domenica 24 aprile 2016

Il cinema dell'eccesso vol. 1 e 2 - Recensione di Franco Pezzini su Carmilla

Segnalo con piacere la recensione di Franco Pezzini - che colgo l'occasione per ringraziare - comparsa sul sito Carmilla - Letteratura, immaginario e cultura d'opposizione. La recensione, suggestivamente intitolata Alice in Exploitland, riguarda entrambi i volumi de Il cinema dell'eccesso e se volete leggerla - cosa che consiglio assai - non avete che da seguire questo link.



Franco Pezzini, inutile dirlo, è autore di alcuni libri fondamentali tra i quali ricordo Peter & Chris - I dioscuri della notte (dedicato ai film dell'immortale coppia Cushing & Lee),  Le vampire (un saggio di raro acume e completezza sull'universo delle succhiatrici di sangue nella letteratura, nel folclore e nel cinema) e The Dark Screen (notevole viaggio in tutto ciò che sul grande e piccolo schermo è stato dedicato a Dracula).

A margine, mi sembra anche opportuno consigliare, al di là della recensione, una visita approfondita a Carmilla, un sito ricco di  materiale molto interessante.

martedì 12 aprile 2016

Il cinema dell'eccesso vol. 2 - Recensione di Nico Parente su Nocturno.it



Segnalo con piacere che sul prestigioso Nocturno.it è comparsa la recensione del mio  Il cinema dell'eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac Edizioni), scritta da Nico Parente, che colgo l'occasione per ringraziare.

Chi vuole leggere la recensione non ha che da seguire questo link. Seguito il link e letta la recensione, consiglio poi di soffermarsi sul sito di Nocturno, dove c'è una notevole quantità di cose interessanti da leggere.

sabato 9 aprile 2016

Il calcio del campetto di Mauro Maranto e Stefano Intini





Per gli appassionati di calcio e di umorismo (o anche solo di uno dei due), segnalo l’uscita di un libro, Il calcio del campetto di Mauro Maranto e Stefano Intini (Gallucci, 94 pagine € 12,90). Il sottotitolo (Fenomenologia della partitella amatoriale e dei suoi eroi) ci fa capire subito in che ambito ci troviamo e già il disegno di copertina ci lascia presagire che ci divertiremo, leggendo la descrizione analitica e appassionatamente autoironica di ciò che succede prima, durante e dopo le classiche partitelle di calcio tra adulti desiderosi di ritrovare il tempo perduto.


La parte scritta del libro è opera di Mauro Maranto, mentre le numerose illustrazioni che la corredano e la integrano efficacemente sono di Stefano Intini, grande fumettista soprattutto (ma non solo) disneyano, col quale ho avuto il piacere di collaborare più volte.

Il gusto per l’iperbole tipicamente fantozziana (e chi non ricorda la tragica partita a calcio tra scapoli e ammogliati del primo film della serie?) colora la narrazione, sempre vivace e brillante. A corroborarla ancor più sono gli insostituibili disegni di uno Stefano Intini veramente in forma, che, come sa chiunque lo conosca, in questo caso ben sa di cosa disegna. E da come scrive presumo lo sappia bene anche l’autore dei testi. Questo coinvolgimento personale nella materia si trasmette al lettore che si appassiona facilmente anche se non ha mai calcato uno di quei campetti. L’esame di dinamiche e casistiche è esauriente ed esilarante, le definizioni spesso fulminanti (“partita di calcio: evento che precede un’abbuffata in pizzeria. Quando piove forte e non si può giocare, si va subito a mangiare. Molti tirano un sospiro di sollievo”).

Consigliato, contrariamente a quanto si sostiene ironicamente in copertina, anche a chi è under 30 e/o non ha la pancetta perché conoscere e ridere della fenomenologia altrui è uno spasso tutt’altro che amaro. Molti di coloro che giocano o hanno giocato, inoltre, possono immedesimarsi facilmente nei personaggi tipo tracciati dall’autore. Personalmente, con una certa dose di immodestia, mi sono ritrovato nel paragrafo sul vecchio portiere.

 

lunedì 28 marzo 2016

De Gregori canta Bob Dylan

Con il dovuto sfasamento temporale (ovvero, in ritardo), due parole sul nuovo disco di Francesco De Gregori, De Gregori canta Bob Dylan - Amore e furto. L’operazione è interessante e di certo animata da buone intenzioni. Così come Dylan ha spesso fatto cover di canzoni altrui, molti hanno fatto cover delle sue canzoni, spesso dedicandogli interi album, come nel caso di De Gregori (uno dei dischi più famosi in questo senso è quello degli Hollies, negli anni che furono). Quando la cover viene fatta in inglese non c’è problema, se non quello della sua qualità. Nel caso invece in cui si voglia tradurre Dylan in altre lingue sorge il vero problema, che è poi quello anche delle “semplici” traduzioni dei testi dylaniani: mantenersi fedeli e rendere al tempo stesso la qualità letteraria e il senso dei versi. Non facile, come è dimostrato dalle varie traduzioni succedutesi negli anni (le ultime, quelle di Alessandro Carrera, giustamente celebrate, sono le migliori, ma anch’esse, inevitabilmente, presentano punti controversi). Inoltre, le traduzioni che devono essere cantate presentano un ulteriore problema, quello della cantabilità, appunto. Più adattamenti che semplici traduzioni, quindi.

