domenica 3 febbraio 2019
I mercoledì di Pippo (again)
Nel periodo, non breve, in cui uscirono i vari episodi della serie I mercoledì di Pippo, ricevetti attestati di stima da parecchi colleghi e anche dalla maggior parte dei componenti la redazione di Topolino (ci fu infatti anche chi mi disse candidamente - e del tutto legittimamente - che non ne apprezzava lo spirito, ma che dato che al pubblico piacevano…). Anche qualche critico di fumetti mi disse che li apprezzava molto. Però, che io sappia, nessuno, in quel periodo, ne scrisse qualcosa. Dal punto di vista critico, ufficialmente, passarono del tutto inosservati. Molti anni sono passati da allora: considerate che l’ultima sceneggiatura per un Mercoledì di Pippo l’ho ultimata il 18 settembre 2002 (I mercoledì di Pippo: nelle segrete più segrete). Quindi, è più che normale pensare che l’oblio che già c’era prima, oggi sia ancora più consistente.
Ho notato invece che - forse anche per l’abortita ristampa organica della serie tentata recentemente - qualcuno ne ha parlato sul web e ha cercato di analizzare in modo compiuto anche i meccanismi che contraddistinguevano quella serie. Mi fa piacere perciò segnalare anche qui questo paio di articoli comparsi sul web.
Il primo è questo, comparso sul blog nonquelmarlowe: si sofferma in particolare su una delle storie dei Mercoledì (Il libro della ricchezza), svolgendo considerazioni interessanti. A questo proposito, posso precisare che non conosco il romanzo di Edgar Wallace citato. Invece, uno spunto mi venne in quell’occasione da un vecchio e strano film: poi, come capita spesso in questi casi, lo spunto diede origine a qualcosa di completamente diverso, tanto che non ne rimase nulla nella storia, se non nella mia mente, nel senso che ricordo i processi mentali che partendo da una cosa mi portarono a un’altra.
Il secondo, invece, è questo, comparso sul sito Ventenni Paperoni con il titolo Il meraviglioso nonsense meta-narrativo dei Mercoledì di Pippo. Scritto da Michela Nessi, è un’analisi articolata della serie e delle sue strutture narrative. Molto interessante, anche e soprattutto per me che ho scritto quelle storie.
Se vi interessano i Mercoledì di Pippo, troverete probabilmente interessanti anche questi articoli.
mercoledì 30 gennaio 2019
L'esorcismo di Hannah Grace
Domani esce nelle sale un nuovo horror dal titolo molto esplicativo (anche se in effetti c'è molto altro, oltre all'esorcismo): L'esorcismo di Hannah Grace. Chi è interessato a leggere che cosa ne penso, può cliccare qui e andare sul sito di MYmovies dove si trova la mia recensione. Buona lettura (e buona visione nel caso decidiate di andare al cinema),
Qui sopra un'immagine dal film, con la protagonista Shay Mitchell in evidenza.
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martedì 29 gennaio 2019
Cinema e zombie
Segnalo con piacere un'intervista che mi ha fatto Davide Girardi per il suo interessante sito Filmaboutit (un sito che è una miniera di informazioni sul cinema di genere). L'argomento dell'intervista sono gli zombie nel cinema: uno dei sottogeneri più frequentati e significativi del cinema horror soprattutto dopo la rivoluzione copernicana realizzata da Romero con La notte dei morti viventi. Ma, senza indugio, chi vuole leggere l'intervista non deve far altro che cliccare qui e andare sul sito di Filmaboutit dove consiglio poi si soffermi per le altre cose che ci sono. Buona lettura.
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domenica 27 gennaio 2019
Lion
Lion è un cortometraggio scritto e diretto da Davide Melini.
La storia parte da una situazione ben delineata. Un uomo collerico e forzuto in canottiera si abbrutisce di birra davanti al televisore, guardando varie cose (anche Psycho!), ma focalizzandosi alla fine su un documentario naturalistico con i leoni. Un bambino dallo sguardo spaurito e dagli evidenti segni di percosse è nel suo lettino e cerca conforto in un leoncino di peluche. Una donna indaffarata e rassegnata è in cucina. Un quadro di squallore familiare che viene disintegrato quando accade qualcosa di incredibile. Il leone del documentario sembra attraversare lo schermo (come Sadako o, per restare in ambito italiano, come i demoni baviani) e piombare nel salotto di casa.
