Tempo fa ho scritto di un film, La mano infernale, di cui Eros Bosi era protagonista. Adesso ho potuto vedere un cortometraggio, Evil Selfie, di circa undici minuti di cui Eros Bosi è regista, oltre che essere interprete principale. Diciamo subito che si tratta di un corto simpatico, che non si prende troppo sul serio (e fa bene). L’idea è quella di ironizzare sulla manie dei selfie e di farlo all’interno di un contesto horror di stampo tradizionale, con qualche richiamo all’iconografia dell’horror giapponese, ma senza farsi troppe domande sul perché certi fenomeni soprannaturali avvengano.
La storia è semplice, come si conviene a un corto. Isabella (Chiara Palombi) rompe inavvertitamente uno specchio e per evitare la conseguente sfortuna mette in atto un rimedio trovato su internet. Porta i frammenti, tenuti sotto acqua per una settimana, tra la vegetazione, ma l’effetto non è proprio quello sperato. Il padre (Maurizio Bolli) la cerca di notte e trova uno dei frammenti dello specchio, insanguinato. Poi, nel buio, gli si presenta la figura fantasmatica della figlia. Tempo dopo una coppietta - Fabiano (Eros Bosi) e Mara (Diletta Vedovelli) - si apparta in auto nel prato vicino. Lui è sbronzo e si addormenta, lei insiste per fare dei selfie. Quando lui si sveglia vede, nel selfie contenuto nel telefonino di Mara, che non c’è più (è andata, vedremo, in un boschetto per bisogni fisiologici), la figura zombesca di Isabella, che gli compare minacciosa anche nella realtà. Fabiano è braccato da Isabella, ma riesce a fermarla facendole delle foto, dato che lei è sensibile alla cosa e si presta mettendosi in posa. Quando Mara torna e vede le foto di Isabella nel telefonino di Fabiano si ingelosisce e si infuria incurante delle proteste di Fabiano che vorrebbe filarsela prima del ritorno di Isabella.
Il soggetto è di Eros Bosi, mentre la sceneggiatura è di Luca Alessandro: lo spunto di base è abbastanza originale e la storia è condotta con buona vivacità, pur con qualche ripetitività. Alcuni momenti propriamente horror dimostrano che, volendo, le qualità per una messa in scena più attinente al genere ci possono essere: certi passaggi nel montaggio, certe inquadrature, certe atmosfere sono suggestive. La scelta di affrontare il tema con ironia è comunque vincente e appropriata alla materia e sono diverse le scene in cui lo stravolgimento umoristico degli stilemi tipici dell’horror funziona bene. Ci sono poi altri momenti in cui l’effetto comico, ricercato, non scatta, ma sono difetti di scorrevolezza e uniformità chiaramente dovuti al budget e, probabilmente, all’inesperienza. Lo stesso può dirsi della prova del cast che alterna momenti di buona aderenza ai personaggi ad altri un po’ meno convincenti.
L’intervento di Gene Gnocchi (nientemeno!) uno se lo aspetta, quantomeno avendo visto il nome nei titoli di testa, ma è comunque davvero notevole per effetto ed efficacia.
mercoledì 9 novembre 2016
lunedì 31 ottobre 2016
Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 5 Juan Lopez Moctezuma
Il quinto capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac edizioni) rimane in Messico, come per il capitolo precedente dedicato a René Cardona, ma mostra un aspetto del tutto diverso dell’exploitation messicana. Semplificando, ho descritto questo lato come quello “intellettuale”, in contrapposizione con quello “popolare” rappresentato da Cardona.
Moctezuma è stato un regista di pochi film e non tutti riusciti. Alcuni addirittura mai usciti e persi nel limbo delle visioni perdute. Nonostante ciò, è un regista significativo e importante, che non va dimenticato. Collaboratore del vulcanico Alejandro Jodorowski per le sue prime imprese messicane, Moctezuma mantiene qualcosa del surrealismo dirompente del maestro della psicomagia, ma dimostra una personalità autonoma e non irrilevante. The Mansion of Madness (o La mansion de la locura), tratto in qualche modo da Edgar Allan Poe, è un esordio fulminante e bizzarro. Mary, Mary, Bloody Mary è una conferma di talento e qualità indiscutibili. Ma Alucarda la hija de las tinieblas è l’apoteosi: un film che va assolutamente visto e che nel suo lucido delirio ha qualità visuali sorprendenti. L’ho anche inserito nella mia top ten esorcistica di cui ho parlato qualche tempo fa, ma a parte questo è un film ricchissimo di spunti e di inventiva.
