Oggi Bob Dylan compie 71 anni e come consuetudine di questo blog si celebra questa ricorrenza, che fortunatamente per noi e per lui coglie il nostro bardo in grande forma e in piena attività. Come sempre, è in tournée e sta per ricevere l’ennesimo riconoscimento ufficiale. Da non molto - calcolo il tempo in ere geologiche, cosa volete che sia qualche mese - è uscito un disco che ha fortemente voluto, dedicato a uno dei suoi autori preferiti, Hank Williams, un autore segnato dal destino. The Lost Notebooks of Hank Williams racchiude canzoni di cui Williams aveva solo scritto i testi prima di morire e che sono state musicate da un gruppo di artisti di valore, tra cui in primo luogo ovviamente il nostro Bob e poi altri come Jack White, Norah Jones e, pace all’anima sua, Levon Helm. E anche Jakob Dylan, il figlio cantante che si è fatto un nome e una carriera senza bisogno di soccorsi paterni. Voce ricorrente sottolinea come questo disco sia il primo nel quale i due Dylan si ritrovano insieme, ma naturalmente non è vero: prima di questo c’era stato l’album alla memoria di Warren Zevon, Enjoy Every Sandwich, al quale Bob ha partecipato con una versione live di Mutineer e Jakob - con i suoi Wallflowers (non sottilizziamo sui nomi: sempre lui è) - con una versione di Lawyers, Guns and Money.
Ma a segnalare la frenetica attività del nostro c’è anche la notizia ormai trapelata ripetutamente di un nuovo album di inediti che sarebbe già pronto e potrebbe uscire dopo l’estate. Come sempre le voci anticipative più selvagge tracimano dalle speranze e dalle aspettative: l’ultima che ho letto l’ha data addirittura il dylanologo per eccellenza - Michael Gray - prospettando una canzone sul Titanic di ben quattordici minuti. Sarà vero? Probabilmente no. In ogni caso, qualsiasi cosa sarà, la sentirò di sicuro non appena sarà uscita. Come cantava Dylan di Gregory Peck in Brownsville Girl, sarò in coda per prendere qualunque cosa faccia.
Perciò adesso che ha fatto 71, già che c’è arrivi almeno a 100.
giovedì 24 maggio 2012
sabato 12 maggio 2012
Flani (14): L'australiano
Il flano di questa volta è datato 25 agosto 1978 ed è relativo a L'australiano, un horror intellettuale e molto atipico di Jerzy Skolimovski, tratto da una novella di Robert Graves, autore da non trascurare. E neanche Skolimovski è un autore da trascurare. Basterebbe, per garantirne la grandezza, La ragazza del bagno pubblico, un capolavoro. O Il vergine, che vedeva quale protagonista l'impagabile Jean-Pierre Leaud.
Ma anche L'australiano fa parte delle sue opere più riuscite. Nel Dizionario dei film horror gli ho dato quattro stelle e non ne meritava certo di meno. La recensione di Morandini - non saprei dire da quale quotidiano è tratta - che ho archiviato assieme al flano gliene dava altrettante, condendole con elogi convinti. Il flano fa leva proprio sulla qualità del film per lanciarlo in grande pompa e senza dispendio di mezzi ("un grande spettacolo stereofonico": che tempi quando bastava la stereofonia a esaltare la visione). Ho visto il film all'epoca, ma non mi ricordo per niente del documentario sulla Pastoral Switzerland con la sesta sinfonia di Beethoven eseguita nientemeno che dalla Zurich Chamber Orchestra: facile che mi sia addormentato.
Mi pare di ricordare comunque che il titolo italiano del film, così diverso da quello originale, sia stato causato dal fatto che entrambe le possibili traduzioni letterali del titolo (The Shout) erano già il titolo di un famoso film italiano: Il grido di Antonioni e L'urlo di Brass. Sarà vero o l'avrò sognato mentre suonava l'orchestra da camera di Zurigo?
giovedì 3 maggio 2012
Rosco e Sonny (1981-2012)
Missione finale è una storia che non avrei mai voluto scrivere, ma che, una volta presa (non da me, naturalmente) la decisione di chiudere la serie, è stato necessario e opportuno che scrivessi per non lasciare il duo dinamico senza una degna conclusione.
31 anni non sono pochi per una serie a fumetti, soprattutto se all’interno di un settimanale come Il Giornalino, che deve rinnovare nel tempo i suoi protagonisti. Quindi, non c’è nulla di eccezionale nel fatto che Rosco e Sonny - con una storia non a caso intitolata Missione finale (Il Giornalino n° 19 del 6 maggio 2012, attualmente in edicola) - se ne vadano in pensione (da baby pensionati, peraltro, stando alle attuali regole pensionistiche). Mi sono permesso di chiudere il cerchio citando in questa avventura la prima storia dei due agenti (Lo scippo), scritta dal suo creatore Claudio Nizzi: un modo come un altro per riconoscere le origini e compiere una breve riflessione sulla fine. Tutto finisce, si sa, ma ogni volta che qualcosa finisce, per chi quel qualcosa stava facendo non può che esserci un momento di meditazione sulla finitezza in senso lato (e anche non proprio lato).