Davide Melini racconta con stile ed economia narrativa una storia esemplare che in un contesto horror tratta un argomento tristemente all’ordine del giorno quale quello delle violenze in famiglia nei confronti dei minori. L’irruzione dello straordinario nella quotidianità rappresenta la forza dell’ordine naturale quale unica possibilità di salvezza per chi, invece, si trova a essere, nella quotidianità della società umana, vittima inerme della sopraffazione. Il parallelo tra la forza del desiderio e la possibilità della sua realizzazione richiama alla mente echi bradburiani, con il famoso racconto The Veidt (trasposto al cinema nell’ambito del film antologico L’uomo illustrato), ma in quel caso i bambini, come spesso nei racconti di Ray Bradbury, erano tutt’altro che vittime e i genitori tutt’altro che aguzzini, anche se, pure in quel caso, le sfumature e le interpretazioni sociologiche erano molteplici. Nel caso di Lion, la situazione è ben diversa e più definita: si capisce da quale parte sta il torto e da quale la ragione e si capisce anche che una soluzione non può essere trovata all’interno degli equilibri familiari né sembra poterci essere un aiuto esterno che provenga dalla società civile. La sensazione di solitudine e di impotenza del bambino è ben delineata. La salvezza, se c’è, deve cercare purtroppo strade straordinarie.
Tutto questo, Melini non lo enuncia, fortunatamente, ma lo fa scaturire da una narrazione che evita quanto più possibile i didascalismi e le banalità. Certo, i personaggi sono prototipi, ma lo sviluppo dell’azione e della storia avviene attraverso un raffinato gioco di giustapposizioni e di montaggio, senza enfasi e con un attento uso delle ombre e dei suoni a ricreare un effetto magico e straniante che richiama i vecchi horror di Val Lewton. Il risultato - creare un piccolo film efficace in se stesso quale racconto horror e anche efficace nel veicolare il suo messaggio - è raggiunto.
Tra gli interpreti, Michael Segal, bravo attore, ricorrente in molto horror indipendente. Suggestive e appropriate le musiche di Francesco Tresca. Efficace la fotografia di Juanma Postigo.
Davide Melini è stato aiuto regista di Dario Argento per La terza madre, oltre che per alcune importanti produzioni televisive, e si è già fatto notare per diversi cortometraggi. Lion ha vinto una consistente quantità di premi in vari festival in giro per il mondo e fa ben pensare per un prosieguo di carriera di rilievo.
Il trailer è visibile a questo link.
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venerdì 18 gennaio 2019
L'accordo
L’accordo è il nuovo lungometraggio di Stefano Simone, un giovane regista di cui ho scritto più volte in questo blog. La storia che racconta il film è molto semplice e lineare.
Stefano (Daniele Baldassarre) e Marta (Natalie La Torre) sono una coppia in crisi e questa crisi si ripercuote anche su Serena (Flory Di Bari), la loro figlioletta, che soffre per il clima teso in famiglia. Marta, perciò, affronta Stefano dicendogli che la separazione è l’unica cosa ormai possibile. I due vanno quindi dall’avvocato Rocchi (Tonino Pesante), che come prima cosa li richiama a soffermarsi sulla scelta per verificarne la bontà e soprattutto l’ineluttabilità. Marta è decisa, mentre Stefano ha più dubbi e dice d’essere stato costretto da lei ad andare via di casa. Lui è senza lavoro e non ha i soldi per pagarle l’affitto perciò ha deciso, anche per il bene della bambina, d’essere lui quello che se ne va (dai genitori). L’avvocato, saggio e comprensivo, nonché figlio di genitori separati e perciò capace di comprendere la situazione, invita i coniugi a soppesare bene le cose, le reciproche ragioni e la situazione della figlia. Anche Alessia (Gabriella Spagnuolo), la segretaria dell’avvocato, nelle lunghe pause che, per un motivo o per l’altro, interrompono la seduta dall’avvocato, cerca di dare buoni consigli ai due coniugi, essendo anche lei passata per l’esperienza della separazione.
Il film prosegue il percorso intrapreso negli ultimi tempi da Simone verso un cinema impegnato in problematiche sociali (Fuoco e fumo), teso ad affrontare aspetti del vivere comune. Più ancora degli ultimi film questo sembra voler affrontare in modo diretto l’argomento - la separazione tra i coniugi e la bigenitorialità - senza affidarsi a una storia esemplificativa da cui trarre una morale o un significato, ma raccontando in modo semplice e senza fronzoli proprio una separazione tra due coniugi davanti a un avvocato, seguendone le varie fasi e interlacciandole con altre esperienze analoghe che servono, raccontate da alcuni dei personaggi, a titolo di confronto. Inoltre, a rimarcare il tono quasi documentaristico, vi è anche spazio per testimonianze di vita, staccate dal racconto.