Da lì in poi, l’integrità artistica di Moctezuma trova difficoltà a rapportarsi con le strettoie dell’indutria cinematografica e la sua carriera, tra qualche sussulto, termina anticipatamente. Come del resto la sua vita, nel 1995, ad appena 63 anni per un attacco di cuore. Spero che le poche pagine che gli ho dedicato possano incuriosire qualcuno e indurlo a vedere i suoi film. Chi lo farà non resterà deluso.
Qui sopra un'immagine da Alucarda.
Moctezuma è stato un regista di pochi film e non tutti riusciti. Alcuni addirittura mai usciti e persi nel limbo delle visioni perdute. Nonostante ciò, è un regista significativo e importante, che non va dimenticato. Collaboratore del vulcanico Alejandro Jodorowski per le sue prime imprese messicane, Moctezuma mantiene qualcosa del surrealismo dirompente del maestro della psicomagia, ma dimostra una personalità autonoma e non irrilevante. The Mansion of Madness (o La mansion de la locura), tratto in qualche modo da Edgar Allan Poe, è un esordio fulminante e bizzarro. Mary, Mary, Bloody Mary è una conferma di talento e qualità indiscutibili. Ma Alucarda la hija de las tinieblas è l’apoteosi: un film che va assolutamente visto e che nel suo lucido delirio ha qualità visuali sorprendenti. L’ho anche inserito nella mia top ten esorcistica di cui ho parlato qualche tempo fa, ma a parte questo è un film ricchissimo di spunti e di inventiva.
Da lì in poi, l’integrità artistica di Moctezuma trova difficoltà a rapportarsi con le strettoie dell’indutria cinematografica e la sua carriera, tra qualche sussulto, termina anticipatamente. Come del resto la sua vita, nel 1995, ad appena 63 anni per un attacco di cuore. Spero che le poche pagine che gli ho dedicato possano incuriosire qualcuno e indurlo a vedere i suoi film. Chi lo farà non resterà deluso.
Qui sopra un'immagine da Alucarda.
venerdì 21 ottobre 2016
Il cinema di Bob Dylan a Babel
Oggi, nel primo pomeriggio, sono stato intervistato da Fulvio Toffoli (che ringrazio per l'ospitalità) all'interno del programma Babel, su Radio Rai Friuli-Venezia Giulia. Babel è un interessante programma culturale dedicato "a chi ama il cinema".
Il motivo che ha originato l'intervista è stato il Nobel a Bob Dylan e l'argomento dell'intervista è stato il rapporto tra Bob Dylan e il cinema, sul quale mi sono dilungato con piacere. Il motivo per il quale sono stato proprio io a dilungarmi sull'argomento è che, oltre a vari articoli al riguardo, ho anche scritto un libro completamente dedicato a Bob Dylan e il cinema, vale a dire Il cinema di Bob Dylan (Le Mani).
Le interviste radiofoniche in diretta mi generano sempre un po' di apprensione, ma in questo caso il clima è stato molto piacevole e rilassato, pur nella brevità della cosa.
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martedì 18 ottobre 2016
Il premio Nobel Bob Dylan e il cinema
Per restare in argomento, segnalo il corposo articolo che ho scritto per MYmovies: in occasione del Nobel a Bob Dylan e alla moderata controversia che ne è nata (ben più grande è stato il plauso, com'è giusto), ripercorro il rapporto tra Dylan e il cinema, che di controversie ne ha suscitate ben di più. L'argomento è quello del mio libro Il cinema di Bob Dylan, ça va sans dire, ma questo articolo può essere un'utile introduzione e compendio. L'articolo potete leggerlo qui, sul sito di MYmovies.
Qui sopra un'immagine da Masked and Anonymous.
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giovedì 13 ottobre 2016
Il Nobel per la letteratura a Bob Dylan
Dopo una ventina d'anni dalla prima segnalazione all'Accademia svedese, Bob Dylan ha ottenuto il premio Nobel per la letteratura, vale a dire il più prestigioso premio letterario. La notizia è di quelle destinate a suscitare reazioni contrastanti, ma non certo in me, che ritengo il premio come il naturale riconoscimento per un merito culturale innegabile. E' ovvio che c'è chi non è d'accordo per questioni soprattutto di "mezzo espressivo". La canzone non sarebbe letteratura perché è qualcosa che è previsto debba essere eseguita e non ha valore letterario assoluto a sé stante. Lo stesso si potrebbe dire per il lavoro dei commediografi, peraltro, che è scritto per essere rappresentato e non, di fatto, per essere letto (ma nulla vieta di leggerlo, come nulla vieta di leggere le canzoni di Bob Dylan). Peraltro, penso che pochi dubitino che se il Nobel fosse esistito ai tempi di Shakespeare questi non avrebbe meritato d'essere preso in considerazione. Ho letto di uno scrittore che commentava dicendo che allora adesso lui sperava di vincere un Grammy. Sì, certo. Come no. Se la qualità delle battute è questa, siamo a posto. Del resto, si sa che ogni volta che si propone qualcosa di inconsueto subito compaiono gli acidi custodi dell'ortodossia, campioni della forma sulla sostanza.
