lunedì 12 aprile 2010

Breve reportage da Torino Comics




Più che breve, brevissimo. Anche perché non c'ero e quindi dovrei inventarmi tutto. C'erano però i prodi Davide Corsi e Alessandro Gottardo. Quest'ultimo mi ha fornito diverse foto scattate in loco (per la maggior parte da lui, tranne quelle in cui c'è anche lui dato che non ha ancora perfezionato lo scatto breve - nel senso di corsa - che permette di impostare l'autoscatto e fiondarsi in mezzo al gruppo in posa senza avere il fiatone al momento in cui la foto viene immortalata).

Nella prima di queste foto si può vedere Ivo Milazzo impegnato in una fervida conversazione. Nella seconda spicca un folto gruppetto composto nell'ordine, da sinistra, da Davide Corsi, Davide Caci, Giorgio Figus (che, da torinese, giocava in casa, senza quindi poter migliorare la media inglese) e Alessandro Gottardo. Nella terza si vede Gianfranco Goria. In un paio di queste foto si intravedono particolari di una tavola appartenente a un misterioso progetto fumettistico nel quale sono coinvolto anch'io (oltre a Davide Corsi e Alessandro Gottardo).

Non metto alcun riferimento qualificativo ai nomi suddetti, nell'auspicio che tutti sappiano chi sono, vista la chiara fama. Se qualcuno invece ha delle lacune e non sa chi sono, be'... come diceva Totò, si informi!

Per concludere questo informativo reportage posso dire che Alessandro mi ha riferito che è stato tutto molto divertente. La prossima volta magari cerco di svitarmi dalla poltrona e di farci un salto anch'io.





domenica 11 aprile 2010

Tim Burton al MoMA


La mostra principale attualmente in corso al Museum of Modern Art di New York è dedicata a Tim Burton e, in attuazione degli standard di qualità che ci si può aspettare da un’istituzione così prestigiosa, è assolutamente fantastica e imperdibile. Non mi voglio dilungare, però è il caso di dire che sono rappresentati, con elaborati, documenti e opere, tutti i vari periodi del percorso artistico di Burton, dai primi tentativi ai film della consacrazione e oltre. Tra le curiosità esposte, lo scambio di lettere con la responsabile di una casa editrice (non occorre dire quale, ma è molto famosa) cui l’ancora liceale Burton aveva inviato una sua opera (anch’essa esposta: una sorta di fiaba illustrata) ottenendone un garbato rifiuto molto acutamente motivato e, comunque, molto supportivo. Proprio come succede in Italia, dove le lettere di rifiuto - se riescono a materializzarsi - sono una sorta di modulo prestampato e del tutto impersonale. Che sia per questo che negli Usa ogni tanto il talento viene ancora premiato e riesce a emergere?

Come in ogni mostra che si rispetti, c’è anche un catalogo, la cui copertina è riprodotta qui sopra. Anche il catalogo è imperdibile. Dopo una dichiarazione di Tim Burton e la presentazione di Glenn D. Lowry, ci sono due interessante saggi, il primo di Ron Magliozzi (che inizia con questa significativa frase: “For Tim Burton, drawing is exercize for a restless mind”) e il secondo di Jenny He (An Auteur for All Ages). Ma soprattutto ci sono le riproduzioni di decine e decine di disegni di Burton, a testimonianza di uno stile e di una versatilità notevoli. Al di là del valore dei suoi singoli film - comunque generalmente elevatissimo - Burton è uno dei pochissimi autori cinematografici di questi anni ad avere una personalità così forte e caratteristica da rendere immediatamente identificabile, anche dopo pochi fotogrammi, ogni sua pellicola. Non è poco, in questo mondo così omologato e appiattito. Questa mostra e questo catalogo celebrano la sua diversità e la sua grandezza.

sabato 10 aprile 2010

B Movie Posters






Mi hanno sempre affascinato i manifesti cinematografici, in particolare quelli di una volta, quando era il disegno a farla da padrone. Oggi, i manifesti sono quasi esclusivamente fotografici e hanno perso l’impatto favolistico per guadagnarne in efficienza pubblicitaria, almeno così si dice. Inutile dire che i manifesti che mi piacciono in particolar modo sono quelli, bizzarri e rutilanti, dei film di genere, capaci di creare aspettative che quasi sempre non trovavano riscontro nei film cui si riferivano.