Ma la vita per il momento continua e quindi come sempre nei titoli di coda c’è spazio per i ringraziamenti: in primo luogo al maestro sceneggiatore Claudio Nizzi per aver inventato Rosco e Sonny (e per avermi fatto entrare al Giornalino nel 1987 accettando due mie storie fantascientifiche - La porta della salvezza e La smagliatura - negli ultimi mesi della sua gestione come responsabile dei fumetti prima di passare in pompa magna alla Bonelli), al compianto Gino D’Antonio (collaborare con lui è stato un privilegio e un piacere: una persona speciale in tutti i sensi) per avermi affidato Rosco e Sonny nel lontano novembre 1990 (la mia prima storia si chiamava Il patto), a Roberto Rinaldi per avermi confermato nel ruolo e aver seguito con discrezione e comprensione lo svilupparsi della serie e, naturalmente, al grande Rodolfo Torti, il disegnatore che ha disegnato magistralmente tutte le mie 184 storie (anche se di una - L’ultimo round del 1996 - non sono certo che sia stata disegnata perché non l’ho mai vista pubblicata) di Rosco e Sonny oltre a quasi tutte le precedenti, dopo i primi tempi in cui la serie era affidata a Giancarlo Alessandrini.
Come potrà notare chi leggerà la storia pubblicata in questo numero, c’è spazio per un ritorno dei due eroi, ma per il momento il sipario è calato. Nuovi interpreti reclamano il palco.
31 anni non sono pochi per una serie a fumetti, soprattutto se all’interno di un settimanale come Il Giornalino, che deve rinnovare nel tempo i suoi protagonisti. Quindi, non c’è nulla di eccezionale nel fatto che Rosco e Sonny - con una storia non a caso intitolata Missione finale (Il Giornalino n° 19 del 6 maggio 2012, attualmente in edicola) - se ne vadano in pensione (da baby pensionati, peraltro, stando alle attuali regole pensionistiche). Mi sono permesso di chiudere il cerchio citando in questa avventura la prima storia dei due agenti (Lo scippo), scritta dal suo creatore Claudio Nizzi: un modo come un altro per riconoscere le origini e compiere una breve riflessione sulla fine. Tutto finisce, si sa, ma ogni volta che qualcosa finisce, per chi quel qualcosa stava facendo non può che esserci un momento di meditazione sulla finitezza in senso lato (e anche non proprio lato).
Ma la vita per il momento continua e quindi come sempre nei titoli di coda c’è spazio per i ringraziamenti: in primo luogo al maestro sceneggiatore Claudio Nizzi per aver inventato Rosco e Sonny (e per avermi fatto entrare al Giornalino nel 1987 accettando due mie storie fantascientifiche - La porta della salvezza e La smagliatura - negli ultimi mesi della sua gestione come responsabile dei fumetti prima di passare in pompa magna alla Bonelli), al compianto Gino D’Antonio (collaborare con lui è stato un privilegio e un piacere: una persona speciale in tutti i sensi) per avermi affidato Rosco e Sonny nel lontano novembre 1990 (la mia prima storia si chiamava Il patto), a Roberto Rinaldi per avermi confermato nel ruolo e aver seguito con discrezione e comprensione lo svilupparsi della serie e, naturalmente, al grande Rodolfo Torti, il disegnatore che ha disegnato magistralmente tutte le mie 184 storie (anche se di una - L’ultimo round del 1996 - non sono certo che sia stata disegnata perché non l’ho mai vista pubblicata) di Rosco e Sonny oltre a quasi tutte le precedenti, dopo i primi tempi in cui la serie era affidata a Giancarlo Alessandrini.
Come potrà notare chi leggerà la storia pubblicata in questo numero, c’è spazio per un ritorno dei due eroi, ma per il momento il sipario è calato. Nuovi interpreti reclamano il palco.
sabato 28 aprile 2012
Rosco e Sonny e i pirati della piattaforma
Sul n° 18 del Giornalino - in edicola questa settimana - c’è una nuova avventura di Rosco e Sonny, scritta, com’è consuetudine di questi ultimi vent’anni, da me e disegnata da Rodolfo Torti. Il titolo è I pirati della piattaforma e, seguendo i principi di onestà che caratterizzano spesso il mio lavoro, posso assicurare che ci sono sia i pirati sia la piattaforma.
Nel prossimo numero del Giornalino ci sarà un’altra storia di Rosco e Sonny: sarà una storia un po’ particolare e mi ci soffermerò un po’ più del solito, quando sarà il momento.
Nel prossimo numero del Giornalino ci sarà un’altra storia di Rosco e Sonny: sarà una storia un po’ particolare e mi ci soffermerò un po’ più del solito, quando sarà il momento.
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giovedì 26 aprile 2012
Il Dizionario dei film horror e Ghost Story
Tra i film del passato recuperati e inseriti nella seconda edizione del mio Dizionario dei film horror (Corte del Fontego) - dell’argomento ho parlato qui - vorrei soffermarmi un momento su uno dei più elusivi, diretto da un regista la cui carriera è tutto fuorché lineare o prolifica.
