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domenica 24 maggio 2015

Bob Dylan 74

Come ogni 24 maggio non può mancare, in questo blog, un post celebrativo per il compleanno di Bob Dylan. Anche l’anno che è appena passato è stato un anno fruttuoso e pieno di cose buone, che lo vede arrivare al suo settantaquattresimo compleanno in piena attività e in pieno forma, reduce da una celebrata apparizione nella penultima puntata del leggendario Late Show with David Letterman.

Ma a parte questo l’anno trascorso ha visto l’uscita di un suo nuovo album, Shadows in the Night, che benché sia solo di cover si è presentato come di particolare interesse a testimonianza di una costante pregnanza del suo lavoro. Di notevole interesse è stata anche l’uscita del nuovo cofanetto della Bootleg Series, dedicato ai Basement Tapes (qui sopra la copertina), i nastri che Dylan registrò con la band nella quiete di Woodstock mentre, nel 1967, si riprendeva dai postumi del famoso incidente motociclistico. Monumentale raccolta di casualità e intenzionalità assortite, è una cornucopia musicale della cui importanza si è appreso nel corso dei decenni, a partire dalle molte cover di successo che di quelle canzoni fecero cantanti e gruppi dell’epoca (su tutti i Manfred Mann con The Mighty Quinn) e passando poi per il doppio album singolarmente poco fedele che uscì nel 1975 e per i vari bootleg succedutisi nel tempo.

Notevole è stata anche la partecipazione di Dylan a quella sorta di pre-Grammy che è stata la celebrazione MusiCares nel corso della quale ha tenuto un incredibile discorso di oltre mezz’ora, lucido ed esagerato al tempo stesso, brillante e per certi versi devastante, capace come sempre di essere fuori da qualunque schema e sorprendente per il modo diretto con cui ha detto alcune cose che nessuno pensava avrebbe mai detto. Una traduzione la trovate nel meritorio sito italiano dedicato a Bob Dylan, Maggie’s Farm.

E poi ci sono stati, come sempre da oltre un quarto di secolo, i concerti. Qualcuno si lamenta per la scaletta spesso bloccata, che ha tolto quell’imprevedibilità che eravamo soliti apprezzare nei concerti di qualche tempo fa. L’altra faccia di questa medaglia è che i concerti sono generalmente ottimi e che la sua voce è migliorata. Io penso che a questo punto, come sempre in fondo, sia bene prendere quello che Dylan, alla sua età, si sente di dare. Che è ancora molto.

Quest’anno torna anche in Italia e chi vuole potrà andare a vederlo. Io, naturalmente, sarò tra quelli che ci andranno.

lunedì 20 maggio 2013

Il cinema di Bob Dylan su Maggie's Farm

Oggi, Mr. Tambourine, il curatore del sito dylaniano Maggie's Farm (creato da Michele Murino), gentilmente si occupa del mio libro Il cinema di Bob Dylan. Se volete leggere ciò che scrive (e ve lo consiglio), seguite questo link (se lo fate nei prossimi giorni, scorrete sino alla data del 19 maggio per trovare la recensione del libro).

Con l'occasione, date anche un'occhiata al sito: è ricco di cose interessanti che ogni appassionato di Bob Dylan non può che apprezzare. E chi non è (ancora) un appassionato di Bob Dylan ha solo un grande vantaggio rispetto a chi lo è già: diventarlo e scoprire qualcosa di eccezionale.

venerdì 21 settembre 2012

Bob Dylan - Tempest. Una recensione.