Tutto questo, naturalmente, non era ignoto a De Gregori che si è comunque cimentato nell’impresa ben sapendo che avrebbe potuto andare incontro a critiche, ma, penso, comunque deciso a fare qualcosa che sentiva il bisogno di fare, anche per andare alle radici della propria autorialità. Quindi, indipendentemente dai risultati, è un tentativo che apprezzo in quanto tale e trovo del tutto legittimo. A parte questo, i risultati mi sembrano nel complesso più che buoni.


La scelta delle canzoni, innanzi tutto. Di fronte al mare magnum della produzione dylaniana, De Gregori ha operato delle scelte interessanti. In primo luogo bisogna considerare un aspetto talvolta sottovalutato. Diversamente da molti cantautori che soprattutto “parlano” - pensate a De Andrè o, in campo internazionale, a Leonard Cohen - Dylan è un cantante, cioè canta. De Gregori si situa in una via di mezzo, ma, mi pare, è più “parlante” che “cantante”. Ciò significa che una scelta delle canzoni di Dylan da eseguire andava - ed è stata, in larga misura - fatta anche in relazione al range vocale di De Gregori, alla sua tipologia di “voce”. Che poi, ovvio, si possa adattare al proprio modo di cantare qualsiasi canzone va da sé, ma non è questo il punto (lo stesso Dylan, oggi come oggi, ha un’estensione vocale ben diversa da quella che aveva una volta). Tenuto conto di questo, comunque, De Gregori ha scelto canzoni da tutti i periodi dylaniani, evitando le canzoni più famose e perciò più ovvie. Delle 11 canzoni del disco, 3 vengono dagli anni ’60, 2 dagli anni ’70, 3 dagli anni ’80 (anche se Series of Dreams potrebbe essere considerata appartenente, per vari motivi, agli anni ‘90 e, in effetti, I Shall Be Released agli anni '60 anziché ai '70), 2 dagli anni ’90 e 1 dagli anni 2000.


In tutti i testi di De Gregori c’è una certa misura di “infedeltà” all’originale, ma in tutti c’è l’evidente tentativo di una fedeltà complessiva, la ricerca di una resa globale del senso della canzone, del suo significato. Come detto, più che semplici traduzioni, sono le versioni degregoriane di canzoni dylaniane. E in questo senso vanno apprezzate. Se uno vuole ascoltarsi l’originale, può sempre farlo. Anzi, è probabile che più di qualche fan di De Gregori sia portato a farlo e ciò stesso basterebbe a garantire l’utilità dell’operazione. Del resto, il cd contiene un apprezzabile booklet con i testi a fronte di De Gregori e Dylan di tutte le canzoni. Come a dire, non c’è trucco, non c’è inganno: questo è l’originale e questo è quello che ho fatto, valutate voi e apprezzate entrambi. Anche il sottotitolo del disco, Amore e furto, sottolinea questo aspetto rimandando al titolo di un famoso disco di Dylan de 2001 che, a sua volta, era la citazione di un altro titolo. Suggestioni, spunti, imitazioni, omaggi: tutto si rincorre, nel campo della cultura. Ma vediamo le canzoni una per una.


Un angioletto come te (Sweetheart Like You, da Infidels, 1983) è una canzone che si adatta molto bene alla vocalità di De Gregori, che infatti la esegue in modo magistrale. La canzone in sé è a mio avviso molto bella, ma a suo tempo provocò critiche - da politically correctness ante litteram - soprattutto nel verso in cui alla ragazza del titolo viene detto che il suo posto sarebbe a casa a prendersi cura di qualcuno. De Gregori aggira il problema con abilità: il suo “Facevi meglio a restare a casa/E non andartene in cerca di guai/Dovresti amare chi ti vuol bene/E non vorrebbe farti piangere mai” rende bene l’idea senza incorrere in accuse di sessismo. Meno brillante, forse, il punto in cui Dylan cita con sarcasmo una famosa frase di Samuel Johnson (1709-1784): “Patriotism is tha last refuge of a scoundrel” (il patriottismo è l’ultimo rifugio del farabutto). Una frase che, soprattutto in politica, ha ancora una sua indubbia attualità. Dylan scriveva: “They say that patriotism is the last refuge/ to which a scoundrel clings”. De Gregori la traduce in modo un po’ asettico: “Qualcuno ha detto che l’amor di patria/è l’ultimo rifugio che c’è”, perdendo in questo modo il riferimento al farabutto, allo scoundrel, che per me era molto importante nell’economia della frase, dandole un senso specifico. Peccato veniale, comunque. In molti altri punti, De Gregori si prende delle legittime libertà (i riferimenti biblici, per esempio, scompaiono) e il risultato finale, anche musicalmente, è molto gradevole.