Ma queste sono questioni assolutamente insignificanti, controversie inutili che si possono lasciare a chi ama questo genere di cose. Bob Dylan, del resto, è abituato a dividere, anche in campo musicale. Non è mai stato per tutti.
C'è anche stato chi, entrando più nel merito, ha sottolineato come il premio dato a Bob Dylan significhi in qualche misura lo sdoganamento del testo per canzoni e il suo inserimento nella letteratura tout court (qualora non fosse già così). Credo sia vero solo in parte. Il premio a Dylan significa soprattutto un riconoscimento alla qualità elevata della sua scrittura, elevata al punto da trascendere il mezzo in cui ha scelto di operare. Nessuno, tra i songwriters, ha saputo creare un opus così ampio e ricco qualitativamente. Per cui, sì, potrebbe anche essere che un domani qualche altro cantautore lo raggiunga o lo superi, ma per il momento è proprio la sua unicità, anche nel campo, ad aver fatto la differenza. Un po' come successe per Dario Fo, scomparso proprio oggi.
A chi, comunque, continua a ritenere che il Nobel a un cantante sia una cosa assurda, consiglio di prendersi un po' di tempo per andarsi a leggere cosa ha scritto Bob Dylan, possibilmente in inglese o in subordine nella traduzione (validissima, per quel che è possibile) di Alessandro Carrera. Se lo farà senza pregiudizi (o magari anche con pregiudizi: potrebbe sorprendersi) si renderà conto del perché così tanti letterati e studiosi lo ritengono un poeta dei migliori. La profondità e la complessità della sua opera, la varietà tematica, l'insuperabile abilità nell'utilizzo delle parole, il rigore e la brillantezza della scrittura, la capacità di toccare il cuore e l'anima delle persone: tutte cose, assieme a molte altre, che lo qualificano come un artista del massimo livello. Personalmente non credevo che l'Accademia avrebbe mai avuto il buon senso e forse anche il coraggio di compiere una scelta così controcorrente, ma sono contento che l'abbia fatto. E adesso aspettiamo di vedere cosa dirà Dylan al momento di accettare il Nobel: la storia ci insegna che i suoi discorsi di accettazione - dal laconico al logorroico - sono spesso pieni di sorprese.
Ma queste sono questioni assolutamente insignificanti, controversie inutili che si possono lasciare a chi ama questo genere di cose. Bob Dylan, del resto, è abituato a dividere, anche in campo musicale. Non è mai stato per tutti.
C'è anche stato chi, entrando più nel merito, ha sottolineato come il premio dato a Bob Dylan significhi in qualche misura lo sdoganamento del testo per canzoni e il suo inserimento nella letteratura tout court (qualora non fosse già così). Credo sia vero solo in parte. Il premio a Dylan significa soprattutto un riconoscimento alla qualità elevata della sua scrittura, elevata al punto da trascendere il mezzo in cui ha scelto di operare. Nessuno, tra i songwriters, ha saputo creare un opus così ampio e ricco qualitativamente. Per cui, sì, potrebbe anche essere che un domani qualche altro cantautore lo raggiunga o lo superi, ma per il momento è proprio la sua unicità, anche nel campo, ad aver fatto la differenza. Un po' come successe per Dario Fo, scomparso proprio oggi.
A chi, comunque, continua a ritenere che il Nobel a un cantante sia una cosa assurda, consiglio di prendersi un po' di tempo per andarsi a leggere cosa ha scritto Bob Dylan, possibilmente in inglese o in subordine nella traduzione (validissima, per quel che è possibile) di Alessandro Carrera. Se lo farà senza pregiudizi (o magari anche con pregiudizi: potrebbe sorprendersi) si renderà conto del perché così tanti letterati e studiosi lo ritengono un poeta dei migliori. La profondità e la complessità della sua opera, la varietà tematica, l'insuperabile abilità nell'utilizzo delle parole, il rigore e la brillantezza della scrittura, la capacità di toccare il cuore e l'anima delle persone: tutte cose, assieme a molte altre, che lo qualificano come un artista del massimo livello. Personalmente non credevo che l'Accademia avrebbe mai avuto il buon senso e forse anche il coraggio di compiere una scelta così controcorrente, ma sono contento che l'abbia fatto. E adesso aspettiamo di vedere cosa dirà Dylan al momento di accettare il Nobel: la storia ci insegna che i suoi discorsi di accettazione - dal laconico al logorroico - sono spesso pieni di sorprese.