Nel corso degli anni sono state molte le pubblicazioni che hanno raccolto parte di questo tesoro altrimenti effimero. I volumi dedicati ai poster cinematografici sono tra quelli più piacevoli da sfogliare, passando attraverso mondi fantastici, orripilanti e/o titillanti. Segnalo quindi una raccolta che ho visto da poco - ma magari non è recentissima - e che è edita dal Museum of Modern Art di New York, più familiarmente MoMa. Si tratta di un cofanetto che racchiude cinquanta cartoline ciascuna delle quali riproduce un poster. Il titolo è
B Movie Posters e quindi è a quel variegato genere di film che i poster appartengono. Confezione e riproduzioni sono perfette, sullo standard che ci si può aspettare da un istituto così prestigioso.

L’enfasi è sugli horror e sui film di fantascienza, ma sono ben rappresentati anche i juvenile delinquents e i film sulle bad girls, con Gloria Castillo in evidenza. La scelta va dal banale (nel senso di film, e poster, conosciutissimi) all’oscuro. A titolo esemplificativo ne riproduco quattro, relativi a film di vario interesse.
Mothra (1961) di Ishiro Honda appartiene al ciclo dei mostri giapponesi e ne è uno degli esempi più strani, con la farfalla gigante del titolo a rappresentare un’incongrua minaccia e soprattutto con le sue stranissime e adoranti ninfe (o quello che sono). Teenage Caveman (1958) è un curiosissimo fantapreistorico con colpo di scena diretto niente meno che da Roger Corman e interpretato da Robert Vaughn. Recentemente è stato oggetto di uno strano remake a opera di Larry Clark (più noto come regista di film su adolescenti per così dire problematici) intitolato didascalicamente - e con traduzione letterale - qui da noi Adolescente delle caverne (2002). Teenage Zombies (1959) è una bizzarria no-budget firmata dall’ineffabile Jerry Warren: a vedere la frase di lancio promette molto, ma purtroppo mantiene poco. I Married a Monster from Outer Space (1958) - qui da noi intitolato Ho sposato un mostro venuto dallo spazio, ovvero l’esclamazione che dev’essere venuta in mente a molte mogli alla prima visione del marito mentre assiste a una partita di calcio in tv - è invece un fantahorror coi fiocchi, ottimamente diretto da Gene Fowler jr.

Oltre a questi ce ne sono altri 46 e ognuno vale la pena, compreso quello, famosissimo, riprodotto sulla copertina e anch’esso relativo a un film diventato un vero cult.

venerdì 9 aprile 2010

Rosco, Sonny e una casa in vendita


Nel Giornalino n. 15, in edicola questa settimana, c'è un nuovo episodio della serie dedicata agli agenti speciali Rosco & Sonny. Come ho già ricordato più volte su queste colonne (anzi, forse la colonna è una sola), la serie è stata creata nel 1981 da Claudio Nizzi, uno dei massimi sceneggiatori italiani, per i disegni di Giancarlo Alessandrini. Quasi subito ad Alessandrini subentrò Rodolfo Torti, mentre diversi anni dopo ai testi arrivai niente meno che io.

L'episodio di questa settimana si intitola Una casa in vendita e molti saranno sorpresi di sapere che ha al suo centro proprio una casa della quale è in corso la vendita. A parte questo, Rosco e Sonny sanno che la casa contiene un mistero e devono cercare di scoprirlo e risolverlo. Ci riusciranno? Be', non pretenderete che vi dica tutto...

Qui sopra una vignetta, con l'inconfondibile stile di Torti.

giovedì 8 aprile 2010

La città verrà distrutta all'alba e qualcos'altro


Tra poco esce il remake del classico film di Romero. Chi vuole leggere la mia recensione sul sito di MyMovies non ha che da andare qui. Questa nuova versione è diretta da Breck Eisner e interpretata da Timothy Olyphant, Radha Mitchell e, soprattutto, Joe Anderson.

Per l'inerzia del jet-lag non ho aggiornato le ultime uscite - non che debba farlo sempre, ma quasi sì - perciò segnalo che, sempre su MyMovies, sono uscite una puntata di Horror Frames dedicata a Penny Dreadful e agli autostoppisti horror (sì, ci sono anche quelli) e la recensione di Hatchet, un revival dello slasher anni Ottanta.