Servire qualcuno (Gotta Serve Somebody, da Slow Train Coming, 1979), canzone del cosiddetto periodo cristiano. Tra le più famose di quel periodo, anche se non mi ha mai entusiasmato: è il genere di canzoni che mantiene un po’ troppo l’effetto da “lista”, l’accumulo/iterazione. De Gregori ne fa una versione accettabile. L’adattamento è agile pur con molte variazioni e qualche acrobazia per giungere alla rima (rabdomante/amante). Là dove Dylan ironizzava su Bobby e Zimmy, De Gregori ci propone Ciccio e Generale e direi che la similitudine ci sta.


Non dirle che non è così (If you see her, say hello da Blood on the Tracks, 1975) la conoscevamo già perché una versione di De Gregori era già stata inclusa nella colonna sonora del film Masked and Anonymous (2003) scritto e interpretato da Bob Dylan. Particolarità di quella colonna sonora era quella di essere composta - a parte alcuni brani interpretati da Dylan - da cover internazionali di canzoni dylaniane. La versione che De Gregori propone qui mantiene la delicatezza dell’originale ed è uno degli highlight del disco.


Via della povertà (Desolation Row da Highway 61 Revisited, 1965), anche questa era già nota nella versione di Fabrizio De Andrè firmata anche da De Gregori. È rimasta famosa anche la versione trasfigurata che De Andrè eseguì nel tour del 1975, con nomi del mondo politico e giornalistico a sostituire quelli del testo originale. In questo caso, De Gregori rivede la sua versione, ma la complessità e le sfumature dell’originale sono inarrivabili. L’esecuzione è nel complesso valida, comunque, pur con tutti i limiti derivanti da una semplificazione a volte poco efficace. Un piccolo esempio: nell’ultima strofa, Dylan, con notevole ironia, canta “Yes, I received your letter yetserday/About the time the doorknob broke” e De Gregori adatta, perdendo di efficacia, “La tua lettera è arrivata proprio ieri/Quando è mancata l’elettricità”. Però è da apprezzare che De Gregori sia tornato sulla propria (e di De Andrè) versione di tanti anni fa per cercare di migliorarla, cambiando in molti punti la traduzione. Per chi è familiare con la versione cantata da De Andrè, la cosa potrebbe non essere positiva, ma bisogna essere invece aperti alle riscritture, consuetudine cui gli appassionati dylaniani sono abituati.


Come il giorno (I Shall Be Released da Greatest Hits II, 1971) è una canzone minore del pantheon dylaniano, ma ha avuto i suoi momenti di gloria sia per la versione ensemble di The Last Waltz sia per la versione della Band in Music from Big Pink (lo stesso De Gregori l’aveva già interpretata, live, nell’album Mix del 2003). E naturalmente va sottolineato che è inclusa nei leggendari Basement Tapes, da cui origina. Canzone metaforica per eccellenza, ha il pregio della brevità e dell’allusività. La versione di De Gregori rende adeguatamente il tema, anche se forse lo rende sin troppo evidente.


Mondo politico (Political World da Oh Mercy, 1989), una delle canzoni minori da uno degli album maggiori, se così si può dire. La versione di De Gregori è ben fatta e ben cantata e il risultato è stato che, per quanto mi riguarda, ha riacceso i riflettori su una canzone che tendo sempre a sottovalutare. L’adattamento presenta naturalmente le sue libertà, ma nel complesso mi pare renda bene il senso della canzone. Mi è dispiaciuto “perdere” una delle definizioni più sferzanti, però. Quando Dylan canta “in the cities of lonesome fear”, De Gregori lo sostituisce con “le città in cui ci tocca stare”, perdendo, mi pare, l’amara concisione del verso di Dylan che in poche parole descrive la situazione di solitudine e paura della vita cittadina.


Non è buio ancora (Not Dark Yet da Times Out of Mind, 1997): una delle più grandi canzoni di Dylan, eppure una canzone con le sue piccole imperfezioni che però la rendono ancora più vera e umana. È uno dei vertici, se non il vertice, qualitativo anche del disco di De Gregori. La sua versione è ottima, del resto la canzone ben si adattava sia alle sue qualità vocali sia al suo stile. Alcuni punti dell’adattamento mi hanno convinto poco: ad esempio, “Behind every beautiful thing there’s been some kind of pain” è uno dei versi migliori e più ricchi di significato (può riferirsi all’arte se visto in via soggettiva da parte dell’autore della canzone, ma può anche riferirsi un po’ a tutto, anche per esempio agli oggetti che compriamo, che spesso sono stati realizzati da lavoratori sfruttati e sottopagati), ma De Gregori ne riduce in qualche modo l’ampiezza, traducendo: “In ogni bella frase c’è un senso del dolore”. Altre volte c’è una curiosa inversione di significato. Per esempio, uno dei versi forse più “piacioni” della canzone di Dylan (uno di quelli che sembrano scritti perché tutti, più o meno giustamente, ci si possano immedesimare) è: “Sometimes my burden  seems more than I can bear”, mentre De Gregori trasforma questo peso insopportabile in qualcosa di positivo (“E il peso che mi porto appresso è l’unica ricchezza che ho”), anche se si tratta probabilmente di una positività espressa con una certa ironia. Oppure, al culmine del verso migliore della canzone, Dylan, sopraffatto dal pessimismo, dice di non sentire nemmeno il mormorio di una preghiera, tracciando con ciò l’immagine di un mondo che ha perso persino la speranza. Mentre De Gregori la speranza la tiene, traducendo: “E credo di sentire una preghiera e mi potrei sbagliare e oppure non lo so”. Altrove le cose sono più in linea con l’originale. Uno dei punti più beffardi - quello della lettera - De Gregori l’ha tradotto cogliendone perfettamente il sarcasmo e l’amarezza. E lo stesso vale anche per l’altro punto fulminante di ascendenza talmudica (“I was born here and I’ll die here against my will”) che De Gregori riesce a mantenere in modo mirabile (“Sono nato senza chiederlo, senza volerlo morirò”). Nell’insieme, al di là di qualche comprensibile infedeltà (ribadisco, tradurre e adattare Dylan è di una difficoltà enorme e bisogna lasciare a chi si carica di questo compito la libertà di, appunto, prendersi delle libertà), un’ottima versione.