Se c’è qualcosa che colpisce in modo particolare nella nuova fase della carriera di Bob Dylan, quella che è partita con l’album di uno dei suoi vari “ritorni” (Time Out of Mind), è che, diversamente da altre reliquie (qualcuno direbbe relitti) del cosiddetto rock, Dylan ha prodotto delle opere modernamente antiche, pienamente aderenti all’età di chi le ha scritte e realizzate senza aver paura di invecchiare, ma anzi traendone spunto per nuove riflessioni, non sempre, bisogna dirlo, ottimistiche. Ma del resto, come ho sentito dire da un tizio al mercato della frutta qualche giorno fa, “la vecchiaia non è per niente bella, ma l’alternativa è peggiore”. Però, dopo Time Out of Mind, che oggettivamente è un album amaramente introspettivo che affronta (anche) proprio il tema dell'invecchiare, il tono dei successivi si era prevalentemente alleggerito e Dylan era sembrato in qualche modo pacificato con se stesso, capace di una saggezza relativamente serena che traspariva anche da canzoni fortemente critiche come Workingman's Blues # 2 o Mississippi. Capace di un album quasi leggero come Together Through Life e di un altro addirittura bonario come Christmas in the Heart. Poco lasciava prevedere un disco come Tempest, addirittura spietato, cupo, tremendo nelle sue visioni, difficile da accettare, ma anche per questo tra i migliori di Dylan. Inutile fare classifiche, ma la desolata visione del mondo che traspare da Tempest è ricca di umori, di frasi memorabili, di carne e sangue e appartiene al Dylan capace di incidere chirurgicamente nella realtà di una società così ingiusta da essere al di là di ogni redenzione che non sia individuale. Questo disco è oltre il pessimismo, contiene la rabbia di chi sente montare la violenza nell’ambiente che lo circonda e se ne sente già contagiato. Da qualche parte sul web ho letto che qualcuno ha paragonato l’ambiente nel quale "vivono" le canzoni di questo disco a quello che Dylan aveva immaginato per Masked & Anonymous, il film del 2003 cui ho dedicato un capitolo del mio libro Il cinema di Bob Dylan. Trovo che sia un’osservazione giusta: anche in quel film c’è lo sconcerto di chi osserva una società che non è più possibile capire, in cui nulla funziona più e in cui non ci sono valori salvifici, se mai ce ne sono stati. Proprio come nell’immaginaria Scarlet Town (ogni riferimento a Barbara Allen, Sweet William compreso, è naturalmente del tutto voluto), cupissima cittadina i nomi delle cui strade nessuno può pronunciare.

Come a fare da tramite tra i dischi che l’hanno preceduto e ciò che, con una forte soluzione di continuità, è contenuto in questo, Tempest si apre con Duquesne Whistle, un brano - forse l’unico - brillante e ritmato, deliziosamente rétro, che avrebbe potuto far parte di "Love & Theft" o di Together Through Life, ma che è stato accompagnato da un video - ne ho parlato qui - che invece raffigura il tipo di ambiente che compare nelle canzoni successive. La progressione verso gli inferi è leggera e la successiva Soon After Midnight appare come una deliziosa canzone d’amore in cui però si parla marginalmente di cadaveri nel fango e di pranzi nel sangue. Ma questa canzone è anche utile per trattare l’argomento - sempre più spinoso - della voce di Dylan. Questo è forse il primo disco in studio dove la voce appare stracciata e gracchiante proprio come nei concerti, a testimonianza di un deterioramento che procede spedito come il Duquesne. Ma in Soon After Midnight, la voce riesce ancora a essere quasi integra, carezzevole come si conviene, a dimostrazione che non tutto è perduto. Dylan comunque conosce lo stato della sua voce e agisce di conseguenza. Detto questo la domanda che sorge spontanea è: come è la voce all’ascolto? Perfettamente adatta al materiale, direi. La sofferenza e l’amara cattiveria, la world-weariness che i testi trasmettono, sono ben serviti e amplificati dalla voce rotta e usurata. Usurata come tutto ciò che c’era di buono.

Narrow Way è fluviale, bluesata, con la sua ammirevole quota di versi memorabili, da “This is hard country to stay alive in/Blades are everywhere, and they’re breaking my skin” a “Your father left you, your mother too/Even death has washed its hands of you”. Ma è con Long and Wasted Years che entriamo nel territorio dei capolavori assoluti. Contrariamente alle canzoni di questo disco, è breve, sintetica, ma ricchissima di significati e spunti. Appartiene alla categoria di canzoni d’amore che solo Dylan è stato capace di creare. Meglio, più che canzoni d’amore, canzoni sulla relazione di coppia. Il modo di cantarla richiama alla mente il parlato/cantato di Brownsville Girl, anche questo un marchio di fabbrica dylaniano. E che cosa si può dire di una canzone che termina così: “So much for tears/So much for these long and wasted years”? La melodia è accattivante e straziante al tempo stesso, perfettamente in linea con il contenuto dei versi.

