lunedì 20 giugno 2016

It Follows


Mercoledì 6 luglio esce in sala It Follows, un film scritto e diretto da David Robert Mitchell. Si tratta di un horror basato su un concetto semplice ed efficace: una strana creatura proteiforme segue la sua vittima designata in modo lento e implacabile. La maledizione è trasmissibile, ma le modalità e i risultati non sono sempre affidabili. Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies non deve fare altro che cliccare qui, ma, per una volta, mi sento di anticipare, pur esortando alla lettura della recensione per una motivazione quanto più possibile approfondita (tenuto conto dei limiti di spazio), che il film è assolutamente da non perdere. Come qualunque appassionato di horror sa, il genere è spesso una questione di "hit or miss" e qui il colpo è stato indubbiamente centrato.

Qui sopra la protagonista Maika Monroe in una scena del film.

lunedì 6 giugno 2016

Il cinema dell'eccesso vol. 2: recensione di Nico Parente su Leggere: tutti

Segnalo con piacere la recensione a Il cinema dell'eccesso vol. 2 scritta da Nico Parente - che colgo l'occasione per ringraziare - su Leggere: tutti n. 104 (giugno 2016). Al di là della recensione, la rivista è, tra l'altro, molto interessante.

lunedì 30 maggio 2016

Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 1 Jack Hill

Così come ho fatto per il primo volume, anche per questo secondo volume (Il cinema dell’eccesso vol. 2: Stati Uniti e resto del mondo, Crac Edizioni), procederò a una presentazioone capitolo per capitolo, per illustrare meglio il contenuto del libro, in modo che chi è interessato all’argomento - o vuole cominciare a interessarsene - può capire se quest’opera fa al caso suo. Come il primo volume anche questo è organizzato per autori, proprio perché l’ottica che ho privilegiato è quella di focalizzare l’analisi sui registi più interessanti per seguirne la parabola autoriale e individuarne preferenze e tematiche.

Il primo capitolo è dedicato al regista americano Jack Hill, sicuramente uno dei migliori a essersi dedicato all’exploitation. Capace di raffinatezze stilistiche non comuni e di raccontare in modo coinvolgente e anticonformista, Hill ha sempre mostrato l’indubbia capacità di dirigere con professionalità e originalità, dando sempre l’idea che sarebbe stato in grado di tenere in pugno in modo perfetto progetti di caratura economica consistente: insomma, per dirla breve, produttivamente di serie A, non solo di genere. Che non ci sia riuscito resta in parte un mistero (l’altra parte è dipesa da lui, come egli stesso ammette, e dalla miopia di chi aveva in mano le redini del gioco). Quello che ha lasciato è comunque un opus di assoluto rilievo. Spider Baby e Switchblade Sisters, da soli, valgono una carriera e c’è molto di più. Chi guarda i suoi film sa che non si annoierà e resterà ammirato dalla sua bravura anche nell’affrontare tematiche poco promettenti (ha fatto anche un film sulle corse automobilistiche! e l'ha fatto bene) o in qualche misura banali.






 

Ho cercato di raccontare la sua storia attraverso i film che ha fatto e i problemi produttivi che ha talvolta dovuto affrontare sino a quando, un po’ alla volta, la ruota (e la pellicola) ha smesso di girare con un larghissimo anticipo rispetto all’auspicabile. Inutile ricordare ancora una volta che Tarantino è un suo grande ammiratore e che Jackie Brown è il suo chiaro omaggio a Hill: il nome della protahonista deriva dai nomi di Jack Hill e di Foxy Brown, l’eroina di uno dei suoi film più famosi, interpretata dalla stessa Pam Grier che è protagonista anche del film di Tarantino.

In appendice al capitolo un’intervista che Hill mi ha concesso all’epoca dell’articolo che ho scritto per Segnocinema (nella serie Kings of Exploitation) e che costituisce la base, poi riveduta e aggiornata, del capitolo stesso. Mi sarebbe molto piaciuto che, come auspicava fiducioso Hill stesso, fosse stato possibile vedere in questi anni qualche sua nuova opera, ma purtroppo, diversamente a quanto è successo a Doris Wishman (della quale scriverò qualcosa in occasione della presentazione del capitolo a lei dedicato), non è avvenuto.