Il film cerca di presentare la situazione in tutte le sue sfaccettature e ciò è commendevole, però lo fa in modo piuttosto statico, non drammatico, situazionale, lasciato in massima ai dialoghi, scontando in ciò una certa lentezza e didascalicità. Pur se, va detto a merito, si avverte l’intenzione di presentare in modo onesto le ragioni di entrambi, sottolineando la possibilità di affrontare in modo civile un momento di crisi così significativo nella vita di una famiglia. Un cinema di servizio, quindi, che si appiattisce un po' sulla propria tematica, ma che sicuramente, comunque, riesce nel suo scopo di rendere un servizio. Sotto il profilo del cinema didattico, infatti, questo film potrà di certo svolgere la sua funzione. E si capisce che questo era l’intento. Dal punto di vista dello spettatore non particolarmente interessato alla problematica, invece, si avverte una certa carenza di costruzione narrativa. In sostanza, c’è molta esposizione e poco racconto.
Il cast, alle prese con una grande quantità di dialoghi, mostra qualche incertezza, ma anche una sostanziale buona volontà che sopperisce a qualche lacuna interpretativa dovuta all’inesperienza. Tonino Pesante, attore ricorrente nei film di Simone, è il più sicuro e uniforme nella sua prova, pienamente in grado di abitare la sua parte. Si avverte anche la verve a tratti messa in mostra da Gabriella Spagnuolo nel ruolo della segretaria dell’avvocato. Più diseguale la prova dei due protagonisti - Daniele Baldassarre e Natalie La Torre - che comunque trovano buoni momenti.
lunedì 7 gennaio 2019
Il diavolo e i morti
Stimolato da un post di Tim Lucas (il maggior esperto mondiale, direi, su Mario Bava), ho riesumato un ritaglio di giornale che avevo messo da parte molti anni fa. La data del ritaglio che ho riportato nell'album dove l'ho conservato è semplicemente "dicembre 1973", senza una precisazione sul giorno (ero un po' approssimativo, lo so). Non ho neanche scritto di quale quotidiano si trattava, ma guardando l'impaginazione direi che si trattava del Corriere d'Informazione, retaggio di tempi in cui alcuni quotidiani uscivano nel pomeriggio (ne ricordo in particolare due: il Corriere d'Informazione, appunto, e La Notte).
Già all'epoca l'horror mi interessava parecchio e da anni. Mario
Bava mi interessava di conseguenza parecchio anche lui perciò ritagliato quell'articolo in attesa di poter vedere il film. Quello che non sapevo era che l'attesa sarebbe durata decenni. Infatti di quel film, con quel titolo, Il diavolo e i morti, si persero subito le tracce. Gli orrori del castello di Norimberga, il film immediatamente precedente, non mi era piaciuto molto, ma Bava era sempre Bava perciò - anche lusingato dagli articoli che gli erano stati dedicati sulla influente rivista Horror qualche anno prima - lo volevo assolutamente vedere. Avevo recuperato altri suoi film al cineclub cittadino (Cinema1), Operazione paura in particolare, e quindi sapevo di cosa era capace. Ma Il diavolo e i morti non usciva mai né sarebbe mai uscito. Rimaneggiato e pesantemente modificato con scene aggiunte, sarebbe stato trasformato in La casa dell'esorcismo per cercare, qualche tempo dopo, di lucrare un po' sul successo de L'esorcista. Poi, ma solo con l'avvento del dvd, sarebbe uscito, prima all'estero e infine anche in Italia, nella versione originariamente pensata da Mario Bava con il titolo Lisa e il divaolo.
Questo breve articolo è perciò significativo di un'epoca che stava terminando. Di particolare interesse è la dichiarazione di Mario Bava stesso riportata alla fine, nella quale l'autore spiegava un po', brevemente, quello che aveva cercato di conseguire. Lisa e il diavolo è uno dei film più strani di Bava: un miracolo di estetica e di atmosfera per una trama molto complessa e articolata, quasi ermetica. Se non l'avete visto, guardatelo.
