mercoledì 16 giugno 2010
Bob Dylan ieri 15 giugno 2010 in concerto a Padova
Inoltre, ero in una posizione invidiabile, centrale, in quarta fila, a pochissimi metri dal palco e con una visibilità perfetta. Una situazione quasi analoga, ma leggermente più lontana, mi era capitata solo nel secondo concerto all’Arena di Verona nel lontano 1984.
Il palazzetto era, per usare un’espressione tipica del giornalismo calcistico, “gremito in ogni ordine di posti” e conseguentemente ho capito come ci si sente dentro un forno a microonde in funzione: decisamente accaldati.
E il concerto? Ottimo, direi. Uno dei migliori a cui ho assistito negli ultimi anni. Bob Dylan era in grande forma, vispo, capace di farsi più di qualche risata, anche grassa, e incline a una ironica teatralità gestuale. Più volte ha lasciato il suo organetto e ha preso il centro del palco per cantare e suonare l’armonica. In quasi quattro canzoni ha anche imbracciato la chitarra (mai, purtroppo, quella acustica: il set acustico, che era generalmente il mio preferito, è ormai scomparso dal palinsesto dei concerti dylaniani) producendosi in qualcuno dei suoi curiosi e personalissimi assoli anticinetici. Se Dylan è stato mobile e vivace, Tony Garnier è invece rimasto seduto per tutto il concerto... spero per scelta tecnica e non per motivi di salute.
La scaletta non è stata ricca di sorpresa, ma solida e ben strutturata. La prima canzone è stata Leopard-Skin Pill-Box Hat, più che altro per riscaldare l’ambiente (che, come ho detto, in realtà non ne aveva bisogno). A seguire una delle vette del concerto, un’intensa It’s All Over Now, Baby Blue e una I’ll Be Your Baby Tonight nella norma.
Tangled Up In Blue ha goduto grandemente del nuovo arrangiamento che le ha dato nuova linfa e vigore. Resta uno dei capisaldi del Dylan migliore, ma, com’era già accaduto nel 1984, aveva bisogno di una rinfrescata dopo una certa inflazione negli anni passati e questo arrangiamento, più duro, gliel’ha data validamente.
The Levee’s Gonna Break è un brano che non amo particolarmente, ma ha una sua efficacia soprattutto dal vivo per il suo ritmo coinvolgente.
Poi è stata la volta di Masters of War, un’altra di quelle canzoni classiche che rinnova sempre la propria potenza e il proprio significato anche a quasi cinquant’anni dal concepimento. Dylan la cantò polemicamente ai Grammi Awards molti anni fa all’esordio della prima guerra in Iraq in una versione rabbiosa e oggi la canta ancora perché è sempre attuale. La versione di ieri è stata particolarmente dura, ritmata, sferzante con richiami a quella del tour del ’78 e con qualche innovazione nel fraseggio, con la ripetizione dell’ultimo verso di ciascuna strofa. Le parole risuonano ancora vere: “A World War can be won/They want me to believe”. Proprio così, lo stiamo vedendo.
I Don’t Believe You è stata ravvivata dall’armonica di Dylan e ha preceduto la vetta assoluta del concerto (per me, naturalmente): Workingman’s Blues #2 è una grande canzone e l’esecuzione dal vivo le rende sempre giustizia. Anche ieri la performance è stata toccante e impeccabile, impreziosita - e non accade spesso a questa canzone - da un ottimo lavoro all’armonica. Le parole di questo amaro inno “operaio” sono sempre più vere in questi tempi di crisi: “They say low wages are a reality/If we want to compete abroad”. E ancor più: “Well, they burned my barn and they stole my horse/I can’t save a dime/I got to be careful, I don’t want to be forced/Into a life of continual crime”.
Cold Irons Bound è stata eseguita ottimamente, anch’essa con un trascinante assolo di armonica, seguita da Under the Red Sky, che ho riascoltato con piacere. Proviene dallo sfortunato album omonimo e Dylan, nel corso degli anni, l’ha eseguita poco dal vivo - ma non raramente - sempre con buona efficacia. Anche ieri.
Highway 61 Revisited è invece una di quelle canzoni che mi sono molto piaciute a suo tempo, ma che oramai faccio un po’ fatica ad ascoltare perché troppo inflazionata. A seguire una Can’t Wait che dal vivo ci guadagna e una Thunder on the Mountain non troppo esaltante (altre volte è stata eseguita meglio).