Acido seminterrato (Subterranean Homesick Blues da Bringing It All Back Home, 1965) è simpatica proprio perché improbabile. De Gregori si cimenta in qualcosa che è assai lontano da quello che è nelle sue corde, riprendendo questo sfrenato e fulminante rap ante litteram e rendendolo in una versione tutto sommato accettabile, se non memorabile. Le libertà dal testo originale sono moltissime, ma credo fosse inevitabile, dato il tipo di canzone. 


Una serie di sogni (Series of Dreams da The Bootleg Series 1-3, 1991, ma proveniente, come outtake, da Oh Mercy, 1989): perfetta, poco da aggiungere. Adattissima alla vocalità di De Gregori e adattata in modo magnifico. Una canzone semplice e misteriosa, piuttosto fuori dagli schemi dylaniani, ma molto bella.


Tweedle Dum & Tweedle Dee (Tweedle Dee & Tweedle Dum da “Love and Theft”, 2001), filastrocca pungente e simpatica, con ascendenze da Lewis Carroll, abbastanza ermetica e dylaniana da sembrare forse più arguta di quanto non lo sia. De Gregori dimostra notevole eccentricità nello sceglierla: l’esecuzione non passa alla storia, ma è valida.


Dignità (Dignity da Greatest Hits vol. 3, 1994): altro highlight dell’album, una canzone che si adatta molto bene alle possibilità di De Gregori che la interpreta con animo pungente e partecipata ironia, rendendo ottimamente lo spirito della canzone.


Ho letto in un’intervista le spiegazioni che De Gregori ha dato riguardo al mantenimento degli arrangiamenti dylaniani e alla rinuncia a suonare l’armonica: i motivi sono certamente validi. Personalmente, però, non mi sarebbe dispiaciuta una maggiore innovazione musicale. In conclusione, comunque, un disco valido e interessante, senz’altro da ascoltare.

martedì 8 marzo 2016

Il cinema dell'eccesso vol. 1 - Recensione di Mario Caderale su Segnocinema

Con piacere segnalo la recensione che Mario Calderale ha dedicato al mio Il cinema dell'eccesso vol. 1 (Crac Edizioni) sul numero 198 di Segnocinema (marzo-aprile 2016) attualmente in libreria. Qui sopra una scansione della recensione.




Con l'occasione, è il caso di rimarcare come la rivista in sé sia imperdibile per ogni appassionato di cinema e di segnalare che lo speciale di questo numero, a cura di Flavio De Bernardinis, è dedicato a David Lynch (Lynchidente - Il cinema interrotto di David Lynch) ed è particolarmente interessante. 


lunedì 29 febbraio 2016

Recensione di Paolo Spagnuolo a Il cinema dell'eccesso vol. 2


Segnalo con grande piacere la recensione che Paolo Spagnuolo (autore dell'imperdibile libro Napoli violenta, sul classico poliziottesco di Umberto Lenzi) ha scritto sul mio Il cinema dell'eccesso volume 2 Stati Uniti e resto del mondo (Crac Edizioni).

