mercoledì 4 marzo 2015

The Night We Called It a Day: il nuovo video di Bob Dylan

Il nuovo video di Bob Dylan è dedicato alla canzone The Night We Called It a Day, tratta dall’album di standard sinatriani Shadows in the Night, ed è un divertito omaggio al mondo del noir, del quale recupera le scelte figurative, con un bianco e nero modulato in ombre e luci, e i personaggi tipici, non esclusa la dark lady, che del noir è presenza caratteristica e quasi imprescindibile.

Come ho scritto più volte, anche nel mio Il cinema di Bob Dylan, Dylan ha spesso mostrato interesse per il cinema e per il cinema noir in particolare. Già una volta aveva tentato di utilizzarne stili e contenuti per un video, ma quella volta l’esperimento era sostanzialmente fallito, pur se i presupposti sembravano ideali. Il regista prescelto infatti era Paul Schrader, un autore di tutto rilievo, avvezzo ad aggirarsi nei meandri esistenziali dei thriller neo-noir. Anche la canzone prescelta quella volta (Tight Connection to My Heart) era “giusta” perché ricca in sé di riferimenti a quel mondo con citazioni bogartiane o comunque hard-boiled e una “storia” che era un film in miniatura, opaca e sfuggente come quelle dei noir. E tutto l’album da cui quella canzone era tratta (Empire Burlesque) si segnalava per un gioco di rimandi e citazioni cinematografiche. La scarsa convinzione di Schrader e un approccio forse troppo moderno e di (volontaria o involontaria) parodia portarono alla scarsa riuscita del tentativo, all’interno del quale Bob Dylan, come “attore”, risultava spaesato.

Gli ultimi video mostrano invece un Dylan più a suo agio, fermamente intenzionato a divertirsi impersonando dei cliché che gli sono evidentemente cari. Nash Edgerton, regista di tutti gli ultimi video di Dylan, sembra aver trobvato la chiave giusta per valorizzarlo con una sapiente miscela di anticonformismo, ironia ed eleganza formale, spesso all’insegna di una violenza che nel caso del video di Duquesne Whistle era “realistica” e metaforica e qui è invece chiaramente ironica e, se può esserlo la violenza, nostalgica.

Bob Dylan, in un ruolo affabilmente bogartiano, è affiancato in modo godibile da un veterano di Hollywood come Robert Davi (Trappola di cristallo e moltissimi altri film), faccia giusta da gangster se mai ve ne sono state, e si esibisce in un simpatico intreccio da doppio-triplo gioco, cui si presta anche una bionda dark lady dallo sguardo assassino, interpretata in modo più che adeguato da Tracy Phillips.

L’effetto complessivo è gradevole e a volte spiazzante. La ricerca formale non è tanto rivolta a una ricreazione esatta del noir degli anni ‘40, quanto a quella della sua “idea”, del suo “mito” e in questo senso si giustificano anacronismi e apparenti imprecisioni filologiche. Come nel caso di Duquesne Whistle, ciò che accade nel video non ha diretto collegamento con la canzone, ma se in quel caso esprimeva comunque in un certo modo l’anima dell’album da cui era tratta (Tempest), in questo caso rimanda al mondo fumoso e torbido dei night club cui The Night We Called It a Day comunque appartiene.



Il video è facilmente vedibile su YouTube.

martedì 24 febbraio 2015

Topolino Story

Come ho già scritto altre volte in questo blog, non mi pare il caso di segnalare le varie ristampe di mie storie disneyane, qui e là, in Italia e all'estero. Però talvolta, per un motivo o per l'altro, faccio delle eccezioni. Questa - come scriveva Lee Falk in alcune storie dell'Uomo Mascherato - è una di quelle volte. Non tanto per la storia, quanto per le due pagine che mi hanno gentilmente dedicato all'interno del volume, ripercorrendo la mia carriera, disneyana e no. Non c'è, né poteva esserci, tutto, ma è richiamato molto di quello che ho fatto nel corso del tempo.

