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Dopo gli innumerevoli problemi di vario tipo incontrati sul set di Pat Garrett & Billy the Kid (chi vuole approfondire può, tra le altre cose, consultare il mio Il cinema di Bob Dylan, gli altri - immagino la maggioranza - potranno prendere la cosa per buona e accontentarsi), Bob Dylan aveva detto, piuttosto contrariato, che mai più avrebbe fatto una colonna sonora per qualcun altro e difatti aveva cominciato a pensare a Renaldo & Clara, nel quale avrebbe fatto, oltre alla musica, anche la regia (e varie altre cose). Però si sa che ‘mai’ è una parola piuttosto impegnativa, soprattutto se si resta vivi e attivi a lungo. Quindi, dopo una serie di canzoni scritte per il grande schermo anche con notevole successo (vedi l’Oscar conquistato per Things Have Changed), Dylan ha scritto una intera colonna sonora per My Own Love Song, un film del francese Olivier Dahan, autore, qualche tempo fa, di una biografia filmata di Edith Piaf (La vie en rose), oltre che di I fiumi di porpora II - Gli angeli dell’apocalisse.
Com’era successo in parte a un progetto teatrale per il quale Dylan aveva scritto alcune canzoni prima del collassare di tutta la faccenda finendo per includere quelle canzoni nel suo nuovo album (New Morning del 1970: la faccenda è raccontata anche da Dylan stesso in Chronicles vol. 1), anche in questo caso le canzoni sono confluite in un suo album, Together Through Life, uscito nel 2009. Infatti, il progetto cinematografico ha avuto dei tempi decisamente lunghi ed è uscito solo nel 2010. Ma almeno è uscito: è andata peggio per la canzone Can’t Escape from You, realizzata per un film mai finito (a occhio dovrebbe trattarsi di Paradise Cove). Per la cronaca, Can’t Escape from You è invece uscita, dopo qualche anno nei cassetti della produzione, in Tell Tale Sign.
Quando è emersa la notizia che nella colonna sonora di My Own Love Song ci sarebbero stati diversi brani in più rispetto a quelli usciti su Together Through Life il fandom dylaniano è entrato in fibrillazione: i titoli erano interessanti e l’elenco ancora di più. è il caso di riportarlo, tratto da uno dei tanti siti che l’hanno reso noto:
01 “Sweeping The Floor”
02 “Bumble Bee”
03 “Jane’s Lament”
04 “Joey’s Theme”
05 “Driving South”
06 “Back Alley”
07 “Snow Falling”
08 “Billie #30”
09 “Road Weary”
10 “Click Clack”
11 “Robbie Robert’s Lament”
12 “New Orleans Drums”
13 “Jane’s Step”
14 “Swingin’”
15 “Blues Club (Playback)”
16 “East Texas”
Quando poco dopo si è capito che i brani in più erano solo strumentali e che non sarebbe uscito un disco con la colonna sonora, l’interesse è rapidamente scemato. A me la curiosità, però, era rimasta e quindi ho fatto quello che dovevo fare: cioè mi sono guardato My Own Love Song, sia per capire se la colonna sonora funzionava nel contesto sia, soprattutto, per capire per quale motivo Dylan aveva scelto quel film per tornare a comporre un’intera colonna sonora.
I titoli scorrono su Forgetful Heart, una delle più belle canzoni di Together Through Life (ancora migliore nelle versioni dal vivo). Il tono mesto e di rimpianto della canzone si sposa con l’estetica decadente e vissuta del classico bar downtown in cui si svolge la prima scena. Jane Wyatt (Renée Zellweger) è una ex cantante multitatuata ridotta sulla sedia a rotelle che cerca di sopravvivere alla sua cattiva sorte. Il suo amico più caro è Joey (Forest Whitaker), un uomo di colore balbuziente non del tutto giusto di testa, che sostiene di essere in grado di parlare con gli angeli. Dopo alcune disavventure, Joey convince Jane a partire con lui per andare a New Orleans alla conferenza dell’autore di un libro sugli angeli. Joey in realtà vuole approfittarne per portare Jane a Baton Rouge dove il figlioletto della donna l’ha invitata per la sua prima comunione, ma dove lei non avrebbe il coraggio di andare. La storia del film è in sostanza quella del viaggio di questi due spostati e dei loro incontri con altri personaggi - “buoni” e “cattivi” - altrettanto fortemente caratterizzati, attraverso la desolazione dell’America più abbandonata.
