Dopo una pausa di alcuni anni, tra qualche mese riparte una delle saghe più famose dell'horror, quella che vede al centro la figura di Jigsaw, alias John Kramer, interpretato da Tobin Bell. Il film d'esordio. Saw - L'enigmista, fece sensazione e lanciò la carriera di James Wan (e dello sceneggiatore Leigh Whannell). In sette film, la serie sembrava essersi conclusa, ma mai dire mai, come si sa. La nuova partenza si intitola Jigsaw ed è affidata alla regia dei fratelli Spierig, autori tra l'altro di Daybreakers - L'ultimo vampiro.
Per l'occasione ho scritto per MYmovies una sorta di overview sulla serie e sulle prospettive: se volete leggerla cliccate qui.
lunedì 31 luglio 2017
venerdì 28 luglio 2017
Angoscia
Tra qualche giorno esce nelle sale il film d'esordio come regista di Sonny Mallhi, già produttore di diversi horror significativi (con un occhio, agli inizi, al cinema asiatico: ha prodotto il remake del melodramma fantasy coreano Il mare e dell'horror tailandese Shutter). Il film si intitola, come già un classico melodramma dell'inquietudine con Charles Boyer e un inquietante film di Bigas Luna, Angoscia.
Se vi interessa leggere la mia recensione, scritta per MYmovies, basta che clicchiate qui e sarete immediatamente sul posto e potrete magari restarci un po' per altre cose interessanti.
Notevole la prova di Ryan Simpkins, questo posso già anticiparlo.
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lunedì 17 luglio 2017
George A. Romero (1940-2017)
La scomparsa di George A. Romero è la fine di un'epoca, forse la fine di un certo modo di fare cinema horror. Ho scritto un tributo alla sua memoria per MYmovies: chi vuole leggerlo può cliccare qui.
Nel corso degli anni ho scritto molto su Romero. A partire dagli articoli preparati per Robot e Aliens e poi non pubblicati per la chiusura di quelle riviste. Poi ci fu un lungo articolo pensato per Nosferatu anch'esso non pubblicato per motivi analoghi. Ma proprio su Nosferatu scrissi un articolo in tre puntate sull'influenza generata da Romero sul cinema horror, un'influenza fortissima che lo ha cambiato per sempre. Successivamente ho scritto un lungo articolo sulla carriera di Romero per Amarcord, nel quale, credo per la prima volta in Italia, parlavo di There's Always Vanilla, avendolo visto: un film che si era sempre dato per perduto. Poi è stata la volta del Dizionario dei film horror che mi ha consentito di riprendere in mano il discorso sul versante horror dell'opera di Romero. Un versante importante e preponderante, ma non esclusivo perché Romero ha fatto anche altro e, se non fosse stato un poliedrico spinto alla monocoltura, molto altro avrebbe fatto. Quindi è stata la volta di un altro lungo articolo per Segnocinema in cui prendevo in esame gli "altri" film di Romero, appunto, quelli senza zombie, che sono comunque parecchi e parecchio significativi. Anche senza morti viventi Romero sarebbe stato una figura significativa nel mondo del cinema. Con i morti viventi è stato una figura unica.
Quanto sopra per rimarcare l'importanza che l'opera di Romero ha avuto nella mia vita. Ricordo ancora quando con mio fratello Gianni siamo andati a vedere La notte dei morti viventi al cinema Roma: era il 1971 e non avrei avuto l'età per superare il limite dei 18 anni, ma mi fecero entrare lo stesso. Da quel momento quel film è diventato il mio cult per eccellenza e l'ho guardato più volte, ma con moderazione, ogni certo numero di anni, per evitare di stufarmene. E ogni volta con il timore di trovarlo impoverito e banalizzato dall'iterazione zombesca nel frattempo intervenuta. Non è ancora successo: ogni volta che l'ho rivisto mi è sembrato come mi era sembrato la prima volta. Perfetto.