La recensione la trovate qui sul sito Radio Cometa Rossa. C'è anche una mia intervista condotta da Paolo Spagnuolo, che ringrazio per l'attenzione che ha dedicato al libro.

domenica 28 febbraio 2016

Lost Horizons Beneath the Hollywood Sign di David Del Valle

Ho già scritto di un altro libro di David Del Valle, 6 Reels Under, rilevandone l’interesse e la particolarità. Ma questo, Lost Horizon Beneath the Hollywood Sign (del 2010, ma per nulla invecchiato) è persino migliore. Del Valle è uno storico del cinema, un critico anche, ma soprattutto è una persona che conosce profondamente ciò di cui parla. È stato amico o comunque ha conosciuto bene per motivi professionali i personaggi di cui scrive e ne traccia dei ritratti vividi e umani che riescono a dare la sensazione di poterli conoscere noi stessi attraverso di lui. E dato che i personaggi di cui si tratta sono attori, registi, personaggi del mondo dello spettacolo che abbiamo visto molte volte sullo schermo la cosa si rivela particolarmente interessante. Ma anche nel caso in cui si tratti di personaggi marginali, decisamente minori, la scrittura di Del Valle riesce a coglierne l’unicità e la peculiarità. Non a caso, uno dei capitoli più curiosi e a suo modo commoventi è quello dedicato a un signor Nessuno, Paul Marco, la cui unica, opinabile, chiamata alla fama è stata quella di aver partecipato nel ruolo minore di un poliziotto a tre film di Ed Wood. Ma la parabola umana che Del Valle traccia di Marco e della sua illusione di essere un divo cult è eccezionale, sottolineando come a volte la distanza tra realtà e abbaglio sia sottile e ingannevole, con conseguenze tragicomiche, in questo caso.

Di solito, però, gli attori e i registi di cui Del Valle traccia dei ritratti decisamente da vicino sono molto noti agli appassionati di cinema di genere: Vincent Price, Christopher Lee, Barbara Steele, Robert Quarry, John Carradine, Ferdy Mayne (Per favore non mordermi sul collo), per citarne solo alcuni. Tutti attori che Del Valle ha conosciuto bene instaurando rapporti di amicizia che gli consentono di svelarne aspetti poco noti e rilevanti sotto il profilo umano. A differenza del Kenneth Anger di Hollywood Babilonia (al cui secondo volume ha collaborato anche Del Valle, a suo tempo), Del Valle non è però interessato al pettegolezzo o al particolare “decadente”: non c’è cinismo o cattiveria nelle sue descrizioni, ma semmai condivisione e compassione umana unite a un sano senso dell’umorismo che riesce a rendere spesso divertente e non solo informativa la lettura: tra i tanti aneddoti, ce n’è uno su James Ivory e Ismail Merchant che resta nella memoria, sotto questo aspetto. E comunque di Kenneth Anger, Del Valle è stato ed è ancora amico e a lui - e al suo rivale, e parimenti suo amico, il grande regista Curtis Harrington - dedica uno dei capitoli migliori e più inquieti. Non mancano nemmeno due attori come Angelo Rossitto e Herve Villechaize, cui Del Valle dedica due ritratti intensi e significativi. Uno dei capitoli più intensi è però quelo dedicato a Joyce Jameson, attrice comica di grande valore, la cui tragica parabola umana Del Valle racconta con sentita partecipazione. Uno dei più vivaci è quello dedicato all’attore Vladek Sheybal, reso famoso da Ken Russell (e da 007 e dalla serie televisiva UFO).

Diversi tra gli attori presenti sono stati clienti di Del Valle nel periodo piuttosto breve in cui ha fatto l’agente cinematografico. Tra questi Calvin Lockhart, che ricordo soprattutto nel curioso whodunit licantropesco La notte del licantropo, ma che vanta una lunga e brillante carriera.

Alcuni attori sono ben noti - o meglio lo erano - anche e soprattutto al pubblico italiano per la loro attività nel nostro cinema. Ad esempio Hiram Keller, protagonista di Fellini Satyricon (e de Il sorriso della jena e La morte negli occhi del gatto, per citare esempi più di genere) e poi scomparso dalla scena cinematografica: chi si sia chiesto cosa ne è stato - da lì sino alla morte nel 1997 - potrà trovare qualche risposta in questo libro. Lo stesso vale per Helmut Berger, del quale però non si sono perse le tracce ed è ancora felicemente in attività.

Ci sono anche registi classici e ingiustamente dimenticati come Robert Florey che qui scopriamo come essere umano e non solo come autore di vecchi film o - il motivo per cui di solito lo si ricorda - come mancato autore del Frankenstein poi diretto da James Whale. O come John Brahm. E registi di ben pochi film come Michael Armstrong (Il buio), che Del Valle ha ospitato per un po’ e di cui traccia un ritratto schietto e decisamente vivace.

Non solo attori e registi, comunque. C’è spazio anche per personaggi come il geniale sceneggiatore e scrittore Terry Southern, sceneggiatore di Easy Rider e autore del romanzo The Magic Christian da cui venne tratto un film con Ringo Starr (ne ho parlato con David McGillivray nell’intervista contenuta ne Il cinema dell’eccesso vol. 1). Il capitolo che Del Valle gli dedica si intitola Icon of Cool e mai definizione è stata più appropriata. E c’è anche nientemeno che Timothy Leary, il guru dell’LSD. Uno dei capitoli più significativi è poi dedicato al musicista Les Baxter, autore, tra le altre cose, delle colonne sonore di diversi dei film del ciclo da Poe di Roger Corman.

