lunedì 18 luglio 2016
La Banda sul Messaggero dei Ragazzi n. 1002
Anche nel numero 1002 (luglio 2016) del Messaggero dei Ragazzi c'è un episodio della serie La Banda (il fumetto che sto scrivendo in questo periodo). L'episodio si intitola La doppia processione e mette in scena in modo spero divertente un classico esempio in cui qualcosa che dovrebbe unire invece divide, con la conseguente necessità di porvi rimedio in qualche modo.
I disegni sono di Luca Salvagno, il creatore grafico della serie. Autore che non ha bisogno di presentazioni, per poliedricità e bravura ha pochi rivali: una sua caratteristica che ho potuto apprezzare in questa serie è la capacità di rendere al meglio e con grande leggibilità anche scene gremite e oggettivamente complicate. Comprimere in otto pagine un'avventura comporta talvolta una compattezza narrativa che può creare qualche problema al disegnatore, ma Luca se l'è sempre cavata alla grande e i racconti si sono sempre mantenuti ariosi e socrrevoli. Let's keep on keepin' on. La serie prosegue.
lunedì 11 luglio 2016
I Hated, Hated, Hated This Movie di Roger Ebert
Quando ho cominciato a scrivere recensioni cinematografiche avevo il gusto della stroncatura. Mi piaceva avere la possibilità di usare ironia e sarcasmo nei confronti di chi aveva realizzato dei film che mi sembravano brutti. È una cosa normale: le stroncature sono più facili delle recensioni elogiative e consentono di solito al recensore di diventare egli stesso il protagonista della propria recensione attraverso un articolato sfoggio di quel senso di superiorità che spesso pervade chi deve (o vuole) giudicare. Col tempo il mio punto di vista è molto cambiato. Forse l’essere anche un (modesto) creatore di storie - in qualche modo un autore - mi ha permesso di comprendere le difficoltà della creazione e mi ha reso meno facile la stroncatura divertita, quella che si fa beffe di chi comunque ha creato qualcosa. Adesso, se mi capita - e per l’onestà che devo a chi legge le mie recensioni, mi capita - di giudicare negativamente un film, lo faccio cercando in modo costruttivo di spiegare perché non mi è piaciuto e di non limitarmi ad apodittiche prese in giro della presunta incapacità altrui. Le recensioni che ogni tanto scrivo per questo blog, per esempio, generalmente sono positive perché, potendo scegliere, scrivo di ciò che mi è piaciuto. Quelle che scrivo per MYmovies o sui miei libri (il Dizionario dei film horror, per esempio), invece, per loro natura possono anche essere negative, ma, pur indulgendo talvolta in un po’ di ironia spero che non possano mai essere definite “cattive”.
Questa lunga premessa, serve per chiarire come mi pongo di fronte all’arte della stroncatura e come mi pongo di fronte all’autore dell’opera che recensisco, con rispetto per il suo sforzo. Ma l’arte della stroncatura ha molti sostenitori, non senza i loro perché. Tra questi possono esserci i critici cinematografici che potrei definire come "protagonisti" della loro recensione. Quei critici così importanti da essere diventati a loro volta dei personaggi, in grado di orientare i gusti dei loro lettori. Quei critici per i quali la loro recensione è già in se stessa un’opera d’arte, più importante forse di ciò che recensiscono. Roger Ebert (scomparso nel 2013) era sicuramente uno dei critici più importanti e caustici. Curiosamente, ha avuto anche una breve avventura come sceneggiatore per Russ Meyer e già questo solo fatto può far capire che non aveva certo la puzza sotto il naso e sapeva apprezzare l’exploitation e il cinema di serie B quando capitava.
Il titolo del libro in questione, I Hated, Hated, Hated This Movie (Andrews McMeel Publishing, e-book 2013), fa già capire l’atteggiamento: si tratta di una raccolta di recensioni di Ebert scritte durante gli anni: tutte, esclusivamente, stroncature. Leggerle una di seguito all’altra produce un effetto è curioso, perché, pur tra una certa costanza nell'irrisione, si coglie la varietà strutturale e ricercata dell’impianto stroncatorio dove a volte del film si accenna appena tanto poco lo si è valutato e dove altre volte Ebert usa compiacersi di forbite circonvoluzioni per mettere alla berlina gli autori dei film in questione. Su tutto, un notevole sfoggio di ironia che rende la lettura piacevole anche se non sempre si conoscono i film.