La trama dice molto del film: siamo dalle parti dei road movies fatalisti e benintenzionati, che presentano dei perdenti destinati al riscatto anche loro malgrado attraverso la riscoperta di sentimenti positivi coi quali non avevano più dimestichezza. Niente che non abbiamo già visto prima, anche recentemente, come nel film per il quale Jeff Bridges ha vinto l’Oscar, Crazy Heart: un film che con questo condivide la musica come elemento fondamentale e fondante. Solo che qui non c’è Jeff Bridges a riscattare i luoghi comuni e a controbilanciare i sentimentalismi. C’è però la colonna sonora di Bob Dylan che, come accade di solito alle singole canzoni da lui scritte per i film, si adatta molto bene alla storia e riesce a cogliere meglio del film stesso l’atmosfera giusta del racconto. I brani strumentali sono poco più di stacchetti - almeno per come si sentono nel film - ma i rimandi alla produzione globale di Bob Dylan si susseguono. Una versione strumentale di What Good Am I? (canzone presente in Oh Mercy, forse il miglior album di Dylan degli ultimi trent’anni) si mescola alle canzoni da Together Through Life ed è anche cantata da Whitaker, tra sé e sé, in un toccante momento del film. Inserite nel film, le canzoni di Together Through Life, un album di successo ma non troppo amato per la sua apparente “leggerezza” (e per il fatto d’essere una collaborazione con Robert Hunter piuttosto che un’opera tutta dell’ingegno di Dylan), acquistano senso e spessore trovando il posto cui erano destinate. Non manca nemmeno la sarcastica It’s All Good, ottima e abrasiva. Precious Angel (da Slow Train Coming) è cantata con intensità da Renée Zellweger in una versione molto melodica ma non disprezzabile. I Believe in You (sempre da Slow Train Coming) è interpretata da un cantante vagabondo (Don Sparks) per consolare Jane delle sue disgrazie e darle forse il conforto della fede. Non è un caso che siano canzoni del cosiddetto periodo cristiano a portare la speranza. Ma è la meno consolatoria Life Is Hard (da Together Through Life) a percorrere tutto il film in versioni strumentali e anche nella versione cantata da Dylan, oltre che in un’altra interpretata da Renée Zellweger: vediamo infatti Jane scriverla freneticamente a bordo di un treno, mentre si avvicina all’incontro fatale con il figlio che aveva dovuto abbandonare dopo il tragico incidente che l’aveva paralizzata e fatta finire in coma.
Film come questi, con il cuore dalla parte giusta ma con poco discernimento sulla loro materia e senza un polso registico dalla necessaria fermezza, dipendono molto, per la loro almeno parziale riuscita, dal cast. In questo caso, ci sono luci e ombre. Forest Whitaker - attore molto versatile e spesso bravo - non riesce a evitare di andare sopra le righe e carica fin troppo un personaggio già troppo carico di suo, con potenti eco dal Lennie di Uomini e topi. Neanche Renée Zellweger si sottrae dallo spingere il pedale dei sentimenti, ma, come le capita spesso negli ultimi tempi, sembra aver perso lo smalto che, ai tempi di Jerry Maguire l’aveva segnalata come una delle promesse del cinema americano (sono passati un bel po’ di anni, d’accordo, ma c’è chi è invecchiato meglio). Se la cava discretamente nel canto, comunque, e si esibisce anche in una buona versione di This Land Is Your Land, l’inno di Woody Guthrie che richiama alla mente un’America solidale ben diversa dall’attuale. Nick Nolte fa un anziano e grugnente chitarrista rock-blues dai capelli sparati e rievoca la famosa leggenda di Robert Johnson e il suo patto col diavolo all’incrocio di due strade nel profondo Sud. Poco più di un siparietto, è anche a suo modo affascinante e figurativamente simpatico, ma non si integra troppo con il resto del film. La sorpresa migliore è Madeline Zima, fresca e genuina nel ruolo di una giocane moglie abbandonata dal marito.
Il cognome del personaggio interpretato da Renée Zellweger è forse un omaggio a Robert Wyatt, l’ex batterista dei Soft Machine costretto sulla sedia a rotelle da un incidente e capace di costruirsi nel tempo una rimarchevole carriera ai margini dell’industria musicale.
Dopo aver visto il film, comunque, non sono riuscito a capire perché Dylan abbia scelto di fare la colonna sonora proprio di questa pellicola. Tra qualche tocco di umorismo, buoni sentimenti, qualche figura sbrigativa e banale (lo scrittore che lungi dal pensare agli angeli pensa ai soldi), qualche momento azzeccato e un finale adeguatamente struggente, My Own Love Song è al massimo un film che si lascia vedere, non certo un capolavoro. Nel link sopra citato, ci sono alcune dichiarazioni di Dahan che raccontano come lui abbia approcciato Dylan ottenendone l’assenso. Lo stesso, ricordo, era accaduto per North Country. Forse, basta chiedere ed essere fortunati.
Ancora horror francese - uno dei più vitali - nella rubrica Horror Frames che scrivo per MyMovies. Stavolta parlo di La meute, titolo internazionale The Pack, un horror non del tutto coerente dal punto di vista narrativo, ma vivace e apprezzabile. Per maggiori dettagli, potete andare a leggere il tutto qui.
