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giovedì 8 ottobre 2020

Bob Dylan and Cinema: la citazione mancante

 

 


L’altro giorno ho segnalato l’intervista che mi ha fatto Marco Zoppas con riferimento al rapporto tra Bob Dylan e il cinema e che, come potete leggere nel post che ho richiamato, è stata pubblicata sia in italiano sia in inglese, grazie all’attenta traduzione di Marco. L’ultima parte dell’intervista si riferisce in particolare alle citazioni cinematografiche che si rinvengono nell’ultimo album di Dylan, il maestoso Rough and Rowdy Ways. Le citazioni sono molte e varie e ho cercato di elencare tutte dopo aver ascoltato con attenzione molte volte il disco. È naturale però che qualcosa poteva essermi sfuggito. E qualcosa in effetti mi era sfuggito. Me ne sono accorto proprio stasera riascoltando per l’ennesima volta False Prophet, un fascinoso bluesaccio contenuto nell’album.

Nell’ultima strofa, infatti, Bob Dylan dice: “Something’s got to give”. Something’s Got to Give è il titolo dell’ultimo film di Marilyn Monroe, che doveva essere diretto dal grande George Cukor e che è rimasto incompleto proprio per l’improvvisa morte dell’attrice. Il riferimento è interessante proprio in considerazione dell’unitarietà dell’album in cui non mancano rimandi interni e in cui è contenuta l’epica Murder Most Foul, dedicata all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Di JFK si mormora che Marilyn fosse stata l’amante e proprio la Monroe è espressamente citata in Murder Most Foul rendendo ancora più suggestivo il richiamo proprio al film non realizzato che ha chiuso in modo inquietante e inquieto la sua formidabile carriera di diva per antonomasia.

Va da sé che ho intitolato questo post "la" citazione mancante, ma più correttamente avrei dovuto dire "una" citazione mancante perché è assai probabile che qualcos'altro emergerà e io e Marco cercheremo nel caso di darne conto.

Qui sopra un’immagine dal celeberrimo set di foto scattate da Lawrence Schiller durante la lavorazione di Something’s Got to Give, in cui Marilyn rifulge ancora di un fascino rimasto intaccato dagli anni.

domenica 24 maggio 2020

Bob Dylan 79




Oggi Bob Dylan compie gli anni: anche quello trascorso è stato un anno ricco di cose interessanti, per quel che lo riguarda. In primo luogo è uscito su Netflix l’atteso documentario diretto da Martin Scorsese: Rolling Thunder Revue: Martin Scorsese racconta Bob Dylan. Inoltre, è stato pubblicato un altro - stavolta piccolo - cofanetto di The Bootleg Series, quello contrassegnato con il numero 15: Travelin’ Thru. Dedicato al periodo tra il 1967 e il 1969 si occupa inizialmente di uno dei dischi più densi e misteriosi di Bob Dylan, John Wesley Harding, mostrando come il suono essenziale e già perfetto di quel disco non avesse dato luogo a particolari variazioni neanche in fase realizzativa e preparatoria, come se il disegno fosse emerso già rifinito, senza dubbi o ripensamenti. La restante parte del cofanetto è dedicata alla famosa session con Johnny Cash da cui all’epoca emerse solo la Girl from the North Country di Nashville Skyline, per finire con alcune incisioni con Earl Scruggs, mago del bluegrass. Materiale quindi sempre interessante, ma che ha fatto solo da antipasto alla notizia che da tempo aspettavamo, quella di un disco nuovo di materiale originale. Il disco, Rough and Rowdy Ways, uscirà solo in giugno, ma è stato anticipato da tre canzoni che già hanno fatto intuire che si tratterà di un lavoro importante: Murder Most Foul, I Contain Multitudes e False Prophet. Tutte canzoni di rilievo e tutte diverse tra loro, pur con un evidente filo comune. insomma, tutto lascia presagire che sarà un grande album: a otto anni di distanza dall’ultimo - il gap maggiore tra i dischi di Bob Dylan - non si poteva sperare di meglio.
In attesa che possano tornare i concerti e magari che torni anche a esibirsi in Italia, non resta che fargli i migliori auguri di buon compleanno.

sabato 28 marzo 2020

Bob Dylan - Murder Most Foul



Ieri Bob Dylan, a otto anni di distanza dal suo ultimo album di materiale nuovo (Tempest), ha pubblicato una nuova canzone. Si intitola Murder Most Foul ed è un brano di potenza poetica epica della durata di quasi 17 minuti, il che dovrebbe stabilire un nuovo record in campo dylaniano. Ma la durata non significa nulla, naturalmente. La canzone prende spunto dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e anche in questo Dylan mostra di non aver paura d’essere apparentemente fuori tempo. Così come in Tempest aveva rievocato il Titanic e John Lennon molti anni dopo, qui riprende un momento epocale, quello dell’assassinio avvenuto a Dallas nel 1963, per poi andare un po’ ovunque in una canzone che sembra una summa emozioni ale di una generazione, di più generazioni. Non è una canzone consolatoria. Tutt’altro. Però nel ricordarci cosa siamo e cosa siamo stati ci può aiutare, in questi tempi di assedio da parte di un nemico invisibile, a venire a patti con quanto sta accadendo e a riflettere sulla natura umana. È una canzone straordinaria che dimostra una volta di più l’unicità di Bob Dylan. Nessun altro avrebbe potuto scrivere una canzone come questa. E nessun altro avrebbe potuto interpretarla come lui, con una voce capace di sfumature delicate e ricca di un’incomparabile espressività. Il testo è una miniera di intuizioni, suggestioni e saggezza e fornisce un accompagnamento amaro e disilluso, ma non rassegnato, alla vita di ognuno di noi, nella consapevolezza che sta a noi, al nostro comportamento, trovare la strada per una salvezza morale. "I hate to tell ya, mister, but only dead men are free".