Se leggerete Il cinema dell’eccesso vol. 2, fatevi trasportare da quanto c’è scritto e convincetevi, se ancora non l’avete fatto, a vedere qualcuno dei film di Hill, a partire magari dai migliori per concludere con il famigerato quartetto di horror che rappresentarono il canto del cigno di Boris Karloff: film piuttosto brutti, ma comunque con un loro perché.

martedì 24 maggio 2016

Bob Dylan 75

Anche quest’anno il 24 maggio impone in questo blog un post celebrativo e augurale per il compleanno di Bob Dylan, il settantacinquesimo per l’esattezza, come i più avveduti potranno arguire dal titolo.

Gli anni passano, ma l’attività del nostro non accenna a rallentare e questo è un bene che è facile prendere per scontato, ma in realtà dev’essere motivo di grande soddisfazione perché è ben raro che un artista, raggiunta questa età, continui a concedersi e a essere creativo. Di questi giorni, per la verità, è la notizia del prossimo tour celebrativo di Charles Aznavour alla tenera età di 92 anni, per cui, in effetti, c’è da ben sperare anche per il futuro.

A celebrare il compleanno è anche l’uscita, qualche giorno fa, del nuovo disco di Bob Dylan, la cui copertina è riprodotta qui sopra. Ancora un disco di cover di ascendenza sinatriana e qualche cenno di insofferenza da parte degli appassionati c’è stato, pur eclissato dai peana della critica. In effetti, Shadows in the Night poteva essere sufficiente e Fallen Angels sembra essere un’aggiunta superflua. Dylan, generalmente, non ama ripetersi. Di solito tenta strade anche solo parzialmente diverse. Un parallelo con questo dittico può essere trovato nell’analogo dittico di cover, in quel caso acustiche e da solo, che contrassegnarono le uscite discografiche del 1992 e 1993, vale a dire Good As I Been To You e World Gone Wrong. Anche in quel caso, pur se le cover scelte andavano in una direzione ritenuta più o meno canonica e quindi accettabile da parte degli appassionati dylaniani, si notò la stranezza dell’iterazione, anche se una differenza di “umore” c’era allora e in effetti c’è anche adesso perché Shadows in the Night e Fallen Angels sono umoralmente diversi. Allora il desiderio di tornare alle radici portò notevoli frutti nel prosieguo della carriera di Dylan e quel dittico acustico fu anche cruciale in una sorta di riscoperta della chitarra, tanto è vero che nel periodo successivo Dylan la suonò con maggiore ricercatezza e impegno anche dal vivo. In questo dittico, invece, Dylan sembra essere andato alla riscoperta (e alla “riparazione”) della propria voce, mettendola alla prova e concentrandosi su essa, proprio in relazione con The Voice per eccellenza. La migliore qualità vocale dei suoi live attuali è incontestabile ed è possibile e probabile che ciò sia in conseguenza o comunque in relazione con le sue cover alla Tin Pan Alley: che la migliore qualità vocale abbia reso possibile le cover o che sia stato un fenomeno in parte inverso, poco importa ai fini pratici.

Il tour continua con le scalette più o meno bloccate, ma con una qualità complessiva eccezionale, con alcune canzoni a spiccare in modo notevole. La versione di Things Have Changed che Dylan canta in questi anni è strepitosa, per fare solo un esempio. Quest’anno, al momento, non si hanno notizie di passaggi italiani, ma la speranza c’è sempre.

La Bootleg Series si è arricchita di un altro capitolo, The Cutting Edge, dedicato al biennio d’oro della produzione dylaniana, il 1965/66. Una collezione imperdibile anche se, anche qui, spero sempre in qualcosa che batta strade meno conosciute. Per me i Bootleg Series migliori sono stati il primo e Tell Tale Sign, proprio perché scavavano antologicamente negli archivi trovando perle inaspettate anche per i cultori più esperti (chi aveva mai sentito Angelina prima del 1991? O Red River Shore prima di Tell Tale Sign). Spero che prima o poi, tra l’altro, facciano un cofanetto dedicato ai grandi live trascurati, come quelli del 1981 (periodo eccezionale), o a quella stupenda performance acustica del novembre 1993 (Supper Club, per intenderci). Comunque, vedremo. Per il momento l’importante è che la ruota continui a girare vorticosamente.

venerdì 13 maggio 2016

Somnia di Mike Flanagan

Sui nostri schermi è in arrivo Somnia, il nuovo film horror di Mike Flanagan, già autore di Oculus - Il riflesso del male, che più di qualcuno ricorderà. Il film tratta del difficile connubio tra sogno e realtà, soprattutto quando il sogno si trasforma in incubo e in realtà. Freddy Krueger? Non proprio e non solo. Chi vuole leggere cosa ne penso deve solo cliccare qui e andare a leggersi l'ampia recensione che ho scritto per MYmovies.