Nel corso degli anni ho scritto molto su Romero. A partire dagli articoli preparati per Robot e Aliens e poi non pubblicati per la chiusura di quelle riviste. Poi ci fu un lungo articolo pensato per Nosferatu anch'esso non pubblicato per motivi analoghi. Ma proprio su Nosferatu scrissi un articolo in tre puntate sull'influenza generata da Romero sul cinema horror, un'influenza fortissima che lo ha cambiato per sempre. Successivamente ho scritto un lungo articolo sulla carriera di Romero per Amarcord, nel quale, credo per la prima volta in Italia, parlavo di There's Always Vanilla, avendolo visto: un film che si era sempre dato per perduto. Poi è stata la volta del Dizionario dei film horror che mi ha consentito di riprendere in mano il discorso sul versante horror dell'opera di Romero. Un versante importante e preponderante, ma non esclusivo perché Romero ha fatto anche altro e, se non fosse stato un poliedrico spinto alla monocoltura, molto altro avrebbe fatto. Quindi è stata la volta di un altro lungo articolo per Segnocinema in cui prendevo in esame gli "altri" film di Romero, appunto, quelli senza zombie, che sono comunque parecchi e parecchio significativi. Anche senza morti viventi Romero sarebbe stato una figura significativa nel mondo del cinema. Con i morti viventi è stato una figura unica.
Quanto sopra per rimarcare l'importanza che l'opera di Romero ha avuto nella mia vita. Ricordo ancora quando con mio fratello Gianni siamo andati a vedere La notte dei morti viventi al cinema Roma: era il 1971 e non avrei avuto l'età per superare il limite dei 18 anni, ma mi fecero entrare lo stesso. Da quel momento quel film è diventato il mio cult per eccellenza e l'ho guardato più volte, ma con moderazione, ogni certo numero di anni, per evitare di stufarmene. E ogni volta con il timore di trovarlo impoverito e banalizzato dall'iterazione zombesca nel frattempo intervenuta. Non è ancora successo: ogni volta che l'ho rivisto mi è sembrato come mi era sembrato la prima volta. Perfetto.
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sabato 15 luglio 2017
Wish Upon
Nei cinema è arrivato un nuovo film horror, Wish Upon di John R. Leonetti, che torna a occuparsi di una dlele tematiche ricorrenti del genere: quella della realizzazione dei desideri e delle imprevedibili conseguenze che questo spontaneo atto di egoismo può comportare.
Dal famoso racconto La zampa di scimmia di W.W. Jacobs in poi (ma, a ben pensarci, anche prima), letteratura e cinema hanno tratto sviluppi interessanti da questo spunto. John R. Leonetti, autore di Annabelle, prende di petto la materia e la tratta con rispetto. Chi vuole leggere la mia recensione su MYmovies deve solo fare clic qui.
Qui sopra un'immagine della protagonista, Joey King, nel film.
Dal famoso racconto La zampa di scimmia di W.W. Jacobs in poi (ma, a ben pensarci, anche prima), letteratura e cinema hanno tratto sviluppi interessanti da questo spunto. John R. Leonetti, autore di Annabelle, prende di petto la materia e la tratta con rispetto. Chi vuole leggere la mia recensione su MYmovies deve solo fare clic qui.
Qui sopra un'immagine della protagonista, Joey King, nel film.
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giovedì 29 giugno 2017
Bedevil - Non installarla
Ieri è uscito un nuovo film horror, Bedevil - Non installarla. Il film, scritto e diretto dai fratelli Vang, mette in scena i problemi di un gruppo di cinque giovani amici alle prese con una diabolica app che, sfruttando le loro paure recondite, ha pessime intenzioni nei loro confronti. La malevola app proviene dal telefonino di una loro amica, recentemente defunta proprio in seguito - ma loro lo scopriranno dopo - alle azioni del micidiale software. Che fare? Uno dei giovani è esperto di informatica (quello non manca mai, tranne nella realtà, quando ti serve), ma basterà la sua conoscenza per impedire guai seri? Scommetto che sapete la risposta.
Chi vuole leggere la recensione che ho scritto su questo film non deve fare altro che cliccare qui e andare su MYmovies.
Chi vuole leggere la recensione che ho scritto su questo film non deve fare altro che cliccare qui e andare su MYmovies.
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sabato 17 giugno 2017
Help! Il cinema di Richard Lester
C’è stato un periodo in cui sembrava davvero impossibile che Richard Lester potesse sbagliare un film. È stato un periodo breve, ma intenso, nel pieno di una decade decisamente intensa, gli anni ‘60. Lester non sbagliava un colpo, proponendosi come una figura imprescindibile nel cinema di quegli anni. Il suo sguardo era intelligente, curioso, intellettualmente stimolante. Il suo stile vivace, anticonvenzionale, innovativo, pur se inserito sulla scia di una tradizione (quella della commedia inglese, che lui, americano, aveva assimilato alla perfezione) solida e importante. I film di quegli anni sono tutti brillanti, quasi tutti anche dei successi commerciali. I film dei Beatles, Non tutti ce l’hanno, Come ho vinto la guerra, Dolci vizi al foro, Petulia: tutti film significativi e imperdibili. Per non parlare di Mani sulla luna che rielabora e prosegue l’esilarante situazione iniziata con Il ruggito del topo, diretto da un altro americano in momentaneo esilio (dal suo apese e dai suoi temi preferiti) come Jack Arnold. Lo stile (in)imitabile di Lester ne aveva fatto il divulgatore, per così dire, della nouvelle vague godardiana per il grande pubblico, ma con un’impronta personalissima che lo affrancava da ogni possibile accusa di derivatività.