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lunedì 10 ottobre 2016
La Banda sul Messaggero dei Ragazzi n. 1005!
Nel numero 1005 del Messaggero dei Ragazzi (ottobre 2016), attualmente in distribuzione, c'è un nuovo episodio (il sesto) della serie che sto scrivendo. La seria, come ormai dovrebbe essere noto, si intitola La Banda e l'episodio in questione si intitola Halloween, in buona sintonia con il periodo.
In questa nuova storia, che stavolta eccezionalmente dura 9 pagine in luogo delle consuete 8, i ragazzi della Banda sono alle prese con la festa di Halloween che sono costretti a rivisitare in un modo per loro un po' inconsueto. Ai disegni (dopo Luca Salvagno, creatore grafico della serie, Francesco Frosi e Giorgia Catelan), arriva il bravo Isacco Saccoman, che se la cava più che egregiamente, sia nel'uso dei personaggi e delle ambientazioni sia in quello della leggibilità del fumetto.
Qui sopra alcune vignette tratte dalla storia. E buona lettura (a chi se la leggerà).
In questa nuova storia, che stavolta eccezionalmente dura 9 pagine in luogo delle consuete 8, i ragazzi della Banda sono alle prese con la festa di Halloween che sono costretti a rivisitare in un modo per loro un po' inconsueto. Ai disegni (dopo Luca Salvagno, creatore grafico della serie, Francesco Frosi e Giorgia Catelan), arriva il bravo Isacco Saccoman, che se la cava più che egregiamente, sia nel'uso dei personaggi e delle ambientazioni sia in quello della leggibilità del fumetto.
Qui sopra alcune vignette tratte dalla storia. E buona lettura (a chi se la leggerà).
lunedì 3 ottobre 2016
L'esorcista
Sulla scia, probabilmente, della mia top ten sui film esorcistici, ho scritto per MYmovies una nuova recensione del film esorcistico per eccellenza, L'esorcista di William Friedkin. Se volete leggerla, cliccate qui, e fatevi trasportare in una rivisitazione di un classico senza tempo.
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domenica 2 ottobre 2016
Red Net di Tiziano Cella
Una giovane hacker cracca un sistema di sicurezza e ottiene l’accesso a dei video nei quali un uomo (David White) è legato e torturato da una donna (Beatrice Gattai) perché non vuole rispondere alle sue domande. La donna carica la pistola con una sola pallottola e parte a formulare le domande: ogni volta che lui mentirà o non risponderà, premerà il grilletto, in una sorta di roulette russa ben poco volontaria. L’uomo ammette di chiamarsi Alex Spears e di essere a Roma per il suo lavoro alla Media Dab. La donna - che sa che lui è inglese ed è esperto di computer - vuole sapere di più sullo specifico cliente per il quale lui è a Roma. Alex spiega che si tratta di una persona che gli aveva chiesto di controllare il suo sistema di sicurezza. Ma la donna non ci crede e vuole conoscere che cosa lui sappia della Red Net. Si scopre che anche Julia (Claudia Marasca), compagna di Alex, è prigioniera, legata e imbavagliata. Lo scopo della sua prigionia è quello di fungere da stimolo ad Alex perché riveli quello che sa. Julia teme che i rapitori vogliano un riscatto perché lui lavora per una grande multinazionale, magari l’hanno scambiato per qualcuno di importante. Alex sembra non capirci nulla. Ma le cose sono destinate a complicarsi sempre più.
Dopo Subject 0: Shattered Memories, l’attore e regista Tiziano Cella (qui solo nella seconda veste: come attore lo ricordiamo in Doll Syndrome di Domiziano Cristopharo) torna con un nuovo film del tutto diverso. Il format è in sostanza quello del found footage movie, nel quale riprese “ritrovate” o “scoperte” rappresentano la “realtà” di ciò che è avvenuto. Il format è molto in voga negli ultimi anni, ma presenta vantaggi e svantaggi di natura strutturale che richiedono particolare cura e inventiva per arrivare a risultati positivi. Un difetto consueto è quello delle lungaggini determinate dalla mancanza di un montaggio di tipo tradizionale. Un altro è quello delle immagini volutamente mosse per mimare riprese amatoriali o comunque non professionali: alla lunga, per quanto possa essere verosimile che riprese del genere vengano effettuate così (ma verosimile sino a un certo punto: se si deve riprendere un interrogatorio è più probabile che si piazzi una camera fissa su un cavalletto, puntata sull’interrogato), dal punto di vista dello spettatore la cosa può essere un po’ stancante. Cella non evita questi difetti, ma cerca di neutralizzarli per quanto possibile puntando sulla creazione di un mistero e sul suo progressivo disvelarsi in una sorta di duello psicologico tra l’inquisitrice e l’inquisito nel quale ci si può aspettare ogni tipo di bugia. Lo sviluppo narrativo è un po’ lento e il gioco intellettuale tra i due presenta qualche momento di stanca, ma la vicenda mantiene, nel complesso, sufficientemente desta l’attenzione dello spettatore.