Parlo, come i più avvertiti avranno intuito dal titolo di questo post, del primo numero della nuova Topolino Story che è uscito oggi assieme al Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport (vi lascio indovinare quale dei due ho comperato io). La vecchia serie si era fermata al 1978, proprio l'anno in cui ho cominciato a collaborare a Topolino (anche se la mia prima storia è stata pubblicata l'anno successivo). Questa serie inizia con il 1980, forse perché piaceva il numero tondo a inizio decade. Il 1979, comunque, verrà allegato al secondo numero, quello del 1981. Una iniziativa interessante, curata da Gianni Bono, che è sempre garanzia di qualità. Tra gli autori dei testi anche l'ottimo Luca Boschi. Le due pagine dedicate a me, leggo dal colophon, le ha scritte Gabriele Ferrero, che ringrazio.

Nel volume c'è anche una mia storia, Topolino e la banda del black-out che ricordo con piacere perché l'ha disegnata Giovan Battista Carpi, uno dei grandi dell'empireo disneyano. Rileggendola, mi è venuto in mente di quando l'ho scritta e mi è sembrato sia avvenuto qualche era geologica fa. In effetti.

domenica 22 febbraio 2015

Monnezza amore mio di Tomas Milian con Manlio Gomarasca

Le autobiografie dei personaggi dello spettacolo possono essere una lettura estremamente interessante perché ci permettono di conoscere qualcosa della vita e delle motivazioni che li hanno spinti a scegliere e a percorrere la loro strada. Nel caso di registi o sceneggiatori ci permettono di comprendere meglio le loro opere e che cosa vi era dietro (la bellissima autobiografia di Roman Polanski è un esempio calzante, ma ancora più mirabile ho trovato quella di Akira Kurosawa). Nel caso degli attori ci permettono di scoprire l’uomo (o la donna) dietro il simulacro che ci ha catturato sullo schermo. Le autobiografie di Christopher Lee e Peter Cushing, per esempio, pur se scritte con il naturale riserbo britannico (oltre che con lo humour altrettanto britannico), raccontano parecchio della personalità di quei due campioni dello schermo.

Tomas Milian è un attore dalle grandissime capacità, che ha posto al servizio di film di ogni genere, interpretando ogni tipo di ruoli. Seguendo la sua carriera nel corso degli anni - credo che il suo primo film che vidi fu Vamos a matar compañeros (in un cinema di Rovereto che naturalmente non esiste più; il cinema, non Rovereto) qualcosa come più di 40 anni fa, eppure lui me lo ricordo ancora, in quel film - mi ero fatto l’idea di un attore impegnato, serio, capace di agire per sottrazione quando serviva, che poi si era prestato al cinema commerciale con piacere ma anche per necessità, privilegiando quando poteva i ritorni al cinema “alto”. Leggere la sua autobiografia, Monnezza amore mio (Rizzoli, 302 pagg., € 18,50) - scritta con Manlio Gomarasca, grande esperto di cinema di genere e co-fondatore di quella strabiliante anomalia del mercato editoriale che è la rivista Nocturno - mi ha permesso di scoprire che, almeno in parte, mi sbagliavo. Milian traccia con ammirevole e sorprendente candore la sua parabola artistica lasciando capire come sia sempre stato un “naturale”, una persona nata per recitare, un istintivo nelle sue scelte e per nulla un intellettuale (almeno non nel senso che si dà comunemente alla parola). Se per i critici i film di Monnezza sono quasi un peccato da cui lui debba emendarsi in qualche modo - o sia stato emendato dalle altre cose più impegnate che ha fatto (e curiosamente proprio in questi giorni leggevo una recensione a uno dei film di Nico Giraldi su un vecchio numero della Rivista del Cinematografo in cui il recensore biasimava che Milian fosse tornato a quelle bassezze dopo aver fatto pensare a una rinascita con la sua partecipazione al bertolucciano La luna) - per Milian sono in un certo senso l’apice della sua carriera, non solo per il personaggio (ma molto anche per quello), ma anche perché, in quanto popolarissimi, hanno segnato la sublimazione del suo ruolo di attore, grazie all’incontro con il grande pubblico.

Ed è curioso anche l’utilizzo di Monnezza stesso - in una sorta di sdoppiamento della personalità - quale controcanto, espresso nel romanesco che tutti ci immaginiamo nella dizione di Ferruccio Amendola (il doppiatore di MIlian in quei film), a commentare e controbattere le affermazioni di Milian nel libro. L’effetto è spesso spiazzante, talvolta petulante, ma comunque originale.

