mercoledì 29 gennaio 2014

Il segnato

Dopo quattro Paranormal Activity e in attesa del numero cinque, esce Il segnato, che nell'originale si intitola Paranormal Activity: The Marked Ones ed è uno spin-off della serie con qualche elemento di continuity che lo assimila a un para-sequel. Vabbe', non facciamola tanto complicata: diciamo che è un parente stretto della serie e tanto basti.

Come al solito, è un found footage film alla ricerca del realismo horror con inquadrature traballanti e ambientazioni tratte dalla quotidianità. Se volete leggere quello che ne ho scritto per MyMovies, basta che andiate qui.

sabato 25 gennaio 2014

Superman sullo schermo nello Spazio Bianco

Lo so che lo spazio generalmente non è bianco, soprattutto lo spazio nel quale si trova a volare di tanto in tanto Superman, ma, nel caso di specie, Lo Spazio Bianco è un multiforme sito fumettistico per il quale, come ormai da tradizione annuale, ho scritto un articolo dedicato alle avventure cinetelevisive di un super eroe. Questa volta, dopo i Fantastici 4 e l'Uomo Ragno, è toccato a Superman, che sullo schermo è comparso più e più volte, anche molto recentemente.

Se volete leggere l'articolo - che è stato suddiviso in due parti - dovete andare a questo e questo link.

Qui sopra uno dei mitici Superman dello schermo, Kirk Alyn.

venerdì 17 gennaio 2014

Lo sguardo di Satana - Carrie

Sui nostri schermi è arrivato Lo sguardo di Satana - Carrie, un nuovo adattamento cinematografico del celebre romanzo di Stephen King. Il primo fu l'ormai classico Carrie - Lo sguardo di Satana di Brian De Palma (visto il curioso ribaltamento operato nel titolo italiano, magari il prossimo si chiamerà, per muovere ulteriormente le acque, Satana - Lo sguardo di Carrie). Nel mezzo ci sono stati un tardivo seguito (Carrie 2: la furia) e un film televisivo (Carrie), quindi non si può dire che il terreno narrativo non fosse stato battuto.

Ma questo nuovo film porta una firma prestigiosa (Kimberly Peirce, la regista di Boys Don't Cry), ancorché nuova all'horror, e ha un'interprete lanciatissima, Chloë Grace Moretz, invece assidua frequentatrice dell'horror, per cui ha le sue ragioni d'essere. Comunque, chi vuole leggere la mia recensione non ha che da andare su MyMovies a questo link.

Qui sopra un'immagine dal film con la Moretz e Julianne Moore.

giovedì 12 dicembre 2013

Horror Storytelling

Horror Storytelling è una raccolta di racconti horror curata da Laura Platamone e appena pubblicata da Watson Edizioni. Non ho ancora in mano il libro, ma le caratteristiche parlano di 568 pagine, perciò non è un libro, ma un librone che dovrebbe accontentare senz'altro gli appassionati.

Perché ne parlo? In particolare, perché all'interno c'è un mio racconto che si intitola La casa nel bosco. In generale, perché mi sembra un'ottima iniziativa di una casa editrice nata da poco, ma piena di idee.

Per ora, mi limito ad annunciarlo: tra qualche giorno entrerò più nei particolari. Un particolare, però, lo posso svelare già subito: il mio racconto non è niente male.

Horror Storytelling lo trovate anche nelle librerie online: per esempio qui, qui e naturalmente qui.

venerdì 29 novembre 2013

Il cinema di Bob Dylan - Intervista (a me) su Radio Dimensione Musica

Lo scorso 28 ottobre, ho avuto il piacere di essere intervistato da Chiara Felici per Radio Dimensione Musica in occasione dell'avvicinarsi del tour italiano di Bob Dylan. L'argomento principale è stato il mio libro Il cinema di Bob Dylan e quindi il rapporto tra Bob Dylan e il cinema.
  Ma non solo. Come ho scoperto, Chiara Felici si interessa anche di cinema dell'orrore e quindi il discorso è scivolato inevitabilmente (e volentieri) sul Dizionario dei film horror. Del resto, una frase che a un certo punto avevo pensato di far mettere nel retrocopertina del Dizionario era proprio una citazione da Bob Dylan: "Welcome to the land of the living dead".