L’idea di realizzare una sorta di spy-movie con possibili riflessi catastrofici (c’è di mezzo un virus) come film da camera è piuttosto ambiziosa e curiosa, ma, come il McGuffin di Hitchcock, ogni motivo è buono per suscitare tensione (o, meglio, interesse a conoscere la soluzione) e creare un elemento di motivazione per il confronto. Inoltre, la tematica di fondo è suggestiva.
Austero e trattenuto anche nell’esposizione della violenza, il film si risolve in un confronto continuo tra gli antagonisti in cui le sorprese non sono estreme (l’identità della ragazza che nasconde il proprio volto non è tropo difficile da indovinare), ma il colpo di scena finale funziona. Tiziano Cella - che oltre a dirigere scrive la sceneggiatura insieme all'interprete principale David White - conferma buone doti di messa in scena, dovendo avere a che fare con un budget che si presume assai ridotto.
Buona prova dei due protagonisti che devono reggere quasi da soli il film: in particolare Beatrice Gattai, perfettamente a suo agio nel ruolo, mostra una buona gamma interpretativa. Suggestivo ed efficace il brano Last Dawn di Ross Bugden.
Dopo Subject 0: Shattered Memories, l’attore e regista Tiziano Cella (qui solo nella seconda veste: come attore lo ricordiamo in Doll Syndrome di Domiziano Cristopharo) torna con un nuovo film del tutto diverso. Il format è in sostanza quello del found footage movie, nel quale riprese “ritrovate” o “scoperte” rappresentano la “realtà” di ciò che è avvenuto. Il format è molto in voga negli ultimi anni, ma presenta vantaggi e svantaggi di natura strutturale che richiedono particolare cura e inventiva per arrivare a risultati positivi. Un difetto consueto è quello delle lungaggini determinate dalla mancanza di un montaggio di tipo tradizionale. Un altro è quello delle immagini volutamente mosse per mimare riprese amatoriali o comunque non professionali: alla lunga, per quanto possa essere verosimile che riprese del genere vengano effettuate così (ma verosimile sino a un certo punto: se si deve riprendere un interrogatorio è più probabile che si piazzi una camera fissa su un cavalletto, puntata sull’interrogato), dal punto di vista dello spettatore la cosa può essere un po’ stancante. Cella non evita questi difetti, ma cerca di neutralizzarli per quanto possibile puntando sulla creazione di un mistero e sul suo progressivo disvelarsi in una sorta di duello psicologico tra l’inquisitrice e l’inquisito nel quale ci si può aspettare ogni tipo di bugia. Lo sviluppo narrativo è un po’ lento e il gioco intellettuale tra i due presenta qualche momento di stanca, ma la vicenda mantiene, nel complesso, sufficientemente desta l’attenzione dello spettatore.
L’idea di realizzare una sorta di spy-movie con possibili riflessi catastrofici (c’è di mezzo un virus) come film da camera è piuttosto ambiziosa e curiosa, ma, come il McGuffin di Hitchcock, ogni motivo è buono per suscitare tensione (o, meglio, interesse a conoscere la soluzione) e creare un elemento di motivazione per il confronto. Inoltre, la tematica di fondo è suggestiva.
Austero e trattenuto anche nell’esposizione della violenza, il film si risolve in un confronto continuo tra gli antagonisti in cui le sorprese non sono estreme (l’identità della ragazza che nasconde il proprio volto non è tropo difficile da indovinare), ma il colpo di scena finale funziona. Tiziano Cella - che oltre a dirigere scrive la sceneggiatura insieme all'interprete principale David White - conferma buone doti di messa in scena, dovendo avere a che fare con un budget che si presume assai ridotto.
Buona prova dei due protagonisti che devono reggere quasi da soli il film: in particolare Beatrice Gattai, perfettamente a suo agio nel ruolo, mostra una buona gamma interpretativa. Suggestivo ed efficace il brano Last Dawn di Ross Bugden.