La scelta di pubblicare un libro tutto di stroncature è curiosa, ma il risultato ha la sua brillantezza: non ha più importanza di che film si tratti, ma l’esercizio di una brillante cattiveria in sé. I film sono di vario genere e di varie epoche: si va da film molto noti a pellicole di così basso livello produttivo da chiedersi come mai siano finite nelle rotte critiche di Ebert. È recensito persino, per dirne uno, TNT Jackson, curioso (e fiacco) esempio di blaxploitation rinforzata (o indebolita, piuttosto, visto come sono eseguite) dalle arti marziali. Non mancano anche le stroncature che non ti aspetti, come per esempio L’inquilino del terzo piano di Polanski che io, invece, per dirne uno, ho sempre molto apprezzato. Mi è anche dispiaciuto un po’ leggere la sprezzante stroncatura di The Switchblade Sisters anche perché si riverberava su tutta la carriera di Jack Hill, di cui Ebert salva solo i film con Pam Grier (e solo perché c’era Pam Grier). Il libro è comunque pieno di scoperte e chiunque, credo, può trovare qualcuno dei suoi favoriti tra gli sfavoriti di Ebert. Non è questo l’importante: l’importante è che il libro è divertente da leggere e per quanto io mi ponga riguardo alle stroncature nel modo che ho sopra descritto e non sempre sia d’accordo comunque con i giudizi di Ebert, mi sono decisamente divertito a leggerlo.
Il libro è in inglese e l’ho letto in e-book.
Questa lunga premessa, serve per chiarire come mi pongo di fronte all’arte della stroncatura e come mi pongo di fronte all’autore dell’opera che recensisco, con rispetto per il suo sforzo. Ma l’arte della stroncatura ha molti sostenitori, non senza i loro perché. Tra questi possono esserci i critici cinematografici che potrei definire come "protagonisti" della loro recensione. Quei critici così importanti da essere diventati a loro volta dei personaggi, in grado di orientare i gusti dei loro lettori. Quei critici per i quali la loro recensione è già in se stessa un’opera d’arte, più importante forse di ciò che recensiscono. Roger Ebert (scomparso nel 2013) era sicuramente uno dei critici più importanti e caustici. Curiosamente, ha avuto anche una breve avventura come sceneggiatore per Russ Meyer e già questo solo fatto può far capire che non aveva certo la puzza sotto il naso e sapeva apprezzare l’exploitation e il cinema di serie B quando capitava.
Il titolo del libro in questione, I Hated, Hated, Hated This Movie (Andrews McMeel Publishing, e-book 2013), fa già capire l’atteggiamento: si tratta di una raccolta di recensioni di Ebert scritte durante gli anni: tutte, esclusivamente, stroncature. Leggerle una di seguito all’altra produce un effetto è curioso, perché, pur tra una certa costanza nell'irrisione, si coglie la varietà strutturale e ricercata dell’impianto stroncatorio dove a volte del film si accenna appena tanto poco lo si è valutato e dove altre volte Ebert usa compiacersi di forbite circonvoluzioni per mettere alla berlina gli autori dei film in questione. Su tutto, un notevole sfoggio di ironia che rende la lettura piacevole anche se non sempre si conoscono i film.