Regia e sceneggiatura sono dell'esordiente Franck Richard, mentre nel cast spicca la rude e brava Yolande Moreau che campeggia nella foto qui sopra.
Questo nuovo film della regista del primo film della serie di Twilight, Catherine Hardwicke, rielabora in veste horror la fiaba di Cappuccetto Rosso traendone spunto per una classica vicenda di lupi mannari improntata a un cupo romanticismo che, chissà come mai, sa appunto un tantino di Twilight. Chi vuole leggere la mia recensione scritta per MyMovies deve solo andare qui.
Qui sopra invece una foto dal film, con la protagonista Amanda Seyfried in evidenza (ma era più in evidenza in Jennifer's Body, nonostante Megan Fox).
In attesa del quarto capitolo della saga di Scream, ho scritto per MyMovies un articolo sull'insieme della serie e sulle possibili prospettive. Wes Craven e Kevin Williamson sono tornati entrambi sul luogo dei delitti e la speranza è che il risultato sia migliore di quello di Scream 3, dove Williamson mancava. E la speranza è l'ultima a morire, diversamente che negli slasher dove, si sa, è la cosiddetta "final girl", che peraltro spesso sopravvive (e in questo caso, l'ultima a morire è la semi-final?).
Chi vuole leggere quello che ho scritto può andare qui.
Un nuovo viaggetto nel passato con il flano di Un fiocco nero per Deborah, horror paranormale di Marcello Andrei: il flano è del settembre 1974, quando il film è uscito in prima a Milano. Andrei ha purtroppo diretto ben pochi film: in questo mostra delle qualità e delle ambizioni non sempre supportate dallo svolgimento. Comunque, chi vuole sapere cosa penso del film, può consultare come sempre il Dizionario dei film horror. Molto interessante il cast, in ogni caso, con Bradford Dillman (un attore assai sottovalutato, ma capace di prove anche notevoli), Gig Young (altro attore sopraffino, soprattutto nella commedia), Marina Malfatti (nella sua breve stagione di scream queen, in diretta dagli sceneggiati televisivi) e Delia Boccardo, oltre a Micaela Esdra, anche lei presenza consueta negli sceneggiati dell'epoca (oltre che attrice per Mario Bava). In più, c'è anche Lucretia Love.
Il flano, forse non trovando di meglio, enfatizza l'appeal del film sul pubblico femminile: sarà stato vero che le donne si sono entusiasmate? E perché poi? Non ce lo dicono. Certo, il film ha una forte presenza femminile e tratta della maternità, ma insomma... prendiamo senz'altro più seriamente il consiglio in basso a destra: il film, qualunque film, è meglio vederlo dall'inizio. Soprattutto nel caso dell'ultimo spettacolo, perché in quel caso, a meno di non restare in sala sino al giorno dopo, l'inizio lo si perde senz'altro se si è entrati a film cominciato.
Cos'era il lupo di Cappuccetto Rosso se non un lupo mannaro (oltre che, metaforicamente, un sacco di altre cose)? Perciò il cinema horror se n'è appropriato più volte, magari ribaltando i ruoli. Cappuccetto rosso sangue di Catherine Hardwicke è in arrivo e può darsi - ma è più probabile di no - che gli appassionati della saga di Twilight (di cui la Hardwicke ha diretto il primo episodio) accorrano a vederlo. Ma intanto, nella rubrica Horror Frames che scrivo su MyMovies, parlo di Red: Werewolf Hunter (anch'esso non ancora giunto dalle nostre parti) diretto da Sheldon Wilson, fattosi notare (un po') con Shallow Ground - Misteri sepolti e poi autore, per restare nell'horror, di Kaw - L'attacco dei corvi imperiali e Screamers 2 - L'evoluzione.
Come sempre, chi vuole leggere che cosa ne penso non ha che da andare qui.
Qui sopra invece un'immagine del film.
Quando - ormai una ventina d'anni fa - avevo visto Linea mortale, sull'onda dei libri di Raymond W. Moody jr, avevo pensato che Joel Schumacher potesse emergere come un regista di qualche qualità, anche in campo horror. Il tempo non mi ha dato molto ragione (su Schumacher, per il resto c'è ancora tempo), ma tra alti e sorprendenti strabassi, il nostro è tornato all'horror per un film a suo modo umile e altrettanto a suo modo divertente: Town Creek (noto - per quel poco che è noto - anche come Blood Creek). Vampiri, zombie (anche cavalli!), nazisti, occultismo: di roba ce n'è. Chi vuole leggere cosa ne penso, non ha che da andare qui, dove si trova la nuova puntata di Horror Frames, la rubrica che scrivo per MyMovies.