Chi vuole ascoltare l'intervista può andare sul sito di Radio Dimensione Musica a questo link.

sabato 9 novembre 2013

Bob Dylan a Padova, Gran Teatro Geox, 8 novembre 2013

Per la terza volta dal 2010, Bob Dylan è venuto a Padova, la mia città, e questa è già una cosa che mi dispone più che favorevolmente perché mi ha evitato viaggi e disagi (certo, ci ho messo tre quarti d’ora a lasciare la bolgia del parcheggio del Gran Teatro dopo il concerto, ma non è che si possa avere proprio tutto).
Annunciato come un tour “teatrale”, in ambienti più raccolti, nella tappa padovana l’ensemble dylaniana si è sistemata nel Gran Teatro Geox, una struttura moderna e in qualche misura provvisoria (esteticamente, assomiglia a una sorta di tendone da circo  stabilizzato e modernizzato), che, al suo interno, per come è stato sistemato per il concerto, non differiva molto dal Palasport che aveva accolto Dylan nei due precedenti padovani (di cui ho scritto qui e qui). Davanti al palco uno spazio consistente per gli spettatori in piedi (si tratta di una resa a quelli che, quando c’erano le file di sedie sino davanti al palco, bypassavano ogni servizio d’ordine per piazzarsi davanti al palco ostruendo la visuale a chi era seduto) e poi, ben più indietro, le file di sedie per chi la musica preferisce ascoltarla con concentrazione e raccoglimento (oltre che più comodamente, diciamolo).


Il gruppo è sempre quello: l’inossidabile Tony Garnier al basso, George Recile alla batteria, Stu Kimball alla chitarra ritmica, Charlie Sexton alla chitarra solista (che poi, insomma, proprio solista non è: devo dire che mi sarebbe piaciuto poter ascoltare Duke Robilard, ma non è durato abbastanza nel tourbillion chitarristico di questo tour) e Donnie Herron a tutta una serie di strumenti per colorare il suono per quanto possibile. E, naturalmente, Bob Dylan al piano e all’armonica.


Nel complesso, il concerto è stato ottimo, con un Dylan in ottima forma vocale: d’accordo, questa è un’affermazione da prendere con le molle, ma, tenuto conto della situazione della sua voce, ho notato dei concreti miglioramenti: ha cantato bene, le parole si sentivano quasi sempre e soprattutto ha ormai modificato il suo modo di cantare in modo da ottimizzare la resa della sua voce. Inoltre, e questa può essere una sorpresa per chi si ricorda il non eccelso uso delle tastiere negli anni passati, ha suonato il piano con personalità ed efficacia. Del resto, non mancano nella discografia dylaniana ottimi esempi pianistici del nostro, dagli anni Sessanta ai nostri giorni.


Questa la scaletta dei brani:


Things Have Changed: una canzone che migliora con l’andare degli anni e diventa sempre più amara e travolgente. Dylan l’ha interpretata con intensità andando al cuore del significato delle parole, accompagnato da un tappeto sonoro travolgente e ritmato che ha reso giustizia a una melodia trascinante. Uno dei punti migliori del concerto, un pezzo che ha mostrato ormai di poter appartenere al canone dei grandi brani dylaniani. Dylan l’ha cantata prendendosi il centro del palco, senza alcun diaframma strumentale tra sé e il pubblico, da vero e puro performer.