Ballad of a Thin Man è un classico che Dylan esegue sempre in modo grandioso. Anche stavolta, con i consueti ma sempre interessanti giochi di luce perfettamente in atmosfera con la canzone, un capolavoro surreale e fortemente politico. È stata la canzone che ha chiuso il set principale ed è stata anche quella in cui il servizio d’ordine ha perso la partita contro i soliti che vogliono imporre le loro preferenze (dimenarsi davanti al palco urlando e agitando le braccia) a quelle di tutto il resto del pubblico cui impediscono la visibilità del palco (ma a loro, direte, che gliene frega? Niente, appunto). È una circostanza che si ripete a ogni concerto di Dylan cui ho assistito soprattutto negli ultimi anni e stavolta ci è andata anche bene (a Trento, per fare un esempio, era andata molto peggio).
Dopo la pausa, il concerto è ripreso con una trascinante Like A Rolling Stone e, dopo Jolene (una canzone modesta che resta tale anche dal vivo), si è concluso alla grande con All Along the Watchtower, una canzone che, con qualunque arrangiamento venga suonata, resta magistrale.
La band ha offerto una prestazione professionale, senza troppi fronzoli: niente di cui scrivere a casa, ma neanche male. Continuo ad apprezzare George Recile come batterista, puntuale e scatenato al momento giusto. Stu Kimball e Donnie Herron fanno il loro lavoro con una certa precisione, ma non aggiungono mai molto colore al suono (come facevano, per andare a qualche esempio di media lontananza temporale, J.J. Jackson e Bucky Baxter). Charlie Sexton, rinomato chitarrista, mi è sembrato piuttosto in ombra: qualche assolo di buon livello e un solido professionismo, ma niente di travolgente. Però è solo una mia impressione (l’ultimo chitarrista dylaniano che mi ha impressionato molto positivamente è stato Fred Koella, che è durato ahimè troppo poco).
Anche per quest’anno è fatta: ogni volta penso che sia l’ultima perché il buon vecchio Bob avrebbe tutto il diritto a una pensione dai concerti intensivi (ma non dagli album, quella non gliela possiamo concedere) e se vorrà smettere non si potrà certo fargliene una colpa. Ogni volta però non è mai l’ultima e mi auguro che sia così anche stavolta.
giovedì 10 giugno 2010
Horror Frames: It’s Alive

Un richiamo anche per la nuova puntata della rubrica Horror Frames che scrivo per MyMovies. La puntata di questa volta è dedicata ai bambini terribili del cinema horror con particolare attenzione puntata sul remake di Baby Killer, diretto da Josef Rusnak che, più di dieci anni fa, aveva osato portare sullo schermo il venerabile romanzo di Daniel F. Galouye Simulacron-3, un romanzo che mi colpì molto quando lo lessi da ragazzino e che devo dire ha lasciato un’influenza notevole nella letteratura e nel cinema fantascientifico successivo. Io stesso, in un’occasione, pur senza ricordarmi che romanzo fosse né chi l’aveva scritto, l’ho omaggiato in una mia storia, proprio perché mi aveva lasciato una traccia indelebile (vabbe’, non facciamola così grave: semplicemente, me ne ricordavo alcuni pezzi).
Se il remake di Baby Killer, It’s Alive, sia o non sia da me considerato valido e all’altezza del rinomato originale potete leggerlo qui. Per il resto, basta ricordare che anche Larry Cohen non era stato poi del tutto rispettoso della sua opera quando aveva diretto i due sequel, che, assieme al capostipite, potete ovviamente trovare nel mio Dizionario dei film horror (Corte del Fontego).
Qui sopra una scena del film, con Bijou Phillips, figlia di John Phillips (The Mamas & The Papas) e Genevieve Waite (qualcuno si ricorda del cult della swinging London Joanna?).
Flani (6): UFO allarme rosso... attacco alla Terra!

Questo è uno di quei film - che tra l’altro tecnicamente non può neanche definirsi film quanto piuttosto un assemblaggio di telefilm - che per quanto non memorabile in assoluto potrebbe aprire qualche squarcio di nostalgia in chi guardava la televisione nei primi anni ’70. Questo perché all’epoca la serie televisiva UFO fece piuttosto sensazione nell’ambito del palinsesto per il pubblico giovanile. Inoltre, la nostalgia è una di quelle cose che ti fa provare qualcosa che assomiglia all’ammirazione incondizionata anche nei confronti di qualcosa che se lo guardassi ex novo ti sembrerebbe una schifezza.