Qui sopra Kate Bosworth, la protagonista del film: qualche anno fa è stata un'affascinante Lois Lane. 


sabato 7 maggio 2016

La Banda sul Messaggero dei Ragazzi n. 1000!




Andiamo con ordine. In primo luogo, la cosa più importante e cioè che il Messaggero dei Ragazzi, la storica ma sempre vitale rivista per ragazzi, ha pubblicato questo mese il suo numero 1000, arrivando a un traguardo prestigioso che ben poche testate possono vantare. Per festeggiare l'avvenimento, il Messaggero dei Ragazzi organizza a Padova una speciale festa per tutti in lettori, la Domenica del Mera in programma per domani con inizio alle ore 14.30: i dettagli qui.

In secondo luogo, sul numero 1000 c'è la prima storia di una serie intitolata La Banda, che vede per protagonista un variegato gruppo di ragazzini alle prese con avventure semiserie che, divertendo, cercheranno di toccare tematiche interessanti. I testi sono miei e i disegni, davvero ottimi, sono di Luca Salvagno, colonna portante del MeRa e disegnatore che fa della poliedricità una grande virtù riuscendo ad affrontare praticamente ogni tipo di storia (sue, per fare un esempio tra i tanti, sono anche le storie di Cocco Bill, in diretta prosecuzione del grande Jacovitti, pubblicate su Il Giornalino).



Mi fa piacere aver centrato la presenza in un numero così rotondo e importante: di solito mi sono sempre contraddistinto per aver mancato, per una ragione o per l'altra (di solito per l'altra), tutti i numeri tondi di Topolino (il n. 1500, il 2000 e il 2500: il 3000 non conta perché già non c'ero più). Mi prenoto per il numero 1500 del MeRa e già che ci sono anche per il 2000.

giovedì 5 maggio 2016

The Boy di William Brent Bell


Bambole e pupazzi fanno parte integrante dell'immaginario orrorifico e i film che li vedono protagonisti sono moltissimi. Qualche tempo fa ho parlato di un libro (La notte più lunga del mondo di Samuele Zaccaro) interamente dedicato proprio a questo sottogenere dell'horror. Ma nel frattempo le cose si muovono e si evolvono ed è in uscita nelle sale cinematografiche un nuovo film che vede come protagonista un bambolotto. Il film si intitola The Boy e chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies deve solo cliccare qui.

Regista del film è William Brent Bell, che sta cominciando a farsi un nome nell'horror dopo aver diretto già diversi film di qualità che sembra poter dire crescente: prima di questo, l'ultimo era stato La metamorfosi del male.

Qui sopra un'immagine della protagonista del film (a parte il bambolotto, naturalmente, che è ancor più protagonista), la brava Lauren Cohan.

domenica 24 aprile 2016

Il cinema dell'eccesso vol. 1 e 2 - Recensione di Franco Pezzini su Carmilla

Segnalo con piacere la recensione di Franco Pezzini - che colgo l'occasione per ringraziare - comparsa sul sito Carmilla - Letteratura, immaginario e cultura d'opposizione. La recensione, suggestivamente intitolata Alice in Exploitland, riguarda entrambi i volumi de Il cinema dell'eccesso e se volete leggerla - cosa che consiglio assai - non avete che da seguire questo link.



Franco Pezzini, inutile dirlo, è autore di alcuni libri fondamentali tra i quali ricordo Peter & Chris - I dioscuri della notte (dedicato ai film dell'immortale coppia Cushing & Lee),  Le vampire (un saggio di raro acume e completezza sull'universo delle succhiatrici di sangue nella letteratura, nel folclore e nel cinema) e The Dark Screen (notevole viaggio in tutto ciò che sul grande e piccolo schermo è stato dedicato a Dracula).

A margine, mi sembra anche opportuno consigliare, al di là della recensione, una visita approfondita a Carmilla, un sito ricco di  materiale molto interessante.

martedì 12 aprile 2016

Il cinema dell'eccesso vol. 2 - Recensione di Nico Parente su Nocturno.it



Segnalo con piacere che sul prestigioso Nocturno.it è comparsa la recensione del mio  Il cinema dell'eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac Edizioni), scritta da Nico Parente, che colgo l'occasione per ringraziare.