She Belongs To Me:  un reperto dell’epoca d’oro, rivisitato con fantasia e bravura e arricchito da un utilizzo lancinante e trascinante dell’armonica. Il ritmo è stato abbassato e le parole scandite con precisione, trasformando quello che era un ritratto femminile amabile e singolare in uno struggente rimpianto. Dylan è rimasto ancora a centro palco per poi prendere posto al piano per il brano successivo.


Beyond Here Lies Nothing: un brano, se vogliamo, minore, tratto da un album anch’esso minore, pur se pregevole (Together Through Life). Ricco però di un’atmosfera fumosa e blues, resa perfettamente da un’interpretazione concentrata di Dylan e della band.


What Good Am I?: una canzone fantastica tratta da un album fantastico (Oh Mercy). Ricordo un’interpretazione eccezionale in un concerto non amato dai più (Correggio ’92), questa è stata più che all’altezza e rappresenta un altro dei punti migliori del concerto. Intensa, intima, struggente, What Good Am I? acquisisce sempre più significato quanto più ci immergiamo in questi tempi di crisi e di indifferenza, nei quali, come forse sempre peraltro, è l’atteggiamento individuale che può salvarci e renderci diversi dalla massa di chi non vuol vedere e non vuole partecipare alla sofferenza altrui. Grande lavoro di Dylan al piano e grande resa vocale.


Waiting For You: dopo Things Have Changed, un’altra delle canzoni scritte da Dylan per il cinema. Un valzerone accattivante e trascinante, è piacevole da sentire: un momento leggero nel quale, però, la voce di Dylan ha mostrato un’usura dovuta probabilmente proprio al tono della canzone e alla difficoltà di sostenerlo.


Duquesne Whistle: prima canzone da Tempest del concerto, è diventata quasi istantaneamente un must dylaniano per il suo ritmo travolgente e la sua atmosfera maudit. Con Dylan sempre al piano, il brano ha mantenuto la sua naturale comunicativa e ha coinvolto alla grande il pubblico.


Pay in Blood: un altro brano da Tempest, duro e cattivo. Rispetto all’album, questa versione dal vivo è persino migliore. Dylan ha ripreso il centro palco e ha scandito con fiera aria vendicativa parole taglienti e severe, ben sorretto dalla band. Pago col sangue, ma non con il mio: semplicemente perfetto.


Tangled Up in Blue: un vecchi classico rivisitato con stile e non era facile perché si tratta di un brano che di rivisitazioni ne ha avute a bizzeffe, mantenendosi sempre all’altezza. Un evergreen che è sempre un piacere ascoltare e che Dylan ha gratificato di un buon lavoro al piano.


Love Sick: Dylan è tornato a centro palco e all’uso dell’armonica, arricchendo un brano che, di suo, è già notevole. È uno dei pezzi che ha avuto meno mutazioni dal vivo, proprio perché dotato sin dall’inizio di una struttura ferrea e accattivante. 


High Water (For Charley Patton): dopo l’intervallo che è diventato consuetudine in questo tour, Dylan è tornato, ancora a centro palco, per uno dei pezzi più significativi degli ultimi anni. Blues trascinante e guidato da un banjo piacevolmente ossessivo (che da qualche tempo ha preso singolarmente a richiamare, del tutto inconsapevolmente penso, qualcosa di simile al riff di Bada Caterina di Carmen Villani), è stato interpretato al meglio da Dylan, grazie anche a un efficacissimo uso dell’armonica.


Simple Twist of Fate: Dylan è tornato al piano per una resa intima e soffusa di un altro grande classico da Blood on the Tracks, riportato alla verità malinconica delle sue parole. Ottima interpretazione, tra le migliori del concerto.


A Hard Rain’s A-Gonna Fall: super classico dei primi allori dylaniani, cantato con simpatica idiosincrasia per la melodia originale e rivitalizzato senza fargli perdere un’oncia del suo valore ammonitore tuttora più che attuale.