Ghost Story, inedito in Italia, è uscito nel 1974, in un’epoca in cui l’horror britannico, cui appartiene produttivamente pur essendo stato girato in India (che funge da Inghilterra), era in fase calante, diretto verso una dissoluzione che presto sarebbe stata pressoché totale. Il regista è Stephen Weeks, all’epoca giovane e promettente (è del 1948): aveva esordito pochi anni prima con La vera storia del dottor Jekyll (anch’esso naturalmente compreso nel Dizionario, già dalla prima edizione), ennesima trasposizione cinematografica del romanzo breve di Stevenson. Un film non privo di pregi (e impreziosito da una grande interpretazione di Christopher Lee nel ruolo principale, oltre che da un sempre ottimo Peter Cushing in un ruolo di supporto), ma sostanzialmente irrisolto a causa degli insanabili contrasti tra Weeks e la produzione (la Amicus, la casa famosa per gli horror a episodi).
Autore assolutamente ostile all’omologazione, Weeks non ha avuto vita facile. Si era fatto notare soprattutto con il cortometraggio 1917 (1970), per il quale aveva avuto il supporto del mitico Tony Tenser (di Tenser ho parlato qui), ma dopo le vicissitudine di La vera storia del dottor Jekyll e quelle, non inferiori, di Gawain and the Green Knight (1973), aveva puntato tutto su Ghost Story, un horror del tutto atipico, appartenente a una tipologia sostanzialmente inesistente. Del film - che recupera in modo singolare la tradizione britannica delle storie di fantasmi - ho già scritto sul Dizionario, a cui rimando. Segnalo però la presenza di Marianne Faithfull - allora appena uscita dalla fase di icona rock e in un periodo assai problematico della sua vita.
È comunque da sottolineare che, dopo essere vissuto nel limbo per decenni, il film è da un paio d’ani disponibile, per il mercato inglese, in una ricca versione in doppio dvd (Nucleus Films) con parecchi extra interessanti: commento audio con Stephen Weeks, un documentario sul film di ben 72’, sequenze alternative e sette cortometraggi di Weeks tra cui, appunto, il celebrato 1917. Da non perdere.
Successivamente, Weeks ha diretto solo un altro film - Sword of the Valiant con Sean Connery, una sorta di remake di Gawain and the Green Knight - per poi dedicarsi ad altro che non aveva niente a che fare con il cinema, com’è avvenuto a un altro grande dell’horror inglese, Pete Walker.
Ghost Story, inedito in Italia, è uscito nel 1974, in un’epoca in cui l’horror britannico, cui appartiene produttivamente pur essendo stato girato in India (che funge da Inghilterra), era in fase calante, diretto verso una dissoluzione che presto sarebbe stata pressoché totale. Il regista è Stephen Weeks, all’epoca giovane e promettente (è del 1948): aveva esordito pochi anni prima con La vera storia del dottor Jekyll (anch’esso naturalmente compreso nel Dizionario, già dalla prima edizione), ennesima trasposizione cinematografica del romanzo breve di Stevenson. Un film non privo di pregi (e impreziosito da una grande interpretazione di Christopher Lee nel ruolo principale, oltre che da un sempre ottimo Peter Cushing in un ruolo di supporto), ma sostanzialmente irrisolto a causa degli insanabili contrasti tra Weeks e la produzione (la Amicus, la casa famosa per gli horror a episodi).
Autore assolutamente ostile all’omologazione, Weeks non ha avuto vita facile. Si era fatto notare soprattutto con il cortometraggio 1917 (1970), per il quale aveva avuto il supporto del mitico Tony Tenser (di Tenser ho parlato qui), ma dopo le vicissitudine di La vera storia del dottor Jekyll e quelle, non inferiori, di Gawain and the Green Knight (1973), aveva puntato tutto su Ghost Story, un horror del tutto atipico, appartenente a una tipologia sostanzialmente inesistente. Del film - che recupera in modo singolare la tradizione britannica delle storie di fantasmi - ho già scritto sul Dizionario, a cui rimando. Segnalo però la presenza di Marianne Faithfull - allora appena uscita dalla fase di icona rock e in un periodo assai problematico della sua vita.
È comunque da sottolineare che, dopo essere vissuto nel limbo per decenni, il film è da un paio d’ani disponibile, per il mercato inglese, in una ricca versione in doppio dvd (Nucleus Films) con parecchi extra interessanti: commento audio con Stephen Weeks, un documentario sul film di ben 72’, sequenze alternative e sette cortometraggi di Weeks tra cui, appunto, il celebrato 1917. Da non perdere.