La scelta di pubblicare un libro tutto di stroncature è curiosa, ma il risultato ha la sua brillantezza: non ha più importanza di che film si tratti, ma l’esercizio di una brillante cattiveria in sé. I film sono di vario genere e di varie epoche: si va da film molto noti a pellicole di così basso livello produttivo da chiedersi come mai siano finite nelle rotte critiche di Ebert. È recensito persino, per dirne uno, TNT Jackson, curioso (e fiacco) esempio di blaxploitation rinforzata (o indebolita, piuttosto, visto come sono eseguite) dalle arti marziali. Non mancano anche le stroncature che non ti aspetti, come per esempio L’inquilino del terzo piano di Polanski che io, invece, per dirne uno, ho sempre molto apprezzato. Mi è anche dispiaciuto un po’ leggere la sprezzante stroncatura di The Switchblade Sisters anche perché si riverberava su tutta la carriera di Jack Hill, di cui Ebert salva solo i film con Pam Grier (e solo perché c’era Pam Grier). Il libro è comunque pieno di scoperte e chiunque, credo, può trovare qualcuno dei suoi favoriti tra gli sfavoriti di Ebert. Non è questo l’importante: l’importante è che il libro è divertente da leggere e per quanto io mi ponga riguardo alle stroncature nel modo che ho sopra descritto e non sempre sia d’accordo comunque con i giudizi di Ebert, mi sono decisamente divertito a leggerlo.
Il libro è in inglese e l’ho letto in e-book.
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mercoledì 6 luglio 2016
Il cinema dell'eccesso vol. 2: recensione di Mario Calderale su Segnocinema
Segnalo che sul numero 200 (nientemeno) di Segnocinema, attualmente in distribuzione, c'è una breve recensione del mio Il cinema dell'eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo, scritta da Mario Calderale, che ringrazio per l'attenzione.
Con l'occasione segnalo anche che la rivista è, come sempre, un must per gli appassionati di cinema: lo speciale di questo numero si intitola Cinema arte aperta - Le quattro vite dell'immagine in movimento (come ogni titolo suggestivamente criptico necessita una lettura del contenuto cui si riferisce per coglierne il significato e non se ne resterà delusi).
martedì 5 luglio 2016
La Banda sul Messaggero dei Ragazzi n. 1001
Sul numero 1001 del Messaggero dei Ragazzi compare non Turiddu, ma la seconda storia della Banda, la nuova serie a fumetti di cui sono lo sceneggiatore. L'episodio si intitola Il vicino e vede i ragazzi protagonisti della serie alle prese con un vecchietto assai poco amichevole. La storia è disegnata alla grande da Luca Salvagno, autore anche della copertina della rivista, dedicata appunto alla Banda (composta da un variegato gruppo di ragazzini e ragazzine pieni di voglia di fare e di divertirsi).
Inutile dire che si tratta di una serie che mi sta dando notevoli soddisfazioni e che mi auguro possa incontrare i favori dei lettori e durare un bel po'.
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domenica 3 luglio 2016
Il cinema dell'eccesso vol. 2: cosa c'è dentro. Cap. 2 Doris Wishman
Proseguo la presentazione analitica del contenuto del mio libro Il cinema dell'eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac Edizioni) trattando del secondo capitolo dedicato a Doris Wishman.
Doris Wishman ha rappresentato di certo un’anomalia curiosa nel mondo dell’exploitation ed è raro trovare un autore (o un’autrice) così unica e refrattaria al rispetto delle regole del gioco, persino dal punto di vista della sintassi cinematografica. Guardare i suoi film è un’esperienza, non necessariamente sempre piacevole, ma un’esperienza che in qualche modo arricchisce lo spettatore perché lo conduce in una dimensione che non sarà la quinta evocata da Rod Serling, ma è comunque una dimensione aliena. Chi si lascia impressionare negativamente dalla sciatteria, che pure traspare e talvolta infastidisce, si potrebbe perdere l’essenza bizzarra e insolita del cinema di Doris Wishman. Perciò vale la pena aver presente che non si tratta di una regista normale e i suoi film sono tutt’altro che normali e necessitano di una particolare disposizione d’animo e di una grande disponibilità mentale per essere apprezzati (non tutti e non sempre, comunque) per quel che possono dare.