Rigorosamente in bianco e nero - perché la Tv italiana lo era (e in questo senso va letto il richiamo sensazionalistico nel flano al fatto che si tratta di un “eccezionale film a colori che non vedrete mai in Tv”) - UFO aveva portato sul piccolo schermo nostrano la fantascienza che non ne era abituale frequentatrice. Prodotta da Gerry e Sylvia Anderson - la coppia che ci avrebbe dato Spazio: 1999 e ci aveva già dato quei curiosissimi telefilm sf con i pupazzi (Stingray) - non era poi così male per l’epoca e aveva introdotto personaggi curiosi come il comandante Straker, dotato di un’incredibile parrucca da Beatle platinato. Lo interpretava Ed Bishop, onesto attore dalla lunga carriera fatta soprattutto di particine, ma anche in film importanti come Lolita e 2001 di Kubrick.
Come sarebbe successo per altri telefilm di successo (Attenti a quei due, per esempio), la distribuzione italiana aveva colto l’occasione per impacchettare più telefilm arrivando così al metraggio di un film e sfruttando l’onda per raggranellare un po’ di facili incassi. Il preambolo del flano parla addirittura di 600.000 spettatori al terzo giorno di programmazione: probabilmente contando anche gli alieni. Altri tempi, altre frasi.
La cosa curiosa è che come regista del film veniva indicato Summers Tomblin Frankel, che in effetti, giustamente, era la somma dei cognomi dei registi dei singoli episodi (Jeremy Summers, David Tomblin, Cyril Frankel). Invece alcuni recensori dell’epoca l’avevano preso per un regista singolo con tre nomi. Non male.
Per la cronaca, il flano è datato 1° maggio 1973. Sarebbero seguiti altri “film” della serie UFO perché in effetti, al di là delle esagerazioni, il successo di pubblico c’era stato. La serie televisiva invece è stata prodotta dal 1970 al 1973. Mi ricordo anche - e dovrei averne ancora uno da qualche parte - i fumetti inglesi tratti dai telefilm e pubblicati in Italia nel settimanale Qui Giovani, ultima incarnazione di un famoso settimanale musicale (Giovani) dell’epoca beat: da Mal dei Primitives a Straker il passo non è poi così lungo. Erano fumetti disegnati niente male, nello stile pittorico tipico di certo fumetto inglese, da Dan Dare a soprattutto L’impero dei Trigan (di Don Lawrence e Mike Butterworth), colonna del Vitt della decadenza (di pubblico).
giovedì 3 giugno 2010
Saw VI

Saw VI è arrivato sui nostri schermi e su MyMovies lo recensisco e lo approfondisco. Se volete leggere, andate ovviamente dove vi porta il link (sarebbe un bel titolo, "Va dove ti porta il link") nelle rispettive parole. Non aggiungo altro perché ho già detto tutto in quella sede. Perciò, se vi interessa, buona lettura.
Nella foto qui sopra, Peter Outerbridge in una scena di Saw VI.