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giovedì 29 settembre 2016
La mia top ten dei film esorcistici
In occasione dell'uscita di un interessante e risucito documentario sui veri esorcismi - Liberami di Federica Di Giacomo - ho elaborato per MYmovies una top ten dei film esorcistici. Non è stato facile sceglierli e alcune scelte sono un po' particolari, ma ogni top ten risente per forza del gusto di chi la compila e può non incontrare l'approvazione di chi ha gusti diversi. La cosa utile di queste top ten è comunque quella, penso, di attirare l'attenzione su film meritevoli e in questo senso mi sono mosso. La top ten la trovate qui, su MYmovies.
Una precisazione: le stellette che accompagnano i film della top ten non sono state attribuite da me, ma sono quelle attribuite ai film da MYmovies nel suo dizionario globale. Per esempio, a The Possession io darei 3 stellette, mentre i film che non sono recensiti nel loro database sono senza stellette (tipo Hex e Alucarda): per quelli fate riferimento al mio Dizionario dei film horror, che certamente avrete in bella evidenza nella vostra libreria.
Qui sopra un'immagine da Hex, uno dei film della top ten.
Una precisazione: le stellette che accompagnano i film della top ten non sono state attribuite da me, ma sono quelle attribuite ai film da MYmovies nel suo dizionario globale. Per esempio, a The Possession io darei 3 stellette, mentre i film che non sono recensiti nel loro database sono senza stellette (tipo Hex e Alucarda): per quelli fate riferimento al mio Dizionario dei film horror, che certamente avrete in bella evidenza nella vostra libreria.
Qui sopra un'immagine da Hex, uno dei film della top ten.
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giovedì 22 settembre 2016
Curtis Hanson (1945-2016)
Ci sono registi da cui ti aspetti sempre il colpo d’ala che porti a compimento la loro carriera dandole una sommità che realizzi appieno il potenziale. Il colpo d’ala sembra non arrivare mai e poi arriva invece la morte del regista a porre compimento alla sua carriera e anche a tutto il resto. Allora guardi indietro e vedi che in effetti, invece, la carriera è stata una bella carriera e i film realizzati erano già un corpus notevole. Curtis Hanson era, per me, uno di questi registi. Forse non ha diretto capolavori, ma ha fatto parecchi film interessanti.
A partire dai primi, Sensualità morbosa (1972) ed Evil Town (1977), ha fatto capire di non disdegnare di sporcarsi le mani con i generi “bassi”. Poi ha trovato modo di salire di categoria e di farsi notare con un gioiellino come l’hitchockiano La finestra della camera da letto (1987) che all’epoca mi colpì per la nitidezza degli intenti e la bravura registica che palesava. Dopo la conferma con Cattive compagnie (1990), La mano sulla culla (1992), uno psycho-thriller pressoché perfetto con una Rebecca DeMornay grandissima. Quando le ambizioni autoriali crescono, emergono opere talvolta affascinanti, ma spesso imperfette. L.A. Confidential (1997), pur geniale rivisitazione del noir, sembra mancare del mordente del romanzo di Ellroy, in parte smussato negli angoli e “nostalgizzato”, probabilmente per una precisa scelta di campo. Wonder Boys (2000) resta un film con molti pregi, ma anche con qualcosa di irrisolto nel sottofondo non direi buonista, ma forse sin troppo ottimista. Lo stesso, ma con un grado di irresolutezza maggiore, può dirsi di Le regole del gioco, un film che affronta una tematica classica del cinema hollywoodiano senza forse riuscire ad attualizzarla. E poi ci sono altri film, anche di grande successo, come 8 Mile. Una carriera che forse poteva essere più cospicua, ma non è per nulla irrilevante.
E soprattutto, per quel che mi riguarda, è interessante il rapporto che ha legato Hanson a Bob Dylan, che per lui ha scritto due delle sue rare canzoni per il cinema. Una è la meravigliosa Things Have Changed (per Wonder Boys) e l’altra è la toccante Huck’s Tune (per Le regole del gioco). In entrambi i casi, Dylan è riuscito a cogliere l’essenza dei film, approfondendola e portandola a vette di concisa perfezione. In particolare Things Have Changed, come, se ci si pensa, Knockin' on Heaven's Door, ha la peculiarità di essere perfettamente aderente allo scopo e funzionale al film e di essere al tempo stesso così autonoma da guadagnare col tempo significati ulteriori e così profondi da renderla sempre attuale.