Con Pay in Blood scendiamo in pieno negli inferi di un mondo violento, descritto con partecipazione, sarcasmo e la sana cattiveria di chi ha capito come vanno le cose e non cerca più di contrastarle (ancora, qualcuno ricorda il finale di Masked & Anonymous?). Pago col sangue, ma non col mio: si può immaginare una frase più hard-boiled? Da Hammett a Mickey Spillane, attraverso la lente dylaniana che tutto trasfigura: una delle canzoni simbolo di questo album.

Scarlet Town è un’altra delle vette assolute di questo album. Sulfurea rivisitazione della tradizione folk e, come ho ricordato sopra, in particolare di Barbara Allen, più volte cantata da Dylan in concerto, è però tutt’altra cosa: è la descrizione di un altro tipo di inferno, un inferno nel quale tutti viviamo, dove - ed è significativo - “Help comes, but it comes too late”. Troppo tardi, è sempre troppo tardi. L’andamento mesto e la melodia avvolgente sono ipnotici, mentre le parole si srotolano in una metafora dell’esistenza: “In Scarlet town, the end is near”.

Early Roman Kings, uno dei brani che si era potuto sentire con un largo anticipo, è ben poco rappresentativo dell’album nel suo complesso, ma ci sta bene al suo interno, con i suoi testi taglienti e spavaldi, su una base blues che sarà anche, come dicono molti (ma su questo si legga l’intervista che Dylan ha rilasciato a Rolling Stone: intervista, aggiungo, nella quale parla anche di Masked & Anonymous!), basata sul riff di I’m a Man o Mannish Boy, ma che si rifà anche e soprattutto a un format blues strausato e largamente tradizionale.

Tin Angel è il curioso tentativo di scrivere un murder ballad moderna, raccontando un funereo triangolo amoroso nel quale tutti perdono, non solo la vita. Come capita a praticamente tutti i brani di questo disco, la musica è un tappeto sonoro quasi monolitico, accattivante ma ripetitivo, che serve a supportare un fiume di parole che cattura e trasporta, lasciando ritrovare a Dylan una vena narrativa che sembrava perduta.

La stessa vena narrativa è predominante in Tempest, la canzone sul Titanic di cui si è favoleggiato a lungo. Il gradevolissimo andamento a valzerone richiama Sad-Eyed Lady of the Lowlands (che però musicalmente era assai più ricca), mentre la folla di personaggi che si agita nel cuore del disastro non può che ricordare Desolation Row. Qui Dylan ritrova il modo di narrare che gli è proprio: per dettagli, a formare un quadro generale sfuggente, che sfugge sempre più maggiori sono i dettagli che vengono forniti. Come avveniva in Brownsville Girl o in diverse canzoni di Blood on the Tracks (e diversamente da come avveniva in Desire, dove la collaborazione di Jacques Levy dava una coerenza più tradizionale al racconto). Considerare l’affondamento del Titanic una metafora del disastro dell’ambizione umana è persino banale e Dylan sfugge a questa semplificazione. Caotico e devastante, Tempest è il ritratto di una moltitudine di fronte alla morte, dei diversi modi di morire e della sostanziale indifferenza del fato di fronte ai diversi comportamenti, ma dell’importanza che essi rivestono nei confronti dei singoli che li hanno adottati. Sullo sfondo di questo riscatto o mancato riscatto individuale sta l’incapacità di comprendere le ragioni del nostro destino: “They waited at the landing/And they tried to understand/But there is no understanding/For the judgement of God’s hand”.

L’ultimo brano è Roll On John, dedicato a John Lennon. Certo che quando Dylan scrive qualcosa su qualcuno che è morto ce ne mette di tempo, viene da pensare. Per Lenny Bruce ci sono voluti 15 anni, per Lennon addirittura 32. Questo dà il senso del tempo di Dylan e del fatto che non fa mai le cose che ti aspetti che faccia. Alzi la mano chi pensava che avrebbe scritto qualcosa su Lennon dopo tutti questi anni. Detto questo, per quanto sia un buon brano, è forse tra i meno significativi del disco, immerso in una sincera agiografia che deriva senz’altro dall'amicizia e ammirazione reciproca, ma pur evocando immagini inquiete e affascinanti, ha qualche caduta nel banale. Nel testo non mancano citazioni da Lennon e a questo proposito e alle polemiche che ci sono state negli ultimi anni per l’uso da parte di Dylan di frasi di altri autori nelle sue canzoni c’è da rilevare che, dato che tutti conoscono le canzoni dei Beatles, nessuno ha pensato che Dylan avesse voluto appropriarsene, mentre l’atteggiamento era stato diverso con - per fare un nome - Henry Timrod. Questo significa solo - come ha notato qualcuno - che Dylan ha letture molto più sofisticate delle nostre...