Forgetful Heart: una canzone che è stato facile sottovalutare all’epoca della sua uscita (in Together Thorugh Life), ma che, nelle interpretazioni live, è cresciuta anno dopo anno per diventare adesso un momento altissimo e di intensità quasi estrema dei concerti dylaniani. Straziante, indicibilmente sofferta, è un lento e coinvolgente lamento sull’amore e sulla sua impossibilità. L’interpretazione migliore del concerto (dopo Long and Wasted Years), con un prezioso lavoro all’armonica.


Spirit on the Water: dopo tanta intensità, un momento di leggerezza.


Scarlet Town: un altro dei gioielli di Tempest, ricco di riferimenti al mondo del folk e ritratto crudo e solo apparentemente alterato dalla mitologia del linguaggio popolare. Dylan l’ha interpretato alla perfezione, fondendo mirabilmente il ritratto della cittadina immaginaria del folk con quella forse della sua cittadina natale (e, metaforicamente, di tutto il nostro mondo) per trarne dei succhi amari e persino minacciosi sulla sopraffazione.


Soon After Midnight: forse una canzone semplice, ma sicuramente una canzone che è bello sentire. Anche questa viene da Tempest, un album di altissimo livello, e ne rappresenta il lato melodico e struggente. Grande interpretazione, intensa e soffusa.


Long And Wasted Years: semplicemente, la perla della serata. Da subito è stata la mia canzone preferita da Tempest e dal vivo non perde nulla, semmai guadagna. Di una verità quasi insostenibile, è la riedizione per gli anni duemila delle famose canzoni di non-amore di Dylan, temperata da una saggezza e da una consapevolezza che richiamano Dont Think Twice, It’s Alright. Bob Dylan ha riguadagnato il centro palco e si è concentrato in una resa vocale sicura e trascinante. Eccezionale.


All Along the Watchtower: dopo una brevissima sosta, i cosiddetti bis, dedicati a brani iper collaudati. Però c’è da dire che All Along the Watchtower - in sé un brano che è così bello da essere impossibile da rendere male - è stato riletto in una versione rallentata che richiama (ma è ben diversa) quella del tour del 1987 con Tom Petty. A un certo punto c’è quasi una sospensione della canzone con una dilatazione magica dei tempi che mi ha ricordato il lavoro, mirabile, fatto da Dylan con Knockin’ On Heaven’s Door nella Rolling Thunder Revue. In poche parole un’ottima versione.


Blowin’ in the Wind: chiusura con un classicissimo che, per l’apparente casualità dell’introduzione, ha ricordato l’analoga operazione fatta con lo stesso brano nel, mi pare, 1993. Ottima versione, abbastanza diversa dall’originale da permettere a Dylan di cantarla senza annoiarsi. Buona armonica, con Dylan che è tornato al piano per questi due ultimi brani.


May God bless and keep him always.


P.S. c’è da aggiungere che certe volte uno si chiede perché la gente vada ai concerti. Forse sono io che ho perso contatto con la realtà, ma la mia motivazione è sempre stata - e tale è rimasta - quella di ascoltare. Invece, oggi è un tripudio di chiacchiere, di telefonini alzati, di flash continui. Inoltre, è risaputo che Bob Dylan inizia il concerto esattamente all’ora programmata. Invece, le prime (parecchie) canzoni sono state disturbate dall’andirivieni dei ritardatari che cercavano il loro posto con l’aiuto delle povere hostess che cercavano di farsi piccole, ma più di tanto non lo erano e comunque non lo erano i tipi che accompagnavano al posto. Poi ci sono le sventure casuali: il mio vicino di posto continuava a soffiarsi il naso con una potenza elefantiaca e quello dietro di me cantava a squarciagola le canzoni mentre le cantava anche Dylan (fortunatamente le canzoni nuove evidentemente non le conosceva e quindi si parzialmente astenuto su quelle: parzialmente, perché talvolta anche quando non sapeva le parole cantava lo stesso). Avrei voluto fargli notare che avevo pagato per sentire Dylan, non lui, ma mi sono astenuto: magari mi avrebbe risposto che a caval donato non si guarda in bocca.

giovedì 7 novembre 2013

Bob Dylan su Segnocinema 184

Ma oltre all'articolo su Tinto Brass (di cui al post precedente), nel numero 184 di Segnocinema c'è un altro mio contributo, un articolo più breve (ma non brevissimo) nel quale torno a scrivere sul rapporto controverso tra Bob Dylan e il cinema, già oggetto del mio libro Il cinema di Bob Dylan.