Successivamente, Weeks ha diretto solo un altro film - Sword of the Valiant con Sean Connery, una sorta di remake di Gawain and the Green Knight - per poi dedicarsi ad altro che non aveva niente a che fare con il cinema, com’è avvenuto a un altro grande dell’horror inglese, Pete Walker.
giovedì 19 aprile 2012
Unrank di Alberto Lavoradori

A parte i Cheap Trick, una grande passione culturale di Alberto Lavoradori - sommo disegnatore disneyano e non - è sempre stata la fantascienza. Ho avuto il piacere di collaborare con lui diverse volte scrivendogli appositamente delle storie di fantascienza per Topolino. Me lo aveva chiesto lui perché voleva avere la possibilità di disegnare astronavi, lo spazio esterno e se capitava anche qualche mostro. I risultati sono stati Paperino e la nube cosmica, Zio Paperone e il planetoide misterioso e Paperino e il pianeta impossibile. Erano i primi anni ‘90. Poi, sempre in ambito fantascientifico, abbiamo collaborato alla miniserie dedicata a Rave (1998), il super eroe che faceva le pulizie (e non solo). Alberto si era dedicato con impegno e fantasia alla creazione degli alieni mostruosi che erano la nemesi dell’eroe e conservo ancora innumerevoli schizzi e bozzetti realizzati per l’occasione. Ma, oltre che disegnatore, Alberto ha, soprattutto da un certo momento in poi, manifestato quella che oggi verrebbe definita un’urgenza espressiva totalizzante, che si è manifestata, sempre in ambito fantascientifico, con Gommo, un inventivo fumetto cibernetico in cd-rom realizzato interamente da lui. Dopo altri progetti e realizzazioni sempre contrassegnate dal suo stile unico e innovativo, Lavoradori è arrivato infine a coronare la sua ascesi di narratore con un romanzo, Unrank (Edizioni Montag. 136 pagine, € 18).
La storia parte da una premessa al tempo stesso classica e interessante. Mike Summerford e Lisa Keller sono due cadetti dell’accademia aerospaziale che, al termine del biennio di addestramento, si ritrovano, a sorpresa, a essere esclusi dalla promozione completa. Sarebbero destinati a ben poco ambiziosi compiti a terra e dovrebbero rinunciare a quello per cui hanno lottato - e cioè pilotare razzi spaziali - se non accettassero una sorta di esame di riparazione che consiste nel sottoscrivere un misterioso contratto Unrank. La loro missione è recuperare tre tecnici da un laboratorio su un satellite di Urano, al quale arriveranno dopo un viaggio interminabile. Circostanza aggravante: i due non si sopportano e sono caratterialmente antitetici. Circostanza ulteriormente aggravante: la missione presenta numerosi lati oscuri. Ci sarebbero tutte le condizioni per un’epica avventura in cui un uomo e una donna riscoprono se stessi e si accorgono di provare attrazione l’uno per l’altra, ma nulla è ciò che sembra e l’imprevedibilità è una costante.
Con uno stile piano, diretto ed efficace, Lavoradori costruisce una storia avvincente giocando con accortezza le notevoli carte della vicenda. Cedendo uno strato dopo l’altro, il mistero si disvela suscitando una quieta tensione senza mai tradire lo spirito dei personaggi e la loro interazione. Come nei classici della fantascienza tremendista e sociologica, la verità giunge inaspettata, ma quasi ineluttabile, rivelando i contorni amari della finitezza umana. Il racconto è serrato: anche quando sembra che ci sia spazio per un traccheggio determinato dalla presunta ripetitività del viaggio, ci si accorge che tutto è calibrato perfettamente allo scopo di far procedere la trama. Il linguaggio è ricco di quei tecnicismi fantasiosamente scientifici che rendono la fantascienza (certa fantascienza) così credibile e astratta al tempo stesso. La conclusione presenta, come accennato, notevoli sorprese, ma, terminata la lettura, non ci si può che rendere conto che non poteva esserci fine più giusta. Ogni azione, ogni intuizione, ogni sbaglio compiuto dai protagonisti rivela la loro natura e le loro debolezze e non può che trasformarsi, narrativamente, che in qualcosa di conseguente. Un libro che consiglio di leggere: teso, schietto, inventivo, brillante e, soprattutto, sincero e a tratti anche struggente. Un esordio molto promettente.
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domenica 8 aprile 2012
Rodolfo Cimino (16 ottobre 1927-31 marzo 2012)
Sono stato via una settimana senza connessione internet e quindi ho appreso da poche ore la triste notizia della scomparsa di Rodolfo Cimino.
Di persona lo conoscevo poco. L’ho visto solo a diverse Convention Disney e ci ho scambiato poche parole: ieratico, ma appassionato, era circondato da un’aura suprema da “vecchio” - ma ancora attivissimo - saggio che lo proiettava automaticamente in una dimensione superiore, facendone un’icona vivente della disneyanità italiana. Poche parole, dicevo, ma sufficienti a cogliere la passione e la serietà con cui affrontava la sua professione.
Aveva uno stile personalissimo, il che è forse il massimo cui un autore possa aspirare. Le sue storie erano riconoscibilissime, dalla prima vignetta. La loro struttura consentiva variazioni infinite caratterizzate da un linguaggio che forse era la caratteristica più peculiare dello stile ciminiano. L’uso di termini insieme ricercati e fantasiosi lo rendeva unico, non solo in ambito disneyano. Nel corso di decenni e decenni di storie, moltissimi bambini hanno apprezzato le sfumature e l’ingegnosità del linguaggio ciminiano, cogliendone spesso spunto per un utile arricchimento lessicale.