Buona lettura, se vi va, e soprattutto buona visione per chi andrà a vedere i film (soprattutto
La città verrà distrutta all'alba). Nella foto qui sopra il cast del film: da sinistra, Joe Anderson, Timothy Olyphant, Radha Mitchell e Danielle Panabaker.

mercoledì 7 aprile 2010

Bob Dylan a fumetti (2)



So che l’attesa era spasmodica al punto da essere diventata quasi insostenibile, perciò passo alla seconda puntata del Bob Dylan a fumetti di cui ho cominciato a parlare qui.

Come ho già detto, si tratta di una miniserie che vede il vecchio Bob trasformato in un personaggio dei fumetti. Il secondo albo della trilogia è il n. 52 della collana Rock’n’Roll Comics ed è uscito nel settembre 1992.

Si intitola The Jester’s Thorny Crown (1966-1976) e percorre velocemente un altro decennio fondamentale della vita di Bob Dylan, partendo dall’incidente motociclistico del 1966 e arrivando alla seconda parte della Rolling Thunder Revue. Come al solito una cronologia abbastanza accurata dei fatti dylaniani accompagna lateralmente lo svolgersi del fumetto, senza che vi siano miglioramenti nella fisiognomica.

La somiglianza dei personaggi alle persone reali che intendono raffigurare è lasciata prevalentemente alla buona volontà del lettore e all’ausilio di didascalie e dialoghi. Nella vignetta che ho messo qui sopra si parla della collaborazione tra Johnny Cash e Bob Dylan nel 1968 e, guardando Dylan e Cash, si può capire cosa intendo.

A parte questo, il fumetto, pur essendo didascalico alla settima potenza, si mantiene onesto e di qualche interesse (solo ovviamente per chi è interessato a Dylan). Ed è curioso pensare che sia esistita un’intera - e lunga - collana dedicata a fumetti sui cantanti rock.

martedì 6 aprile 2010

Flani (5): La fabbrica dell’orrore


Un altro reperto storico dai (non poi così) mitici anni Settanta: La fabbrica dell’orrore, sicuramente nella top ten degli horror interamente girati in Cornovaglia, ma solo perché non credo ce ne siano più di dieci, se ci arrivano.

La scheda del film potete trovarla nel Dizionario dei film horror, se volete. Qui sottolineo come si trattasse di un “veicolo” per Mike Raven, mancata star dell’horror britannico. Nel cast - e la cosa è più interessante - c’è anche Me Me Lay, indimenticata protagonista di Il paese del sesso selvaggio.

Quando l’ho visto al cinema La Quirinetta (o era l’Arcobaleno? Forse era proprio l’Arcobaleno: entrambi comunque non esistono più da parecchio) mi aspettavo molto e sono rimasto piuttosto deluso. Ma perché mi aspettavo molto? Leggete il flano per capirlo: a quei tempi davo retta a quello che dicevano le pubblicità cinematografiche e l’enfasi non mancava di certo.

“Saranno i 90 minuti che ricorderete per tutta la vita!”. In effetti, mi manca ancora un po’ (spero un bel po’) da vivere e il film me lo ricordo ancora, ma me lo ricordo come qualcosa di piuttosto noioso. Inoltre non sono certo di ricordarmi tutti i 90 minuti, credo di ricordarmene al massimo una quarantina. Vale lo stesso?

Riguardo all’angosciosa domanda che ancora risuona (“Può una mente essere così diabolica da racchiudere un terribile segreto in un bellissimo corpo di donna?”), credo che la risposta sia sì, anche se non sono certo di aver compreso a pieno la domanda.

Mirabile come sempre la sintesi dei brevi giudizi de La Notte (ho conservato anche quello, pensate un po’): “Week-end da batticuore in casa di pittore psicopatico. Ma non è il solo ad avere le rotelle difettose”. Per la verità, mi pare che fosse uno scultore, ma chissà, forse dipingeva anche.

mercoledì 17 marzo 2010

Horror Frames: Mutants


Questa volta - come altre volte e altre ancora ne verranno - parliamo di zombie, nella rubrica Horror Frames su MyMovies. In particolare, di zombie francesi. Chi li identifica con quelli dell'ineffabile I morti viventi sono tra noi può ricredersi guardando Mutants di David Morlet, che si inserisce piuttosto bene - pur con qualche manchevolezza - nella nuova ondata di horror francesi.
Se volete leggere quello che ho scritto, andate qui.
Nella foto, la combattiva protagonista interpretata da Hélène de Fougerolles.

venerdì 12 marzo 2010

Livio Lorenzon e Alan Steel




Di questi tempi, con il mio figlioletto, sto facendo scorpacciate cosmiche di pepla che già, spesso ma non sempre, avevo visto quando ero bambino (e anche dopo, quando capitava l’occasione, per la verità).