A partire dai primi, Sensualità morbosa (1972) ed Evil Town (1977), ha fatto capire di non disdegnare di sporcarsi le mani con i generi “bassi”. Poi ha trovato modo di salire di categoria e di farsi notare con un gioiellino come l’hitchockiano La finestra della camera da letto (1987) che all’epoca mi colpì per la nitidezza degli intenti e la bravura registica che palesava. Dopo la conferma con Cattive compagnie (1990), La mano sulla culla (1992), uno psycho-thriller pressoché perfetto con una Rebecca DeMornay grandissima. Quando le ambizioni autoriali crescono, emergono opere talvolta affascinanti, ma spesso imperfette. L.A. Confidential (1997), pur geniale rivisitazione del noir, sembra mancare del mordente del romanzo di Ellroy, in parte smussato negli angoli e “nostalgizzato”, probabilmente per una precisa scelta di campo. Wonder Boys (2000) resta un film con molti pregi, ma anche con qualcosa di irrisolto nel sottofondo non direi buonista, ma forse sin troppo ottimista. Lo stesso, ma con un grado di irresolutezza maggiore, può dirsi di Le regole del gioco, un film che affronta una tematica classica del cinema hollywoodiano senza forse riuscire ad attualizzarla. E poi ci sono altri film, anche di grande successo, come 8 Mile. Una carriera che forse poteva essere più cospicua, ma non è per nulla irrilevante.
E soprattutto, per quel che mi riguarda, è interessante il rapporto che ha legato Hanson a Bob Dylan, che per lui ha scritto due delle sue rare canzoni per il cinema. Una è la meravigliosa Things Have Changed (per Wonder Boys) e l’altra è la toccante Huck’s Tune (per Le regole del gioco). In entrambi i casi, Dylan è riuscito a cogliere l’essenza dei film, approfondendola e portandola a vette di concisa perfezione. In particolare Things Have Changed, come, se ci si pensa, Knockin' on Heaven's Door, ha la peculiarità di essere perfettamente aderente allo scopo e funzionale al film e di essere al tempo stesso così autonoma da guadagnare col tempo significati ulteriori e così profondi da renderla sempre attuale.
martedì 20 settembre 2016
Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 4 René Cardona
Il quarto capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac edizioni) ci porta in Messico, una nazione dalla notevole e variegata produzione cinematografica, articolata su diversi generi, ma nota internazionalmente soprattutto per le sue cose più strane e bizzarre. Se colonne portanti del cinema messicano sono i melodrammi, le commedie e i film musicali, non c’è dubbio che gli horror e i film sui lottatori mascherati sono le pellicole che più hanno colpito il pubblico occidentale. Ebbene René Cardona si è cinemntato in ognuno di questi generi (melodrammi compresi) e in altri ancora, sempre con un’efficienza e uno stile rimarchevoli. Inoltre, era pure un ottimo attore e sotto questa veste ha girato una notevole quantità di film. Insomma, c’è molto da scoprire su di lui, per chi abbia voglia di farlo.
Nel libro cerco di seguire la sua carriera dagli inizi con alcune simpatiche commedie dopo essere espatriato da Cuba sino al consolidarsi della sua carriera, dando conto del suo incontro con alcuni tra gli attori simbolo del cinema messicano, come Antonio Aguilar e Pedro Infante e dei suoi bizzarrissimi film per ragazzi, come il suo Santa Claus (che va visto per credere davvero che sia stato fatto) o Joselito in America.
Ma, certo, i film per i quali Cardona è maggiormente ricordato sono quelli con le lottatrici mascherate e quelli con Santo, el enmascarado de plata, l’eroe un po’ panzuto, ma sommamente atletico, che ha dominato per decenni il cinema fantastico messicano in decine di film scatenati nei quali interpretava sostanzialmente se stesso, un wrestler che non si toglieva mai la maschera, ma proprio mai. Cardona li ha sempre diretti con pacata parsimonia di enfasi, dando rigore e anche eleganza, se si vuole, a un contesto del tutto sopra le righe. I titoli sono molti - tra i migliori Operacion 67 con i suoi discreti tocchi di erotismo e Santo e il tesoro di Dracula, accompagnato dalla sua versione erotica - e sono tutti degni di riscoperta e di analisi perché sono un viaggio nell’insolito e nell’incredibile.
Ancora più interessanti sono i film sulle lottatrici mascherate: il ciclo è più breve, ma contiene delle vere gemme e comprende anche, a latere, lo psychotronico per eccellenza, Korang la terrificante bestia umana, vero e proprio capolavoro dell’assurdo e dello sleaze. Quando l’ho visto la prima volta, in un piccolo cinema della mia città qualcosa come oltre 40 anni fa, non ci volevo credere: raccontato con la massima serietà, ma assolutamente insensato, è un film scoppiettante e nello stesso tempo così pieno di luoghi comuni da esserne in sostanza privo.