Gli avevo reso omaggio una dozzina di anni fa con la storia Zio Paperone e le ciminiere narrative, nella quale avevo usato appositamente una struttura analoga a quella delle sue storie, richiamando tale collegamento nel titolo.
Se n’è andato un maestro della sceneggiatura, ma, come per tutti i maestri, le sue storie restano e le frequenti ristampe permetteranno alle nuove generazioni di venirne utilmente in contatto perpetuandone la lezione e la memoria.
Di persona lo conoscevo poco. L’ho visto solo a diverse Convention Disney e ci ho scambiato poche parole: ieratico, ma appassionato, era circondato da un’aura suprema da “vecchio” - ma ancora attivissimo - saggio che lo proiettava automaticamente in una dimensione superiore, facendone un’icona vivente della disneyanità italiana. Poche parole, dicevo, ma sufficienti a cogliere la passione e la serietà con cui affrontava la sua professione.
Aveva uno stile personalissimo, il che è forse il massimo cui un autore possa aspirare. Le sue storie erano riconoscibilissime, dalla prima vignetta. La loro struttura consentiva variazioni infinite caratterizzate da un linguaggio che forse era la caratteristica più peculiare dello stile ciminiano. L’uso di termini insieme ricercati e fantasiosi lo rendeva unico, non solo in ambito disneyano. Nel corso di decenni e decenni di storie, moltissimi bambini hanno apprezzato le sfumature e l’ingegnosità del linguaggio ciminiano, cogliendone spesso spunto per un utile arricchimento lessicale.
Gli avevo reso omaggio una dozzina di anni fa con la storia Zio Paperone e le ciminiere narrative, nella quale avevo usato appositamente una struttura analoga a quella delle sue storie, richiamando tale collegamento nel titolo.
Se n’è andato un maestro della sceneggiatura, ma, come per tutti i maestri, le sue storie restano e le frequenti ristampe permetteranno alle nuove generazioni di venirne utilmente in contatto perpetuandone la lezione e la memoria.
giovedì 22 marzo 2012
Robert Fuest (1927-21 marzo 2012)

Regista molto singolare, Robert Fuest, capace di innovare come pochi altri, ma in direzioni che quasi nessuno avrebbe poi preso. Mi era piaciuto molto da subito, quando era comparso sulla scena cinematografica (in Italia: il suo esordio dal titolo dylaniano, Just Like A Woman, mai arrivato da noi non l’ho purtroppo visto) con il mirabile horror Il mostro della strada di campagna, con una bravissima Pamela Franklin. Quello sì, a ripensarci, un film che è stato poi parecchio imitato e ha avuto recentemente anche un remake. Ma la più evidente singolarità Fuest l’aveva messa in mostra con il suo dittico sul dottor Phibes (L’abominevole Dr. Phibes e Frustrazione), connubio amabilmente crudele di orrore e commedia con vette di elegante stravaganza che lasciavano trasparire pienamente il suo spirito artistico. Mi era piaciuto molto anche Alpha Omega - Il principio della fine. Lo vidi per la seconda volta nel '79 a Londra proprio nel periodo in cui leggevo la tetralogia che Michael Moorcock aveva dedicato a Jerry Cornelius, un singolare personaggio-non-personaggio che aveva creato e messo a disposizione (Moebius, un altro grande che ci ha lasciato da poco, se ne sarebbe poi quasi impossessato). Il film di Fuest è tratto dal primo di quei romanzi e ne cattura lo spirito aggiungendo un ordinato delirio immaginifico che non soffre dei pochi mezzi a disposizione. Quello è stato forse l’ultimo film veramente innovativo di Fuest, la cui carriera avrebbe poi perso via via quell’intensità creativa, per motivi del tutto indipendenti da lui. Mi era comunque sembrato un regista così interessante che gli avevo dedicato - forse per la prima volta in Italia (o forse no, non sono così enciclopedico da saperlo) - un lungo articolo riepilogativo intitolato L’abominevole Dr. Fuest e pubblicato sul n. 3 di Aliens (gennaio 1980). Vecchi tempi e vecchie storie. Con Fuest se ne va uno degli ultimi pezzi di un particolarissimo (modo di fare) cinema.
Ho appena letto sul sito di Nocturno un bel ricordo di Fuest scritto da Mario Gerosa: questo è il link, vi consiglio di andare a leggerlo. Gerosa ha anche scritto un libro su Fuest: Robert Fuest e l’abominevole dottor Phibes (Falsopiano).
lunedì 19 marzo 2012
InHumane Resources

InHumane Resources è il nuovo cortometraggio di Michele Pastrello (del precedente, Ultracorpo, ho scritto qui) e segna una interessante deviazione nel suo percorso stilistico, allontanandosi ulteriormente - ma non del tutto - dal genere horror, anche se resta ancor più in primo piano il vero fulcro tematico centrale della sua opera, il commento socio-politico.