Conseguentemente mi balzano agli occhi gli attori (e le attrici, tra cui Sylva Koscina - il cui ruolo in Le fatiche di Ercole, da ragazzina, è interpretato nientemeno che da Paola Quattrini - Anna Maria Polani, la mitica e ubiqua Helga Liné e molte altre) che ne sono stati protagonisti.

Più dei classici e famosi Steve Reeves, Gordon Scott, Reg Park e così via - che avevo ben presenti - mi hanno colpito un paio di attori, uno dei quali avevo sì ben presente e apprezzavo da tempo ma mi ero dimenticato quanto fosse duttile e l’altro, invece, che mi era del tutto passato inosservato (o comunque avevo dimenticato). Il primo dei due è Livio Lorenzon, l’altro è Alan Steel.

Alan Steel, al secolo Sergio Ciani, è stato Ercole, Ursus, Sansone e Maciste e altri ancora degli eroi muscolosi del peplum. A differenza di molti degli altri attori del genere ha però prediletto toni scanzonati e umoristici, facendo risaltare un’autoironia che non poteva essere solo degli autori (sceneggiatori e registi), ma in qualche modo doveva essere anche sua. Possente e muscoloso, era però anche agile e nelle scene d’azione risaltava per convinzione ed efficacia. Alcune delle lotte o delle risse da taverna in cui veniva coinvolto sembrano prefigurare il Bud Spencer dei western comici di diversi anni dopo. In questo senso è tipico e insuperabile Ercole, Sansone, Maciste e Ursus gli invincibili (1964), diretto con spirito e intelligenza da Giorgio Capitani. Sin troppo avanti rispetto ai tempi - o fuori da qualsiasi tempo, se si vuole - è un simpatico guazzabuglio nel quale tutti i colossi del peplum si affrontano e si scontrano per futili motivi in un contesto umoristico-avventuroiso nel quale spicca anche una impagabile Lia Zoppelli nel ruolo di una svanita regina. Brioso, vivace, senza tempi morti, è un film assolutamente da recuperare. Alan Steel ci sguazza alla grande, pienamente nel suo elemento, sottolineando con apparente seriosità la comicità delle situazioni e prendendo in giro i luoghi comuni del peplum.

Livio Lorenzon era invece un memorabile villain. Calvo, baffuto, vigoroso, era il perfetto ritratto del barbaro o dell’ambizioso e risoluto cortigiano. Capace di una recitazione forte e al tempo stesso sottile, riusciva spesso a infondere tocchi di ironia puramente visuali che sono il segnale di un grande attore al lavoro. Un esempio calzante si ha quando, nei panni di uno dei triunviri babilonesi Salman Osar, riceve in regalo dal re assiro una preziosa spada nel film Ercole contro i tiranni di Babilonia, modesto peplum con un Ercole (Rock Stevens alias Peter Lupus) non memorabile e senza barba: il susseguirsi di espressioni di Lorenzon è perfettamente calibrato e rende a meraviglia la psicologia del personaggio, disegnandone i contorni a tutto campo e andando anche oltre, per profondità, efficacia e ironia, di quanto poteva essere in sceneggiatura.

Anche quando non era il cattivo principale - come in Ercole contro Roma, nel quale è Mansurio, luogotenente del perfido Filippo Afro di Daniele Vargas - Lorenzon riesce a ritagliarsi uno spazio di visibilità unico con la sua sola presenza carismatica, la sua flessibilità e capacità di un attore spesso confinato nel medesimo ruolo, ma capace di renderlo ogni volta diverso e interessante.

Triestino, Lorenzon è il classico attore che rappresenta un valore aggiunto in ognuno dei film che ha interpretato (e fortunatamente sono stati tanti, pur in una carriera che purtroppo si è svolta sostanzialmente nell’arco di due soli decenni).