Qui sopra una foto dal film con in evidenza Dominic Purcell ed Emma Booth (dietro di loro c'è anche Henry Cavill).
Nuova avventura per Rosco e Sonny, la serie - ideata da Claudio Nizzi - che scrivo per Il Giornalino. Si intitola Caccia in elicottero e la trovate sul numero attualmente in edicola (l'11).
Questa volta i due dinamici poliziotti sono alla ricerca di un rapinatore che si è dato alla macchia nelle zone scoscese e desertiche del sud degli Stati Uniti. Azione e ironia sono da sempre le caratteristiche di questa serie e non mancano nemmeno qui.
I disegni, come di consueto, sono dell'ottimo Rodolfo Torti. Qui sopra ne potete vedere un esempio, non casualmente tratto proprio dalla storia in questione.
La rubrica Horror Frames che scrivo per MyMovies si occupa questa volta dei film sulle case infestate e in particolare del recente The New Daughter che ne rinverdisce i fasti mettendo in scena nientemeno che Kevin Costner - per un po' divo per eccellenza e ora 'solo' un buon attore - nei panni di un genitore single alle prese con qualcosa di più delle crisi adolescenziali della sua figlia ribelle. Volete leggere che cosa ne penso? Andate qui, allora.
Qui sopra Kevin Costner in The New Daughter, che segna l'esordio nella regia di Luis Berdejo, già sceneggiatore di Rec.
In occasione dell'uscita di Il rito, un nuovo horror che ha a che fare con il diavolo e le sue possessioni, ho scritto un articolo panoramico su questo filone venutosi a creare ai tempi de L'esorcista e ancora lungi dall'aver esaurito il suoi appeal nei confronti del pubblico. Chi vuole leggere l'articolo, pubblicato su MyMovies, può comodamente andare qui. Chi invece vuole leggere la recensione che ho scritto sempre per MyMovies su Il rito, dove Anthony Hopkins compare più in forma che mai nei panni di un prete esorcista, non ha che da andare qui.
Ne avevo parlato tempo fa qui in occasione della pubblicazione di qualche episodio su Disney Big, ne torno a parlare a maggior ragione adesso dato che è uscito un volumetto della serie Disney Time (il n. 56 di marzo) che è interamente composto da episodi della serie I mercoledì di Pippo, che ho creato e sceneggiato, dall'inizio alla fine.
Gli episodi sono questi:
Il giallo dei giallisti (disegni di Giuseppe Dalla Santa): 15° mercoledì in ordine di scrittura; Ai confini dell'irrealtà (disegni di Silvio Camboni): 12° mercoledì in ordine di scrittura; Attraverso lo specchio (disegni di Lino Gorlero): 13° mercoledì in ordine di scrittura; Cuori flambé (disegni di Alessandro Gottardo, con una simpatica caricatura a un certo punto): 20° mercoledì in ordine di scrittura; Il segreto di Shazan (disegni di Lino Gorlero): 2° mercoledì in ordine di scrittura e mio preferito per molti motivi; Il primo scienziato (disegni di Giorgio Di Vita): 17° mercoledì in ordine di scrittura; Nell'orecchio del ciclone (disegni di Roberto Vian): 28° mercoledì in ordine di scrittura; Nel mondo delle fiabe (disegni di Lino Gorlero): 31° mercoledì in ordine di scrittura.
Per qualche motivo il volumetto si intitola Pippoparodie: in effetti, comunque, in un certo senso di parodie si tratta e probabilmente intitolarlo con il nome della serie sarebbe stato troppo banale.
Anyway, chi apprezza la serie - per dirne uno a caso, io (che in effetti il volumetto l'ho comperato) - potrà trovare interessante questo Pippoparodie, che contiene anche storie non ristampate da moltissimi anni: per esempio, Il segreto di Shazan che, se non sbaglio (ma potrei sbagliarmi, non prendetemi troppo alla lettera), non era mai stato ristampato ed era uscito in prima battuta addirittura nel 1993.
In quest'epoca di remake, poteva mancare quello del Piranha di Joe Dante, prodotto da Roger Corman negli anni '70? Poteva, poteva. Ma invece c'è e non è neanche male. La regia è di Alexandre Aja, al quale mi sentirei di suggerire di smetterla di fare remake (questo è il terzo) e di tornare a qualcosa di originale se non fosse che tutto sommato è uno dei pochi a fare remake vivaci e simpatici. In più, in questo caso, usa anche il tridimensionale che, in un film spettacolare e molto ludico come questo, non guasta.
Se volete sapere cosa ne penso, comunque, non avete che da andare qui, dove si trova la recensione che ho scritto per MyMovies.
Qui sopra un'immagine dal film dove si possono notare i pesciolini digitali che sono sicuramente meglio di quelli del film di Dante.