Fare un elenco di tutti quelli che hanno un loro capitolo sarebbe lungo (c’è anche Russ Meyer, comunque, e i capitoli sono ben 46), ma quello che importa è che si tratta di un libro imperdibile che si legge con piacere sia per la fluidità della scrittura sia per la freschezza e la novità dei contenuti, sempre di prima mano, testimonianze dirette. Perché, parlando di loro, Del Valle invariabilmente parla anche di sé in una sorta di autobiografia per interposte persone che risulta affascinante come un puzzle di cui non si hanno tutti i pezzi, ma di cui si coglie comunque l’immagine d’insieme.

C’è anche un ricco apparato iconografico.


Il libro è in inglese (e sarebbe da tradurre e pubblicare in italiano al più presto) e l'ho letto nella comoda ed economica edizione per Kindle.

domenica 14 febbraio 2016

Il cinema dell'eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac Edizioni): il mio nuovo libro

L'anno scorso era uscito Il cinema dell'eccesso vol. 1 - Europa (Crac Edizioni). Adesso, come da programma, esce Il cinema dell'eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac Edizioni). Questo secondo volume - 332 pagine 24 € - va quindi geograficamente a completare un excursus a tutto campo sui registi del cinema di exploitation che mi sono sembrati più interessanti da affrontare ed esaminare.

Naturalmente, come nel caso del primo volume, tornerò a scrivere diffusamente del contenuto di questo secondo volume in questo blog, ma per il momento mi sembra opportuno riportare quanto è scritto, a mo' di presentazione, sull'aletta del libro (che - il libro, non la sola aletta, è ordinabile anche presso il sito dell'editore, qui):

"Mostri alla clorofilla, canguri boxeur, carcerati dal pugno d’acciaio contro assassini che usano le proprie interiora per strangolare le vittime, gang di sole donne con la passione per i coltelli coinvolte in intrighi in stile shakespeariano, lottatori mascherati contro i mostri,  becchini filosofi alla ricerca dell’immortalità, giovani trasformati da esperimenti proibiti in mostri scimmieschi assetati di sesso, surreali e visionarie riletture di E.A. Poe, possessioni demoniache in un raffinato delirio scenografico, samurai nichilisti alla ricerca dell’autodistruzione in un mondo governato da odio e violenza, incredibili isole dove le allucinazioni di un pazzo generano incubi teratologici, prigionieri in Vietnam alla ricerca della salvezza guidati da un visionario assistito dal Cielo...
Di questo e altro sono fatti i film di exploitation, un genere trasversale che attraversa tutti i generi - dall’horror alla fantascienza, dal thriller all’action, dal noir all’erotico - e fa del profitto la sua stessa ragione di vita. Però, usando una materia così “vile” come mezzo di espressione, un drappello di spavaldi registi ha avuto la libertà di realizzare anche opere profonde, complesse e artisticamente uniche.
Dopo il primo volume riservato ai registi europei, questo secondo volume - dedicato ai registi appartenenti alle più diverse cinematografie mondiali - prosegue l’affascinante viaggio tra centinaia di film autenticamente originali, ripercorrendo con rispetto e rigore critico la carriera di alcuni dei maggiori autori di questo “super genere”.
Negli Stati Uniti: Jack Hill (Spider Baby), incontestato maestro di azione e rivoluzione; Michael e Roberta Findlay (Snuff), la strana coppia dell’exploitation più estrema; Doris Wishman (Let Me Die a Woman), una donna nel regno degli uomini.
Nel resto del mondo: Teruo Ishii (Horrors of Malformed Men), straordinario autore di film bizzarri e trasgressivi; Nam Nai Choi (Story of Ricky), sottovalutato realizzatore di pura follia targata Hong Kong; René Cardona (Korang, la terrificante bestia umana), compassato regista di film improbabili spesso con l’ineffabile lottatore Santo come protagonista; Juan López Moctezuma (Alucarda), la faccia intellettuale dell’exploitation messicana; Eddie Romero (Terrore sull’isola dell’amore), il filippino che conquistò Hollywood senza andarci, José Mojica Marins (Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere), il creatore di Zé do Caixao, icona dell’horror brasiliano.
Con interviste a Jack Hill, Eddie Romero e C. Davis Smith, direttore della fotografia di molti film di Doris Wishman".

Davide Perconti a Piove di Sacco

Ieri si è inaugurata a Piove di Sacco, presso il Centro Piovese di Arte e Cultura in via Garibaldi 40 (in pieno centro), una mostra dedicata al disegnatore Davide Perconti. La mostra si incentra, come da sottotitolo (“La fantascienza nei fumetti di Sergio Bonelli Editore”), sulla produzione fantascientifica di Perconti per Bonelli e quindi ci sono tavole originali di Legs Weaver, Nathan Never, Agenzia Alfa e anche delle tavole di un episodio di Gregory Hunter rimasto incompiuto e inedito a causa della fine della serie.

Ho avuto il piacere di collaborare più volte con Davide Perconti e quindi ho avuto la possibilità di apprezzarne de facto la bravura e la professionalità. Visitando la mostra - io ci sono stato ieri, all’affollatissima inaugurazione - ci si può rendere conto dell’alto livello del disegno di Perconti, con punte di notevole spettacolarità (in particolare, consiglio di soffermarsi sulle pagine di Nathan Never del 2012, in bella mostra).  Per chi è interessato a valutare gli aspetti più propriamente tecnici dell’arte fumettistica, ci sono anche un paio di esempi di matite a confronto con le chine che ne sono seguite.