sabato 29 maggio 2010
Dennis Hopper (17 maggio 1936 - 29 maggio 2010)

Non ho l’età per aver vissuto in pieno il fenomeno Easy Rider, ma ho un’età sufficiente per averlo vissuto di striscio, appena subito dopo. Ed è un film che ho visto diverse volte al cinema in quegli anni e ogni volta mi aveva impressionato per molti motivi, credendo anche di coglierne una comunanza esistenziale, in qualche modo. È un film che, pur riconoscendone i difetti, mi è piaciuto al punto che non lo vedo da trent’anni o forse più per timore che mi sembri brutto, a vederlo adesso. Dennis Hopper, invece, l’ho visto ogni volta che potevo, anche in film modesti. Non mi interessava molto se era diventato repubblicano, mi sembrava più che altro una di quelle ironie del destino che forse celavano una presa in giro finale da parte di quel vecchio “rivoluzionario”. Avevo anche apprezzato quello strano e ambizioso pastrocchio di The Last Movie, ma avevo soprattutto apprezzato la sua indimenticabile interpretazione di Ripley in L’amico americano di Wenders. Non avevo ancora letto i libri di Patricia Highsmith, ma quando l’ho fatto Ripley mi sembrava lui, più che Alain Delon (Matt Damon lasciamo perdere: avevo già smesso di leggere la Highsmith, i Ripley li avevo già letti tutti). Ma Hopper aveva disseminato quegli anni di grandi interpretazioni in film maledetti: Velluto blu per fortuna se lo ricordano tutti, ma qualcuno si ricorda Tracks - I lunghi binari della follia? Qualcuno sì, ma non molti. Avevo anche trovato naturale la sua normalizzazione degli ultimi decenni. In fondo aveva fatto film con John Wayne, perché non tornare nella Hollywood che conta? Flashback, un film non troppo riuscito di Franco Amurri, aveva avuto il merito di dare a Hopper una parte memorabile: quella del sopravvissuto della rivoluzione controculturale, una parte ritagliata su di lui e sul suo significato come icona giovanile. Se vi capita, guardatelo. È un film che gioca contro i cliché e ha diversi momenti molto riusciti. Nella colonna sonora c’è anche una bella versione di People Get Ready di Curtis Mayfield cantata da Bob Dylan, che di Hopper era amico. Poi Hopper era stato in La terra dei morti viventi di Romero nella parte di un quintessenziale esponente del capitalismo più protervio. Ed era stato in decine di film, riuscendo ad arrivare a quello che forse aveva desiderato nella seconda (o meglio, terza) parte della sua carriera: diventare un attore come gli altri. Ma come gli altri non avrebbe mai potuto diventarlo.
Il cinema di Bob Dylan su BresciaOggi

Su BresciaOggi è comparsa a firma B.M. - che ringrazio per l'attenzione - una recensione del mio libro Il cinema di Bob Dylan, edito da Le Mani. Questo è il link per leggere la recensione. Se poi leggete anche il libro, il gioco è fatto.
martedì 25 maggio 2010
Horror Frames: My Name Is Bruce

L'oggetto della mia rubrica Horror Frames su MyMovies è stavolta un film peculiare e curioso: My Name Is Bruce. Non si tratta, come qualcuno potrebbe pensare, di un documentario su Springsteen, né di un film intimista sul lato meno conosciuto di Batman. In entrambi i casi (ma soprattutto nel primo) forse avrebbe potuto essere considerato qualcosa di assimilabile all'horror, ma non mi avrebbe molto interessato.
lunedì 24 maggio 2010
Highway 69

Oggi Bob Dylan compie 69 anni. Oltre a fargli quindi gli auguri - a distanza, certo, e senza che lui possa saperlo - c’è da fare una semplice considerazione: la creatività non ha età. Certo, nel suo caso, qualche crepa dovuta agli anni che avanzano può anche cominciare a rilevarsi e da più parti c’è chi si lamenta del ridotto spettro vocale evidenziato nei concerti di questi anni. Però se ci si guarda in giro e si vede la situazione, per restare in ambito musicale, degli artisti che erano in voga negli anni Sessanta e anche in parecchi dei decenni successivi ci si può ben rendere conto della differenza: tra sopravvissuti e dinosauri ridotti all’iterazione perpetua e alle ristampe rimasterizzate non c’è molto da apprezzare.
Bob Dylan, invece, è ancora creativo. Quello che ha fatto negli ultimi 15 anni basterebbe per una carriera, una grande carriera. E soprattutto se si tiene conto delle cose diverse da quelle musicali, che testimoniano una straordinaria voglia di cambiare e di provare cose nuove: Chronicles vol. 1 per esempio o i quadri, per non parlare di Masked & Anonymous (lo so, molti gradirebbero che proprio non se ne parlasse più, ma io la penso diversamente, come ho scritto nel mio libro Il cinema di Bob Dylan, il mio piccolo contributo al canone critico dylaniano). La creatività non ha età, ma naturalmente non tutti continuano a essere creativi. Chi continua a esserlo non ha ancora consumato per intero il suo contributo allo scibile, ha conservato gli stimoli necessari. Perciò c’è sempre qualcosa di ulteriore da aspettarsi da uno come Bob Dylan. Io almeno me lo aspetto. E se anche non arrivasse, mi farei sicuramente bastare quello che ha fatto sinora.
martedì 11 maggio 2010
Horror Frames: Book of Blood

Questa volta nella rubrica Horror Frames in MyMovies parlo (rectius, scrivo) di Clive Barker e in particolare di Book of Blood, il recente film di John Harrison. Come al solito, per leggere basta andare qui (anche se il "qui" è naturalmente sempre diverso, forse la prossima volta potrei scrivere "qua", per differenziare, oppure, essendo pur sempre un luogo virtuale lontano, anche "là" o "lì" o chissà cos'altro: da pensarci, non troppo però).