Già all'epoca l'horror mi interessava parecchio e da anni. Mario
Bava mi interessava di conseguenza parecchio anche lui perciò ritagliato quell'articolo in attesa di poter vedere il film. Quello che non sapevo era che l'attesa sarebbe durata decenni. Infatti di quel film, con quel titolo, Il diavolo e i morti, si persero subito le tracce. Gli orrori del castello di Norimberga, il film immediatamente precedente, non mi era piaciuto molto, ma Bava era sempre Bava perciò - anche lusingato dagli articoli che gli erano stati dedicati sulla influente rivista Horror qualche anno prima - lo volevo assolutamente vedere. Avevo recuperato altri suoi film al cineclub cittadino (Cinema1), Operazione paura in particolare, e quindi sapevo di cosa era capace. Ma Il diavolo e i morti non usciva mai né sarebbe mai uscito. Rimaneggiato e pesantemente modificato con scene aggiunte, sarebbe stato trasformato in La casa dell'esorcismo per cercare, qualche tempo dopo, di lucrare un po' sul successo de L'esorcista. Poi, ma solo con l'avvento del dvd, sarebbe uscito, prima all'estero e infine anche in Italia, nella versione originariamente pensata da Mario Bava con il titolo Lisa e il divaolo.
Questo breve articolo è perciò significativo di un'epoca che stava terminando. Di particolare interesse è la dichiarazione di Mario Bava stesso riportata alla fine, nella quale l'autore spiegava un po', brevemente, quello che aveva cercato di conseguire. Lisa e il diavolo è uno dei film più strani di Bava: un miracolo di estetica e di atmosfera per una trama molto complessa e articolata, quasi ermetica. Se non l'avete visto, guardatelo.
domenica 16 dicembre 2018
McBetter
McBetter è un piccolo horror grottesco realizzato dal pugliese Mattia De Pascali, all’esordio nella regia. Girato in Salento e tutto ambientato in una grande villa e nel suo giardino, è un film che si rivela piacevole e interessante, una piccola sorpresa.
Dopo un anno di assenza, Melanie (Serena Toma), figlia del potente Joe McBetter (Nik Manzi), torna nella villa di famiglia assieme al suo compagno Malcolm (Andrea Cananiello). Il burbero padre - capitalista autoritario ed egocentrico - la accoglie con ben poca simpatia. La nuova compagna di McBetter, Patricia (Donatella Reverchon), è più accomodante, mentre il piccolo Little Joe (Oscar Stajano), figlio di Joe e Patricia, vorrebbe tanto avere il permesso di sparare sui nuovi venuti. McBetter è a capo di una catena di fast food: ha fatto fortuna dopo essere partito dal basso, da un carrettino degli hamburger. Malcolm è andato da McBetter per proporgli un’idea rivoluzionaria: la gente si stuferà del manzo degli hamburger, gli insetti sono la soluzione. L’idea viene raccolta con ilarità e disprezzo. Fuori in giardino, Little Joe viene trovato ferito e farneticante. Potrebbe essere stato un animale, magari fuggito da un circo, pensa Melanie. Per convincere McBetter, Malcolm ha portato una valigia piena di vermi e insetti vari, suscitando la reazione schifata e violenta di McBetter. Indignati, Malcolm e Melanie vorrebbero andarsene, ma un pneumatico della loro auto è squarciato da quello che sembra il morso di un animale. Cercando il cric in garage per cambiare la ruota i due trovano il cadavere sbudellato del giardiniere. Melanie pensa di approfittare della situazione per mettere in atto un piano sanguinario, di vendetta e sopraffazione.
L’idea di una rivisitazione moderna della tragedia di Macbeth è simpatica e anche l’utilizzo di toni grotteschi è azzeccato. I personaggi sono tratteggiati in modo caricaturale con effetti a volte brillanti, anche in alcuni dei ruoli di contorno, in particolare modo quello della cameriera Dolores, ben interpretata da Iole Romano, con alcuni bizzarri tocchi di umorismo demenziale, che caratterizzano anche la maga Patrizia interpretata da Gabriella Luperto, cui è riservato il compito di aprire e chiudere il film con più di qualche richiamo alle streghe shakespeariane. Ci sono dei momenti di stanca e alcuni punti in cui la storia perde di mordente, ma nell’insieme il film scorre bene e la messa in scena, anche nella scelta delle angolature e nel montaggio, è abbastanza fluida e denota una buona professionalità. La deriva pienamente horror della parte finale è condotta discretamente con l’introduzione di una creatura mostruosa, una sorta di nemesi sorta anch’essa dalla sopraffazione e desiderosa di fare piazza pulita. Nella evidente ristrettezza dei mezzi, gli effetti speciali sono comunque funzionali e usati con saggia parsimonia.