Milian ripercorre le varie fasi della sua carriera soffermandosi sui momenti per lui più significativi con aneddoti sempre molto affascinanti e caratterizzati da una schiettezza a volte anche cruda, senza mai cercare l’autoincensamento, ma semmai talvolta sminuendo i propri esiti. Da Antonioni (per cui Milian interpretò in modo estremamente sobrio ed efficace Identificazione di una donna: la sobrietà di Milian in quel film mi ha sempre ricordato quella di Nicholson, altro mattatore dello schermo, in Professione: reporter sempre di Antonioni) a Dennis Hopper (con il suo delirante The Last Movie), a Bombolo (partner in molti film), sono molti i personaggi tratteggiati in modo vivido e inedito, dando spazio anche ai drammi umani che hanno segnato la sua vita.

Viene anche spiegata in qualche modo la sua “fuga” dall’Italia con l’approdo - o meglio, il ritorno - in America per una nuova fase della sua carriera che lo ha fatto in qualche modo uscire dai radar del pubblico italiano, per tornarvi solo occasionalmente con alcuni film di maggior risalto anche qui da noi, come Traffic di Soderbergh od Oltre ogni rischio di Abel Ferrara. Purtroppo l’ampiezza della carriera di Milian e lo spazio ristretto del libro lasciano fuori molte delle sue interpretazioni (per esempio mi sarebbe piaciuto sapere qualcosa di più sulla sua partecipazione a quel curioso film di Damiani, Gioco al massacro, in cui faceva coppia con Elliott Gould), ma questo era inevitabile.

Scorrevole e ricco di fatti e considerazioni, è un libro di grande interesse che vale senz’altro la pena di leggere, per incontrare di persona un attore che abbiamo visto così tante volte - e sempre con ammirazione - sullo schermo.

giovedì 19 febbraio 2015

La piramide

L'accoppiata composta da Alexandre Aja e Grégory Levasseur - qui nel ruolo rispettivamente di produttore e regista (esordio nel ruolo per Levasseur) - ci propone La piramide, da oggi nelle sale, un nuovo film che trae spunto dall'affascinante e ricca mitologia dell'antico Egitto, lasciando perdere le mummie, ma facendo ampio uso di molto altro.

Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies non ha che da cliccare qui, come al solito. Non mi dilungo quindi in questa sede sul film se non per sottolineare come, in un momento di evidente riflusso del formato del found-footage, se ne cominci a fare un uso "imbastardito", cercando di trarre vantaggio dalle sue peculiarità senza essere penalizzato dalle sue evidenti limitazioni a lungo andare. Una nuova tendenza di cui prendere atto, per il momento. Vedremo se avrà sviluppi.

Qui sopra, Ashley Hinshaw, la protagonista femminile del film.

lunedì 12 gennaio 2015

John Wick

Devo ammettere che ho sempre avuto un debole per i film basati sulla vendetta. Il meccanismo è elementare: azione e reazione. Dapprima il torto, poi la ragion fattasi. A livello narrativo, non si può sbagliare. La catarsi emozionale è conseguente. Sempre che, naturalmente, ci si sia giocati bene le carte con una chiara definizione di situazioni e personaggi. Il cinema ci ha giocato da sempre con risultati svariatissimi, talvolta cercando di trovare le ragioni psicologiche e di valutarne la caratura morale, talaltra abbandonandosi alla voluttà della rivincita. La fontana della vergine di Bergman è basato su una vendetta, L'ultima casa a sinistra di Craven anche, oltre tutto in sostanza sulla "stessa" vendetta: eppure, si tratta di film diversissimi, come filosofia e come esiti. Benché preferisca di gran lunga il film di Bergman, ho apprezzato anche quello di Craven, per motivi opposti. Ma il cinema di Hong Kong, tanto per cambiare latitudini, è stato definito cinema of vengeance, proprio perché gran parte delle storie del suo periodo più classico è basato sulla vendetta. La vendetta talvolta sconfina nel giustizialismo e si entra in territori minati dal punto di vista sociopolitico-morale, ma ciò non toglie che il meccanismo non cessa di funzionare a livello puramente emozionale.

Tutto questo per dire che ne sta arrivando un altro, di film di questo genere. Si tratta di John Wick e pur prendendo molto da molti altri film mantiene caratteristiche abbastanza particolari. Se volete leggere la recensione che ne ho scritto per MYmovies non avete che da cliccare qui.