Qui (ma questo è un vero qui, inconfondibile) sopra Sophie Ward in una scena del film.
venerdì 7 maggio 2010
Hammer Films: Icons of Suspense
Generalmente non recensisco dvd in questo blog, ma, come si dice a Roma, quando ce vo’ ce vo’ (andrà scritto veramente così? chissà).
Rispetto a qualche tempo fa, il mercato dei dvd è ultimamente più avaro del genere di uscite che mi interessa (meglio così, sotto certi aspetti, sia per motivi finanziari sia di spazio), ma qualcosa di veramente notevole ogni tanto esce. Un appassionato della Hammer come me, infatti, non può che vedere di buon occhio la serie Icons of... che è stata pubblicata negli ultimi mesi. E se Icons of Horror (uscita anche da noi, anche se in formato editoriale diverso da quello americano) pescava tra film tutto sommato noti anche se sempre benvenuti, Icons of Adventure, dedicato ai film di pirati e d’avventura della Hammer, già andava a frugare tra pellicole ormai dimenticate dai più.
Il meglio però doveva ancora arrivare (ed è arrivato, altrimenti non sarei qua a scriverne) e si è materializzato, da pochissimo, in Icons of Suspense che raccoglie sei film prodotti dalla Hammer nei suoi anni più gloriosi, dal 1958 al 1963. Si tratta però di film che non si vedevano da tempo (alcuni non si sono mai visti, almeno in Italia), piccoli thriller interessanti e malevoli con l’eccezione di The Damned (da noi Hallucination), unico film diretto dal grande Joseph Losey per la Hammer e appartenente di diritto alla fantascienza.
Come chiunque sa, la Hammer, oltre che per i suoi gotici, è molto nota anche per la sua lunga serie di psycho-thriller prodotti sulla scia di Psyco. Ma in questa collezione non si va sull’ovvio e, quindi, non ci sono quei film, tranne uno: Maniac, quello meno reperibile (in italiano, con grande fedeltà di traduzione o a scelta grande mancanza di fantasia, è stato intitolato Il maniaco).
Il meglio però sono i film più rari. Uno di questi è Never Take Candy from a Stranger, che all’epoca ebbe grossi problemi con la censura britannica perché trattava - stigmatizzandolo ovviamente e fortemente - di un caso di pedofilia. Da noi si chiamava, pensate un po’, Corruzione a Jamestown.
The Snorkel (da noi Delitto in tuta nera) è un giallo piuttosto modesto, che girava per le nostre Tv private nei primi anni ’80 ma è da tempo scomparso (credo) dalla vista. Peter Van Eyck si fa sempre comunque apprezzare.
Cash on Demand è invece un ottimo thriller con Peter Cushing, diretto da Quentin Lawrence (I mostri delle rocce atomiche): anche questo è una rarità che ci permette di vedere una prova sopraffina del grande attore inglese affiancato da un ottimo André Morell (al suo fianco in alcuni Hammer horror).
Stop Me Before I KIll! (noto soprattutto come The Full Treatment) è un’altra chicca: un thriller firmato da Val Guest (ottimo regista attivo in generi diversissimi dal thriller, al bellico, all’erotico, all’horror, alla fantascienza e così via). Anche questo è un film di cui si erano perse le tracce e le si ritrova con piacere.
Tutti i film sono in bianco e nero e la confezione è spartana e priva di extra (a parte i trailer, comunque interessanti), ma il prezzo modesto e l’unicità dei film raccolti rende un assoluto must questa collezione, edita dalla Sony (il titolo completo è The Icons of Suspense Collection: Hammer Films).
Ovviamente è in inglese ed è in regione 1, ma ci sono i sottotitoli (in inglese).
martedì 4 maggio 2010
Aiuto vampiro

Non avete ancora visto Aiuto vampiro e state disperatamente cercando di capire se è il caso di farlo o no? Per la serie guardare informati, qui trovate la mia recensione e qui un approfondimento. E fateveli bastare perché non penso che aggiungerò altro sull'argomento.
