giovedì 30 aprile 2020

Pico e il problema del blackout



Nel nuovo numero di Topolino - il 3362, attualmente in edicola - è pubblicata una mia nuova storia. Si intitola Pico e il problema del blackout, dura 14 pagine ed è disegnata da Francesco Guerrini. Questa storia segna il mio ritorno su Topolino dopo un po' di tempo ed è quindi una storia per me particolare: è una storia semplice, che spero di aver risolto in modo divertente. Testimonia il mio interesse per il lavoro sui cosiddetti secondari che, se ben utilizzati, possono dare notevoli soddisfazioni attraverso l'utilizzo ragionato delle loro caratteristiche specifiche. Insomma, per farla breve, possono far ridere anche loro, in prima persona.

I disegni di Francesco Guerrini, autore che stimo molto e con cui ho collaborato anche ai vecchi tempi, sono di notevole finezza ed espressività, oltre che di grande attenzione al dettaglio soprattutto nelle scenografie. 

sabato 28 marzo 2020

Bob Dylan - Murder Most Foul



Ieri Bob Dylan, a otto anni di distanza dal suo ultimo album di materiale nuovo (Tempest), ha pubblicato una nuova canzone. Si intitola Murder Most Foul ed è un brano di potenza poetica epica della durata di quasi 17 minuti, il che dovrebbe stabilire un nuovo record in campo dylaniano. Ma la durata non significa nulla, naturalmente. La canzone prende spunto dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e anche in questo Dylan mostra di non aver paura d’essere apparentemente fuori tempo. Così come in Tempest aveva rievocato il Titanic e John Lennon molti anni dopo, qui riprende un momento epocale, quello dell’assassinio avvenuto a Dallas nel 1963, per poi andare un po’ ovunque in una canzone che sembra una summa emozioni ale di una generazione, di più generazioni. Non è una canzone consolatoria. Tutt’altro. Però nel ricordarci cosa siamo e cosa siamo stati ci può aiutare, in questi tempi di assedio da parte di un nemico invisibile, a venire a patti con quanto sta accadendo e a riflettere sulla natura umana. È una canzone straordinaria che dimostra una volta di più l’unicità di Bob Dylan. Nessun altro avrebbe potuto scrivere una canzone come questa. E nessun altro avrebbe potuto interpretarla come lui, con una voce capace di sfumature delicate e ricca di un’incomparabile espressività. Il testo è una miniera di intuizioni, suggestioni e saggezza e fornisce un accompagnamento amaro e disilluso, ma non rassegnato, alla vita di ognuno di noi, nella consapevolezza che sta a noi, al nostro comportamento, trovare la strada per una salvezza morale. "I hate to tell ya, mister, but only dead men are free".


sabato 7 marzo 2020

The Grudge



A volte i film, come le piante, ributtano. Il reboot di una serie famosa si intitola The Grudge ed è diretto da Nicolas Pesce. Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies non deve fare altro che cliccare qui e andare su quel sito, dove troverà anche molte altre cose interessanti.

sabato 22 febbraio 2020

La casa del padre



La casa del padre è un film di Vincenzo Totaro che affronta in modo particolare l’incontro tra due persone in un momento difficile della loro vita.

Antonio è un uomo di una certa età che torna nella casa dei genitori dove non andava da trent’anni. I genitori sono morti e il fratello Corrado insiste perché la casa sia venduta. Antonio la pensa diversamente, è più legato alla casa, a quello che ha significato, ai ricordi che suscita. Come da accordi col fratello, però, Antonio accoglie Angela, una donna che ha manifestato interesse per la casa e gliela mostra a questo scopo. Poi però spara una cifra assurda che suscita una reazione di perplessità nella donna che, mentre Antonio è impegnato nell’ennesima telefonata col fratello, se ne va. Antonio, mentre sistema alcune cose e ne cerca altre per il figlio Federico, scorge dalla finestra la donna che è ancora nei paraggi, sotto l’acqua battente di una pioggia che sembra interminabile. Perciò la richiama su e comincia con lei una relazione sotto una chiave diversa, più personale. Quando arriva la vera Angela, Antonio si rende conto che quella venuta prima non era affatto l’Angela che aspettava. Manda però via la vera Angela dicendole che non vogliono più vendere e accettandone di buon grado le ire. Poi si dedica alla finta Angela, che in realtà si chiama Cristina.