Lo dirige Chad Stahelski e il protagonista è Keanu Reeves. Qui sopra un'immagine di Adrianne Palicki, protagonista femminile.

domenica 28 dicembre 2014

Flani (18) - Il terrore viene dalla pioggia

C'è stato un periodo - un periodo durato anni e anni - in cui l'arrivo dell'estate portava sempre buone nuove per gli amanti dell'horror. Infatti, la stagione morta dell'esercizio italiano si popolava di film dell'orrore della più varia provenienza che invece generalmente faticavano a trovare posto nei mesi più lucrosi.

Generalmente si trattava di prime visioni che era possibile vedere in cinema opportunamente semivuoti: la situazione ideale per vedere un horror. La cosa mi è recentemente successa per un horror di adesso - ero il solo spettatore - ed è stato come vederlo nel salotto di casa, ma con condizioni audio/video migliori.

Il terrore viene dalla pioggia - il flano risale all'agosto 1973 - lo vidi invece in un cinema (il cinema Corso, che naturalmente non c'è più da molti anni) relativamente gremito. Il film ebbe infatti un discreto successo: capitava anche allora che ci fossero i cosiddetti sleeper, quei film su cui non si puntava, ma che per le loro qualità emergevano in qualche misura coaugulando interesse e generando discreti incassi. Lo stesso sarebbe successo, per citarne uno, per Horror Express. E cito Horror Express perché interpretato dalla stessa grande coppia di Il terrore viene dalla pioggia: Christopher Lee e Peter Cushing. Potevi star certo: se c'erano loro due (o anche uno solo di loro), valeva sempre la pena di vedere un film (anche solo per vedere loro, naturalmente).

Il terrore viene dalla pioggia - di cui parlo ovviamente nel mio Dizionario dei film horror a cui rimando per maggiori dettagli - è un film che vi consiglio assolutamente di vedere, se vi capita. E se non vi capita, cercatelo. Il regista è Freddie Francis: non sarà come Terence Fisher, ma quando azzeccava il film era un grande. E in Il terrore viene dalla pioggia non ha sbagliato quasi niente. Per cui, in segno di ammirazione, doppio flano.

mercoledì 10 dicembre 2014

Kurt Vonnegut, Letters

Kurt Vonnegut è il mio scrittore contemporaneo preferito (è morto nel 2007). Non dico che sia il migliore in assoluto perché non ho letto tutti gli scrittori contemporanei né (per quanto ciò possa sorprendere) intendo leggerli. È uno dei pochi autori di cui possa dire d’aver letto tutto. E non ha scritto poco. Per fortuna, aggiungo. È stato una delle tre o quattro grandi influenze su di me (e accetto battute sugli effetti pratici di questa influenza sulla mia modesta produzione: in ogni caso non è stata colpa sua).

Una delle cose che più mi piacciono dei romanzi di Vonnegut sono le digressioni personali che sconfinano dalle trame e si aprono improvvise a riflessioni solo apparentemente ultronee e comunque molto interessanti e rivelatrici. Proprio per questo ho anche molto apprezzato i suoi libri non di narrativa, che raccoglievano testi sparsi, discorsi, conferenze e cose del genere. Palm Sunday, per esempio.

Quel Vonnegut arguto, brillante e spesso amaro non solo capace di discutere su tutto ma anche desideroso di farlo è ben presente in un libro che ho scoperto per caso fosse uscito e racchiude un’ampia scelta delle molte lettere che lo scrittore americano ha scritto nella sua lunga vita. Il libro è Kurt Vonnegut - Letters, Delacorte Press, 2012, 428 pagine (per il momento solo in inglese, ma mi auguro che qualcuno ne faccia un'edizione italiana). Dan Wakefield - scrittore e soprattutto (per quel che qui importa) amico di Vonnegut - le ha raccolte e ordinate suddividendole per decadi e facendo precedere ciascuna decade da una presentazione che inquadra la vita di Vonnegut nel periodo. Inoltre, molto opportunamente, ha inserito, quando servivano, annotazioni informative a precedere le singole lettere spiegando chi fossero i destinatari o le persone o i fatti citati nelle lettere.