Detto questo, nel capitolo a lei dedicato ho cercato di tracciare la sua tutt’altro che lineare parabola autoriale che l’ha vista improvvisarsi regista con un gruppo di nudies che adesso ci sembrano innocui (ragazze naturiste che giocano a palla o fanno il bagno in piscina sono il massimo della concessione pruriginosa), ma che all’epoca della loro uscita erano assai trasgressivi, per poi passare, inseguendo il mutamento dei costumi, l’allentarsi della censura e le richieste sempre più esigenti degli spettatori, ai cosiddetti roughies e cioè film in cui il sesso, prima innocuo nei nudies, veniva speziato con robuste dosi di violenza e perversione. Qui la Wishman ha dato il meglio con film “cattivi” di cui l’esempio più noto e paradigmatico è Bad Girls Go To Hell, gioiellino in bianco e nero che resta il piccolo capolavoro della regista.
Ma il pubblico dell’exploitation non si accontentava mai e la Wishman, come gli altri registi che lavoravano nel suo campo, era costretta ad anticiparne le esigenze spingendosi sempre più in là nell’eccesso. Dapprima il passaggio al colore, che rivelò l’indescrivibile bruttezza kitsch degli ambienti casalinghi in cui girava e diede una non ricercata anima trash ai suoi film che prima fortunatamente non avevano grazie all’eleganza del bianco e nero, poi la ricerca di “effetti speciali” del tutto particolari come l’attrice super tettuta protagonista del dittico di Susy Tettalunga o il tentativo di shockumentary con Let Me Die a Woman.
La rincorsa agli eccessi portò la Wishman, come altri registi di exploitaton, a cavalcare senza entusiasmo l’onda del porno, da cui si ritrasse per tentare un horror le cui sfortunate traversie produttive - puntualmente descritte nel mio libro - la condussero alla povertà e a un lavoro da commessa quando avrebbe avuto l’età della pensione. Ma l’indistruttibile Doris non si lasciò abbattere e come un’araba fenice risorse dalle ceneri della propria carriera, grazie anche al piccolo culto nel frattempo sorto intorno ai suoi film.
Una vicenda umana e autoriale, la sua, che vale la pena conoscere.
Completa il capitolo un’intervista a C. Davis Smith, il suo fedele direttore della fotografia.
lunedì 20 giugno 2016
It Follows
Mercoledì 6 luglio esce in sala It Follows, un film scritto e diretto da David Robert Mitchell. Si tratta di un horror basato su un concetto semplice ed efficace: una strana creatura proteiforme segue la sua vittima designata in modo lento e implacabile. La maledizione è trasmissibile, ma le modalità e i risultati non sono sempre affidabili. Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies non deve fare altro che cliccare qui, ma, per una volta, mi sento di anticipare, pur esortando alla lettura della recensione per una motivazione quanto più possibile approfondita (tenuto conto dei limiti di spazio), che il film è assolutamente da non perdere. Come qualunque appassionato di horror sa, il genere è spesso una questione di "hit or miss" e qui il colpo è stato indubbiamente centrato.
Qui sopra la protagonista Maika Monroe in una scena del film.
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lunedì 6 giugno 2016
Il cinema dell'eccesso vol. 2: recensione di Nico Parente su Leggere: tutti
Segnalo con piacere la recensione a Il cinema dell'eccesso vol. 2 scritta da Nico Parente - che colgo l'occasione per ringraziare - su Leggere: tutti n. 104 (giugno 2016). Al di là della recensione, la rivista è, tra l'altro, molto interessante.
lunedì 30 maggio 2016
Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 1 Jack Hill
Così come ho fatto per il primo volume, anche per questo secondo volume (Il cinema dell’eccesso vol. 2: Stati Uniti e resto del mondo, Crac Edizioni), procederò a una presentazioone capitolo per capitolo, per illustrare meglio il contenuto del libro, in modo che chi è interessato all’argomento - o vuole cominciare a interessarsene - può capire se quest’opera fa al caso suo. Come il primo volume anche questo è organizzato per autori, proprio perché l’ottica che ho privilegiato è quella di focalizzare l’analisi sui registi più interessanti per seguirne la parabola autoriale e individuarne preferenze e tematiche.