Girato tutto all’interno di un appartamento e di impianto quasi teatrale, il film si concentra in modo praticamente esclusivo su due personaggi - gli unici fisicamente in scena a parte la fugace comparsa della vera Angela - che si incontrano quasi per caso e si ritrovano ad approfondire la loro conoscenza, rivelandosi le loro debolezze, fragilità e difficoltà. Ma la casualità è probabilmente un’illusione. Il lavoro sui personaggi è interessante e molto approfondito. I ricordi della vita passata permangono ancora nella casa, sono un segno palpabile della vita vissuta là dentro e ogni tanto - con movimenti apparentemente incongrui - manifestano la loro presenza, come fantasmi del passato. Come se gli oggetti di una casa assorbissero le anime di chi ha vissuto e volessero in qualche modo esprimerle.

I dialoghi sono spesso significativi e anche arguti. Riescono a far emergere i sentimenti senza esporli in modo troppo evidente. Tutto resta sottinteso e poco viene spiegato, anche della situazione effettiva dei protagonisti, che resta opportunamente nel vago. Interessante è anche la professione - o ex professione - di Antonio, che è un fumettista, con tutto quello che ciò rimanda anche in termini di rimpianto per un mondo che appartiene al passato di un fumetto che era molto diverso da quello che è adesso. Il desiderio di trovare reciproco sollievo dai problemi di un’esistenza in qualche modo compromessa è reso chiaro dal comportamento dei personaggi, così come è sempre altrettanto chiaro come sia improbabile che riescano a ottenerlo.



Molto riuscito il finale, dai contorni metafisici, che introduce un elemento di incertezza su quanto abbiamo visto sin lì e che si apre su uno squarcio di infinito.
Azzeccata la scelta del bianco e nero sia perché si adatta bene al tono intimista del racconto sia perché massimizza l'efficacia del contrasto con le parti a colori all'inizio e alla fine del film. La regia di Vincenzo Totaro è sobria e attenta, con alcune raffinatezze, come la transizione dagli occhi della protagonista alle stelle della notte, realizzata in modo elegante, senza enfasi. Buona la prova dei protagonisti Manuela Boccanera e soprattutto Antonio Del Nobile. Unico difetto di una certa rilevanza, a mio avviso, è che il film è troppo lungo, con alcuni tempi morti che lo appesantiscono.

venerdì 14 febbraio 2020

Dylan & Me: 50 Years of Adventures di Louie Kemp



Questo è un libro che non mi sarei mai aspettato di poter leggere ed è un bene che invece sia stato scritto. Dylan & Me: 50 Years of Adventures di Louie Kemp (Westrose Press) è infatti un libro scritto da un amico fraterno di Bob Dylan, quel Lou Kemp che è comparso di quando in quando anche nella carriera musicale di Dylan, ma che per il resto ha fatto la sua vita di imprenditore di successo (nel campo dell’industria ittica) lontano dai riflettori. Come lontana dai riflettori è stata la loro amicizia di cui solo alcuni barlumi ogni tanto rifulgevano qua e là. Così come quella del terzo amico del cuore, quel Larry Kegan (“Not you, Larry… the other Larry”) che rimase tetraplegico dopo un tuffo sfortunato in giovane età ed è rimasto amico di Dylan e di Kemp sino alla sua fine, avvenuta nel 2001, colto da infarto - come racconta Lou Kemp - proprio mentre andava a comperare Love & Theft dell’amico.

In questo libro, Kemp racconta cinquant’anni e oltre di amicizia, ma chi si aspetta di trovarci qualche exposé o qualche retroscena da pettegolezzo resterà deluso: questo è il libro di un amico che è rimasto tale e che vuole tramandare un’amicizia forte - un’amicizia come quelle che molti vorrebbero aver avuto nella loro vita e pochi hanno invece avuto - nata in un campo estivo nel 1953 nel Wisconsin, quando Dylan - ancora Zimmerman - aveva dodici anni e Lou Kemp ne aveva undici. Eppure, come risulta chiaro dalle parole di Kemp, Dylan aveva già ben chiaro cosa avrebbe voluto fare della sua vita. I racconti di Kemp sono vividi e ci mostrano, soprattutto negli anni giovanili, un ritratto di Dylan che nessuno dei suoi biografi aveva potuto tracciare. Il ritratto di un ragazzo scatenato e particolare, pieno di verve e di vitalità, sempre controcorrente e sempre amante della musica.