Non ci sono grosse sorprese, ma la storia è ben condotta e non mancano ambizioni di critica sociale sviluppate in modo semplice, ma efficace. Anche la prova degli interpreti è nel complesso accettabile - con qualche incertezza qua e là, dovuta forse a qualche dialogo un po’ forzato - ma anche con buona efficienza espressiva e convinzione. Si segnalano sotto questo profilo in particolare il rude Nik Manzi, la simpatica Donatella Reverchon, capace di variare toni e registri interpretativi, e il protagonista Andrea Cananiello, che ha dei buoni momenti comici. Apprezzabile anche la fotografia firmata da Islam Mohamed, con una buona scelta dei colori (che soprattutto nel finale diventano quasi baviani).
Mattia De Pascali scrive, produce e dirige, mostrando buone qualità e una vivacità espressiva che promette bene.
sabato 15 dicembre 2018
La Banda sul Messaggero dei Ragazi n. 1031!
Nel nuovo numero del Messaggero dei Ragazzi - il n. 1031 (dicembre 2018), attualmente in distribuzione, torna La Banda, la serie a fumetti per la quale scrivo le sceneggiature. La storia di questo mese è la quindicesima della serie (non male, no?) e si intitola Facciamo un film!
Non sorprendentemente, il film che i ragazzi della Banda intendono girare è un horror, ambientato in una casetta abbandonata nel mezzo del bosco. Naturalmente, però, le cose prenderanno una piega diversa dalle loro aspettative.
Ai disegni torna il bravo Isacco Saccoman e la sequenza che riporto qui sopra dà un'idea della qualità del suo lavoro.
Per quanto mi riguarda, è sempre un piacere portare avanti le avventure di questi ragazzini e in questo caso il piacere è doppio perché l'argomento - il cinema - è anche una delle mie passioni.
Non sorprendentemente, il film che i ragazzi della Banda intendono girare è un horror, ambientato in una casetta abbandonata nel mezzo del bosco. Naturalmente, però, le cose prenderanno una piega diversa dalle loro aspettative.
Ai disegni torna il bravo Isacco Saccoman e la sequenza che riporto qui sopra dà un'idea della qualità del suo lavoro.
Per quanto mi riguarda, è sempre un piacere portare avanti le avventure di questi ragazzini e in questo caso il piacere è doppio perché l'argomento - il cinema - è anche una delle mie passioni.
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Rudy Salvagnini
martedì 27 novembre 2018
La casa delle bambole - Ghostland
Tra qualche giorno esce nelle sale La casa delle bambole - Ghostland, il nuovo film di Pascal Laugier, l'indimenticato autore di un film magistrale come Martyrs.
Chi vuole, può leggere la recensione che ho scritto per MYmovies cliccando qui.
Qui sopra un'immagine dal film, con la protagonista Emilia Jones in evidenza.
Chi vuole, può leggere la recensione che ho scritto per MYmovies cliccando qui.
Qui sopra un'immagine dal film, con la protagonista Emilia Jones in evidenza.
domenica 11 novembre 2018
Malerba
Malerba è il film d'esordio nel lungometraggio per Simone Corallini. Chi è interessato a leggere la recensione che ho scritto appositamente per MYmovies può cliccare qui e leggerla.
Gli interpreti principali, bravi, sono Luca Guastini, Manuela Parodi e Antonio De Matteo.
Gli interpreti principali, bravi, sono Luca Guastini, Manuela Parodi e Antonio De Matteo.
martedì 6 novembre 2018
Il votice dei ricordi, once again
Mi pare giusto cercare di ricordare, anche a me stesso, Il vortice dei ricordi (Alcheringa Edizioni), il mio primo romanzo. E non solo perché il tema del romanzo è proprio l’importanza dei ricordi. Ci sono romanzi autobiografici in senso stretto e questo non lo è, ma in tutte le cose che un autore scrive ci sono frammenti di vita che si insinuano a caratterizzare la scrittura. Sono dettagli che forse sfuggono a chi legge, ma che per chi scrive rappresentano un aspetto molto importante e significativo.
