Bloody Sin è il terzo lungometraggio di Domiziano Cristopharo: si dovrebbe quindi situare dopo Museum of Wonders e prima di Red Krokodil. E' un horror a tutto tondo, anche se naturalmente molto particolare.
Olevano, Italia, 1474. L’eretico monsignor Fohrer è torturato dall’inquisizione, ma avverte: molto sangue scorrerà, oltre naturalmente al suo. New York, 1974. Miss Steele (Maria Rosaria Omaggio), direttrice della rivista erotica «Bizarre», incarica il fotografo Johnny Morghen (Lorenzo Balducci) di fare un servizio in Italia e, nell’occasione, di trovare qualcosa di nuovo per controbattere le pulsioni femministe che si stanno affermando contro la donna-oggetto (che è la ragione stessa di esistenza della rivista). L’idea è quella di creare uno scandalo, magari anche attraverso immagini di tortura e sadomaso. Assieme a Johnny, viaggiano la redattrice Helen Driscoll (Nancy De Lucia), la fotomodella Barbara (Roberta Gemma) e la truccatrice Rita de Palma (Clio Evans): la meta è proprio il cupo castello di Olevano. Li scorta lì Lenzi (Daniel Baldock), che si occupa della logistica per il servizio. Il proprietario del castello, Terence Fischer (Dallas Walker), ha dei problemi con l’anziana madre che non vorrebbe estranei, ma le cose in qualche modo si risolvono. Fischer, però, si intrattiene con Helen chiamandola Lisa, come se la aspettasse da tempo, creando un certo imbarazzo nella giovane. Fischer ha un passato da attore cinematografico, ma ha abbandonato la carriera per dedicarsi al collezionismo d’arte. Qualcosa però incombe sul castello e giungono i primi delitti: pare che proprio lì, nell’antico maniero, vi sia una delle porte dell’inferno.
Il film è un chiaro omaggio all’horror italiano degli anni ’60, in particolare a Il boia scarlatto, del quale riprende diversi elementi, al punto da risultarne quasi una rivisitazione allucinata. Rispetto ai film precedenti di Cristopharo e ancor più rispetto a quelli successivi, si nota in questo il desiderio di mantenersi, almeno in superficie, all’interno dei dettami e dei parametri del genere, con una trama lineare e tipica. Proprio la trama, però, col passare del tempo si contorce e si avviluppa prendendo direzioni curiose e deliranti che la distanziano dai prototipi di riferimento. Rispetto a quegli horror d’epoca, inoltre, questo è sicuramente più estetizzante, alla ricerca dei dettagli formali invece che del ritmo narrativo, che resta lento e lontano dalla rapidità tipica dei B-movies. Questa lentezza, mantenendosi il film in gran parte sul piano del racconto tradizionale, solo a tratti ha la trasognata qualità che l’avrebbe del tutto riscattata finalizzandola, per esempio, alla costruzione di un’atmosfera. L’atmosfera c’è, ma talvolta a scapito della narrazione e non sempre in suo supporto.
Simpatico l’utilizzo di stacchi disegnati per un veloce cambio di situazioni e ambienti, passando come in un volgere di pagine attraverso aspetti su cui si intende sorvolare pur accennandoli, come se si stesse sfogliando un fumetto o magari un fotoromanzo. I raffinati passaggi di scena con morbide transizioni aiutate dallo split-screen (anche questo in sé un richiamo al cinema di quegli anni, anche se non in particolare quello italiano) e improvvise irruzioni di elementi visuali incongrui ma singolarmente riusciti, come una stop motion dai toni grotteschi, conferiscono al film una strana eleganza e un buon fascino. La madre di Fischer è una presenza grottesca e inquietante, molto
azzeccata sotto il profilo scenico, con una decrepitezza chiaramente
artificiale, ma figurativamente riuscita proprio per i suoi eccessi.
Ci sono momenti in cui l’inquieta estetica di Cristopharo emerge con forza, come nell’accoppiamento onirico di Fischer. Il gioco di trasfigurazioni e rimandi nella scena chiave dell’amore - tra il necrofilo e il febbrile - tra Fischer ed Helen (con richiami che sembrano evidenti, in questo caso, a Lisa e il diavolo di Bava) è ben gestito e la successiva scena laido-incestuosa trasporta il regista nel suo terreno preferito, più perverso e originale, delirante. Anche nei flashback romanzati - quello su Barbablù, di cui si ripropone il tabù della porta sprangata e proibita, e quello sui nazisti e dei loro esperimenti proibiti - Cristopharo conferma le sue qualità visuali di narratore capace di estrarre l’essenza dalle cose e di ritrasmetterla con raffinatezza e inventiva, con suggestivi richiami al cinema muto.
Nell’ultimo terzo il film si affranca dalle fonti, si precisa nel suo percorso narrativo autonomo (un po’ confuso, per la verità) e aggiorna, con la contaminazione nazista, la sua rivisitazione dei prototipi. Alcune svolte, inspiegate e inspiegabili, come quella robotica, hanno probabilmente una logica interna che ai più sfugge, ma dal punto di vista della sorpresa e dello spiazzamento narrativo funzionano. Rispetto ai film successivi - più crudi e duri - ci sono diversi tocchi di exploitation nelle immagini, rivolte anche ad assecondare il lato voyeuristico del pubblico (e non c’è niente di male in questo). Nell’insieme, un film che conferma le qualità di Cristopharo, ma che sembra un po’ di transizione, con qualche incertezza.