L'articolo si intitola Bob Dylan e il cinema, un amore difficile e tratta proprio di questo, di ciò che è successo tra Dylan e la settima arte, di quello che ha funzionato e non ha funzionato e, se è possibile sintetizzarlo, perché. Una lettura, quindi, imperdibile. Soprattutto per chi si è perso il mio libro (nel senso che non l'ha letto), ma è probabile che chi si è perso quello si perda volentieri anche questo (l'articolo). In ogni caso, per tagliare la testa al toro, domani vado a vedermi il buon vecchio Bob in concerto e questo è quanto.

L'articolo, comunque, è contenuto all'interno di uno speciale molto interessante a cura di Luca Bandirali, dal titolo Born in the USA - La popular music nel cinema americano. Ci sono molti articoli sui vari aspetti del fenomeno e l'argomento è tale da poter interessare chiunque apprezzi musica - con particolare riferimento al pop e al rock - e cinema.

Qui sopra, Bob Dylan in Masked and Anonymous.

martedì 5 novembre 2013

Tinto Brass su Segnocinema 184

Il mio consueto articolone annuale per Segnocinema questa volta riguarda Tinto Brass, che quest'anno ha festeggiato gli ottant'anni. Si intitola Tinto Brass prima della Chiave e si trova nel numero 184 (novembre-dicembre 2013) della rivista, che potete trovare in libreria o per abbonamento (maggiori dettagli qui).

Come è già avvenuto nei due precedenti anni per Terence Fisher e George A. Romero, mi sono occupato del periodo meno (attualmente) noto e più lontano nel tempo, quello che precede il grande successo di La chiave. Un periodo ricco di film particolari e assai diversi tra loro, da Il disco volante con Alberto Sordi a Yankee, un western con Philippe Leroy, al dittico con Vanessa Redgrave e Franco Nero, all'incredibile Caligola con Malcolm McDowell e a molti altri ancora. Un periodo assolutamente da riscoprire e che può far scoprire aspetti nascosti e insospettabili di Brass per chi conoscesse solo i suoi film più apertamente erotici. Un modo infallibile per avventurarsi in questa riscoperta è leggere il mio articolo, ça va sans dire. Per cui, buona lettura.

venerdì 25 ottobre 2013

Smiley

Sentivate la mancanza degli slasher? Niente paura, sono tornati. O almeno ne è tornato uno, Smiley, diretto da Michael Gallagher. Il film recupera la formula, ma punta anche a una riflessione filosofica e forse magari anche esistenziale: è un bene o un male questa contaminatio? Per quanto mi riguarda, ho scritto una recensione del film per MyMovies e se volete potete andare a leggervela qui.

L'icona terrorifica del serial killer è decisamente azzeccata, ma preferisco mettere qui sopra una fotografia della protagonista, Caitlin Gerard.

venerdì 11 ottobre 2013

I maggiori incassi horror della stagione cinematografica 2012/2013

Come tre, due anni fa e l’anno scorso, ecco la classifica degli incassi cinematografici dei film horror che sono comparsi nella Top 100 che potete trovare nella sua interezza qui, nel sito di MyMovies. La posizione tra parentesi è appunto quella che i singoli film occupano nella classifica generale, mentre quella non tra parentesi - inutile dirlo ancora una volta (ma anche se è inutile lo dico lo stesso perché in fondo sono le cose inutili che ci salvano la vita) - è la posizione nella classifica che riguarda solo gli horror. La classifica riguarda la scorsa stagione cinematografica, iniziata nell’agosto 2012 e terminata nel luglio 2013:

