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(Ma solo per suonare: per la Presidenza vedremo).
Bob Dylan ha preso parte a un concerto alla Casa Bianca tenuto per celebrare, alla presenza di Barack Obama, il movimento dei diritti civili. Dylan aveva suonato anche nel 1963 alla marcia su Washington quando a capo del movimento c’era Martin Luther King. Qualcuno ha ritenuto inopportuno che Dylan abbia suonato alla Casa Bianca, presidio del potere capitalista. Ma siamo in tanti e c’è sempre qualcuno che pensa qualunque cosa. Non si capisce bene perché Dylan non avrebbe dovuto suonare per celebrare un movimento di cui, in fondo, aveva fatto parte. Non si capisce inoltre perché non avrebbe dovuto suonare per Obama visto che aveva già suonato (una grande e bizzarra versione di Chimes of Freedom) quando si era insediato Bill Clinton. Se avesse suonato per George W. sarebbe stato un altro discorso, ma temo che avrei potuto metabolizzare anche quello.
Comunque, il punto è un altro. Come ha suonato? Potete vederlo da voi facilmente andando su Expecting Rain o Maggie’s Farm o direttamente su YouTube. Per me è stata un’ottima interpretazione ed è stata un’altra dimostrazione di come le sue canzoni possano cambiare significato a seconda del modo di interpretarle. La canzone che Dylan ha scelto di cantare è The Times They Are A-Changin’, una delle canzoni più legate ai tempi in cui l’ha scritta. Contenuta nell’album omonimo (1964) era all’epoca una sorta di inno al cambiamento, forse la canzone più “politica” di un album e di un periodo “politico”. Oggi sappiamo che quel cambiamento non c’è stato e probabilmente non ci sarà mai. Lo sa anche Bob Dylan e forse lo sapeva anche allora, ma, come tutti, ci sperava. Da inno positivo, quindi, la canzone si è trasformata, in questa versione rallentata e soffusa di tristezza, in una sorta di requiem, quasi un lamento funebre al cambiamento mancato, dove la speranza di un miglioramento sociale e politico è riaffermata, ma senza alcuna illusione. Il mutamento di significato (e di umore) è nel modo in cui le parole vengono cantate dalla voce ormai mirabilmente rotta di Bob Dylan (anche se decisamente più melodica di quella che si sente nei concerti degli ultimi anni). Ed è anche nell’arrangiamento acustico (ma era acustica, ovviamente, anche la versione originale) e ricco di atmosfera.
La foto qui sopra l'ho trovata su internet ed è accreditata come "Official White House Photo by Pete Souza": se metterla in questo umile blog infrange qualche copyright sono disposto a toglierla immantinente sostituendola con una mia interpretazione astratta dell’evento (ma speriamo di no).