Sono sempre stato affascinato dalle citazioni che pochi o forse nessuno può cogliere. Sono sempre stato abituato a farne anche nei posti più impensati. Per esempio, quando ho scritto la mia monografia su Hal Ashby (Il Castoro Cinema) ho voluto fare un omaggio a questo sfortunato e grande regista scrivendo una storia per Topolino che probabilmente solo io ho colto come un omaggio ad Ashby. Ma a me bastava così. Le citazioni evidenti sono uno sterile sfoggio di cultura, le citazioni nascoste sono migliori: essendo nascoste perdono la loro stessa natura, ma riescono a dare spessore e significati che possono essere colti anche da chi non le percepisce come tali. Anche ne Il vortice dei ricordi ce ne sono, qua e là. C'è, per esempio, un'evidente citazione di un film svedese degli anni '50 che, a suo tempo, mi colpì. Ma non l'ho fatta perché volevo fare una citazione, l'ho fatta perché in quel punto ci stava bene: dava significato.
Cinema e fumetti hanno segnato la mia vita. Mi hanno appassionato e mi hanno anche occupato. Cinema e fumetti e Bob Dylan, aggiungerei. Ma in questo caso mi limito al cinema e ai fumetti, principalmente. Nel vortice dei mei ricordi cinema e fumetti hanno un ruolo importante e nel mio romanzo la loro presenza è fondamentale. Il cinema è l’elemento portante della storia e i fumetti sono la passione del protagonista, che ama farli e ama leggerli, come capita quasi sempre. Se ci pensate, accade molto spesso che chi legge fumetti voglia anche farli. Questa non è una cosa negativa, anzi è una cosa naturale, anche se spesso comporta e porta a delusioni perché non sempre la passione si accompagna al talento. È una cosa naturale perché leggere stimola la creatività, favorisce l’emulazione, accende la fantasia. E la fantasia - e la sua importanza - è un altro degli elementi fondamentali del romanzo. Sviluppare la fantasia è necessario. Tiene viva l’immaginazione, alimenta la speranza. E io spero che chi legge questo romanzo si possa sentire ispirato, in qualche modo.
Ma un’altra cosa che mi è sempre piaciuta - ed è presente in questo romanzo - è il raccontare frammenti, idee, spunti per dare l’idea di qualcosa che poi dev’essere lasciato sedimentare nella testa dei lettori. E questo ci porta a Kurt Vonnegut, un altro dei miei numi tutelari, sempre presente in quello che scrivo. Se leggete Vonnegut, avete presente anche Kilgore Trout, lo scassatissimo scrittore di fantascienza pulp di nessun successo. I romanzi di Vonnegut spesso presentano le idee di Trout sotto forma di riassunti di romanzi, di spunti bislacchi e di solito sono cose fulminanti, esilaranti, a dimostrazione di come certe volte i riassunti siano meglio delle opere complete. Ci sono trame, cioè, che è più divertente leggere in riassunto che nello sviluppo completo. Come gli spunti di Kilgore Trout sono il condimento di molti romanzi di Vonnegut, così ho cercato di fare anch’io con alcune delle creazioni fumettistiche del protagonista de Il vortice dei ricordi. Capitan Equità, in particolare, il super eroe con il comitato etico che regola le sue imprese, è un esempio di sottotrama raccontata per spunti e riassunti. Una cosa che mi piace e che credo possa avere un effetto benefico sulla storia, anche per il suo paradossale significato.
E poi, naturalmente, uno dei personaggi secondari del romanzo ha delle caratteristiche che rispecchiano molto da vicino qualcuno che conosco molto bene, in una rappresentazione un po’ idealizzata, probabilmente, ma che avrebbe forse potuto essere. Se le cose fossero andate meglio.
Qui sopra la copertina del romanzo e mi fa piacere ricordare ancora che è opera del bravo Nicola Pasquetto.
Sono sempre stato affascinato dalle citazioni che pochi o forse nessuno può cogliere. Sono sempre stato abituato a farne anche nei posti più impensati. Per esempio, quando ho scritto la mia monografia su Hal Ashby (Il Castoro Cinema) ho voluto fare un omaggio a questo sfortunato e grande regista scrivendo una storia per Topolino che probabilmente solo io ho colto come un omaggio ad Ashby. Ma a me bastava così. Le citazioni evidenti sono uno sterile sfoggio di cultura, le citazioni nascoste sono migliori: essendo nascoste perdono la loro stessa natura, ma riescono a dare spessore e significati che possono essere colti anche da chi non le percepisce come tali. Anche ne Il vortice dei ricordi ce ne sono, qua e là. C'è, per esempio, un'evidente citazione di un film svedese degli anni '50 che, a suo tempo, mi colpì. Ma non l'ho fatta perché volevo fare una citazione, l'ho fatta perché in quel punto ci stava bene: dava significato.