In conclusione, è un disco imperdibile e inaspettato perché ancora una volta Dylan ha saputo rinnovarsi e non ripetersi, riuscendo a cavare dal cappello un coniglio nuovo e stupefacente.

Per chi è riuscito ad arrivare sin qui, segnalo un’altra recensione che ho trovato molto interessante e che vi invito a leggere: è quella di Alessandro Carrera e la potete leggere qui (scorrendo sino al 19 settembre), sull’ottimo sito italiano dedicato a Dylan, Maggie’s Farm.


La foto qui sopra è tratta dal foglietto interno del disco, mentre segnalo che nell'edizione deluxe è contenuto un notebook con la riproduzione di parecchie copertine dedicate a Dylan dai periodici di svariati paesi negli anni Sessanta e Settanta: tra queste anche un paio di copertine di Ciao Amici, per chi si ricorda di questa rivista "giovane" (io sì).

lunedì 14 febbraio 2011

Bob Dylan ai Grammy Awards


Ieri sera alla consueta cerimonia dei Grammys - uno dei premi meno interessanti che io conosca non foss’altro che per l’incredibile moltiplicazione delle categorie che rende poco significativa qualsiasi vittoria - si è verificato un evento che ha avuto come protagonista Bob Dylan.

Come sappiamo - ne ho parlato anche in Il cinema di Bob Dylan - Dylan è più volte salito sul palco dei Grammys, a partire dalla fine degli anni ‘70 per ricevere premi o per altro, concretizzando alcuni momenti memorabili: il discorso di accettazione del premio alla carriera (ormai vent’anni fa!) e Love Sick con l’intrusione del sedicente Soy Bomb sono solo un paio.

Anche questa volta, Dylan non si è voluto smentire e, nell’ambito di un siparietto acustico tra la paillettes dei Grammys, si è esibito con una numerosa band di supporto che comprendeva Mumford and Sons, gli Avett Brothers e alcuni membri del gruppo che lo segue in tour da molti anni (compreso l’immancabile Tony Garnier).

La canzone scelta non è tra quelle più ignote o meno eseguite in pubblico - Maggie’s Farm - ma, come ha notato qualcuno, la scelta è più significativa di quanto si possa superficialmente pensare: Dylan ha infatti, un po’ perversamente come gli è consueto, scelto per un’esibizione acustica proprio una delle canzoni con cui era “diventato elettrico” nell’ormai lontano Festival di Newport del 1965, in una sorta di ritorno al passato, un passato ovviamente rivisitato.

L’esibizione, con un po’ di buona volontà la si trova qui e là, e dovrebbe essere comunque trasmessa tra un paio di giorni in Tv (sul sito Maggie's Farm si parla di una trasmissione il 16 febbraio alle 22: 00 su ITV2, per chi riesce a prendere questa emittente che se non sbaglio è inglese). Chi apprezza Bob Dylan non dovrebbe perderla: infatti, al di là dell’interesse per questo ritorno alla fattoria di Maggie, l’interpretazione in sé è stata trascinante e degna di nota. Il ritmo travolgente e l’accompagnamento caotico di frotte di musicisti con i più svariati strumenti acustici hanno fatto da contorno a un Dylan in grande forma e con l’aria di divertirsi parecchio. La voce è quella rotta e straziata degli ultimi anni, ma la sua espressività non è ridotta. Il significato della canzone si mantiene intatto - con la sua ribellione al potere padronale - e il ritmo incalzante e la positività che questa interpretazione trasuda la fanno diventare, più che un grido di rabbia come ai vecchi tempi, un inno libertario e anarchico.

Qui sopra un’immagine dall’esibizione.