Una citazione di Orwell - da 1984 - apre, non casualmente, il film. Un uomo e una donna in camicia bianca e cravatta si affrontano selvaggiamente in una sorta di corridoio all’aperto, desolato e senza vita. L’arrivo di un terzo uomo e poi di un’altra donna, entrambi nelle medesime condizioni dei precedenti, alza il livello della lotta il cui scenario si amplia in una distesa post-industriale di capannoni abbandonati. I contorni dell’ambiente sono spesso soffusi e sfumati sino a quando i personaggi non si ritrovano in dettagliatissimi primi piani, come se provenissero dal nulla e guadagnassero individualità nello scontro all’ultimo sangue. La lotta è infatti senza quartiere, cruenta. Una delle donne si ricarica psicologicamente guardando le foto di una bambina - la sua, ci si immagina - sull’iPhone. Lotta anche per lei, probabilmente. Tutti, nonostante combattano crudelmente, hanno momenti di debolezza che tengono nascosti, lasciandoli uscire solo quando non sono visti, nelle pause di una battaglia che non prevede prigionieri.
L’atmosfera - più che orwelliana - è quella di certa fantascienza sociologica sarcastica e amara, tipica (per fare solo un nome) di Robert Sheckley, autore di molti racconti capaci di rendere in modo implacabile l’assurdità della società (in)umana (da uno di questi, Elio Petri trasse il film La decima vittima). Edifici abbandonati, desolati simulacri di una civiltà industriale ormai agli sgoccioli, perduta e non rimpianta, ma forse necessaria: sono lo scenario di un confronto nel quale l’uomo (e la donna) sono riportati alla bestialità delle origini. La storia, condotta con abilità usando pochissimi dialoghi, si regge sullo sviluppo di una singola situazione, ma il ritmo è abbastanza sostenuto e la buona interazione tra i personaggi permette un’adeguata varietà narrativa. Una piccola debolezza è che il film segue il suo teorema senza trovare una sorpresa assoluta, ma accontentandosi di una relativa.
Dal punto di vista formale, si notano l’eleganza delle immagini, grazie anche all’ottima fotografia di Mattia Gri, e soprattutto la padronanza del mezzo espressivo: la regia è sicura e vivace, ricca di inventiva e pienamente capace di raccontare nel modo migliore la storia. Com’è positiva consuetudine nel cinema di Pastello - che cortometraggio dopo cortometraggio ha formato un corpus autoriale di tutto rispetto, per tematiche e stile - la recitazione è buona. Gli interpreti si impegnano con risultati apprezzabili e si fa notare in modo particolare Mariasole Michielin che dispiega un registro espressivo ampio e convincente.
Ultimo aggiornamento: se volete vedere il film andate qui. Don't dare to miss it.
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venerdì 16 marzo 2012
Rosco e Sonny e la leggenda di Bigfoot

Una nuova avventura di Rosco e Sonny è in edicola ne Il Giornalino n. 12, quello di questa settimana. Il titolo è La leggenda di Bigfoot e, nella tradizionale onestà titolatrice che talvolta mi contraddistingue, ha a che fare con il misterioso ominide che popola le zone montuose e boschive del Nord America (o almeno ci piace pensare che le popoli). Per scrivere la storia non mi è servito aver visto diversi film su Bigfoot - noto anche come Sasquatch - ma li ho visti lo stesso volentieri (e di alcuni di loro ne ho dato conto nel mio Dizionario dei film horror). I disegni sono come sempre del bravissimo Rodolfo Torti.
sabato 10 marzo 2012
P.O.E. Poetry of Eerie

Edgar Allan Poe ha goduto delle attenzioni del cinema soprattutto negli anni ’60, quando Corman costruì un intero ciclo di pellicole sui suoi racconti, ma anche in altri periodi non sono mancati film ispirati alle sue opere, dai tempi de La caduta della casa Usher (1928) di Jean Epstein ai giorni nostri, con esempi come l’ineffabile Ligeia (2009) di Michael Staininger. Questa presenza massiccia, nonostante le difficoltà insite nella trasposizione cinematografica dei racconti tutt’altro che cinematografici di Poe, è un segno evidente del fascino che lo scrittore ha sempre esercitato.
Normalmente, dato che i racconti di Poe sono brevi e spesso più interiori che esteriori nella narrazione, il metodo per trarne dei film è quello di rimpolparli al punto che della materia originale rimane ben poco. Per ovviare a questo problema si è talvolta puntato su film a episodi invece che su lungometraggi tratti da un singolo racconto. Lo ha fatto Corman con I racconti del terrore e lo hanno fatto, tra gli altri, Dario Argento e George A. Romero con Due occhi diabolici. Ma anche quando si è scelta questa via, il materiale aggiunto si è spesso rivelato preponderante. Nel caso di questo nuovo film indipendente, P.O.E. Poetry of Eerie (2011), diretto da un gruppo di promettenti e giovani autori, la scelta è stata quella, ancora più radicale, di episodi molto brevi. Questa brevità avrebbe potuto consentire - se ciò effettivamente fosse possibile e, soprattutto, fosse stato l’obiettivo degli autori - di restare piuttosto fedeli a Poe. Ma invece, in prevalenza, si è preferito prendere spunto dai racconti per trattare d’altro. Dopo anni e anni di Poe al cinema non si può dire che la scelta sia astrattamente sbagliata. Il problema è che ciò può talvolta tradursi in una banalizzazione del materiale e nella difficoltà nel trovare il senso dell’operazione, di trovare cioè Poe all’interno delle nuove storie raccontate.
