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martedì 23 agosto 2011

Wake Wood


Il nome Hammer richiama subito molte cose alla memoria di chi sia interessato anche solo mareginalmente al cinema horror: la casa di produzione britannica è stata infatti responsabile della rinascita del genere in un momento - la seconda metà degli anni '50 - in cui sembrava essere stato definitivamente soppiantato dalla fantascienza e destinato a una marginalità ancora più estrema del consueto, tra film di routine e commedie spesso poco divertenti.
L'astronave atomica del dottor Quatermass e, soprattutto, La maschera di Frankenstein avrebbero cambiato del tutto il panorama e dato vita a un ciclo ricco di pellicole interessanti, frutto di un approccio del tutto nuovo. Dopo anni di successi, nella seconda metà degli anni '70 la Hammer aveva cessato di produrre film per il grande schermo ed era poco a poco entrata in una sorta di coma produttivo: era ancora viva, ma non faceva praticamente niente. Dopo molti annunci e tentativi, recentemente la gloriosa casa produttrice è tornata in azione, tra l'altro con Let Me In, il remake del famoso horror svedese Lasciami entrare.

Ma ha prodotto, soprattutto, Wake Wood di David Keating, che è il film di cui mi sono occupato questa volta nella rubrica Horror Frames che scrivo per MyMovies. Echi da La zampa di scimmia, Zeder e Pet Sematary non impediscono al film di essere interessante, ma in ogni caso chi vuole leggere cosa ne ho scritto deve andare, come al solito, qui.

Qui sopra invece una scena dal film: quella a sinistra è Eva Birthistle, la protagonista del film.

sabato 28 maggio 2011

Nero Avati - Visioni dal set


Pupi Avati è un regista che mi ha sempre interessato, non solo per i suoi film horror, ma certamente anche per quelli. Ne ho già parlato qui in occasione della pubblicazione della sua autobiografia e l’occasione per riparlarne è un nuovo libro che gli è stato dedicato. Nero Avati - Visioni dal set (Le Mani, 184 pagg- + 64 pagg. di illustrazioni fuori testo, € 20) è stato scritto da Ruggero Adamovit, Claudio Bartolini e Luca Servini.

La particolarità del volume è quella di soffermarsi sulla lavorazione di alcuni dei film di Avati del primo periodo inscrivibili nel suo “gotico padano”. Per farlo, gli autori hanno meticolosamente raccolto e organizzato le testimonianze di chi su quei set c’è stato. In primo luogo Pupi Avati stesso - autore anche di una divertita prefazione al volume - e poi altri tra i fondamentali artefici di quella che è stata (e ancora è, sia pure su basi in parte diverse) la fucina avatiana: Cesare Bastelli (assistente insostituibile nonché regista in proprio), Lino Capolicchio (tra gli attori più rappresentativi del cinema di Avati, oltre che attore di grande versatilità e bravura per molti altri registi), Steno Tonelli (valido collaboratore di Pupi e figlio di Bob Tonelli, attore avatiano tra i più caratteristici), Giulio Pizzirani (anche lui attore significativo nei film del regista emiliano) e Gianni Minervini (produttore che con i fratelli Avati ha stretto per un lungo periodo un sodalizio produttivo di notevole fertilità). L’impressione del lettore è quindi quella di ritrovarsi sul set di film diventati - per usare una parola abusata ma in questo caso appropriata - dei cult e anche di film che invece sono stati improvvidamente dimenticati a causa della loro ormai quasi totale invisibilità. I titoli dei film esaminati richiamano alla memoria l’Avati più surreale ed eccentrico: Balsamus l’uomo di Satana (esordio incredibile e straordinariamente criptico, ma di grande personalità), Thomas... gli indemoniati (altro esperimento nel surreale più arcano), La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (con cui Avati, grazie alla presenza di Tognazzi, dà una svolta alla propria carriera), Bordella (feroce satira ingiustamente penalizzata dalla censura dell’epoca), La casa dalle finestre che ridono (febbrile ricreazione padana dell’horror, colma di intuizioni e di originalità), Tutti defunti... tranne i morti (commedia horror dai toni demenziali), Le strelle nel fosso (film inclassificabile, ricco di fascino) e Zeder (il mio preferito: alcune invenzioni sono di valore assoluto). Assieme alla rievocazione vivace e ricca di aneddoti simpatici e rivelatori raccontati dai protagonisti, gli autori compiono una lucida analisi critica dei film realizzando un compendio avatiano di sicuro interesse, imprescindibile per chi ama la sua opera o per chi voglia avvicinarla partendo dai film più sconosciuti e particolari.