Chi vuole leggere la recensione non ha che da seguire questo link. Seguito il link e letta la recensione, consiglio poi di soffermarsi sul sito di Nocturno, dove c'è una notevole quantità di cose interessanti da leggere.

sabato 9 aprile 2016

Il calcio del campetto di Mauro Maranto e Stefano Intini





Per gli appassionati di calcio e di umorismo (o anche solo di uno dei due), segnalo l’uscita di un libro, Il calcio del campetto di Mauro Maranto e Stefano Intini (Gallucci, 94 pagine € 12,90). Il sottotitolo (Fenomenologia della partitella amatoriale e dei suoi eroi) ci fa capire subito in che ambito ci troviamo e già il disegno di copertina ci lascia presagire che ci divertiremo, leggendo la descrizione analitica e appassionatamente autoironica di ciò che succede prima, durante e dopo le classiche partitelle di calcio tra adulti desiderosi di ritrovare il tempo perduto.


La parte scritta del libro è opera di Mauro Maranto, mentre le numerose illustrazioni che la corredano e la integrano efficacemente sono di Stefano Intini, grande fumettista soprattutto (ma non solo) disneyano, col quale ho avuto il piacere di collaborare più volte.

Il gusto per l’iperbole tipicamente fantozziana (e chi non ricorda la tragica partita a calcio tra scapoli e ammogliati del primo film della serie?) colora la narrazione, sempre vivace e brillante. A corroborarla ancor più sono gli insostituibili disegni di uno Stefano Intini veramente in forma, che, come sa chiunque lo conosca, in questo caso ben sa di cosa disegna. E da come scrive presumo lo sappia bene anche l’autore dei testi. Questo coinvolgimento personale nella materia si trasmette al lettore che si appassiona facilmente anche se non ha mai calcato uno di quei campetti. L’esame di dinamiche e casistiche è esauriente ed esilarante, le definizioni spesso fulminanti (“partita di calcio: evento che precede un’abbuffata in pizzeria. Quando piove forte e non si può giocare, si va subito a mangiare. Molti tirano un sospiro di sollievo”).

Consigliato, contrariamente a quanto si sostiene ironicamente in copertina, anche a chi è under 30 e/o non ha la pancetta perché conoscere e ridere della fenomenologia altrui è uno spasso tutt’altro che amaro. Molti di coloro che giocano o hanno giocato, inoltre, possono immedesimarsi facilmente nei personaggi tipo tracciati dall’autore. Personalmente, con una certa dose di immodestia, mi sono ritrovato nel paragrafo sul vecchio portiere.

 

lunedì 28 marzo 2016

De Gregori canta Bob Dylan

Con il dovuto sfasamento temporale (ovvero, in ritardo), due parole sul nuovo disco di Francesco De Gregori, De Gregori canta Bob Dylan - Amore e furto. L’operazione è interessante e di certo animata da buone intenzioni. Così come Dylan ha spesso fatto cover di canzoni altrui, molti hanno fatto cover delle sue canzoni, spesso dedicandogli interi album, come nel caso di De Gregori (uno dei dischi più famosi in questo senso è quello degli Hollies, negli anni che furono). Quando la cover viene fatta in inglese non c’è problema, se non quello della sua qualità. Nel caso invece in cui si voglia tradurre Dylan in altre lingue sorge il vero problema, che è poi quello anche delle “semplici” traduzioni dei testi dylaniani: mantenersi fedeli e rendere al tempo stesso la qualità letteraria e il senso dei versi. Non facile, come è dimostrato dalle varie traduzioni succedutesi negli anni (le ultime, quelle di Alessandro Carrera, giustamente celebrate, sono le migliori, ma anch’esse, inevitabilmente, presentano punti controversi). Inoltre, le traduzioni che devono essere cantate presentano un ulteriore problema, quello della cantabilità, appunto. Più adattamenti che semplici traduzioni, quindi.

Tutto questo, naturalmente, non era ignoto a De Gregori che si è comunque cimentato nell’impresa ben sapendo che avrebbe potuto andare incontro a critiche, ma, penso, comunque deciso a fare qualcosa che sentiva il bisogno di fare, anche per andare alle radici della propria autorialità. Quindi, indipendentemente dai risultati, è un tentativo che apprezzo in quanto tale e trovo del tutto legittimo. A parte questo, i risultati mi sembrano nel complesso più che buoni.