Poi a un certo punto le cose sono cambiate. Il contatto con il pubblico è andato svanendo e alcune scelte sono risultate poco vincenti sia sotto il profilo del successo commerciale sia sotto quello più propriamente artistico. Ma Lester ha sempre mantenuto la voglia di stupire e di proporre la sua visione, anche quando si è trovato al timone di filmoni supereroistici. La sua parabola mi ha ricordato in parte quella di Hal Ashby, regista dal tocco magico sino a un certo punto e poi reietto in quella Hollywood che l’aveva portato in palmo di mano. La differenza, sostanziale, è che Lester è ancora tra noi, in perfetta forma, e se si è ritirato l’ha fatto volontariamente per motivi che non avevano a che vedere con la mancanza di proposte.
Help! Il cinema di Richard Lester (Edizioni Il Foglio, 162 pagg., € 15) a cura di Roberto Lasagna, Anton Giulio Macino e Fabio Zanello, colma una lacuna editoriale proponendo un esame dettagliato e pressoché esaustivo della carriera cinematografica di Lester. Il volume è articolato in una serie di saggi. Io ne ho scritto uno. Gli altri sono Danilo Arona, Teresa Avolio, Francesca Brignoli, Mario Gerosa, Roberto Lasagna, Alberto Libera, Federico Magni, Anton Giulio Mancino, Giovanni Memola, Michele Raga, Barbara Rossi, Chiara Rioci e Fabio Zanello. La prefazione è di Mario Molinari.
Il mio pezzo riguarda Dolci vizi al foro ed è stato un piacere scriverlo anche perché mi ha “costretto” a rivedere un film che ricordavo solo da una visione avvenuta nella metà degli anni ‘70. Tra gli altri saggi segnalo in particolare quello di Danilo Arona (è stato simpatico dividere di nuovo qualche pagina con lui dopo più di trent’anni - o addirittura quaranta - dai tempi di Aliens e, ancora prima, di Kronos) che si è occupato di Mutazioni, in un modo singolare e stimolante. Ma tutti i saggi sono interessanti e compongono, nell’insieme, un quadro articolato e sfaccettato di un autore ingiustamente dimenticato, dando anche contezza delle traversie produttive che si è trovato ad affrontare soprattutto nell’ultima parte della sua carriera.
Poi a un certo punto le cose sono cambiate. Il contatto con il pubblico è andato svanendo e alcune scelte sono risultate poco vincenti sia sotto il profilo del successo commerciale sia sotto quello più propriamente artistico. Ma Lester ha sempre mantenuto la voglia di stupire e di proporre la sua visione, anche quando si è trovato al timone di filmoni supereroistici. La sua parabola mi ha ricordato in parte quella di Hal Ashby, regista dal tocco magico sino a un certo punto e poi reietto in quella Hollywood che l’aveva portato in palmo di mano. La differenza, sostanziale, è che Lester è ancora tra noi, in perfetta forma, e se si è ritirato l’ha fatto volontariamente per motivi che non avevano a che vedere con la mancanza di proposte.
Help! Il cinema di Richard Lester (Edizioni Il Foglio, 162 pagg., € 15) a cura di Roberto Lasagna, Anton Giulio Macino e Fabio Zanello, colma una lacuna editoriale proponendo un esame dettagliato e pressoché esaustivo della carriera cinematografica di Lester. Il volume è articolato in una serie di saggi. Io ne ho scritto uno. Gli altri sono Danilo Arona, Teresa Avolio, Francesca Brignoli, Mario Gerosa, Roberto Lasagna, Alberto Libera, Federico Magni, Anton Giulio Mancino, Giovanni Memola, Michele Raga, Barbara Rossi, Chiara Rioci e Fabio Zanello. La prefazione è di Mario Molinari.