Cinema e fumetti hanno segnato la mia vita. Mi hanno appassionato e mi hanno anche occupato. Cinema e fumetti e Bob Dylan, aggiungerei. Ma in questo caso mi limito al cinema e ai fumetti, principalmente. Nel vortice dei mei ricordi cinema e fumetti hanno un ruolo importante e nel mio romanzo la loro presenza è fondamentale. Il cinema è l’elemento portante della storia e i fumetti sono la passione del protagonista, che ama farli e ama leggerli, come capita quasi sempre. Se ci pensate, accade molto spesso che chi legge fumetti voglia anche farli. Questa non è una cosa negativa, anzi è una cosa naturale, anche se spesso comporta e porta a delusioni perché non sempre la passione si accompagna al talento. È una cosa naturale perché leggere stimola la creatività, favorisce l’emulazione, accende la fantasia. E la fantasia - e la sua importanza - è un altro degli elementi fondamentali del romanzo. Sviluppare la fantasia è necessario. Tiene viva l’immaginazione, alimenta la speranza. E io spero che chi legge questo romanzo si possa sentire ispirato, in qualche modo.
Ma un’altra cosa che mi è sempre piaciuta - ed è presente in questo romanzo - è il raccontare frammenti, idee, spunti per dare l’idea di qualcosa che poi dev’essere lasciato sedimentare nella testa dei lettori. E questo ci porta a Kurt Vonnegut, un altro dei miei numi tutelari, sempre presente in quello che scrivo. Se leggete Vonnegut, avete presente anche Kilgore Trout, lo scassatissimo scrittore di fantascienza pulp di nessun successo. I romanzi di Vonnegut spesso presentano le idee di Trout sotto forma di riassunti di romanzi, di spunti bislacchi e di solito sono cose fulminanti, esilaranti, a dimostrazione di come certe volte i riassunti siano meglio delle opere complete. Ci sono trame, cioè, che è più divertente leggere in riassunto che nello sviluppo completo. Come gli spunti di Kilgore Trout sono il condimento di molti romanzi di Vonnegut, così ho cercato di fare anch’io con alcune delle creazioni fumettistiche del protagonista de Il vortice dei ricordi. Capitan Equità, in particolare, il super eroe con il comitato etico che regola le sue imprese, è un esempio di sottotrama raccontata per spunti e riassunti. Una cosa che mi piace e che credo possa avere un effetto benefico sulla storia, anche per il suo paradossale significato.
E poi, naturalmente, uno dei personaggi secondari del romanzo ha delle caratteristiche che rispecchiano molto da vicino qualcuno che conosco molto bene, in una rappresentazione un po’ idealizzata, probabilmente, ma che avrebbe forse potuto essere. Se le cose fossero andate meglio.
Qui sopra la copertina del romanzo e mi fa piacere ricordare ancora che è opera del bravo Nicola Pasquetto.
venerdì 2 novembre 2018
Un ricordo di Leone Frollo
Qualche giorno fa ci ha lasciato Leone Frollo, un grande disegnatore. È ricordato soprattutto per i fumetti erotici degli anni ’70, ma è stato un artista a tutto tondo, versatile e capace, con uno stile personalissimo e di grande eleganza. Ma della sua arte hanno, giustamente, parlato in molti in questi giorni e non mi dilungo sull’argomento se non per dire che l’ho sempre apprezzato moltissimo, come artista.