I nomi sono talvolta citazioni e il film si spinge al punto da parlarne espressamente: al “castellano” viene infatti fatto notare che il suo nome è quello di un famoso regista inglese di horror . Lui, naturalmente, lo sa, ma puntualizza di essere tedesco (e per questo, si capisce dai sottotitoli, la grafia del cognome è diversa).
In un cast mediamente accettabile, spiccano Nancy De Lucia - bella e brava in un ruolo non facile - e Dallas Walker, che conferisce un’aura quasi aliena al suo personaggio, come un Mickey Hargitay venuto dalla Luna. I cinefili possono apprezzare i cameo di Ruggero Deodato e Venantino Venantini, che si rivede con piacere nel breve ruolo di Monsignor Carella. Più ampia è la partecipazione di una sempre brava Maria Rosaria Omaggio.
Giovanna canta l’accattivante canzone del film.
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domenica 2 febbraio 2014
mercoledì 12 ottobre 2011
The Museum of Wonders

Dell’esordio di Domiziano Christopharo nel lungometraggio - House of Flesh Mannequins - ho parlato nella nuova edizione del Dizionario dei film horror. Questo secondo film, The Museum of Wonders, conferma le qualità stilistica del regista in un contesto figurativamente più compatto e narrativamente più equilibrato. Il risultato è una affascinante rilettura felliniana di Freaks, senza la devastante potenza eversiva e la carica rivoluzionaria del film di Browning, la cui trama è nei fatti basilari simile, ma con una trasognata riflessività che rende il film comunque originale e interessante, ambientato com’è in una sorta di teatro-circo-cabaret dove vive una moltitudine di personaggi strani e curiosi.
Il nano Marcel (Fabiano Lioi) sta per sposarsi con Olimpia (Adele Tirante), ma ama la bella Salomè (Valentina Mio), che gli spilla soldi approfittando della sua passione e suscitando la gelosia della promessa sposa. Il rude e forzuto Sansone (Francesco Venditti) abbandona bruscamente l’amareggiata compagna per coltivare la relazione con Salomè e approfittare dei generosi lasciti di Marcel. Sansone si chiede però come mai Marcel sia così ricco. Quando scopre che si tratta della pingue eredità della nonna di Marcel, pensa a come impossessarsene assieme a Salomè. Il modo è semplice: Salomè dovrà sposare Marcel, con tutto quel che ne consegue. Ma l’avidità non potrà che portare dolore e sangue.
Un film singolare, sui generis, totalmente svincolato da mode e tendenze attuali e, anche per ciò solo, spavaldo e coraggioso, strano e affascinante. Rievocare un classico maledetto come Freaks è un progetto ambizioso. Cristopharo lo realizza enfatizzando il melodramma e accompagnandosi a celebri arie liriche che incrementano in modo naturale il pathos. Riletture, ispirazioni, citazioni e richiami sono rielaborati in modo autonomo e la cifra stilistica di Cristopharo si precisa ulteriormente acquisendo ancora maggiore personalità rispetto al già notevole House of Flesh Mannequins che, dalla sua, aveva l’efficienza e il fascino dei meccanismi horror oltre a un consistente tasso di erotismo. Costellati di aforismi taglienti e fulminanti che è sempre un piacere sentire - “Certo che la fortuna esiste. Altrimenti come potremmo spiegare il successo degli altri?” (Jean Cocteau); “Se non avessimo difetti, non proveremmo tanto piacere a notare quelli degli altri” (François de La Rochefoucauld) - i dialoghi accompagnano con forbita eloquenza le immagini cercando la profondità e talvolta trovandola. L’uso delle canzoni - con Giovanna, indimenticata protagonista della canzone italiana, in evidenza - è cruciale nell’aumentare lo straniamento teatrale e nel commentare il procedere ineluttabile del dramma. Quello che comunque più si nota è l’incessante ricerca di giochi visuali, ricchi di simbolismi surreali, di una raffinatezza che pone su un piano astratto e senza tempo la riflessione sulla marginalità e sulle differenze, sull’amara non omologabilità dei diversi che costituisce il tema centrale del film. Resta qualche compiacimento di troppo, qualche lungaggine un po’ narcisistica in cui il film si specchia su se stesso e sulla bellezza delle sue immagini tralasciando il ritmo narrativo e prolungando il tempo di proiezione oltre quanto sarebbe utile e oltre quanto un montaggio più serrato e meno compiacente suggerirebbe. In questo, è compartecipe l’impostazione teatrale della rappresentazione, che si svolge sostanzialmente tutta in interni per aprirsi simbolicamente all’esterno solo nel finale. Ma sono difetti di esuberanza che non inficiano la bontà dell’insieme.
Il cast è notevole anche nei ruoli di contorno, con più di qualche illustre cameo (Maria Grazia Cucinotta e Ruggero Deodato in evidenza). Maria Rosaria Omaggio è una presenza di rilievo, mentre Valentina Mio dà cattiveria e fascino al personaggio di Salomè, la cui avidità si direbbe disumana se non fosse in realtà sin troppo umana. Le fanno da contraltare un adeguato Francesco Venditti, in un ruolo ricco di sfumature, tutt’altro che tipizzato e il bravo Fabiano Lioi. Giampiero Ingrassia e il glorioso Venantino Venantini offrono sapienti prove d’attore in ruoli analoghi che fungono da collante alla storia, commentandola, seguendola e presentandola.
Gli spettatori del museo delle meraviglie vengono a vedere le stranezze, le stupefazioni della marginalità, della diversità. Gli spettatori di questo film, in un gioco di rimandi, si trovano nella medesima situazione, ma senza, forse, lo stesso senso di colpa: li aspetta un viaggio nell’insolito che difficilmente li deluderà.
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