Il mio pezzo riguarda Dolci vizi al foro ed è stato un piacere scriverlo anche perché mi ha “costretto” a rivedere un film che ricordavo solo da una visione avvenuta nella metà degli anni ‘70. Tra gli altri saggi segnalo in particolare quello di Danilo Arona (è stato simpatico dividere di nuovo qualche pagina con lui dopo più di trent’anni - o addirittura quaranta - dai tempi di Aliens e, ancora prima, di Kronos) che si è occupato di Mutazioni, in un modo singolare e stimolante. Ma tutti i saggi sono interessanti e compongono, nell’insieme, un quadro articolato e sfaccettato di un autore ingiustamente dimenticato, dando anche contezza delle traversie produttive che si è trovato ad affrontare soprattutto nell’ultima parte della sua carriera.
martedì 6 giugno 2017
Texted Version - Bob Dylan 2016 Nobel Lecture in Literature
Bob Dylan ha realizzato la sua "lecture" (conferenza, potremmo tradurre, o lezione) per il premio Nobel per la letteratura che gli è stato conferito. Come c'era da aspettarsi, si tratta di una conferenza molto interessante, ricca di riferimenti al rapporto tra musica e letteratura e alle fonti di ispirazione di Dylan stesso. Questa versione ha il testo in inglese sovrimpresso rendendo così molto più facile seguirlo. Ne consiglio l'ascolto non solo per il contenuto, ma anche per la "recitazione" (se così si può dire) di Dylan. Parla di Buddy Holly, di Moby Dick, di All'Ovest niente di nuovo e dell'Odissea...
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giovedì 1 giugno 2017
Insidious 4
La saga horror di Insidious è tra quelle di maggior successo degli ultimi anni e i film si susseguono a ritmo incalzante. Tra qualche mese uscirà il quarto capitolo, Insidious 4, e già si comincia a parlarne. Anch'io ne parlo, su MYmovies, tracciando una breve storia della serie, creata dalla coppia formata da James Wan e Leigh Whannell. Chi vuole leggere ciò che ho scritto, deve cliccare qui. Tra gli interpreti c'è ancora l'ormai mitica Lin Shaye, che è morta nel primo film, ma continua a tornare, in una maniera o nell'altra. E ciò ci conforta.
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Rudy Salvagnini
sabato 27 maggio 2017
Pete Walker, un regista da tenere sempre presente
Pochi registi hanno saputo precorrere i tempi come Pete Walker che proprio per questo, però, ha ottenuto un riscontro, in termini di successo di pubblico, inferiore a quello che avrebbe meritato. Nel giro di pochi anni, Walker è stato in grado di realizzare un pugno di horror fortemente permeati di critica sociopolitica e di notevole efficacia narrativa: Nero criminale, La casa del peccato mortale, ...e sul corpo tracce di violenza e anche, sia pure su un livello inferiore, La terza mano. Film forti, duri, spietati, che rappresentano il nucleo principale dell’opera di un regista originale e spregiudicato. Ma se quei film sono il nucleo principale, c’è però anche molto altro perché tra i film “minori” di Walker ci sono delle piccole gemme come Cool It, Carol, un film di pura exploitation, molto stimolante e ben realizzato. Ci sono anche i film incompresi, tra cui spicca soprattutto La casa delle ombre lunghe, bistrattato per anni per aver “sprecato” l’unione eccellente dei maestri dell’horror (Price, Cushing e Lee, con un John Carradine di contorno), ma in realtà, come ha cercato di spiegare lo stesso Walker, film che ha giocato col genere e che ha sofferto per aspettative malriposte: in sostanza, per qualche motivo, ci si aspettava qualcosa che il film non era e lo si è giudicato sulla base di questo presupposto.