Si dispiega così nel corso degli anni un ritratto composito di un artista che ha vissuto di stenti per lungo tempo prima che, quasi improvvisamente, il suo talento venisse riconosciuto con il successo di Mattatoio 5, quando ormai Vonnegut era quasi cinquantenne. Con la necessità di mantenere una famiglia numerosa (composta anche dai tre figli della sorella morta giovane) di cui era l’unico sostentamento, Kurt Vonnegut ha fatto di tutto per sopravvivere, anche il venditore di Saab, con esiti fallimentari peraltro, in quel caso (da qui la gag in epoca tarda: Vonnegut sosteneva di non aver vinto il Nobel perché gli svedesi ancora ce l’avevano con lui per il suo fallimento con la Saab). È struggente vedere nelle lettere del periodo come, pur pervaso dal suo tipico pessimismo cosmico, non si sia mai arreso.

Ma anche nei decenni successivi, quando il successo arriva impetuoso e duraturo, non mancano problemi e amarezze, anche per questioni familiari. Soprattutto la vecchiaia che arriva inesorabile sembra un prezzo da pagare troppo alto, con il corollario di un’avvertita perdita di brillantezza creativa e la sensazione di aver fatto tutto quello che era nelle sue forze fare. Un po’, ricorda più volte, come i marinai di Mellville che in Moby Dick non dicono più niente perché hanno già speso nelle loro vite tutte le parole che avevano da dire. Emblematico è il caso del suo ultimo romanzo, Timequake, in lavorazione per anni (di fronte alla relativa rapidità degli altri esiti), con la sensazione di non avere la costanza e la capacità di rendere giustizia a un’idea che lui stesso riteneva molto brillante. E su tutto la sensazione di aver diritto a ritenere terminato il proprio compito. In una delle sue lettere degli anni '90, a proposito di un résumé della sua lunga carriera, dice che la sua sensazione era: “Per favore, adesso posso tornare a casa?”.

Ciononostante emerge anche il lato combattivo e orgoglioso di Vonnegut nelle sue lettere per rivendicare il proprio ruolo e il valore delle sue opere, soprattutto quando scrive a chi le aveva bandite dalle proprie scuole ritenendole diseducative. Così come emergono anche le sue convinzioni politiche e sociali che del resto non passano inosservate neanche nei suoi libri. Ma c'è un po' di tutto: dai consigli di scrittura alle riflessioni sul cinema e sui film tratti dai suoi libri (compresa una lettera a Jack Nicholson). Il libro è una miniera per ogni appassionato di Vonnegut e chi non è appassionato di Vonnegut dovrebbe diventarlo, ovviamente.

Una considerazione finale si impone, comunque. Questo è un tipo di libro che andrà sempre più scomparendo e purtroppo non sarà un bene, dato che ci consente di vedere un altro lato, più privato ma comunque creativo, di un autore. Però, in questi tempi di twit, sms e verba che volant, chi scrive più lettere?

giovedì 4 dicembre 2014

Corte del Fontego su Wikipedia

Navigando qua e là ho visto che Corte del Fontego, l'editore del mio Dizionario dei film horror, è approdato su Wikipedia, la colossale e meritoria enciclopedia libera online, con una pagina dedicata.

Mi sembra quindi giusto e opportuno segnalarvi la pagina dell'editore sull'enciclopedia: la potrete leggere cliccando qui. In questo modo potrete avere una visione d'insieme delle attività editoriali del marchio e magari trovare più di qualcosa di vostro interesse. Naturalmente, una piccola parte della storia dell'editore è costituita dalle due edizioni del Dizionario, ma proprio perché il Dizionario è una piccola parte di un tutto, il tutto è, ça va sans dire, assai più ampio e da scoprire.

The Perfect Husband

Come si sa, la situazione dell'horror italiano non è delle migliori ed è lontana da periodi passati più o meno gloriosi, ma certamente, in linea di massima, più gloriosi dell'attuale. Perciò è sempre da segnalare l'uscita di nuovi film, in questo caso quella di The Perfect Husband di Lucas Pavetto che esce oggi nelle sale.

Chi vuole leggere la mia recensione, deve solo cliccare qui e fiondarsi sul sito di MYmovies.