Ed emerge anche come Dylan, nei confronti degli amici d’infanzia, sia sempre rimasto lo stesso e sia sempre rimasto molto presente anche dopo essere diventato famoso. Kemp racconta di come sia ritornato a essere molto vicino a Dylan sia durante la lavorazione di Pat Garrett & Billy the Kid sia durante il famoso tour del ’74, quello del grande ritorno con la Band dopo otto anni senza tournée. Ma è anche cruciale il racconto che Kemp fa della nascita della Rolling Thunder Revue, quel baraccone spettacolare che Dylan ha messo in piedi nel 1975 e nel 1976 e che è stato recentemente celebrato da Scorsese nel suo ottimi documentario di cui ho già parlato. Kemp di quella tournée è stato in sostanza il manager, l’organizzatore e quindi ha pieno titolo per raccontarne premesse, sviluppi e aneddoti. E lo fa in modo simpatico e vivace. Tutto il libro è scritto in modo molto piano e comunicativo: la lettura risulta quindi molto gradevole e interessante.

Anche i racconti del periodo cristiano di Dylan sono in un certo senso chiarificatori delle dinamiche di quel momento e delle dinamiche successive, mostrando come Dylan fosse da sempre molto interessato alle problematiche religiose senza particolari preclusioni.

Kemp parla anche molto di sé, soddisfatto di essere anche lui un uomo di successo e di non aver mai avuto bisogno di Bob per motivi né economici né di realizzazione personale e questo è un elemento da non sottovalutare con riguardo alla solidità della loro amicizia e al fatto che fosse assolutamente disinteressata. Molti sono gli aneddoti divertenti che riguardano personaggi famosi: su tutti, quella volta che Bob Dylan è andato a vedere la prima di una commedia di Sam Shepard rendendola indimenticabile e non per i giusti motivi. Ma molti sono quelli che riguardano anche Marlon Brando, Joni Mirtchell, Leonard Cohen, Kinky Friedman e altri ancora, compreso il Nobel alla Letteratura e i suoi retroscena.

Un libro in definitiva consigliato a tutti quelli che hanno un interesse nei confronti di Bob Dylan. Una testimonianza su un’amicizia importante che ci ricorda come Dylan sia anche una persona normale, cosa di cui a volte è difficile ricordarsi in considerazione di quanto ha fatto e di quanto ha significato e continua a significare.

Il libro è in inglese. Io l’ho letto nell’edizione Kindle che è molto economica. In questo profluvio di testi dylaniani, è un libro di cui consiglierei senz’altro un’edizione italiana a qualche editore coraggioso.

giovedì 13 febbraio 2020

Almost Dead




Esce oggi al cinema Almost Dead, un horror italiano diretto da Giorgio Bruno e interpretato da Aylin Prandi.

Chi è interessato a sapere cosa ne penso può andare qui e leggere la recensione che ho scritto per MYmovies.

lunedì 27 gennaio 2020

Segnocinema 221




Nel numero di Segnocinema attualmente in dsitribuzione, vale a dire il n. 221 (gennaio-febbraio 2020), ci sono come sempre molte cose interessanti per chiunque si interessi di cinema (recensioni, segnalazioni, saggi). Segnalo soprattutto lo speciale Vent'anni nel 2000 - Traioettorie nel cinema dal 2000 al 2019 seconda parte. Di particolare interesse per me è, all'interno di questo speciale, la sezione nella quale 41 critici provvedono a segnalare quelli che ritengono essere i cinque migliori film del ventennio con l'aggiunta di segnalazioni facoltative per visioni ulteriori (cortometraggi, serie tv, visioni 'altre'). Leggere le segnalazioni è molto interessante e fonte di ispirazione. Tra questi 41 ci sono anch'io e colgo l'occasione per dare conto di un piccolo refuso nelle mie segnalazioni: in luogo del Dark Water di Walter Salles, intendevo segnalare il Dark Water di Hideo Nakata. Buona lettura.




venerdì 10 gennaio 2020

In the Trap



In the Trap è un nuovo horror italiano diretto da Alessio Liguori. In sala uscirà a marzo, ma intanto chi è interessato può leggere la recensione che ho scritto per MYmovies cliccando qui.

Qui sopra un'immagine dal film, con Miriam Galanti in evidenza. Gli altri interpreti principali sono David Bailie, Jamie Paul e Sonya Cullingford.

giovedì 19 dicembre 2019

La Banda nel Messaggero dei Ragazzi n. 1043!



Nel n. 1043 (dicembre 2019) del Messaggero dei Ragazzi, attualmente in distribuzione, è pubblicata una nuova storia della Banda, la serie per la quale scrivo da qualche anno, sempre con grande piacere, le sceneggiature.