La scelta delle canzoni, innanzi tutto. Di fronte al mare magnum della produzione dylaniana, De Gregori ha operato delle scelte interessanti. In primo luogo bisogna considerare un aspetto talvolta sottovalutato. Diversamente da molti cantautori che soprattutto “parlano” - pensate a De Andrè o, in campo internazionale, a Leonard Cohen - Dylan è un cantante, cioè canta. De Gregori si situa in una via di mezzo, ma, mi pare, è più “parlante” che “cantante”. Ciò significa che una scelta delle canzoni di Dylan da eseguire andava - ed è stata, in larga misura - fatta anche in relazione al range vocale di De Gregori, alla sua tipologia di “voce”. Che poi, ovvio, si possa adattare al proprio modo di cantare qualsiasi canzone va da sé, ma non è questo il punto (lo stesso Dylan, oggi come oggi, ha un’estensione vocale ben diversa da quella che aveva una volta). Tenuto conto di questo, comunque, De Gregori ha scelto canzoni da tutti i periodi dylaniani, evitando le canzoni più famose e perciò più ovvie. Delle 11 canzoni del disco, 3 vengono dagli anni ’60, 2 dagli anni ’70, 3 dagli anni ’80 (anche se Series of Dreams potrebbe essere considerata appartenente, per vari motivi, agli anni ‘90 e, in effetti, I Shall Be Released agli anni '60 anziché ai '70), 2 dagli anni ’90 e 1 dagli anni 2000.


In tutti i testi di De Gregori c’è una certa misura di “infedeltà” all’originale, ma in tutti c’è l’evidente tentativo di una fedeltà complessiva, la ricerca di una resa globale del senso della canzone, del suo significato. Come detto, più che semplici traduzioni, sono le versioni degregoriane di canzoni dylaniane. E in questo senso vanno apprezzate. Se uno vuole ascoltarsi l’originale, può sempre farlo. Anzi, è probabile che più di qualche fan di De Gregori sia portato a farlo e ciò stesso basterebbe a garantire l’utilità dell’operazione. Del resto, il cd contiene un apprezzabile booklet con i testi a fronte di De Gregori e Dylan di tutte le canzoni. Come a dire, non c’è trucco, non c’è inganno: questo è l’originale e questo è quello che ho fatto, valutate voi e apprezzate entrambi. Anche il sottotitolo del disco, Amore e furto, sottolinea questo aspetto rimandando al titolo di un famoso disco di Dylan de 2001 che, a sua volta, era la citazione di un altro titolo. Suggestioni, spunti, imitazioni, omaggi: tutto si rincorre, nel campo della cultura. Ma vediamo le canzoni una per una.


Un angioletto come te (Sweetheart Like You, da Infidels, 1983) è una canzone che si adatta molto bene alla vocalità di De Gregori, che infatti la esegue in modo magistrale. La canzone in sé è a mio avviso molto bella, ma a suo tempo provocò critiche - da politically correctness ante litteram - soprattutto nel verso in cui alla ragazza del titolo viene detto che il suo posto sarebbe a casa a prendersi cura di qualcuno. De Gregori aggira il problema con abilità: il suo “Facevi meglio a restare a casa/E non andartene in cerca di guai/Dovresti amare chi ti vuol bene/E non vorrebbe farti piangere mai” rende bene l’idea senza incorrere in accuse di sessismo. Meno brillante, forse, il punto in cui Dylan cita con sarcasmo una famosa frase di Samuel Johnson (1709-1784): “Patriotism is tha last refuge of a scoundrel” (il patriottismo è l’ultimo rifugio del farabutto). Una frase che, soprattutto in politica, ha ancora una sua indubbia attualità. Dylan scriveva: “They say that patriotism is the last refuge/ to which a scoundrel clings”. De Gregori la traduce in modo un po’ asettico: “Qualcuno ha detto che l’amor di patria/è l’ultimo rifugio che c’è”, perdendo in questo modo il riferimento al farabutto, allo scoundrel, che per me era molto importante nell’economia della frase, dandole un senso specifico. Peccato veniale, comunque. In molti altri punti, De Gregori si prende delle legittime libertà (i riferimenti biblici, per esempio, scompaiono) e il risultato finale, anche musicalmente, è molto gradevole.


