trarne i versi più significativi sotto il profilo che qui interessa. Ho semplicemente elencato i versi che mi sono venuti in mente e che più si adattavano allo scopo e invece di metterne 10 ne metto 12, tanto per strafare (ma potrebbero essere 100 senza troppo sforzo). Sono a volte consigli, altre delle piccole perle di saggezza, altre ancora suggerimenti che potrebbe darvi vostra nonna, con la sapienza degli anni. Ho tralasciato quelli più noti (come To live outside the law you must be honest, che vengono subito in mente e sono ancora brillantissimi, ma sarebbero una scelta un po’ ovvia) per privilegiarne alcuni che penso meno conosciuti. Prendetelo come un divertissement, niente di più, ma se volete ascoltare le canzoni da cui sono tratti i versi, vi farete senz’altro un favore:

1. I was born here and I’ll die here against my will. Rielaborazione talmudiana, d’accordo, ma fulminante nella sua riflessione sull’impotenza umana a incidere sul proprio destino. Tratto da Not Dark Yet, inclusa nell’album Time Out of Mind del 1997.

2. God is in heaven/And we all want what’s his/But power and greed and corruptible seed/Seem to be all that there is. In poche parole, un quadro simpatico che ci spiega come mai le cose vanno come vanno: è una cosa da tenere a mente, serve per capire il mondo in cui viviamo. Tratto da Blind Willie McTell, outtake di Infidels del 1983 e incluso in The Bootleg Series 1-3 (1991).

3. Behind every beautiful thing, there’s been some kind of pain. Dove il riferimento non riguarda tanto o non solo la sofferenza dell’artista, quanto il fatto che dietro ogni cosa c’è qualcuno che ha sofferto e/o è stato sfruttato per farla. Questi versi sono anche nella lista che ho citato sopra, ma repetita iuvant. Ancora tratto da Not Dark Yet.

4. He said every man’s conscience is vile and depraved/You cannot depend on it to be your guide/When it’s you you must keep it satisfied. Il contesto è più ampio e in realtà, nella canzone, è una frase riportata, ma il succo del discorso è chiaro, la riflessione è nitida e ciò che ne risulta è una ricerca di valori trascendenti o quantomeno provenienti dall’esterno, da una morale maiuscola. In termini più noirish, è quello che si ricava da un altro verso proveniente da una delle grandi canzoni sottovalutate, Brownsville Girl, che ha il torto di essere capitata nel disco sbagliato (Knocked Out Loaded, 1986): You always said people don’t do what they believe in/They just do what’s most convenient, then they repent.

5. Some people never worked a day in their life/Don’t know what work even means. Questa è una verità che dobbiamo ricordarci per cercare di capire perché le cose siano così eminentemente sbagliate: perché questi versi non sono certo per descrivere dei disoccupati, ma delle persone che se la passano benissimo alle spalle degli altri senza nemmeno conoscere cosa sia il lavoro. E anche il verso precedente (I can live on rice and beans) è significativo nel contesto. Tratto da Workingman’s Blues #2, incluso nell’album Modern Times del 2006 (non a caso anche il titolo di un film di Chaplin sull’aberrazione del lavoro in fabbrica). Dalla stessa canzone un altro verso che va molto bene per questi tempi: The buying power of the proletariat’s gone down/Money’s getting shallow and weak, assieme all’altro: They say low wages are a reality/If we want to compete abroad. E cose come queste ci sono anche in canzoni assai antiche di Dylan come North Country Blues del 1964. Dedicato ai maestri della globalizzazione e del lavoro flessibile.

6. You got something better, you’ve got a heart of stone. Questo invece è dedicato al cinismo opportunista di chi preferisce distruggere le convinzioni altrui invece che svilupparne di proprie. Tratto da Property of Jesus, nell’album Shot of Love (1981).

7. The world is old, the world is grey/Lessons of life can’t be learned in a day. Ovvero la rassegnazione di fronte all’incessante ripetersi degli stessi errori. Come non puoi imparare la lezione di una vita in un giorno, così non puoi sperare di trasmettere ciò che hai imparato a chi vorresti non commettesse errori di inesperienza che tu magari hai già commesso. Tratto dalla maestosa e amarissima Cross the Green Mountain dalla colonna sonora del film Gods and Generals (2003).

8. When you cease to exist then who will you blame? Lo so, questa è criptica, ma fa riflettere. Da una canzone altrettanto criptica e affascinante, Angelina, un outtake di Shot of Love (1981), riemersa solo molti anni dopo in The Bootleg Series 1-3 (1991).

9. But even the President of the United States sometimes must have to stand naked. Ovvero l’aggiornamento e la rivisitazione del re è nudo: una verità che veniva accolta regolarmente con un boato nella tournée del 1974, all’epoca del Watergate. Vale ancora oggi. Tratto da It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding) dall’album Bringing It All Back Home (1965).

10. May you have a strong foundation when the winds of changes shift. Perché i venti del cambiamento non sono qui quelli del progresso sociale, ma quelli che ti fanno dimenticare le tue convinzioni e i tuoi valori per convenienza o comodità. Sembra - e forse è - una banalità, ma è un augurio sincero. È nella canzone Forever Young, una canzone piena di luoghi comuni riscattati dall’interpretazione. Ne ho già parlato ampiamente qui. Dall’album Planet Waves (1974).

11. So when you see your neighbor carryin’ somethin’/Help him with his load/And don’t go mistaking Paradise/For that home across the road. Solidarietà senza illusioni e una riflessione sulla religione istituzionalizzata. Questi versi appartengono a The Ballad of Frankie Lee and Judas Priest, dall’album John Wesley Harding (1967).

12. When you think that you’ve lost everything/You find out you can always lose a little more. Un’evoluzione amara del verso “when you ain’t got nothing/you got nothing to lose” contenuto in Like a Rolling Stone: questi nuovi versi danno il senso di come nemmeno non avere nulla ti liberi sul serio: c’è sempre qualcosa in più che si può perdere con tutto quello che ne consegue. Da Tryin’ To Get to Heaven, contenuta nell’album Time Out of Mind.

E per il momento, that’s all folks.

martedì 6 settembre 2011

Stake Land


Dopo l'apocalisse può capitare di trovarsi in un mondo percorso da torme di vampiri assetati di sangue. Era successo nel romanzo Io sono leggenda e nei vari film che ne sono stati tratti (tre direttamente, altri indirettamente), succede ancora in Stake Land, nuovo film di Jim Mickle, l'autore di Mulberry Street.

Dato che non mi faccio mancare niente, l'ho visto e ne ho parlato nella rubrica Horror Frames che scrivo per MyMovies: se volete leggere cosa ho scritto andate qui.

Qui sopra invece Danielle Harris (scommetto che indovinate da soli quale è dei tre senza che ve lo dica io) nel film: un'attrice che ha al suo attivo ben quattro Halloween è sempre al posto giusto in un horror.