Un plus di grandissimo interesse è quello rappresentato dall’apparato iconografico che è davvero ricchissimo. Moltissime foto scattate sul set si accompagnano a riproduzioni di locandine cinematografiche e persino a riproduzioni di pagine di sceneggiature: una cornucopia che permette al lettore di immergersi nel fascino di un’epoca ormai perduta, ma, per parafrasare Terence Davies, sempre presente.

giovedì 14 gennaio 2010

Pupi Avati - Sotto le stelle di un film


Pupi Avati è un regista singolare nel panorama del cinema italiano. Unisce artigianato e autorialità in modo ammirevole, coniugando quantità e qualità. Mi è sempre sembrata rimarchevole la puntualità con cui, cascasse il mondo, sforna un film all’anno, o giù di lì - proprio come Woody Allen - facendo con ciò presente che quella di regista non è solo una passione, ma è anche la sua professione, il suo lavoro. La circostanza mi fa venire in mente una annotazione di Stephen Thomas Erlewine - che ho riportato in Il cinema di Bob Dylan - che, riguardo al tentativo di creazione mitologica di Robbie Robertson sui pericoli e sulla maledizione della strada intesa come distanza da percorrere indefessamente tra un concerto e l’altro, ha puntualizzato che fare concerti per un musicista non è sottoporsi a un regime di vita “dannato”, è semplicemente svolgere il suo lavoro. Ecco perché Bob Dylan continua a fare concerti, B.B. King ha fatto oltre cento concerti l’anno per molti anni, Woody Allen fa un film all’anno e lo stesso fa Pupi Avati. Ci sono gli artisti che si siedono (o se la spassano) in attesa dell’ispirazione oppure passano anni a perfezionare meticolosamente la loro opera e ci sono invece quelli che preferiscono lavorare con continuità vedendo periodicamente l’esito del proprio lavoro. Perché la loro creazione artistica è anche il loro lavoro. Sono per questo meno importanti? È il risultato che conta e a volte invece di un’opera perfetta (se esiste la perfezione) può essere preferibile un insieme di opere forse singolarmente meno perfette ma stimolanti, che proprio dal numero, dall’essere un insieme, trae la propria forza. Balzac dovrebbe far venire in mente qualcosa. E nessuno, credo, ha mai rimproverato a Shakespeare d’aver scritto troppi drammi o troppe commedie.

Chi ama l’horror, apprezza sicuramente gli horror di Pupi Avati, che sono del tutto peculiari, ricchi di spunti inquietanti, bizzarri e originali. La casa dalle finestre che ridono e Zeder (il mio preferito) sono i migliori, ma anche L’arcano incantatore e Il nascondiglio hanno elementi di interesse e guizzi di unicità che tradiscono la personalissima cifra avatiana.

Ma Avati non è solo horror, anzi è horror solo in parte minimale. È stato spesso definito un regista dei buoni sentimenti - come se questo fosse eventualmente un difetto - ma gli aspetti amari e beffardi di film come Regalo di Natale, Impiegati, Ultimo minuto (con un grande Tognazzi, un film sul calcio finalmente fatto da chi sembra di conoscerne le dinamiche), per fare solo qualche esempio, contraddicono questa semplificazione.

Inutile fare un elenco dei suoi film, spesso riusciti, ma anche quando non lo sono stati, ugualmente e invariabilmente coerenti con una visione complessiva di impressionante lucidità. Ne cito solo uno che ho molto apprezzato per il modo in cui ha affrontato tematiche spirituali e mistiche, Magnificat, uno dei film di Avati meno acclamati e più da riscoprire.

Pupi Avati ha scritto un libro di memorie, a cura di Paolo Ghezzi. Il libro si intitola Sotto le stelle di un film (Il Margine, 2008; 176 pagine, € 16) ed è molto interessante. Avati parla dei suoi film, ma parla anche e soprattutto di sé, della sua famiglia, della sua storia, dei suoi sogni e di come ha cercato di realizzarli, finendo in sostanza per realizzare il sogno di riserva (il primo, quello titolare, era di essere un clarinettista jazz). L’aneddotica è ricca, ma quello che più spicca sono le considerazioni di Avati sulla vita, sulla sua filosofia di vita. I suoi inizi e il suo arrivo a Roma da outsider sono descritti in modo simpatico e si capisce perché, in fondo, Avati sia rimasto tale, un outsider di lusso dell’industria cinematografica, anche dopo tanti anni, essendo riuscito a edificarsi una nicchia, uno spazio nel quale ci sono solo lui e i suoi film.

La seconda parte del libro, di dimensioni più contenute, è scritta dal fratello Antonio, inseparabile collaboratore e produttore di Pupi. Qui le considerazioni si fanno meno filosofiche, meno mistiche, più ironiche e talvolta insolitamente puntute nei giudizi sui singoli e sulla situazione dello spettacolo in Italia. Traspare una personalità diversa, ma complementare.

Ricco il corredo fotografico, con molte foto di famiglia e dai set anche dei film più sconosciuti - come Balsamus, l’uomo di Satana e Thomas... gli indemoniati - a dare valore aggiunto a un libro già di per sé molto utile e brillante. Un libro che si legge d’un fiato, scritto in modo diretto, semplice, confidenziale e illuminante a rivelare l’uomo (o, meglio, gli uomini, considerato il non trascurabile contributo di Antonio Avati) che è dietro ai film.