Servire qualcuno (Gotta Serve Somebody, da Slow Train Coming, 1979), canzone del cosiddetto periodo cristiano. Tra le più famose di quel periodo, anche se non mi ha mai entusiasmato: è il genere di canzoni che mantiene un po’ troppo l’effetto da “lista”, l’accumulo/iterazione. De Gregori ne fa una versione accettabile. L’adattamento è agile pur con molte variazioni e qualche acrobazia per giungere alla rima (rabdomante/amante). Là dove Dylan ironizzava su Bobby e Zimmy, De Gregori ci propone Ciccio e Generale e direi che la similitudine ci sta.


Non dirle che non è così (If you see her, say hello da Blood on the Tracks, 1975) la conoscevamo già perché una versione di De Gregori era già stata inclusa nella colonna sonora del film Masked and Anonymous (2003) scritto e interpretato da Bob Dylan. Particolarità di quella colonna sonora era quella di essere composta - a parte alcuni brani interpretati da Dylan - da cover internazionali di canzoni dylaniane. La versione che De Gregori propone qui mantiene la delicatezza dell’originale ed è uno degli highlight del disco.


Via della povertà (Desolation Row da Highway 61 Revisited, 1965), anche questa era già nota nella versione di Fabrizio De Andrè firmata anche da De Gregori. È rimasta famosa anche la versione trasfigurata che De Andrè eseguì nel tour del 1975, con nomi del mondo politico e giornalistico a sostituire quelli del testo originale. In questo caso, De Gregori rivede la sua versione, ma la complessità e le sfumature dell’originale sono inarrivabili. L’esecuzione è nel complesso valida, comunque, pur con tutti i limiti derivanti da una semplificazione a volte poco efficace. Un piccolo esempio: nell’ultima strofa, Dylan, con notevole ironia, canta “Yes, I received your letter yetserday/About the time the doorknob broke” e De Gregori adatta, perdendo di efficacia, “La tua lettera è arrivata proprio ieri/Quando è mancata l’elettricità”. Però è da apprezzare che De Gregori sia tornato sulla propria (e di De Andrè) versione di tanti anni fa per cercare di migliorarla, cambiando in molti punti la traduzione. Per chi è familiare con la versione cantata da De Andrè, la cosa potrebbe non essere positiva, ma bisogna essere invece aperti alle riscritture, consuetudine cui gli appassionati dylaniani sono abituati.


Come il giorno (I Shall Be Released da Greatest Hits II, 1971) è una canzone minore del pantheon dylaniano, ma ha avuto i suoi momenti di gloria sia per la versione ensemble di The Last Waltz sia per la versione della Band in Music from Big Pink (lo stesso De Gregori l’aveva già interpretata, live, nell’album Mix del 2003). E naturalmente va sottolineato che è inclusa nei leggendari Basement Tapes, da cui origina. Canzone metaforica per eccellenza, ha il pregio della brevità e dell’allusività. La versione di De Gregori rende adeguatamente il tema, anche se forse lo rende sin troppo evidente.


Mondo politico (Political World da Oh Mercy, 1989), una delle canzoni minori da uno degli album maggiori, se così si può dire. La versione di De Gregori è ben fatta e ben cantata e il risultato è stato che, per quanto mi riguarda, ha riacceso i riflettori su una canzone che tendo sempre a sottovalutare. L’adattamento presenta naturalmente le sue libertà, ma nel complesso mi pare renda bene il senso della canzone. Mi è dispiaciuto “perdere” una delle definizioni più sferzanti, però. Quando Dylan canta “in the cities of lonesome fear”, De Gregori lo sostituisce con “le città in cui ci tocca stare”, perdendo, mi pare, l’amara concisione del verso di Dylan che in poche parole descrive la situazione di solitudine e paura della vita cittadina.