Nel corso degli anni, mi sono occupato spesse volte di Walker, proprio a testimonianza del fatto che è un autore che mi ha molto colpito. Nel 1978 ho curato per il cineclub universitario della mia città una personale di Walker: il cineclub, tra l’altro, all’epoca era diretto da nientemeno che Carlo Mazzacurati, Enzo Monteleone e Roberto Citran, tutti poi assurti a meritata notorietà in campo cinematografico. Nel 1980 per la rivista Aliens, edita da Armenia, ho scritto un lungo articolo su Walker passando in rassegna i suoi film sin lì usciti. A curare la sezione cinematografica di quella gloriosa rivista era Danilo Arona, anche lui scrittore e critico di grande e meritata fama. Nel 1990, o giù di lì, ho scritto per Nosferatu, altra rivista cult per l’epoca, un lungo articolo in più puntate dedicato ai riflessi sociopolitici dell’horror post romeriano e pertanto ho ripreso in esame l’opera di Walker. Poi nel 2002, per la gloriosa rivista Segnocinema, nell’ambito della serie Kings of Exploitation, ho scritto un altro lungo articolo sull’opera di Walker, cercando di portare su di lui l’attenzione di un pubblico cinefilo ma non necessariamente orrorofilo come quello di Segnocinema. Quando ho scritto il Dizionario dei film horror, prima edizione 2007, ho avuto di nuovo modo di passare in rassegna i film di Walker, uno dei quali è entrato nel ristretto novero dei film cui ho attribuito cinque stellette (massimo riconoscimento). Infine, per ora, ho dedicato a Walker il primo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 1 - Europa. In quell’occasione ho inserito anche un’intervista a David McGillivray, grande sceneggiatore e collaboratore di Walker per i suoi horror migliori. Insomma, direi che su Walker ho scritto un bel po’. Ed è stato un piacere, naturalmente.
Non c’è un motivo contingente per parlare di Walker, oggi. Non ci sono ricorrenze, anniversari, celebrazioni. L’unico motivo è un motivo di carattere generale, che c’è oggi, c’era ieri e ci sarà domani: ricordare i suoi film perché qualcuno li guardi.
Nel corso degli anni, mi sono occupato spesse volte di Walker, proprio a testimonianza del fatto che è un autore che mi ha molto colpito. Nel 1978 ho curato per il cineclub universitario della mia città una personale di Walker: il cineclub, tra l’altro, all’epoca era diretto da nientemeno che Carlo Mazzacurati, Enzo Monteleone e Roberto Citran, tutti poi assurti a meritata notorietà in campo cinematografico. Nel 1980 per la rivista Aliens, edita da Armenia, ho scritto un lungo articolo su Walker passando in rassegna i suoi film sin lì usciti. A curare la sezione cinematografica di quella gloriosa rivista era Danilo Arona, anche lui scrittore e critico di grande e meritata fama. Nel 1990, o giù di lì, ho scritto per Nosferatu, altra rivista cult per l’epoca, un lungo articolo in più puntate dedicato ai riflessi sociopolitici dell’horror post romeriano e pertanto ho ripreso in esame l’opera di Walker. Poi nel 2002, per la gloriosa rivista Segnocinema, nell’ambito della serie Kings of Exploitation, ho scritto un altro lungo articolo sull’opera di Walker, cercando di portare su di lui l’attenzione di un pubblico cinefilo ma non necessariamente orrorofilo come quello di Segnocinema. Quando ho scritto il Dizionario dei film horror, prima edizione 2007, ho avuto di nuovo modo di passare in rassegna i film di Walker, uno dei quali è entrato nel ristretto novero dei film cui ho attribuito cinque stellette (massimo riconoscimento). Infine, per ora, ho dedicato a Walker il primo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 1 - Europa. In quell’occasione ho inserito anche un’intervista a David McGillivray, grande sceneggiatore e collaboratore di Walker per i suoi horror migliori. Insomma, direi che su Walker ho scritto un bel po’. Ed è stato un piacere, naturalmente.
Non c’è un motivo contingente per parlare di Walker, oggi. Non ci sono ricorrenze, anniversari, celebrazioni. L’unico motivo è un motivo di carattere generale, che c’è oggi, c’era ieri e ci sarà domani: ricordare i suoi film perché qualcuno li guardi.
mercoledì 24 maggio 2017
Bob Dylan 76
Il tempo corre ed è di nuovo il compleanno di Bob Dylan. Giusto quindi scrivere un nuovo breve post augurale e celebrativo, come è mia consuetudine. L’anno passato è stato ricco di soddisfazioni per Dylan, ormai santificato con l’attribuzione di un insperato quanto meritato premio Nobel per la letteratura. Corollario è stata la ripubblicazione, per i tipi di Feltrinelli, della sua opera omnia con tutti i suoi testi tradotti da Alessandro Carrera. Questa volta, rispetto alla precedente che era in un volume unico, l’opera è stata suddivisa in tre volumi e arriva a comprendere anche l’ultimo disco di inediti, Tempest (2012). Chi non ce l’ha - sia i libri sia Tempest - farebbe bene a rimediare alla lacuna.
A latere, è proseguita l'attività artistica in altri campi, tra le sculture in ferro (cancellate comprese) e i quadri, che ormai cominciano a essere un corpus autoriale di tutto rispetto, a dimostrazione di una poliedricità impressionante.