Volevo solo condividere un ricordo che ho di lui. Non l’ho mai conosciuto, ma una volta l’ho incontrato ed è stato in una circostanza che me l’ha fatto molto apprezzare come persona. È stato a Lucca ’98, una delle due volte che sono stato a Lucca. In quel caso ci ero andato per presentare un fumetto che avevo scritto ed è stata la seconda e ultima volta che ci sono stato. Ero con un amico disegnatore, Alessandro Gottardo, e ci eravamo soffermati a un banchetto della mostra mercato dove si vendevano originali. I prezzi erano buoni e il materiale ottimo per cui comprai diverse cose, tra le quali una pagina di Leone Frollo. Alessandro fece lo stesso. Le avevano appena comperate che Alessandro mi disse: “Ehi, ma quello è Leone Frollo! Facciamoci autografare le pagine!”. Caso volle, infatti, che Leone Frollo in persona passasse da quelle parti proprio in quel momento. Io non sapevo nemmeno che faccia avesse e perciò la fortuna fu che con me ci fosse Alessandro che invece lo aveva riconosciuto. Ci fiondammo con le nostre pagine e gli chiedemmo di firmarle. Lui ci guarda un po’ perplesso e ci chiese dove le avevamo prese. Capii subito che qualcosa non andava. Lo capii dal rammarico che traspirava dallo sguardo di Frollo. Era evidente che quelle pagine non le aveva messe in vendita lui. Evidentemente erano pagine che avevano fatto un percorso tale da escludere la sua partecipazione una volta pubblicate. Gli dicemmo dove le avevamo comperate. Lui capì che eravamo in buona fede e che anche chi ce le aveva vendute doveva essere in buona fede avendole probabilmente acquistate a sua volta da qualcun altro. Così con un sorriso ci firmò le pagine. Lo ringraziammo e gli esprimemmo la nostra ammirazione. Ci salutammo e lui se ne andò per la sua strada e noi per ala nostra. Avrebbe potuto - anche giustamente - evitare di firmare delle pagine per le quali lui non ricavava nulla pur avendole disegnate, ma si dimostrò un gran signore, molto gentile e superiore. Questo fatto mi colpì e mi rimase impresso. Sia perché dimostrava quanto fosse ingiusta la situazione di base (quanti autori hanno visto le loro tavole finire sul mercato senza averne il controllo e senza averne i giusti riconoscimenti economici?) sia perché dimostrava come Frollo avesse anteposto la soddisfazione dei suoi ammiratori alla propria.
Qui sopra quella pagina che da allora è appesa nel mio studio.
Volevo solo condividere un ricordo che ho di lui. Non l’ho mai conosciuto, ma una volta l’ho incontrato ed è stato in una circostanza che me l’ha fatto molto apprezzare come persona. È stato a Lucca ’98, una delle due volte che sono stato a Lucca. In quel caso ci ero andato per presentare un fumetto che avevo scritto ed è stata la seconda e ultima volta che ci sono stato. Ero con un amico disegnatore, Alessandro Gottardo, e ci eravamo soffermati a un banchetto della mostra mercato dove si vendevano originali. I prezzi erano buoni e il materiale ottimo per cui comprai diverse cose, tra le quali una pagina di Leone Frollo. Alessandro fece lo stesso. Le avevano appena comperate che Alessandro mi disse: “Ehi, ma quello è Leone Frollo! Facciamoci autografare le pagine!”. Caso volle, infatti, che Leone Frollo in persona passasse da quelle parti proprio in quel momento. Io non sapevo nemmeno che faccia avesse e perciò la fortuna fu che con me ci fosse Alessandro che invece lo aveva riconosciuto. Ci fiondammo con le nostre pagine e gli chiedemmo di firmarle. Lui ci guarda un po’ perplesso e ci chiese dove le avevamo prese. Capii subito che qualcosa non andava. Lo capii dal rammarico che traspirava dallo sguardo di Frollo. Era evidente che quelle pagine non le aveva messe in vendita lui. Evidentemente erano pagine che avevano fatto un percorso tale da escludere la sua partecipazione una volta pubblicate. Gli dicemmo dove le avevamo comperate. Lui capì che eravamo in buona fede e che anche chi ce le aveva vendute doveva essere in buona fede avendole probabilmente acquistate a sua volta da qualcun altro. Così con un sorriso ci firmò le pagine. Lo ringraziammo e gli esprimemmo la nostra ammirazione. Ci salutammo e lui se ne andò per la sua strada e noi per ala nostra. Avrebbe potuto - anche giustamente - evitare di firmare delle pagine per le quali lui non ricavava nulla pur avendole disegnate, ma si dimostrò un gran signore, molto gentile e superiore. Questo fatto mi colpì e mi rimase impresso. Sia perché dimostrava quanto fosse ingiusta la situazione di base (quanti autori hanno visto le loro tavole finire sul mercato senza averne il controllo e senza averne i giusti riconoscimenti economici?) sia perché dimostrava come Frollo avesse anteposto la soddisfazione dei suoi ammiratori alla propria.
Qui sopra quella pagina che da allora è appesa nel mio studio.
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