A chi è in zona o a chi ha voglia di fare un viaggetto, consiglio di visitare la mostra: ci sono in esposizione cinquanta tavole, un must per ogni appassionato di fumetti bonelliani o tout court di fumetti.

Qui sopra la copertina del bel catalogo edito appositamente per la mostra in sole 200 copie numerate. La mostra resterà aperta sino al 28 febbraio: da martedì a venerdì ore 17.00 - 19.00, sabato e domenica ore 10.00 - 12.00 e 16.00 - 19.00.

venerdì 5 febbraio 2016

Dylan Dog 353 - Il generale inquisitore

Mi è stato segnalato e io a mia volta, dopo averlo letto, lo segnalo qui. Il numero 353 di Dylan Dog attualmente in edicola contiene una storia, Il generale inquisitore, piuttosto particolare, che può interessare gli appassionati del cinema horror. Infatti, la storia riguarda l’indagine sulle vere cause della morte del regista Michael Reeves e Dylan Dog è incaricato di svolgerla dall’attore Ian Ogilvy, vecchio amico di Reeves. Nientemeno.  Per chi non lo sa, Michael Reeves è morto nel 1969 a soli 25 anni dopo aver diretto appena tre lungometraggi (“il regista bruciato verde” titolava, più o meno, un articolo commemorativo su Horror, in quel periodo), mentre Ogilvy ha proseguito e prosegue tuttora una buona carriera nel cinema e nella televisione (per citare solo un titolo dei tanti, ha un’ottima parte in La bottega che vendeva la morte con Peter Cushing).

Siamo quindi nel campo della storia di finzione interpretata in parte da personaggi “veri”, addirittura, in questo caso, in parte viventi. Pur essendo cosa inconsueta, non è una novità: l’esempio più classico e al tempo certamente innovativo è Triste, solitario y final di Osvaldo Soriano, nel quale, tra l’altro, Philip Marlowe (personaggio inventato, ma non da Soriano) riceve da Stan Laurel l’incarico di indagare sul perché lui e Oliver Hardy erano stati messi al bando da Hollywood. Ma ce ne sono stati altri: persino Bram Stoker, per citare solo un esempio bizzarro tra i film, fa da protagonista, in modo del tutto incongruo, nel simpatico Creature del male (oppure, per tornare ai romanzi, c’è Tutto quel nero di Cristiana Astori, consigliato). Il rischio in questi casi è di un uso strumentale e fuorviante di queste persone reali piegandole al di là del lecito alle esigenze narrative.

In questo caso ci sono delle licenze poetiche. Per dire: Michael Reeves era già fuori dal progetto de La rossa maschera del terrore quando è morto; il finale de Il grande inquisitore - di incomparabile cupezza - è del tutto in linea con il resto del film, che non è certo adulatorio nei confronti del personaggio interpretato da Vincent Price  (anzi, se vogliamo, è proprio il finale che in qualche modo avvicina vittima e carnefice); non vi è molto di misterioso nella morte di Reeves nel senso di possibili interferenze esterne: il dubbio, poi fugato, era che potesse essersi trattato di suicidio. Ma questo è ciò che penso io e potrebbe essere facilmente confutato: Michael Reeves comunque si occupò brevemente di La rossa maschera del terrore; un finale diverso talvolta può davvero cambiare il senso complessivo di un film; ci furono comunque controversie sulla morte di Reeves. E del resto anche Triste, solitario y final era basato su un presupposto romantico e affascinante, ma abbastanza privo di fondamento. Non c’era mistero nella fase finale della carriera di Laurel & Hardy: basta leggere un libro come Laurel & Hardy - From the Forties Forward di Scott MacGillivray per rendersene conto. Ciò rende Triste, solitario y final meno bello? Non direi. Il libro ha vita autonoma e tratta il duo comico, comunque, con il dovuto affetto.

In ogni caso sono, come si vede, licenze poetiche del tutto marginali e lecite e soprattutto prese da qualcuno che ben conosce l’argomento di cui scrive. Tra l’altro viene anche ricordato il famoso diverbio tra Reeves e Vincent Price sul set de Il grande inquisitore (anni dopo Price ammetterà che aveva ragione Reeves: grazie al giovane regista, l’attore diede in quel film una delle sue migliori interpretazioni). E viene ricordata la passione che Reeves aveva per i film di Don Siegel (il richiamo a Contratto per uccidere è particolarmente funzionale ed efficiente). Lode quindi a Fabrizio Accatino per aver non solo scritto una storia valida, ma anche per aver riacceso i riflettori su un autore che merita di non essere dimenticato. Non sottoscriverei che si tratta di un regista i cui tre film sono capolavori del cinema inglese perché La sorella di Satana, meglio noto come Il lago di Satana (coproduzione anglo-italiana con partecipazione jugoslava, girato in Italia), è tutto fuorché un capolavoro (e lo sapeva bene anche Michael Reeves), ma è certo che Il killer di Satana è un ottimo film e Il grande inquisitore è senz’altro un capolavoro. Pur essendo sicuramente interessati all’horror non è detto che tutti i lettori di Dylan Dog conoscano questi film: è quindi auspicabile che dopo aver letto questa storia vogliano vederli. Unico consiglio, Il lago di Satana tenetelo per ultimo.