Non è buio ancora (Not Dark Yet da Times Out of Mind, 1997): una delle più grandi canzoni di Dylan, eppure una canzone con le sue piccole imperfezioni che però la rendono ancora più vera e umana. È uno dei vertici, se non il vertice, qualitativo anche del disco di De Gregori. La sua versione è ottima, del resto la canzone ben si adattava sia alle sue qualità vocali sia al suo stile. Alcuni punti dell’adattamento mi hanno convinto poco: ad esempio, “Behind every beautiful thing there’s been some kind of pain” è uno dei versi migliori e più ricchi di significato (può riferirsi all’arte se visto in via soggettiva da parte dell’autore della canzone, ma può anche riferirsi un po’ a tutto, anche per esempio agli oggetti che compriamo, che spesso sono stati realizzati da lavoratori sfruttati e sottopagati), ma De Gregori ne riduce in qualche modo l’ampiezza, traducendo: “In ogni bella frase c’è un senso del dolore”. Altre volte c’è una curiosa inversione di significato. Per esempio, uno dei versi forse più “piacioni” della canzone di Dylan (uno di quelli che sembrano scritti perché tutti, più o meno giustamente, ci si possano immedesimare) è: “Sometimes my burden  seems more than I can bear”, mentre De Gregori trasforma questo peso insopportabile in qualcosa di positivo (“E il peso che mi porto appresso è l’unica ricchezza che ho”), anche se si tratta probabilmente di una positività espressa con una certa ironia. Oppure, al culmine del verso migliore della canzone, Dylan, sopraffatto dal pessimismo, dice di non sentire nemmeno il mormorio di una preghiera, tracciando con ciò l’immagine di un mondo che ha perso persino la speranza. Mentre De Gregori la speranza la tiene, traducendo: “E credo di sentire una preghiera e mi potrei sbagliare e oppure non lo so”. Altrove le cose sono più in linea con l’originale. Uno dei punti più beffardi - quello della lettera - De Gregori l’ha tradotto cogliendone perfettamente il sarcasmo e l’amarezza. E lo stesso vale anche per l’altro punto fulminante di ascendenza talmudica (“I was born here and I’ll die here against my will”) che De Gregori riesce a mantenere in modo mirabile (“Sono nato senza chiederlo, senza volerlo morirò”). Nell’insieme, al di là di qualche comprensibile infedeltà (ribadisco, tradurre e adattare Dylan è di una difficoltà enorme e bisogna lasciare a chi si carica di questo compito la libertà di, appunto, prendersi delle libertà), un’ottima versione.


Acido seminterrato (Subterranean Homesick Blues da Bringing It All Back Home, 1965) è simpatica proprio perché improbabile. De Gregori si cimenta in qualcosa che è assai lontano da quello che è nelle sue corde, riprendendo questo sfrenato e fulminante rap ante litteram e rendendolo in una versione tutto sommato accettabile, se non memorabile. Le libertà dal testo originale sono moltissime, ma credo fosse inevitabile, dato il tipo di canzone. 


Una serie di sogni (Series of Dreams da The Bootleg Series 1-3, 1991, ma proveniente, come outtake, da Oh Mercy, 1989): perfetta, poco da aggiungere. Adattissima alla vocalità di De Gregori e adattata in modo magnifico. Una canzone semplice e misteriosa, piuttosto fuori dagli schemi dylaniani, ma molto bella.


Tweedle Dum & Tweedle Dee (Tweedle Dee & Tweedle Dum da “Love and Theft”, 2001), filastrocca pungente e simpatica, con ascendenze da Lewis Carroll, abbastanza ermetica e dylaniana da sembrare forse più arguta di quanto non lo sia. De Gregori dimostra notevole eccentricità nello sceglierla: l’esecuzione non passa alla storia, ma è valida.


Dignità (Dignity da Greatest Hits vol. 3, 1994): altro highlight dell’album, una canzone che si adatta molto bene alle possibilità di De Gregori che la interpreta con animo pungente e partecipata ironia, rendendo ottimamente lo spirito della canzone.


Ho letto in un’intervista le spiegazioni che De Gregori ha dato riguardo al mantenimento degli arrangiamenti dylaniani e alla rinuncia a suonare l’armonica: i motivi sono certamente validi. Personalmente, però, non mi sarebbe dispiaciuta una maggiore innovazione musicale. In conclusione, comunque, un disco valido e interessante, senz’altro da ascoltare.

martedì 8 marzo 2016

Il cinema dell'eccesso vol. 1 - Recensione di Mario Caderale su Segnocinema

Con piacere segnalo la recensione che Mario Calderale ha dedicato al mio Il cinema dell'eccesso vol. 1 (Crac Edizioni) sul numero 198 di Segnocinema (marzo-aprile 2016) attualmente in libreria. Qui sopra una scansione della recensione.




Con l'occasione, è il caso di rimarcare come la rivista in sé sia imperdibile per ogni appassionato di cinema e di segnalare che lo speciale di questo numero, a cura di Flavio De Bernardinis, è dedicato a David Lynch (Lynchidente - Il cinema interrotto di David Lynch) ed è particolarmente interessante.