Qui sopra, Jessica Carlson, la ragazza scimmia (solo nel film, però).
lunedì 3 maggio 2010
Far East Film, Shintoho e altro

Nell’ambito della consueta eccellenza nella scelta dei film, ogni tanto il Far East Film - appena conclusosi a Udine - riesce a piazzare delle rassegne assolutamente eccezionali. Qualche anno fa si era trattato della Nikkatsu, stavolta (sempre a cura di Mark Schilling) è stato il caso di un’altra casa di produzione giapponese, la Shintoho, che nella sua vita relativamente breve ha sfornato parecchi film interessanti. Il fatto che si trattasse di film spesso noir, horror o di exploitation naturalmente aiuta a renderli anche estremamente godibili e user-friendly, anche per la loro caratteristica brevità (un giorno mi lancerò in un peana a favore di film brevi: come detesto i filmoni da tre ore... li trovo quasi un affronto personale. 70 o 8o minuti, magari 90... quanto si può dire o mostrare con queste lunghezze? Praticamente tutto).
Uno dei maggiori registi della Shintoho - anzi, uno che è diventato regista con la Shintoho - è stato Teruo Ishii, grande maestro dell’exploitation (e non solo) giapponese. Di Teruo Ishii ho brevemente parlato in questo post, in occasione dell’uscita del mio articolo su di lui in Segnocinema. Quindi alcuni dei film presentati a Udine li avevo già visti, ma ce n’erano altri che mi mancavano e che erano di assoluta rarità. Tra questi, il coloratissimo e movimentato Queen Bee and the College Boy Ryu, una bizzarra glorificazione della yakuza, con il saggio boss interpretato dal grande Kanjuro Arashi (se non li avete visti, guardatelo nei film della serie Abashiri Prison di Ishii, dove interpreta un vecchio e potentissimo assassino) e la coppia quasi fissa degli Ishii del periodo: la bravissima Yoko Mihara e lo spigliato Teruo Yoshida (un decennio dopo protagonista dell’assoluto capolavoro di Ishii, Horrors of Malformed Men). Flesh Pier è invece un noir in bianco e nero nel quale Ishii rimesta nel torbido e nel sordido con grande stile e abilità. Women of Whirlpool Island è un melodramma noir a tutto tondo ambientato nel sottobosco della malavita che testimonia ancora una volta la capacità di Ishii di rendere avvincente qualunque storia. Over the top il finale, con Yoko Mihara morente - donna costretta al malaffare dalle circostanze - che, sullo sfondo di un acceso tramonto, all’amore della sua vita (Teruo Yoshida) che gli dice di non avere più interesse nella vita se lei morirà, replica che invece lui dovrà sopravvivere perché altrimenti non resterebbe più nessuno a ricordarla. Roba da Sirk. Solo più deviata e malata.
Ma un altro grande regista della Shintoho è stato Nobuo Nakagawa, un regista che merita una riscoperta globale anche da noi. Tra gli altri, a Udine è stato mostrato uno dei suoi migliori horror, Ghost Story of Yotsuya (qui sopra un'immagine dal film), storia spettrale tra samurai in disgrazia e novelli Jago cattivi consiglieri che dimostra come non sia il caso di compiere gesti irreparabili per una cosa volatile come l’amore. Mago del colore e abilissimo a creare atmosfere allucinate, Nakagawa è anche regista di un classico dell’horror giapponese (non mostrato a Udine in questa occasione): Jigoku, che consiglio senza riserve.
Tra gli altri film della Shintoho, una menzione è il caso di riservarla al curioso Bloody Sword of the 99th Virgin, uno strano ma avvincente mélange di avventura, thriller, exploitation e horror: tra vergini da sacrificare, antiche religioni pagane e vecchie malefiche, il tempo passa in un lampo.
Infine, giusto una segnalazione per qualcuno degli horror contemporanei presentati al Far East: tra tutti, mi è piaciuto in particolare Dream Home che recupera la vecchia e perduta cattiveria di certi horror di Hong Kong di qualche decennio fa. Diseguale ma interessante il film a episodi Phobia 2 e potenzialmente notevole - ma un po’ irrisolto - il coreano Possessed che avrebbe potuto essere un nuovo Rapture. Ne riparlerò prima o poi.