1 (3)      The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 2   18.621.630
2 (34)    World War Z                                                       5.020.583
3 (35)    Prometheus                                                         4.983.468
4 (61)    Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe             2.700.833
5 (64)    Resident Evil - Retribution                                2.512.060
6 (66)    La madre                                                            2.430.617
7 (87)    Warm Bodies                                                     1.698.587
8 (90)    The Possession                                                  1.609.383
9 (92)    La casa                                                              1.565.324
10 (96)  Shark 3D                                                           1.483,737
11 (98)  Non aprite quella porta 3D                                1.373.012

Rispetto all’anno scorso, gli horror sono di più e compongono un insieme variegato e non privo di interesse. Anche questa volta il primo posto va a The Twilight Saga, che coniuga orrore e romanticismo e quindi cattura un pubblico che con l’horror puro e duro ha ben poco a che vedere. Un blockbuster zombesco si piazza al secondo posto, dimostrando come i morti viventi mantengano un appeal che va oltre ogni stagione. Anche l’ennesimo episodio di Resident Evil (una saga che ha uno zoccolo duro di indefettibili) e Warm Bodies confermano questo favore del pubblico. Un po’ sotto le attese, direi, il nuovo episodio della serie di Alien che con il ritorno di Ridley Scott prometteva esiti migliori. Buono, per il nostro paese, il riscontro del curioso horror fiabesco-grottesco di Tommy Wirkola (Dead Snow) che impatta come può con il cinema hollywoodiano senza riuscirne né vincitore né vinto. Vedremo per il futuro. Il migliore dei film di questo lotto mi pare sia La madre (è un’opinione personale) che conferma anche da noi un buon esito commerciale. Rappresentante del cinema di fantasmi che qualche anno fa era in grande auge (vi ricordate gli horror giapponesi e le loro versioni americane?), il film sviluppa in modo convincente lo spunto di un fuilminante cortometraggio e lascia sperare che sia nato un autore di tutto rispetto (anche qui, eprò, vedremo: ci sono autori che si esauriscono dopo il primo exploit). The Possession vede il ritorno di Ole Bornedal, il grande autore di Il guardiano di notte (e della sua meno riuscita versione americana), mentre non poteva mancare l’ennesimo remake, stavolta di un classico come La casa. A chiudere due film che, forse, hanno tratto il loro appeal dall’uso del 3D che, se non è più in auge come qualche tempo fa, mantiene evidentemente un certo fascino.

mercoledì 9 ottobre 2013

Dark Skies - Oscure presenze

Dopo Legion e Priest, Scott Stewart ritorna con un nuovo horror appena venato di fantascienza: Dark Skies - Oscure presenze. L'ho recensito per MyMovies e chi vuole leggere quello che scritto non ha che da andare qui.

Qui sopra un'immagine del film, con la protagonsta, brava, Keri Russell in evidenza.

mercoledì 2 ottobre 2013

Oltre i confini del male - Insidious 2

James Wan è uno dei registi horror più interessanti degli ultimi anni: è attaccato alla tradizione, ma sa interpretarla con una certa modernità. Con Saw - L'enigmista ha creato una corrente interna all'horror e generato imitazioni quasi al livello della Settimana Enigmistica. Poi si è dedicato ad altro, giustamente. Insidious - ne ho parlato qui - è stato un successo, per cui, matematicamente, è arrivato il seguito.

Oltre i confini del male - Insidious 2 riprende la storia dal punto in cui era finita nel film precedente, un'abitudine narrativa che vorrei veder praticata più spesso, al posto dei tanti sequel-remake che ci vengono propinati. Chi vuole leggere la mia recensione su MyMovies, può cliccare qui.

Qui sopra Barbara Hershey nel film.