Come potete leggere meglio nella recensione, il film nasce da un mediometraggio (38') di qualche anno fa diretto dallo stesso Pavetto. Anche La madre aveva avuto una genesi simile, ma in quel caso all'origine c'era un fulminante cortometraggio di pochi minuti, mentre in questo caso il mediometraggio è di più ampio respiro e costituisce già in sé una riuscita articolata ed efficace (non che il corto generatore di La madre non fosse bello, ma non complichiamoci la vita con i sofismi). Comunque, detto questo, sorge il problema di cosa sia meglio fare per approcciarsi a una situazione del genere: vedere prima il medio e poi il lungo? Vedere prima il lungo e poi il medio? Vedere solo il medio? Vedere solo il lungo? Non vederne neanche uno? La cosa che sconsiglio assolutamente di fare è di vederli entrambi contemporaneamente, sarebbe una discreta confusione.

A parte gli scherzi, da un punto di vista critico si tratta di una situazione interessante e vi dico cosa ho fatto io: ho adottato un criterio cronologico e ho visto prima il medio e poi il lungo. Anche perché in questo modo mi è risultato più chiaro - ed è stato interessante - il lavoro di adattamento della struttura narrativa per adattare e ampliare la storia alla maggiore durata. Il consiglio per una sana visione di puro intrattenimento, però, è quello di vedere il lungometraggio in modo che le varie sorprese della storia siano libere di presentarsi senza i condizionamenti che potrebbero sorgere in chi avesse già visto il mediometraggio. Poi, chi è interessato ad andare alla ricerca delle radici del film può approfondire con la versione primigenia.

martedì 2 dicembre 2014

Nurse 3-D

Ogni tanto li fanno ancora i film di exploitation in forma di horror, con erotismo e gore in evidenza, e ogni tanto, ben più raramente, raggiungono le sale, magari in forma sporadica. Questo è il caso di Nurse 3-D, un film di Douglas Aarniokoski di recente uscita che vede la bella Paz de la Huerta al centro di una vicenda ospedaliera, per modo di dire, nel ruolo di un'infermiera non proprio "giusta". Come si sa, l'horror ospedaliero è quasi un sottogenere, se si considera quanti film sono stati prodotti con una tale ambientazione e, in quest'ambito, non sono mancati quelli che si sono concentrati su una professione così utile e meritoria. Questo si aggiunge al canone mantenendosi fermamente nell'alveo della dark comedy.

Chi vuole conoscere nei dettagli la mia opinione, però, deve trasferirsi qui, su MYmovies, e leggere la mia recensione.

venerdì 28 novembre 2014

CUB - Piccole prede

Forse non tutti sanno che ogni tanto i belgi, oltre alla cioccolata, fanno gli horror. E capita anche che li facciano pure bene. Nella storia dell'horror vi sono diversi esempi di film belgi di rilievo. Nel mio Dizionario dei film horror (Corte del Fontego) ve ne sono almeno un paio che si sono guadagnati ben quattro stelle (troppo facile che vi dica quali).

Adesso un altro regista belga, esordiente nel lungometraggio, si è inserito in questa tradizione - e anche in un'altra tradizione, quella degli horror ambientati nei boschi - con un film che è uscito ieri. Si tratta di Jonas Govaerts e il film è CUB - Piccole prede. Se volete leggere la mia recensione su MYmovies, basta come sempre che clicchiate qui.

Qui sopra Evelien Bosmans, una delle protagoniste del film, anzi direi l'unica protagonista femminile perché gli altri sono tutti maschi, grandi e piccoli.

martedì 25 novembre 2014

Ouija

Mi sono imbattuto cinematograficamente nella ouija board a livello di memoria conscia direi con Spiritika di Kevin S. Tenney, un filmetto di serie B senza pretese ma con più di qualche qualità, capace di generare anche una piccola franchise. Come molti sanno, la tavoletta ouija è in sostanza un gioco, ma ha ascendenze relativamente antiche e, ridendo e scherzando o anche no, viene usata per contattare lo spirito dei morti (perché per quello dei vivi basta una telefonata) o, più probabilmente, per fingere di farlo.

Ouija è un film di Stiles White di prossima uscita in Italia che ripresenta la buona vecchia tavoletta e ne ho scritto la recensione per MYmovies: se volete leggerla, basta che clicchiate qui e andiate lì (su MYmovies, cioè).

Qui sopra una corrucciata Olivia Cooke, la protagonista del film. Nel cast c'è anche Lin Shaye che già si era fatta notare con gli Insidious.