Il primo capitolo è dedicato al regista americano Jack Hill, sicuramente uno dei migliori a essersi dedicato all’exploitation. Capace di raffinatezze stilistiche non comuni e di raccontare in modo coinvolgente e anticonformista, Hill ha sempre mostrato l’indubbia capacità di dirigere con professionalità e originalità, dando sempre l’idea che sarebbe stato in grado di tenere in pugno in modo perfetto progetti di caratura economica consistente: insomma, per dirla breve, produttivamente di serie A, non solo di genere. Che non ci sia riuscito resta in parte un mistero (l’altra parte è dipesa da lui, come egli stesso ammette, e dalla miopia di chi aveva in mano le redini del gioco). Quello che ha lasciato è comunque un opus di assoluto rilievo. Spider Baby e Switchblade Sisters, da soli, valgono una carriera e c’è molto di più. Chi guarda i suoi film sa che non si annoierà e resterà ammirato dalla sua bravura anche nell’affrontare tematiche poco promettenti (ha fatto anche un film sulle corse automobilistiche! e l'ha fatto bene) o in qualche misura banali.
Ho cercato di raccontare la sua storia attraverso i film che ha fatto e i problemi produttivi che ha talvolta dovuto affrontare sino a quando, un po’ alla volta, la ruota (e la pellicola) ha smesso di girare con un larghissimo anticipo rispetto all’auspicabile. Inutile ricordare ancora una volta che Tarantino è un suo grande ammiratore e che Jackie Brown è il suo chiaro omaggio a Hill: il nome della protahonista deriva dai nomi di Jack Hill e di Foxy Brown, l’eroina di uno dei suoi film più famosi, interpretata dalla stessa Pam Grier che è protagonista anche del film di Tarantino.
In appendice al capitolo un’intervista che Hill mi ha concesso all’epoca dell’articolo che ho scritto per Segnocinema (nella serie Kings of Exploitation) e che costituisce la base, poi riveduta e aggiornata, del capitolo stesso. Mi sarebbe molto piaciuto che, come auspicava fiducioso Hill stesso, fosse stato possibile vedere in questi anni qualche sua nuova opera, ma purtroppo, diversamente a quanto è successo a Doris Wishman (della quale scriverò qualcosa in occasione della presentazione del capitolo a lei dedicato), non è avvenuto.
Se leggerete Il cinema dell’eccesso vol. 2, fatevi trasportare da quanto c’è scritto e convincetevi, se ancora non l’avete fatto, a vedere qualcuno dei film di Hill, a partire magari dai migliori per concludere con il famigerato quartetto di horror che rappresentarono il canto del cigno di Boris Karloff: film piuttosto brutti, ma comunque con un loro perché.
Il primo capitolo è dedicato al regista americano Jack Hill, sicuramente uno dei migliori a essersi dedicato all’exploitation. Capace di raffinatezze stilistiche non comuni e di raccontare in modo coinvolgente e anticonformista, Hill ha sempre mostrato l’indubbia capacità di dirigere con professionalità e originalità, dando sempre l’idea che sarebbe stato in grado di tenere in pugno in modo perfetto progetti di caratura economica consistente: insomma, per dirla breve, produttivamente di serie A, non solo di genere. Che non ci sia riuscito resta in parte un mistero (l’altra parte è dipesa da lui, come egli stesso ammette, e dalla miopia di chi aveva in mano le redini del gioco). Quello che ha lasciato è comunque un opus di assoluto rilievo. Spider Baby e Switchblade Sisters, da soli, valgono una carriera e c’è molto di più. Chi guarda i suoi film sa che non si annoierà e resterà ammirato dalla sua bravura anche nell’affrontare tematiche poco promettenti (ha fatto anche un film sulle corse automobilistiche! e l'ha fatto bene) o in qualche misura banali.
Ho cercato di raccontare la sua storia attraverso i film che ha fatto e i problemi produttivi che ha talvolta dovuto affrontare sino a quando, un po’ alla volta, la ruota (e la pellicola) ha smesso di girare con un larghissimo anticipo rispetto all’auspicabile. Inutile ricordare ancora una volta che Tarantino è un suo grande ammiratore e che Jackie Brown è il suo chiaro omaggio a Hill: il nome della protahonista deriva dai nomi di Jack Hill e di Foxy Brown, l’eroina di uno dei suoi film più famosi, interpretata dalla stessa Pam Grier che è protagonista anche del film di Tarantino.