Detto questo, la storia è ben condotta e si sviluppa in modo semplice, ma non banale, con frequenti flashback su Michael Reeves, adottando quindi una struttura narrativa composita, ma non faticosa (grazie anche ad adeguati accorgimenti grafici). I disegni di Luca Casalanguida sono più che buoni e “servono” la storia in modo funzionale. Perciò, buona lettura e poi, se già non l’avete fatto, buona visione.

Qui sopra l’ottima copertina del grande Angelo Stano.

domenica 31 gennaio 2016

Flani (19) - La montagna sacra

Nella rievocazione del cinema che fu attraverso quel singolare manufatto che è il flano torniamo indietro nel tempo di oltre quarant’anni, all’epoca dell’imprevisto successo - di scandalo, per certi versi - del classico di Alejandro Jodorowsky, La montagna sacra. Per dare maggior forza al risalto critico avuto dal film e forse dare un alibi a chi voleva vederlo per i suoi aspetti per così dire exploitativi, il flano accoppia all’immagine pubblicitaria del film a un ampiuo estratto critico (del quale, peraltro, non viene indicata la fonte) che, non casualmente, evidenzia proprio gli aspetti controversi (nel senso di oggetto, o possibile oggetto, di controversia) del film.

Il manifesto è invece giustamente suggestivo e allusivo, criptico e abile nel non dare alcuna idea dell’oggetto del film. Film che, va da sé, è senz’altro da vedere. Quando lo vidi, all’epoca in cui uscì, ne rimasi affascinato, forse ancor più di quanto lo sarei adesso, perché la capacità di stupire dimostrata da Jodorowky sia nella messa in scena sia nella decisione di terminare con un finale sconcertante era perfetta per tempismo ed era giusta per un’epoca in cui le novità si susseguivano a gran ritmo.

Da allora non l’ho più rivisto, come non ho rivisto El topo, film antecedente, ma distribuito in Italia dopo, a ridosso del grande successo de La montagna sacra. Dovrei forse rivederli entrambi, ma parte della loro forza, mi sembra, era proprio nella capacità di spiazzare e di sorprendere che potrebbe diminuire nelle successive visioni. O forse no.


Jodorowky è diventato uno dei grandi desaparecidos del cinema. Ha fatto altri film (tra cui il bellissimo Santa sangre), ma troppo pochi rispetto a quelli che avrebbe voluto fare (e che sarebbe stato giusto avesse la possibilità di fare), schiacciato, come altri grandi autori, dalla miopia e dall'ignavia della produzione. Si è dedicato con successo alla scrittura (di libri e fumetti) e questo lo ha in parte compensato dei mancati film. Quando anni fa l'ho intervistato per Segnocinema mi è sembrato evidente di avere davanti un autore dalla personalità fortissima e sempre in ebollizione, di una creatività naturale che cercava solo gli sbocchi adatti e fortunatamente li trovava, anche se non sempre erano quelli che avrebbe voluto. Significativo quello che disse quella volta riguardo all'estrema libertà dell'autore di fumetti rispetto a quello di cinema: quello di fumetti, infatti, non deve preoccuparsi del costo di scenografie, costumi ed effetti speciali, sulla pagina tutto è possibile.

lunedì 4 gennaio 2016

The Vatican Tapes

 

Lo sapevate che in Vaticano, da molto tempo, tengono filmati e video che testimoniano possessioni demoniache? No? Io credo che non lo sappiano neanche in Vaticano. Comunque la didascalia iniziale di The Vatican Tapes, il contributo esorcistico di questa stagione cinematografica, ci informa brevemente sulla circostanza, come premessa dell'esposizione di un caso di possessione relativo a una giovane ragazza, Angela.

Il film è in uscita nelle sale italiane e chi vuole prepararsi leggendo la mia recensione scritta per MYmovies può trovarla cliccando qui.

Dai tempi de L'esorcista, il sottogenere che ne ha preso spunto ha percorso con maggiore o minore fortuna, ma con costanza il cinema horror: non ha prodotto il profluvio di film che hanno prodotto altri sottogeneri (tipo i film di zombie, davvero innumerevoli), ma non ha mai abbandonato il campo per motivi che probabilmente hanno a che fare con le paure inconsce più persistenti e profonde. In ogni caso, stavolta a occuparsene è il regista Mark Neveldine, per la prima volta da solo, e la posseduta di turno è Olivia Taylor Dudley, niente male la sua performance: alzi la mano chi se la ricorda in Chernobyl Diaries - La mutazione.

Qui sopra, Olivia in una scena dal film.