Non è che tutti i film di Cardona siano dei capolavori, è più probabile che nessuno lo sia, ma se si vuole vedere qualcosa di diverso, non si può trasacurare la sua opera, tutt’altro che tirata via. Se non altro, penso che questo capitolo del libro possa essere un’utile guida alla sua riscoperta, con la consapevolezza che non sono film che possono piacere a tutti (se mai ce ne sono).
Qui sopra un impagabile Santo in giacca e cravatta da Operacion 67.
lunedì 19 settembre 2016
Topostorie - Il ciclone
A volte ritornano, si dice. Nel caso delle mie storie disneyane direi che è più corretto dire che molto spesso ritornano. La questione è complessa, ma la ignoreremo. Come ha scritto Bob Dylan (in Mississippi): “You can always come back, but you can’t come back all the way”.
Anyway, nella pubblicazione Topostorie, il n. 28 è dedicato a Paperoga, è intitolato, appropriatamente, Il ciclone e contiene quattro mie storie di varie epoche. Topostorie è interessante perché, come i vecchi Classici di Walt Disney, non si limita a raccogliere storie vecchie e meno vecchie, ma le unisce con una storia cornice che le lega insieme. Ancora più interessante è il fatto che l’autore della sceneggiatura della storia cornice, nonché curatore della collana, è Massimo Marconi, principe degli editor disneyani e redattore che ricordo con molta stima e affetto con riferimento ai lunghi anni in cui ho avuto modo di collaborare con lui.
La storia cornice, in questo caso, è particolarmente riuscita e aggiunge spesso qualcosa anche alle storie, non solo collegandole adeguatamente, ma anche sviluppandone alcuni aspetti. Non è facile e bisogna dare atto a Massimo Marconi d’aver fatto un ottimo lavoro.
Come ho già scritto altre volte su questo blog, non mi occupo di segnalare tutte le ristampe delle mie storie disneyane perché tutto sommato sono ancora più rivolto al presente e al futuro che al passato, ma quando succede che siano raggruppate in modo consistente faccio delle eccezioni: come scriveva, più o meno, Lee Falk, ci sono delle volte in cui l'Ombra che Cammina percorre le strade della città come i comuni mortali e questa è una di quelle volte.
Paperino e la corsa degli audaci l’ho scritta nel 1992 ed è stata pubblicata nel 1993. L’ha disegnata il compianto Giuseppe Dalla Santa e la ricordo in particolare perché è stata la prima delle mie storie disneyane disegnate da lui, dopo che aveva disegnato una mia storia nel 1976 per tutt’altra pubblicazione. Voleva essere una storia corale e in effetti lo è. Rileggendola, non mi sembra male: quello era un periodo di ricerca, per me, di evoluzione dopo un periodo piuttosto difficile. Le due storie successive che ho scritto sono state Zio Paperone e il sogno interrotto (disegnata da Alessandor Gottardo) e Zio Paperone e l’uomo dei paperi (Giorgio Cavazzano), due storie che rendono l’idea del tipo di cambiamento che cercavo.
Paperino & Paperoga e il deposito come nuovo l’ho scritta invece nel 1994 ed è stata pubblicata nel 1996. Sono stato contento che a disegnarla sia stato Enrico Faccini, un autore completo e tra i migliori. In questo caso, il periodo era invece ottimo, per me, e la storia voleva essere lo sviluppo catastrofico di una monocoltura concettuale. Ne sono soddisfatto, rappresenta bene un momento di bulimia creativa in cui anche le cose minori, come questa, hanno un loro rilievo.
Paperoga e la giornata troppo perfetta l’ho scritta nel 1999 ed è stata pubblicata nel 2000. In un periodo di ripensamento, l’idea era quella di giocare con il personaggio e con la percezione che lui ha di se stesso, oltre alla percezione che di lui hanno gli altri. Con tutto ciò che ne consegue, anche relativamente alla volontà di trovare qualcosa di relativamente nuovo. I disegni sono di Claudio Panarese.
Paperoga abracadabra l’ho scritta nel 2001 ed è stata pubblicata nello stesso anno. Anche in questo caso il tentativo era di giocare sulla relazione tra i paperi e sul loro desiderio, forse buonista ma sincero, di supportare Paperoga per non ferirne i sentimenti: un approccio, quindi, un po’ diverso dal solito. Alcune idee, rileggendole anche adesso, mi piacciono ancora molto. I disegni sono di Lara Molinari.
Interessante è anche il fatto che, forse casualmente, le storie sono comunque ordinate in senso cronologico. Forse vuol dire qualcosa, ma non so bene cosa.
Qui sopra una pagina della storia disegnata da Faccini.
Lo so che si tratta del numero di agosto e che nel frattempo ne è uscito un altro, ma non è che la tempestività sia sempre una delle mie priorità.
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