In appendice al capitolo un’intervista che Hill mi ha concesso all’epoca dell’articolo che ho scritto per Segnocinema (nella serie Kings of Exploitation) e che costituisce la base, poi riveduta e aggiornata, del capitolo stesso. Mi sarebbe molto piaciuto che, come auspicava fiducioso Hill stesso, fosse stato possibile vedere in questi anni qualche sua nuova opera, ma purtroppo, diversamente a quanto è successo a Doris Wishman (della quale scriverò qualcosa in occasione della presentazione del capitolo a lei dedicato), non è avvenuto.
Se leggerete Il cinema dell’eccesso vol. 2, fatevi trasportare da quanto c’è scritto e convincetevi, se ancora non l’avete fatto, a vedere qualcuno dei film di Hill, a partire magari dai migliori per concludere con il famigerato quartetto di horror che rappresentarono il canto del cigno di Boris Karloff: film piuttosto brutti, ma comunque con un loro perché.
martedì 24 maggio 2016
Bob Dylan 75
Anche quest’anno il 24 maggio impone in questo blog un post celebrativo e augurale per il compleanno di Bob Dylan, il settantacinquesimo per l’esattezza, come i più avveduti potranno arguire dal titolo.
Gli anni passano, ma l’attività del nostro non accenna a rallentare e questo è un bene che è facile prendere per scontato, ma in realtà dev’essere motivo di grande soddisfazione perché è ben raro che un artista, raggiunta questa età, continui a concedersi e a essere creativo. Di questi giorni, per la verità, è la notizia del prossimo tour celebrativo di Charles Aznavour alla tenera età di 92 anni, per cui, in effetti, c’è da ben sperare anche per il futuro.
A celebrare il compleanno è anche l’uscita, qualche giorno fa, del nuovo disco di Bob Dylan, la cui copertina è riprodotta qui sopra. Ancora un disco di cover di ascendenza sinatriana e qualche cenno di insofferenza da parte degli appassionati c’è stato, pur eclissato dai peana della critica. In effetti, Shadows in the Night poteva essere sufficiente e Fallen Angels sembra essere un’aggiunta superflua. Dylan, generalmente, non ama ripetersi. Di solito tenta strade anche solo parzialmente diverse. Un parallelo con questo dittico può essere trovato nell’analogo dittico di cover, in quel caso acustiche e da solo, che contrassegnarono le uscite discografiche del 1992 e 1993, vale a dire Good As I Been To You e World Gone Wrong. Anche in quel caso, pur se le cover scelte andavano in una direzione ritenuta più o meno canonica e quindi accettabile da parte degli appassionati dylaniani, si notò la stranezza dell’iterazione, anche se una differenza di “umore” c’era allora e in effetti c’è anche adesso perché Shadows in the Night e Fallen Angels sono umoralmente diversi. Allora il desiderio di tornare alle radici portò notevoli frutti nel prosieguo della carriera di Dylan e quel dittico acustico fu anche cruciale in una sorta di riscoperta della chitarra, tanto è vero che nel periodo successivo Dylan la suonò con maggiore ricercatezza e impegno anche dal vivo. In questo dittico, invece, Dylan sembra essere andato alla riscoperta (e alla “riparazione”) della propria voce, mettendola alla prova e concentrandosi su essa, proprio in relazione con The Voice per eccellenza. La migliore qualità vocale dei suoi live attuali è incontestabile ed è possibile e probabile che ciò sia in conseguenza o comunque in relazione con le sue cover alla Tin Pan Alley: che la migliore qualità vocale abbia reso possibile le cover o che sia stato un fenomeno in parte inverso, poco importa ai fini pratici.