Qui sopra Livio Lorenzon nella copertina del dvd di La rivolta dei sette, e Alan Steel in due immagini da Ercole contro Roma.

venerdì 5 marzo 2010

Legion


Tra qualche giorno esce Legion di Scott Stewart, un nuovo film che si inserisce nel minifilone degli angeli più o meno caduti. Chi vuole sapere cosa ne penso può andare qui e leggere la recensione che ho scritto per MyMovies.
Nella foto un'immagine dal film, con Kate Walsh e Willa Holland. Nel cast c'è anche Dennis Quaid, non a caso quello che se la cava meglio (come attore).

mercoledì 3 marzo 2010

Horror Frames: Mum and Dad


L'horror familiare (nel senso di horror sulle famiglie, non per famiglie) è stavolta al centro della rubrica Horror Frames che scrivo per MyMovies: in particolare si parla del film britannico Mum & Dad di Steven Sheil. Not for the squeamish, direbbero gli inglesi che, più o meno, vuol dire che gli impressionabili è meglio che si astengano. Chi vuole sapere cosa ho scritto, può andare qui.

Sopra, una foto dal film con la brava Olga Fedori e l'altrettanto bravo - ma un po' troppo gigione - Perry Benson.

lunedì 1 marzo 2010

Occhi senza volto su Rai 3



Normalmente non faccio segnalazioni televisive, ma questa volta, come si dice, non mi posso esimere. Nella notte di venerdì 5 marzo alle ore 2.45 (quando quindi è già sabato: lo dico per i precisi) su Rai 3, nell’ambito di quella meritoria trasmissione che è Fuori Orario, viene mandato in onda Occhi senza volto di Georges Franju, uno dei pochi (venti in tutto) film ai quali ho dato cinque stellette - vale a dire il massimo - nel mio Dizionario dei film horror (Corte del Fontego). Chi non l’ha visto e se lo perde - per dirla con Amedeo Nazzari - peste lo colga.

Per l’occasione, eccezionalmente, ripropongo qui sotto la scheda che al film ho dedicato sul Dizionario dei film horror, così chi per caso (o anche non per caso, ma per ferale determinazione) non ce l’avesse può avere un’idea di come sono scritte le schede di cotal Dizionario.

Ecco qui:
“Il dottor Génessier (Pierre Brasseur) è un chirurgo di eccezionale bravura, la cui vita è stata sconvolta dall’incidente d’auto che è costato la bellezza alla figlia Christiane (Edith Scob), costretta a vivere dietro una maschera bianca per celare a chiunque, anche a se stessa, il suo volto deturpato. Ma Génessier non si è rassegnato e con disperata determinazione cerca di restituire alla figlia la bellezza perduta servendosi dei volti di ragazze adescate grazie all’aiuto della fedele assistente Louise (Alida Valli). Capolavoro assoluto di uno dei registi più unici e interessanti del cinema francese. Affascinante melodramma orrorifico, girato con uno stile sublime in un bianco e nero allucinante che rende alla perfezione i chiaroscuri dell’anima, è un film di cui è facile innamorarsi e che dimostra come anche la materia più greve e potenzialmente effettistica come l’horror chirurgico - di cui questo film è una sorte di precursore - possa essere elevata ai massimi livelli artistici. La trama è semplice, ma è raccontata con qualità narrative e visuali uniche acquisendo significati e valori molteplici e profondi. I personaggi, lungi dall’essere le macchiette monodimensionali che caratterizzeranno il sia pur godibilissimo per altri versi sottogenere sadico-chirurgico, sono estremamente complessi e sfaccettati, resi con grande senso drammatico da ottimi interpreti tra cui una grande Alida Valli e un sofferto Pierre Brasseur. Su tutti però emerge la tragica figura di Edith Scob, la cui maschera bianca, simbolo di una purezza destinata a infrangersi, è un’icona che non si dimentica. Poco dopo, con Il diabolico dott. Satana, Jesus Franco avrebbe dato la versione pulp dell’argomento. *****”.

In un’intervista a Paolo Spagnuolo, ho detto che Occhi senza volto è il film che consiglierei a chi vuole avvicinarsi all’horror, perciò buona visione.

Qui sopra un paio di immagini dal film, con Edith Scob in evidenza.