Questo nuovo episodio si intitola Una notte all'inferno ed è disegnato, con la consueta grande perizia e immaginazione, dall'immarcescibile Luca Salvagno, che è stato anche il creatore grafico della serie. La storia appartiene al versante più umoristico della serie, ma tocca argomenti di notevole momento. Per dirla con Bob Dylan, What Good Am I? L'occasione è sempre buona per farsi un esame di coscienza e trarne, in qualche modo, le conseguenze.

Qui sopra alcune vignette tratte dalla storia: mi fa piacere segnalare l'omaggio di Luca a un personaggio dei fumetti che quelli della mia generazione - e anche della sua e di tante altre - hanno molto amato.

domenica 24 novembre 2019

The Making of George A. Romero's Day of the Dead




Il giorno degli zombi è il film più sfortunato dell’originale trilogia dedicata da George A. Romero ai morti viventi. Sfortunato perché condizionato da avverse convergere produttive che hanno portato Romero a rivedere drasticamente la sua visione originaria in seguito al consistente abbattimento del budget e sfortunato perché, per vari motivi, non ha incontrato, almeno all’epoca della sua uscita, né la fortuna commerciale né quella critica. Considerato dai più una sorta di prodotto minore, soprattutto in relazione ai suoi fratelli maggiori (La notte dei morti viventi e Zombi), è sempre stato difeso, soprattutto negli ultimi anni, da Romero che era arrivato al punto da considerarlo il migliore dei suoi film dedicati ai morti viventi.

Sia come sia, è un film interessante, anche per il modo in cui è venuto alla luce e per le circostanze che ne hanno caratterizzato la produzione. Per questo il libro di Lee Karr The Making of George A. Romero’s Day of the Dead (Plexus Publishing Ltd) si rivela una lettura indispensabile per ogni appassionato di horror e, soprattutto, per chi voglia approfondire il cinema di Romero. Io ho letto la Kindle Edition, in inglese: chi vuole può acquistarla a questo link.

Il libro è un’analisi completa, per quanto possibile tenuto conto che è stato pubblicato a circa trent’anni dall’uscita del film, della fase produttiva de Il giorno degli zombi, ricomprendendo anche la fase di preproduzione e quella relativa alla distribuzione e all’accoglienza del film. Il grosso del libro è dedicato a una sorta di diario di produzione con la suddivisione giorno per giorno e l’indicazione di quali scene sono state girate quando. Il tutto arricchito da dettagli, curiosità e dichiarazioni di quasi tutte le persone coinvolte nella produzione, dagli attori ai tecnici, da Romero stesso al team che si occupava di trucchi ed effetti speciali, capitanato da Tom Savini. Ne emerge il ritratto vivido di un capolavoro imperfetto che ha visto Romero costretto a riscrivere integralmente la sceneggiatura in seguito alla riduzione del budget (dovuta, com’è noto, al suo desiderio di realizzare un film unrated, che non subisse le pastoie della censura). E ne emerge anche un ritratto colorato e vivace del clima di lavorazione un po’ anarchico e pieno di buonumore tipico dei set di Romero. Le riprese del film sono durate ben oltre i 50 giorni e questo rende l’idea del perfezionismo e della dedizione di Romero, se teniamo conto di come molti degli horror dell’epoca - e di epoche precedenti - venissero girati in quattro settimane o anche meno. Le condizioni di lavorazione erano piuttosto estreme dato che gran parte del film è stata girata in una vera miniera, con tutto ciò che ne consegue.

Molto interessante è anche la dichiarazione di Romero contenuto nel libro che spiega perché, subito dopo la fine del film, lui ha lasciato la Laurel di Richard Rubinstein con cui aveva stretto un ferreo sodalizio: “La cosa con la Laurel, Richard voleva fare più televisione e io volevo fare film. È stata una specie di rottura naturale. La mia ragione per lasciare era puramente relativa a una strategia di business. Io volevo fare film, non ero molto interessato alla TV”. Il riferimento è alla serie televisiva Tales from the Darkside.

Interessante è anche il resoconto dell’andamento commerciale del film che, costato circa tre milioni e duecentomila dollari, ha incassato poco meno di sei milioni di dollari negli Stati Uniti e circa 28 milioni nel mondo. Perciò, alla fine, non un insuccesso totale.