In questo e anche in altro, ogni episodio fa comunque storia a sé. Il complesso è quello che gli americani definiscono una mixed bag, con momenti riusciti che si alternano ad altri meno riusciti: il destino praticamente inevitabile dei film a episodi, soprattutto quando sono di autori diversi.
Il primo episodio è Silence, di Angelo e Giuseppe Capasso. Un uomo si sveglia ansimante, al suo fianco una donna sdraiata di lato che sembra dormire. Va in bagno, lo specchio ha un sussulto. Prende un caffè, gli casca la tazzina e si rompe. Chiama Annabel, come se pensasse fosse lei o il suo fantasma all’origine del suo turbamento. In bagno c’è del sangue nella vasca, assieme a frammenti di vetro. Ombre che passano, musica sinistra e avvolgente, camera sul personaggio, tensione sui dettagli: l’episodio è un classico esercizio di stile sulla paranoia e sull’ossessione, ben condotto, forse un po’ troppo debitore del cinema spettrale giapponese. Non c’è molta trama e nemmeno molto di nuovo, ma si lascia vedere con interesse. Stilisticamente promettente.
Il secondo episodio è The Sphinx di Alessandro Giordani. In uno squallido appartamento all’interno di un bunker in disfacimento, un uomo di una certa età studia degli insetti. Sua figlia cerca invano di lavarsi: non c’è acqua. Fuori invece c’è il mare. Ma anche una misteriosa pestilenza. La ragazza va fuori a prendere l’acqua anche se il padre gliel’aveva proibito per la possibile contaminazione. La ragazza nega che esista l’epidemia, vuole costringere il padre a bere l’acqua. Uno dei più curiosi e meno noti tra i racconti di Poe, che magnifica l’attenzione per il dettaglio che fa perdere di vista la realtà d’insieme (ne feci addirittura una versione a fumetti una quarantina di anni fa). Il contrasto tra le immagini cupe e claustrofobiche del bunker e quelle sognanti della spiaggia, di una luminosità soffusa, si accompagna a una musica dissonante e a dialoghi declamati fuori campo. L’effetto è interessante, straniante, ma non conduce a molto.
Il terzo episodio è Glasses di Matteo Corazza. Ginevra, una giornalista amante della mondanità, va con secondi fini a una festa invitata da un ex, Ruggero, che ha mollato. La ragazza è molto miope e alla festa gli occhiali le cadono e non li trova più. Ruggero si offre di cercarli e nel frattempo le presenta il fratello Riccardo di cui lei vede solo confusamente i lineamenti. Ne rimane comunque affascinata. Peggio per lei. Il racconto di Poe era in sostanza un’elaborata gag. Qui lo spunto degli occhiali è solo un pretesto all’interno di un quadro vendicativo di maniera che non presenta sorprese e si conclude in modo telefonato.
Il quarto episodio è Valdemar di Edo Tagliavini. Un medico, grazie all’aiuto di un esperto, mesmerizza Valdemar, un uomo affetto da tisi, quando sta per morire. L’esperimento riesce, ma il mesmerizzatore muore accidentalmente. Trovarne un altro si rivela impossibile, quindi il medico si trova in difficoltà, con Valdemar intrappolato tra la vita e la morte. Uno dei racconti di Poe più amati dal cinema - due le versioni di rilievo (Corman e Romero) - è stravolto a fini umoristici con esiti che si fanno apprezzare anche se talvolta più per lo spirito che per la pratica.
Il quinto episodio è The Tell-Tale Heart di Manuela Sica. Una donna visita una casa, mentre una voce legge la vicenda. Poi la donna stessa legge. Il racconto di Poe rimane nelle parole. Le immagini sembrano raccontare qualcos’altro. Ma non saprei dire cosa. Il collegamento più che negli occhi di chi guarda è in quelli di chi ha realizzato il film.
Il sesto episodio è Gordon Pym di Giovanni Pianigiani e Bruno Di Marcello. Gordon Pym, un marinaio, è imprigionato sotto coperta e costretto a mangiare scarafaggi per l’assenza di cibo. Un vecchio che lo chiama “padrone” cerca di ucciderlo, ma il marinaio, benché rimasto ferito, riesce a ucciderlo prima lui. Poi si nasconde ed è testimone di un pranzo cannibalesco. Ma i cannibali si accorgono di lui. L’unico romanzo di Poe diventa spunto per un raccontino claustrofobico con piccolo colpo di scena finale che vede la partecipazione di un giovane Poe alle prese con la sua creatura. La realizzazione privilegia le immagini alle parole - compendiando alcuni elementi del romanzo - ma non trova un colpo d’ala che renda quelle immagini capaci di vivere significativamente di luce propria.