Il tour continua con le scalette più o meno bloccate, ma con una qualità complessiva eccezionale, con alcune canzoni a spiccare in modo notevole. La versione di Things Have Changed che Dylan canta in questi anni è strepitosa, per fare solo un esempio. Quest’anno, al momento, non si hanno notizie di passaggi italiani, ma la speranza c’è sempre.
La Bootleg Series si è arricchita di un altro capitolo, The Cutting Edge, dedicato al biennio d’oro della produzione dylaniana, il 1965/66. Una collezione imperdibile anche se, anche qui, spero sempre in qualcosa che batta strade meno conosciute. Per me i Bootleg Series migliori sono stati il primo e Tell Tale Sign, proprio perché scavavano antologicamente negli archivi trovando perle inaspettate anche per i cultori più esperti (chi aveva mai sentito Angelina prima del 1991? O Red River Shore prima di Tell Tale Sign). Spero che prima o poi, tra l’altro, facciano un cofanetto dedicato ai grandi live trascurati, come quelli del 1981 (periodo eccezionale), o a quella stupenda performance acustica del novembre 1993 (Supper Club, per intenderci). Comunque, vedremo. Per il momento l’importante è che la ruota continui a girare vorticosamente.
Gli anni passano, ma l’attività del nostro non accenna a rallentare e questo è un bene che è facile prendere per scontato, ma in realtà dev’essere motivo di grande soddisfazione perché è ben raro che un artista, raggiunta questa età, continui a concedersi e a essere creativo. Di questi giorni, per la verità, è la notizia del prossimo tour celebrativo di Charles Aznavour alla tenera età di 92 anni, per cui, in effetti, c’è da ben sperare anche per il futuro.
A celebrare il compleanno è anche l’uscita, qualche giorno fa, del nuovo disco di Bob Dylan, la cui copertina è riprodotta qui sopra. Ancora un disco di cover di ascendenza sinatriana e qualche cenno di insofferenza da parte degli appassionati c’è stato, pur eclissato dai peana della critica. In effetti, Shadows in the Night poteva essere sufficiente e Fallen Angels sembra essere un’aggiunta superflua. Dylan, generalmente, non ama ripetersi. Di solito tenta strade anche solo parzialmente diverse. Un parallelo con questo dittico può essere trovato nell’analogo dittico di cover, in quel caso acustiche e da solo, che contrassegnarono le uscite discografiche del 1992 e 1993, vale a dire Good As I Been To You e World Gone Wrong. Anche in quel caso, pur se le cover scelte andavano in una direzione ritenuta più o meno canonica e quindi accettabile da parte degli appassionati dylaniani, si notò la stranezza dell’iterazione, anche se una differenza di “umore” c’era allora e in effetti c’è anche adesso perché Shadows in the Night e Fallen Angels sono umoralmente diversi. Allora il desiderio di tornare alle radici portò notevoli frutti nel prosieguo della carriera di Dylan e quel dittico acustico fu anche cruciale in una sorta di riscoperta della chitarra, tanto è vero che nel periodo successivo Dylan la suonò con maggiore ricercatezza e impegno anche dal vivo. In questo dittico, invece, Dylan sembra essere andato alla riscoperta (e alla “riparazione”) della propria voce, mettendola alla prova e concentrandosi su essa, proprio in relazione con The Voice per eccellenza. La migliore qualità vocale dei suoi live attuali è incontestabile ed è possibile e probabile che ciò sia in conseguenza o comunque in relazione con le sue cover alla Tin Pan Alley: che la migliore qualità vocale abbia reso possibile le cover o che sia stato un fenomeno in parte inverso, poco importa ai fini pratici.
Il tour continua con le scalette più o meno bloccate, ma con una qualità complessiva eccezionale, con alcune canzoni a spiccare in modo notevole. La versione di Things Have Changed che Dylan canta in questi anni è strepitosa, per fare solo un esempio. Quest’anno, al momento, non si hanno notizie di passaggi italiani, ma la speranza c’è sempre.