C’è stato anche, poco tempo fa, un nuovo disco, triplo addirittura (Triplicate, appunto), tutto dedicato, come i due precedenti, alla riscoperta del patrimonio musicale della canzone americana rappresentata principalmente da Frank Sinatra. Più di qualcuno ha osservato che due dischi di quel genere potevano bastare, ma Bob Dylan è stato fedele, alla lettera, al motto “non c’è due senza tre!” e vedremo per il futuro. Io personalmente mi sono rifugiato più volentieri nel recente cofanetto con tutti i live del 1966, ma non disdegno nemmeno le varianti sinatriane.
Anche quest’anno, come l’anno scorso, pare che non ci siano date italiane e questo è davvero un peccato. I concerti di questo periodo, pur rimanendo ancorati a un format piuttosto rigido, confermano la buona salute vocale di Dylan, pur se, a differenza degli anni scorsi, è scomparsa l’armonica (e anche questo è un vero peccato). Ma ce ne faremo una ragione, in attesa che ricompaia.
sabato 20 maggio 2017
47 metri
Tra qualche giorno esce al cinema un nuovo squalo-movie, 47 metri. Normalmente, l'uscita di un film sugli squali non è un fatto da annotare nel proprio diario perché se c'è una cosa, in genere, noiosa quella è un horror con gli squali. Ma ci sono le eccezioni, per fortuna. Ci sono stati film come Open Water e come Paradise Beach - Dentro l'incubo. E adesso c'è questo 47 metri. Se volete leggere la mia recensione su MYmovies, basta che clicchiate qui.
La regia è di Johannes Roberts, specialista in horror sin qui non memorabili (tipo La foresta dei dannati). Nel cast c'è anche il "vecchio" Matthew Modine, ma ci sono soprattutto le due protagoniste, Mandy Moore e Claire Holt.
La regia è di Johannes Roberts, specialista in horror sin qui non memorabili (tipo La foresta dei dannati). Nel cast c'è anche il "vecchio" Matthew Modine, ma ci sono soprattutto le due protagoniste, Mandy Moore e Claire Holt.
martedì 2 maggio 2017
Amityville - Il risveglio
Tra qualche mese uscirà al cinema il nuovo episodio della lunga serie iniziata con The Amityville Horror di Stuart Rosenberg, nel 1979, ispirato, come tutti certo saprete, da una vicenda realmente accaduta (o così qualcuno dice).
Da allora a oggi di film collegati a quel prototipo ce ne sono stati parecchi e ce ne sono stati anche parecchi per nulla collegati, ma che hanno sfruttato il nome evocativo di Amityville nel titolo e pertanto in qualche modo fanno parte dell'indotto.
Questo nuovo film si intitola Amityville - Il risveglio e spero che il titolo non voglia riferirsi allo stato d'animo dello spettatore alla fine del film quando si riaccendono le luci in sala. Battute gratuite e ingenerose come questa a parte (ma sapete com'è, quando c'è l'occasione la battuta viene fuori da sola), il film ha qualche punto a favore a titolo di premessa positiva, a partire dal regista e dall'interprete principale.
Ma se volete saperne di più, potete andare a leggere l'articolo che ho scritto per MYmovies e che, nel presentare un po' il film per quel che se ne sa adesso, fa anche una panoramica di quanto è successo da quel primo film di Rosenberg in poi. Per leggere l'articolo basta che clicchiate qui.
Da allora a oggi di film collegati a quel prototipo ce ne sono stati parecchi e ce ne sono stati anche parecchi per nulla collegati, ma che hanno sfruttato il nome evocativo di Amityville nel titolo e pertanto in qualche modo fanno parte dell'indotto.
Questo nuovo film si intitola Amityville - Il risveglio e spero che il titolo non voglia riferirsi allo stato d'animo dello spettatore alla fine del film quando si riaccendono le luci in sala. Battute gratuite e ingenerose come questa a parte (ma sapete com'è, quando c'è l'occasione la battuta viene fuori da sola), il film ha qualche punto a favore a titolo di premessa positiva, a partire dal regista e dall'interprete principale.
Ma se volete saperne di più, potete andare a leggere l'articolo che ho scritto per MYmovies e che, nel presentare un po' il film per quel che se ne sa adesso, fa anche una panoramica di quanto è successo da quel primo film di Rosenberg in poi. Per leggere l'articolo basta che clicchiate qui.
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