Lettura consigliata, sotto molti profili.

sabato 16 novembre 2019

Cattive storie di provincia




Cattive storie di provincia è il nuovo film di Stefano Simone, regista di cui mi sono occupato più volte in questo blog, e rappresenta il suo ritorno al thriller dopo alcuni film nei quali erano state tematiche di impegno sociale a prevalere. Tratto liberamente dall’omonimo lavoro letterario di Gordiano Lupi, il film segue un percorso narrativo articolato, ma piuttosto semplice e lineare.

Giacomo Lupi (Luigi Armiento) è un giovane scrittore in difficoltà. Sono passati tre anni dal suo ultimo romanzo - che peraltro non ha nemmeno avuto un particolare successo - ed è in totale crisi creativa, del tutto paralizzato e incapace di creare qualcosa di nuovo. La moglie Mara (Rosa Fariello) non manca di manifestargli il proprio disprezzo sia perché la trascura sia perché non è in grado di garantirle un adeguato tenore di vita. L’editore (Filippo Totaro) lo sollecita a produrre dandogli una sorta di ultimatum: se non gli porterà qualcosa entro due mesi risolverà il contratto. Giacomo non sa che pesci pigliare. In suo soccorso arriva un amico che gli consiglia di guardarsi intorno e di trarre spunti dalla realtà che lo circonda. Incapace di trovare alternative, Giacomo segue il consiglio dell’amico e osserva. Il metodo sembra funzionare e arrivano i primi spunti permettendo a Giacomo di ricominciare a scrivere di buona lena. Ma qualche conseguenza c’è.

La storia presenta motivi di interesse e tratteggia in modo convincente l’arco psicologico del personaggio principale che da inerte diventa osservatore e poi sempre più partecipe agli avvenimenti. Le cose che non vengono spiegate o vengono presentate, per così dire, in lontananza con la conseguente (e preziosa) ambiguità danno un tono adeguatamente misterioso alla vicenda. Si alternano sequenze mute - in genere le più efficaci anche per la capacità di Simone nella scelta delle inquadrature e del contesto scenico - ad altre molto dialogate che spiegano la situazione sin troppo nei dettagli (pur senza, opportunamente, dire tutto) e sono talvolta un po’ piatte e meramente funzionali.

Ma il difetto principale del film è la sua lentezza che, unita a un’eccessiva lunghezza (quasi due ore), rallenta troppo il ritmo dilatando gli avvenimenti oltre quanto sarebbe opportuno per rendere del tutto avvincente e godibile la visione. Eppure, il montaggio (a cura di Simone) di alcune sequenze - veloce, con molti stacchi ripetuti - evidenzia una capacità narrativa che, se applicata anche al resto del film, lo avrebbe reso, a mio avviso, migliore. In questo senso, è esemplare in senso positivo la parte conclusiva, soprattutto la sequenza chiave del film, risolta quasi senza parole - con il solo monologo molto efficace di Rosa Fariello - e con un azzeccato uso della colonna sonora, in modo da massimizzare l’efficacia e da garantire un’economia narrativa altrove assente.

Gli interpreti hanno un’efficacia perlopiù variabile: a volte (più spesso, per la verità) si dimostrano efficaci e in parte, altre volte denotano incertezze dovute probabilmente a inesperienza. Il più continuo ed efficace è Filippo Totaro, aiutato anche dal fatto che il suo ruolo è giocato su toni ironici e sopra le righe che gli sono congeniali. Oltre alla regia e al montaggio, Simone cura anche la fotografia - molto buona e con ottima scelta dei colori - e scrive la sceneggiatura. Efficace ed espressiva la colonna sonora di Luca Auriemma.

Nell’insieme, il film è interessante e fa buon uso delle ambientazioni, ma gli avrebbe giovato una maggiore severità nel montaggio conclusivo, in modo da ridurne la durata e rendere più concisa e veloce la narrazione.

sabato 2 novembre 2019

Doctor Sleep


 Giovedì scorso è sucito nelle sale italiane Doctor Sleep, un horror un po' particolare in quanto è tratto da un romanzo di Stephen King (e questo non è per niente particolare) che è il seguito di un altro suo romanzo di successo, vale a dire The Shining (e questo è particolare perché, a quanto pare, King non aveva ancora fatto un seguito di un suo romanzo). Ma la cosa ancora più particolare è che è anche e soprattutto il seguito della versione cinematografica che il grande Stanley Kubrick trasse dal romanzo originario di King. Dirige Mike Flanagan (Il gioco di Gerald).

Chi è interessato a leggere la recnesione che ho scritto per MYmovies, può cliccare qui e andare su quel glorioso sito.

Quis opra un'immagine della protagonista Rebecca Ferguson.