Il settimo è The Black Cat di Paolo Gaudio. Forse il racconto di Poe più popolare al cinema, con svariate versioni molto significative, da Ulmer a Corman, a Dario Argento. Questa, realizzata in animazione, è simpatica, piuttosto burtoniana, ma con qualità sufficienti a garantirle un autonomo valore. Mettere Poe nel ruolo del protagonista di un suo racconto non è una novità, ma è decisamente appropriato. L’essenza del racconto è colta con bravura.
L’ottavo episodio è Ligeia di Simone Barbetti. Il ménage di una coppia è turbato dal ricordo di Ligeia, precedente e defunta moglie dell’uomo. Si turba ancora di più quando il ricordo si materializza in una figura fantasmatica. Corman aveva fatto di questo racconto un turgido e ambiguo melodramma gotico. Qui si resta alla sostanza dell’incubo per catturarne gli elementi più caratteristici, ma la passione per Ligeia resta un po’ troppo sulla carta, data per presupposta. Un tentativo comunque non banale, condotto con convinzione.
Il nono episodio è The Raven di Rosso Fiorentino. La poesia di Poe, è stata alla base - se così si può dire - di I maghi del terrore di Corman. Qui la lettura della poesia è illustrata, in modo alternativamente ossequioso e inquieto se non inquietante, da sequenze che restano sulla superficie della meditazione sulla morte.
Il decimo episodio è The Man of the Crowd di Paolo Fazzini. Un uomo osserva la folla e segue uno sconosciuto che ha attirato il suo interesse. L’attualizzazione all’odierno contesto urbano non è forzata, sembra quasi naturale, per la valenza extratemporale della tematica. La misteriosità della notte cittadina e l’inestricabile viluppo dei destini umani e della casualità che spesso li regola sono rese in modo sommario, ma efficace. Il finale tenta una sorpresa non del tutto conseguente: l’insieme è comunque inquieto e interessante.
L’undicesimo episodio è Berenice di Giuliano Giacomelli. Un uomo è affranto per la morte dell’amata moglie e la veglia. Ma lei, forse, non è morta. Tentativo di recuperare le atmosfere del gotico italiano dei tempi che furono, con un uso del colore e delle ambientazioni che si richiamano in parte a quella stagione, crea una discreta aura macabra seguendo l’esteriorità del racconto di Poe senza avere il tempo e forse la forza di catturare la sua ossessione.
Il dodicesimo episodio è Maelzel’s Chess Automaton di Domiziano Cristopharo ed è il migliore del lotto. Una partita a scacchi con un automa potrebbe essere l’occasione per rivalutare un’esistenza e Mr. Gray non vuole perderla. L’estetica dell’automa giocatore di scacchi è un elemento vincente che, con la sua aria rétro, si adatta molto bene - per contrasto - all’ambientazione luminosa e moderna. La partita a scacchi (e più in generale il gioco) vista come metafora della vita (e della morte) ha sempre il suo fascino e la sua validità, ma è il modo in cui è condotto il racconto a essere vincente. L’allucinata visione del predominio delle macchine sull’uomo è resa in modo elegante e visivamente raffinato ed efficace. L’assoluta (e vana, oltre che vacua) astrazione rappresentata dal gioco si evidenzia come il fine ultimo per un’umanità incapace di uscire dai propri limiti e difetti. Buona anche l’interpretazione di Luca Canonici e Angelo Campus.
Il tredicesimo episodio è Song di Yumiko “Sakura” Itou. In un’ambientazione giapponese, un’esecuzione rituale e uno spartito insanguinato. Direi che va un tantino sul criptico.
La durata complessiva è generosa (oltre un’ora e cinquanta) e l’impresa ambiziosa e nel complesso non priva di meriti, senz’altro da sostenere.
lunedì 5 marzo 2012
Segnocinema 174

Il nuovo numero di Segnocinema, il n° 174 (marzo-aprile 2012), è uscito e si presenta come sempre molto interessante. In particolare, è da segnalare lo speciale - come di consueto molto ampio e argomentato - che si intitola Trailer contro Trailer 2.0 e si occupa di uno dei fenomeni più suggestivi e singolari del mondo del cinema, quello di quei minifilm condensati che servono per spingere a vedere i film cui si riferiscono (ma spesso sortiscono l'effetto contrario, soprattutto quando raccontano così tanto del film che uno preferisce restarsene a casa). Mi corre luogo di segnalare anche che lo speciale - a cura di Mauro Antonini - contiene un mio micro-intervento, motivo già di per sé sufficiente per acquistare la rivista (almeno per i miei familiari e amici). A parte gli scherzi, già che ci sono, segnalo anche un paio di articoli che mi sembrano di particolare interesse, accomunati da un argomento catastrofico-cinematografico che di questi tempi mi attira molto: il primo si intitola The End (sulla fine del mondo cinematografica) ed è scritto da Mauro Caron, mentre l'altro si intitola A prova di orrore (sul cinema atomico), scritto da Roberto Lasagna.
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