La Bootleg Series si è arricchita di un altro capitolo, The Cutting Edge, dedicato al biennio d’oro della produzione dylaniana, il 1965/66. Una collezione imperdibile anche se, anche qui, spero sempre in qualcosa che batta strade meno conosciute. Per me i Bootleg Series migliori sono stati il primo e Tell Tale Sign, proprio perché scavavano antologicamente negli archivi trovando perle inaspettate anche per i cultori più esperti (chi aveva mai sentito Angelina prima del 1991? O Red River Shore prima di Tell Tale Sign). Spero che prima o poi, tra l’altro, facciano un cofanetto dedicato ai grandi live trascurati, come quelli del 1981 (periodo eccezionale), o a quella stupenda performance acustica del novembre 1993 (Supper Club, per intenderci). Comunque, vedremo. Per il momento l’importante è che la ruota continui a girare vorticosamente.
venerdì 13 maggio 2016
Somnia di Mike Flanagan
Sui nostri schermi è in arrivo Somnia, il nuovo film horror di Mike Flanagan, già autore di Oculus - Il riflesso del male, che più di qualcuno ricorderà. Il film tratta del difficile connubio tra sogno e realtà, soprattutto quando il sogno si trasforma in incubo e in realtà. Freddy Krueger? Non proprio e non solo. Chi vuole leggere cosa ne penso deve solo cliccare qui e andare a leggersi l'ampia recensione che ho scritto per MYmovies.
Qui sopra Kate Bosworth, la protagonista del film: qualche anno fa è stata un'affascinante Lois Lane.
Qui sopra Kate Bosworth, la protagonista del film: qualche anno fa è stata un'affascinante Lois Lane.
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sabato 7 maggio 2016
La Banda sul Messaggero dei Ragazzi n. 1000!
Andiamo con ordine. In primo luogo, la cosa più importante e cioè che il Messaggero dei Ragazzi, la storica ma sempre vitale rivista per ragazzi, ha pubblicato questo mese il suo numero 1000, arrivando a un traguardo prestigioso che ben poche testate possono vantare. Per festeggiare l'avvenimento, il Messaggero dei Ragazzi organizza a Padova una speciale festa per tutti in lettori, la Domenica del Mera in programma per domani con inizio alle ore 14.30: i dettagli qui.
In secondo luogo, sul numero 1000 c'è la prima storia di una serie intitolata La Banda, che vede per protagonista un variegato gruppo di ragazzini alle prese con avventure semiserie che, divertendo, cercheranno di toccare tematiche interessanti. I testi sono miei e i disegni, davvero ottimi, sono di Luca Salvagno, colonna portante del MeRa e disegnatore che fa della poliedricità una grande virtù riuscendo ad affrontare praticamente ogni tipo di storia (sue, per fare un esempio tra i tanti, sono anche le storie di Cocco Bill, in diretta prosecuzione del grande Jacovitti, pubblicate su Il Giornalino).
Mi fa piacere aver centrato la presenza in un numero così rotondo e importante: di solito mi sono sempre contraddistinto per aver mancato, per una ragione o per l'altra (di solito per l'altra), tutti i numeri tondi di Topolino (il n. 1500, il 2000 e il 2500: il 3000 non conta perché già non c'ero più). Mi prenoto per il numero 1500 del MeRa e già che ci sono anche per il 2000.
giovedì 5 maggio 2016
The Boy di William Brent Bell
Bambole e pupazzi fanno parte integrante dell'immaginario orrorifico e i film che li vedono protagonisti sono moltissimi. Qualche tempo fa ho parlato di un libro (La notte più lunga del mondo di Samuele Zaccaro) interamente dedicato proprio a questo sottogenere dell'horror. Ma nel frattempo le cose si muovono e si evolvono ed è in uscita nelle sale cinematografiche un nuovo film che vede come protagonista un bambolotto. Il film si intitola The Boy e chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies deve solo cliccare qui.
Regista del film è William Brent Bell, che sta cominciando a farsi un nome nell'horror dopo aver diretto già diversi film di qualità che sembra poter dire crescente: prima di questo, l'ultimo era stato La metamorfosi del male.
Qui sopra un'immagine della protagonista del film (a parte il bambolotto, naturalmente, che è ancor più protagonista), la brava Lauren Cohan.
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